La migrazione dai poveri ai ricchi degli investimenti esteri


La buona notizia è che gli investimenti diretti esteri, secondo quanto rilevato dall’Ocse in un rapporto di un mese fa, sono aumentati del 25% nel 2015 rispetto a un anno prima. La brutta notizia è che questa transumanza di fondi, quantomai benvenuta in un contesto di carenza di investimenti, ha in parte poco a che vedere con la produzione, quanto piuttosto con operazioni finanziarie, alcune delle quali per eludere il fisco.

La brutta notizia ne contiene un’altra, che bella non è: l’aumento degli investimenti diretti ha riguardato in grande parte i paesi più avanzati. Sono stati questi ultimi, in sostanza i destinatari dei maggiori afflussi. Segnatamente si tratta principalmente di Irlanda, Olanda, Svizzera e Stati Uniti. In generale, i paesi del G20 hanno visto crescere gli afflussi diretti del 25%, mentre l’incremento registrato per tutti i paesi Ocse è stato dell’81% nel 2015 rispetto al 2014.

Al contrario i paesi non Ocse, quindi i paesi emergenti, hanno subito deflussi per il 13%. In conseguenza di questo calo, la quota di investimenti diretti di questi paesi sul totale è diminuita da un terzo a un quarto. Si conferma, insomma, la fuga di capitali produttivi da economie che vengono improvvisamente percepite come rischiose. Questi capitali ritrovano la strada di casa, si potrebbe dire, in un movimento che somiglia molto a un arrocco.

I dati disaggregati ci raccontano altre sfumature. L’aumento del 25% degli investimenti diretti registrati nel 2015 equivale a 1.730 miliardi di dollari, il livello più alto registrato dal 2007, ma ancora inferiore di circa un sesto rispetto al periodo pre crisi, visto che all’epoca gli afflussi quotavano quasi 2.100 miliardi. A tale risultato si è arrivati seguendo un trend crescente che è partito dal 2012.

Il picco di afflussi si è avuto nel primo trimestre grazie al record registrato negli Stati Uniti (200 miliardi) e poi a Hong Kong. Ma questi movimento di denaro sono “il risultato di ristrutturazioni finanziarie e societarie piuttosto che investimenti produttivi. Ad esempio, l’aumento globale è stato in gran parte dovuto a movimenti transfrontaliero di M&A progettati per ridurre gli obblighi fiscali delle imprese statunitensi”. Movimenti simili si sono osservati anche in altri paesi e questo basta a comprendere che non è la produzione lo scopo di questi investimenti, ma la riorganizzazione aziendale. Insomma: non arrivano nuovi posti di lavoro. Semmai risparmi sulle tasse.

Fra i paesi non Ocse che sfuggono alla regola dei deflussi, si segnala l’India, dove gli afflussi sono aumentati del 30%, confermando questo paese come uno dei pochi scampati alla fuga dagli emergenti. Basta considerare che in Sud Africa sono diminuiti del 69%, del 29% in Indonesia, del 23% in Brasile e del 7% in Cina. In Russia i deflussi sono arrivati al 63%. Il calo è da attribuirsi in gran parte al mancato reinvestimento degli utili da parte delle aziende che li hanno originati.

Questi deflussi di investimenti diretti si associano a quelli registrati sul versante degli investimenti di portafoglio e al congelamento dei crediti bancari. I ricchi riportano i soldi a casa. E i poveri? Si arrangino.

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