Cronicario: E alla fine le elezioni le ha vinte il PUD


Proverbio del 5 marzo Chi semina orzo non può raccogliere grano

Numero del giorno: 173.000.000.000 Spesa militare cinese in dollari nel 2018

E niente: oggi tocca parlare di elezioni. L’ultimo neurone che mi è rimasto sembra essersi sintonizzato sul pensiero fisso di questa turbolenta vicenda elettorale che ha lasciato sul tappeto cadaveri illustri, facendo assurgere al contempo agli altari della celebrità legioni di sconosciuti senza arte né parte che non sia quella di saper giocare la partita delle elezioni, l’unico talent show nazionale che promette il successo.

Quanto a noi, sinistrati dalle urne per la semplice ragione che non eravamo in partita, rimane solo la consolazione di osservare e provare a indovinare chi sia l’autentico vincitore di questa fiera strapaesana. Ora non mi riferisco a quello che potete facilmente notare da soli – i partiti sono là, nudi alla mèta –  ma al sottotesto che dovrebbe accompagnare la lettura delle informazioni, come sempre troppo fissate col dito al punto da ignorare la direzione. E ciò malgrado tale direzione sia stata ampiamente annunciata.

Già, eccolo qua il vero vincitore di queste elezioni: il PUD, acronimo ancora poco conosciuto ma che presto scalerà le tendenze dei social, che sta per Partito unico del deficit. O del debito se preferite, tanto l’uno genera l’altro com’è (o dovrebbe essere) noto. S’era capito appunto, dal tono entusiastico col quale in campagna elettorale si annunciavano interventi di spesa capaci di fare impallidire Trump. E nel post partita, quando i filistei dei palazzi faranno qualsiasi prodigio per cucire addosso al paese una maggioranza purchéssia, sarà proprio il PUD a trionfare. Niente come il denaro altrui, di cui peraltro non si dispone, induce alla concordia e alla responsabilità di governo. Chiunque sarà il primo ministro del PUD avrà il compito lieto di stampare tante buone notizie e magari qualche euro di debito in più, con l’Ue a strillare e perdonare perché in fondo siamo italiani, brava gente.

Tutto questo finché non si tratterà di fare la prima legge finanziaria, che matura sotto il contesto di una congiuntura internazionale minacciosa. I tuoni e i fulmini di Trump illuminano di bagliori inquietanti il commercio internazionale, e presto potrebbero finire anche la benevolenza monetaria della banca centrale e il petrolio cheap che hanno accompagnato la nostra piccola ripresa del 2017, della quale a quanto pare hanno goduto gli oppositori più del governo. Ma c’è tempo fino all’autunno. Che succederà allora? M’immagino risuonare, lungo il Transatlantico parlamentare, le note di una vecchia canzone.

E poi magari un ritorno alle urne. D’altronde ogni volta il PUD ne esce più forte.

A domani.

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