Le illusioni perdute dei giovani americani


Sedotti e abbandonati, si potrebbe dire mutuando dal celebre film di Germi. Oppure, per i palati più fini, potremmo ricordare le Illusioni perdute di Balzac, meravigliosa epopea di un giovane di belle speranze nella Parigi del XIX secolo che finisce assai tristemente. In entrambi i casi, non sbaglieremmo. I giovani americani, all’inizio del XXI secolo, stato stati sedotti dall’esplosione di benessere indotta dal boom, per essere subito dopo abbandonati nella vasta miseria della disoccupazione, una volta che l’economia dei capitali fittizi ha presentato il conto. Perdute le illusioni, questi ragazzi, che magari hanno trascurato di migliorare la loro professionalità perché il mercato assumeva senza chiederne troppe, si sono ritrovati senza reddito e senza quelle competenze che oggi, lo stesso mercato, richiede a gran voce, giudicandole necessarie per i lavoratori del futuro.

In questa doppia menzogna – un benessere che si rivela fittizio e un malessere che si dice solo provvisorio – che connota tutta la vicenda del primo decennio del XXI secolo e buona parte del secondo, risiede l’insegnamento che non dovremo mai dimenticare e che invece, regolarmente, obliamo: i soldi facili danno l’illusione della ricchezza, ma poi presentano il conto. E a pagare non sono mai i più forti, ma quelli più deboli.

Vi parrà strano, ma queste riflessioni sono il frutto di un interessante paper diffuso di recente dalla Bce che ha un titolo assai evocativo che comincia con una domanda: “Una generazione perduta?”. Domanda retorica, si potrebbe dire, e tuttavia meritevole di avere una risposta. che la banca centrale si premura di trovare in una lunga disamina dell’ultimo decennio raccontato attraverso la lente di di un database dedicato alle famiglie estratto dal Census statunitense. Lettura meritevole, fra le altre cose, perché le illusioni dei giovani americani non sono soltanto le loro. “Gli episodi di boom e bust che hanno interessato il mercato immobiliare, come quelli avvenuti in Irlanda, Spagna e negli Stati Uniti, durante gli anni 2000 possono influenzare la composizione delle qualifiche professionali delle economie locali”, scrivono i ricercatori. Ovviamente peggiorandole, aggiungo io, memore dei tanti allarmi diffusi anche di recente secondo i quali i boom finanziari finiscono sempre con l’erodere la produttività, e quindi scavare la fossa del ciclo economico prossimo venturo. La miglior esemplificazione di come l’oggi spogli il domani, esercizio peraltro assai diffuso nelle nostre società opulente.

Come accada tutto ciò è presto detto. “La rapida accelerazione dei prezzi immobiliare – spiega la Bce – tende ad essere accompagnata da un’espansione di industrie che si basano su lavoratori poco qualificati come quella delle costruzioni o dei servizi retail. L’aumento dei ricavi per questi lavoratori (che il boom genera, ndr) può deprimere gli incentivi dei giovani ad acquisire un’educazione più formale. D’altro canto, una crescente ricchezza immobiliare riduce il costo effettivo dell’istruzione per i proprietari di casa, aumentando la probabilità di investire in educazione in presenza di un tasferimento intergenerazionale fra i genutori che possiedono casa e i loro figli”. QUando però si verifica il boost, tali effetti si invertono.  Quindi molti lavori low skilled, che perdono il reddito possono essere incoraggiati a tornare a studiare, ma al tempo stesso il costo dell’istruzione aumenta a causa del peso del debito che le famiglie hanno incorporato nei tempi di vacche grasse. Il combinato disposto di queste tendenze contraddittorie può avere un rilevante costo sociale.

I dati raccolti negli Usa infatti mostrano che nel 2006 i giovani (22-30 anni) era più probabile avessero un’instruzione superiore piuttosto che un’istruzione universitaria nelle regioni dove i prezzi delle case erano saliti di più dal 2001 in poi. Senonché la stessa coorte di persone, analizzata nel 2011, mostra come la probabilità di avere un’istruzione universitaria era ancora meno probabile e insieme che “i meno istruiti era più probabile fossero disoccupati a causa del bust”.

“L’evidenza – sottolinea – suggerisce che le variazioni dei prezzi delle case hanno un effetto asimmetrico sulla formazione di abilità professionali, per cui gli investimenti nella scuola si riducono durante il boom, mentre aumentano i ricavi per il lavoro non qualificato”. Al tempo stesso la formazioni di abilità “si riduce ulteriormente quando i mercati calano a causa del diminuire della ricchezza immobiliare”. Sicché “cicli di boom-bust nel mercato delle abitazioni possono avere un impatto negativo duraturo sull’occupazione attraverso il canale della riduzione di formazione di abilità”.

Questa “cattiva allocazione di talento”, come la chiama la Bce mostra che i boom/bust sul mercato immobiliare “possono avere significative conseguenze distributive negative”. Effetti quindi, che tendono a persistere.

E’ sempre triste perdere le proprie illusioni.

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