Il romanzo popolare delle obbligazioni bancarie italiane


Gli appassionati di storie economiche potranno giovarsi di una bella ricostruzione pubblicata di recente dalla Banca d’Italia che ci racconta uno dei capitoli più interessanti e istruttivi del grosso libro sul risparmio italiano: l’epopea delle obbligazioni bancarie e del loro rapporto con le famiglie italiane, che già abbiamo sfiorato qualche tempo fa. La scelta di sicuro non è casuale. L’idillio degli italiani con le obbligazioni bancarie risale ai primi anni ’50, quindi la narrazione di Bankitalia somiglia a un lungo romanzo popolare che, fra alti e bassi, si è articolato per oltre sessant’anni, ossia da quando gli italiani iniziarono improvvisamente a diventare ricchi.

Il paper, molto opportunamente, ricorda uno stralcio delle Considerazioni finali del ’54, quando l’allora governatore Menichella sottolineava “l’intenso ritmo col quale il denaro è affluito in questi ultimi anni al mercato finanziario, in una congiuntura di sviluppo importante del reddito”. I risparmiatori insomma, soddisfate le loro esigenze di depositi, ormai a un livello ritenuto sufficiente, iniziavano a guardarsi intorno non sapendo bene dove mettere il denaro, che così fluiva dove si poteva: titoli pubblici, beni durevoli, abitazioni, polizze vita e, ovviamente, obbligazioni.

Questa lunga storia ci ha condotto alla situazione che trovate riepilogata in questo grafico, aggiornata a fine 2015, utile anche come confronto internazionale. In sostanza le famiglie italiane sono quelle con la quota maggiore di obbligazioni bancarie, sia relativamente al totale delle attività finanziarie detenute, sia relativamente al totale delle obbligazione emesse dalle banche, siamo vicini al 30%. Che in tempi di bail in e spauracchi sullo stato di salute degli intermediari non è esattamente il miglior viatico per la serenità.

Ma il presente deriva dal passato, e lo sappiamo bene. L’amore delle famiglie italiane per le obbligazioni bancarie “è un fenomeno tradizionalmente rilevante”, scrive Bankitalia, dipeso sia da questioni fiscali che “strutturali”, ossia relative alla fisionomia del sistema bancario degli anni ’50. L’inizio è stato assai graduale. Le banche emettevano poche obbligazioni, poco più del 7% del totale delle passività bancarie all’inizio dei Cinquanta (vedi grafico), ma in compenso le famiglie le compravano già in quantità, arrivandone a detenere da subito circa un terzo, pure se il peso relativo sui loro portafogli non era elevato. (vedi grafico).

Le obbligazioni erano emesse dagli istituto di credito speciale, caratterizzati da un’attività creditizia orientata al medio-lungo termine alle imprese e dall’essere entità pubbliche, che quindi garantivano la fame di sicurezza degli investitori. Sicché questi istituti ne emisero a bizzeffe. Agli inizi dei ’60 le obbligazioni bancarie arrivarono al 15% del totale delle passività bancarie, per arrivare al 17 nel 1975. Al tempo stesso aumentava il gradimento delle famiglie per questi strumenti: nel 1973 costituivano quasi il 60% dei titoli in portafoglio e l’11% della ricchezza finanziaria totale. Un picco che non sarebbe stato più raggiunto fino al 2011.

L’idillio si interruppe a partire dalla metà dei ’70. Bankitalia individua tre ragioni: l’impennata inflazionistica seguita allo shock petrolifero, che rendeva difficile collocare le obbligazioni a tasso fisso degli istituti, la concorrenza crescente dei titoli di stato, che peraltro erano esenti dalla tassazione degli interessi e così sono rimasti fino al 1986 (un caso interessante di concorrenza sleale da parte del governo), e poi la concorrenza dei certificati di deposito.

Conseguenza fu che alla metà degli anni ’80 la ricchezza delle famiglie investita in obbligazioni bancarie arrivò appena all’1%, a fronte però di una quota del 20% sul totale delle obbligazioni emesse. Inizia una fase di stanca che dura fino al 1995, quando questa quota pesava circa il 2%, a fronte di un 40% del totale delle obbligazioni emesse.

Fu la politica fiscale che fece la differenza. E’ utile sottolinearlo perché molti trascurano di ricordare l’ampia capacità del governo di manovrare il credito tramite la tassazione. Nel 1996, infatti, fu rimosso il trattamento privilegiato dei certificati di deposito, che perciò iniziarono ad essere sostituiti con obbligazioni bancarie che erano tassate alla stessa aliquota dei titoli di stato. Inoltre fu riconosciuta a tutte le banche la possibilità di emettere obbligazioni, non soltanto alle grandi o agli ex Istituti di credito speciale. Gli anni ’90, assai più che gli ’80, furono gli anni della modernizzazione finanziaria italiana, come ricorderanno i più grandicelli.

Comincia la lunga corsa che nel 2011 riporterà la quota investita di ricchezza delle famiglie in obbligazioni al livello del ’73, mentre gradualmente scende la quota di obbligazioni emesse in pancia delle famiglie, che aveva raggiunto il massimo del 70% a fine anni ’90 per arrivare poco sotto il 50 nel 2010. Questo dato si potrebbe leggere come la dimostrazione che all’aumento della domanda da parte delle famiglie ha corrisposto un aumento dell’aumento delle emissioni. “Le emissioni obbligazionarie – sottolinea Bankitalia – hanno consentito alle banche di soddisfare, fino alla crisi finanziaria globale, la domanda di prestiti a medio e a lungo termine, soprattutto di mutui per l’acquisto di abitazioni”. Siamo nel pieno del bengodi dei 2000, quando il credito e il mattone hanno iniziato a marciare insieme crescendo a doppia cifra.

La crisi non ha fermato le emissioni, anzi le ha stimolate. Ancora una volta grazie all’intervento del governo, che ha generosamente offerto la sua garanzia. “Le tensioni dal lato del funding connesse alla crisi del debito sovrano hanno indotto le banche italiane ad accrescere ulteriormente le emissioni obbligazionarie, facendo ricorso soprattutto a titoli garantiti dallo Stato, in vista della scadenza di un ingente ammontare di obbligazioni tra novembre 2011 e giugno 2012”.

A luglio del 2012, sottolinea ancora lo studio, l’ammontare delle obbligazioni bancarie ha raggiunto il valore storicamente più alto (960 miliardi di euro). Le obbligazioni pesavano oltre il 50% del portafoglio titoli delle famiglie e poco meno dell’11 per cento del totale delle loro attività finanziarie, valori analoghi a quelli osservati nel 1973. Ma poi la politica fiscale è intervenuta nuovamente, eliminando il trattamento privilegiato su questi strumenti e assimilandone la tassazione del 20% a quella dei depositi che nel 2014 è stata innalzata al 26%, mentre al contrario si è mantenuta l’aliquota del 12,5% ai titoli di stato. Lo stato, insomma, è tornato a fare concorrenza sleale sul mercato dei capitali. In più l’arrivo dei nostri della Bce, che ha immesso quantità crescenti di liquidità nel sistema, ha contribuito a far crollare le emissioni. “Dal 2013 – scrive – i tassi di crescita delle obbligazioni bancarie emesse sono divenuti negativi. A maggio 2016, sulla base degli ultimi dati disponibili, l’ammontare in circolazione era tornato ai livelli della fine del 2007 (561 miliardi di euro). Anche gli investimenti netti delle famiglie sono divenuti stabilmente negativi; alla fine del primo trimestre 2016 le obbligazioni bancarie detenute erano scese a meno del 5 per cento della ricchezza finanziaria, una quota simile a quella del 1996”. Insomma, fra corsi e ricorsi storici, è qui che adesso ci troviamo. E tuttavia la banche italiane “continuano a essere tra quelle maggiormente dipendenti dal funding obbligazionario. Nei principali sistemi bancari dell’area dell’euro a fine maggio 2016 solo in Austria e nei Paesi Bassi si osservava un peso più alto della raccolta in titoli”.

E’ interessante sottolineare un’altra caratteristica del nostro sistema, che molto probabilmente ha assai contribuito ai recenti tormenti di molti risparmiatori. “Anche dopo il 2012, come già dal 2009 al 2011, oltre la metà delle nuove emissioni, al netto di quelle riacquistate dalla banca emittente, è stata collocata presso le famiglie. Le banche piccole e minori hanno collocato presso le famiglie oltre l’80 per cento della propria raccolta obbligazionaria, una quota molto più alta di quelle dei primi cinque gruppi e delle banche grandi”. Insomma, le famiglie sono state terreno di caccia per le banche territoriali.

I risultati si possono osservare anche in questo grafico che misura l’andamento dei portafogli obbligazioni in mano alle famiglie. Senza bisogno di esser prolissi, è sufficiente notare come sia cresciuta notevolmente fra il 2008 e il 2015 la quota di obbligazioni strutturate e subordinate (i famosi coco bond, ad esempio) è cresciuta dal circa il 25 al 35% del totale. Quindi sono aumentati i collocamenti di titoli più rischiosi perché magari più redditizi. Questo grafico ci aiuta a vedere le differenze di rendimento rispetto ai Btp delle obbligazioni. Vale la pena sottolineare che entro la fine del 2017 scadrà circa il 40% dei titoli in portafoglio delle famiglie. Di questi, circa il 2% è rappresentato da titoli subordinati. Entro il 2020 la percentuale di rimborso arriverebbe a circa il 90 per cento.

In questa evoluzione si nascondono molti dei problemi e dei tremori che adesso stanno vivendo le famiglie italiane. E ricordo con Bankitalia che “dal 2009 le famiglie italiane hanno sottoscritto in media circa la metà delle obbligazioni emesse dalle banche (al netto di quelle riacquistate dalla banca emittente). Le banche piccole e minori hanno collocato presso le famiglie la quasi totalità della propria raccolta obbligazionaria”. Lascio ad ognuno di valutare le responsabilità del governo per aver favorito questa crescita di emissioni con la sua politica di garanzia e delle autorità vigilanti che si sono accorte solo dopo che le banche riempivano di bond rischiosi i propri sottoscrittori.

Mi contento di notare che sarà pure un romanzo popolare, questo delle obbligazioni bancarie, ma non è detto abbia un lieto fine.

 

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