L’alba dell’America Saudita


Il prezzo del petrolio nei giorni scorsi è tornato al livello precedente l’accordo di Vienna del 30 novembre, col quale l’Opec si impegnava a tagliare al produzione per far salire i prezzi, seguita poco dopo anche dalla Russia. Ma a quanto pare non è servito. D’altronde i mesi che ci separano da allora hanno visto proseguire e consolidarsi la metamorfosi silenziosa, iniziata alla fine del 2010, che sta cambiando la mappa mondiale della produzione petrolifera con ricadute sui prezzi che adesso si fanno visibili. Dalla fine dell’anno scorso e in poi, infatti, è aumentata costantemente la produzione statunitense, fino al punto di vanificare i tagli decisi dopo Vienna, oltre a consolidare la posizione degli Usa di primi produttori al mondo.

Se ne avuta la prima avvisaglia concreta con la pubblicazione, il 16 maggio scorso, dell’Oil Market report dell’IEA, l’agenzia internazionale dell’energia, che ha pubblicato la tabella aggiornata della produzione mondiale. Qui si osserva che già dal 2015 la produzione di greggio dal parte degli Usa supera i 12 milioni di barili al giorno, ponendosi quindi al di sopra non solo dell’Arabia Saudita, che nel 2015 produceva poco più di 10 milioni di barili, ma anche della Russia, che stava intorno agli 11 milioni.

Se guardiamo i trend più aggiornati, abbiamo solo la conferma del nuovo primato Usa. Fra febbraio e aprile di quest’anno la produzione Usa si è collocata fra i 12,8 e i 12,93 milioni di barili,  a fronte di un fabbisogno giornaliero di circa 19 milioni di barili, e l’IEA la prevede in crescita per tutto l’anno fino a quota 13,35 milioni di barili al giorno nell’ultimo quarto del 2017. L’Arabia Saudita invece nei primi mesi del 2017 si è mantenuta sotto i 10 milioni di barili e la Russia poco sopra gli 11 milioni. L’accordo di Vienna, quindi, ha finito col fare il gioco degli Usa, che hanno sfruttato il rialzo dei prezzi per estrarre più petrolio. I prezzi infatti salirono all’indomani dell’accordo e sono rimasti intorno ai 50 dollari per alcuni mesi, fino ai cali recenti. Molti analisti osservarono subito che questa ripresa favoriva i produttori statunitensi, che sarebbero stati incoraggiati a produrre di più, forti di una struttura dei costi più efficiente rispetto ai produttori tradizionali. Cosa che puntualmente si è verificata. Ma solo perché tale rivoluzione ha un nome e un cognome: shale oil.

Se allunghiamo lo sguardo, servendoci di un grafico contenuto in un paper pubblicato dalla Banca d’Italia, possiamo osservare che fino al 2010 gli Usa producevano solo pochi milioni di barili. L’impennata arriva a partire dal 2011 ed è proseguita incessantemente fino al 2014, quando gli Usa arrivano a sfiorare l’Arabia Saudita e la Russia che, come abbiamo visto, supereranno l’anno dopo. E che siano le produzioni shale le grandi protagoniste di questo cambiamento ci sono pochi dubbi. Alcuni giorni fa la Fed di Dallas ha pubblicato alcuni indicatori energetici che contengono informazioni aggiornato sullo stato della produzione in alcune aree da dove si estrae shale oil del Texas, prima fra tutte il bacino Permiano, probabilmente quella più nota anche fra i non addetti ai lavori. Come si può osservare dal grafico, ormai il Permian basin da solo pesa 2,34 milioni di barili al giorno, in crescita costante dal 2010 (solo a maggio 2017 ha estratto 53.400 barili in più sul mese precedente), quando ancora ne produceva meno di un milione. Un’altra area, la Eagle Ford, che pure aveva visto declinare la produzione dal 2014 in poi dopo il boom registrato dal 2010, ha ripreso a far crescere la produzione e ha superato il milione di barili al giorno. In pratica solo queste due siti producono più del Kuwait.

La rivoluzione shale ha anche un rovescio della medaglia. Da dicembre 2015 è stato rimosso dall’amministrazione Obama il divieto di esportare greggio e infatti l’export di oil Usa è schizzato alle stelle. E’ esagerato dire che gli Usa finiranno col competere con i grandi esportatori. Ma l’America Saudita, chiamiamola così, è una novità nel panorama del mercato petrolifero. Per averne contezza basta osservare che la destinazione principale del petrolio Usa è l’Europa, con in testa Olanda e Italia, seguita dall’Asia, con la Cina capofila. Tutti ottimi clienti di Arabi e Russi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...