Non solo Iran: le zone di crisi che alimentano il rischio energetico


Il nervosismo dei prezzi petroliferi, seguito all’addio americano all’accordo con l’Iran, dice molto dell’aumento dei rischi per il settore energetico. L’Iran è un pezzo importante dello scacchiere geopolitico e non solo per la quantità della sua produzione, circa 3,8 milioni di barili, venduti in gran parte a Cina, India, Corea del Sud e Italia, tornata nel circuito internazionale dopo la firma dell’accordo negli anni scorsi. Ma soprattutto per la posizione geografica dell’Iran, “appeso” sullo stretto di Hormuz, dove ogni giorno passano a bordo di varie petroliere, circa 18,5 milioni di barili di petrolio e oltre a 3,7 trilioni di piedi cubici di gas liquefatto (tfc), circa un terzo del LNG che naviga per mare, col Qatar grande player e gli Emirati Arabi a seguire.

Per dare un’idea del peso strategico di questo Stretto, basti considerare che i 18,5 milioni di barili hanno rappresentato il 30% del petrolio trasportato per mare nel 2016, quando il consumo totale di petrolio è stato di circa 96 milioni di barili al giorno. Questi dati ci consentono di calcolare che circa 61 milioni di barili viaggiano per mare mentre il resto per oleodotti o altre modalità di trasporto, il che ci aiuta a comprendere l’importanza relativi dei trasporti marittimi per la sicurezza dei mercati energetici, visto che, con l’eccezione di Arabia Saudita e Iran, che potrebbero trovare rotte alternative per spedire il loro greggio, gli altri paesi del Golfo Persino (Iraq, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi e Bahrain) dipendono strettamente da questa linea di comunicazione per le loro forniture. La chiusura di Hormuz è stata minacciata in passato dall’Iran, pur nella consapevolezza che gli Usa molto difficilmente l’avrebbero permessa. Ma in ogni caso l’aumento della tensione fra i due paesi avrà di sicuro conseguenze negative sui flussi commerciali internazionali, già gravati dalla questione dei dazi voluti dall’amministrazione Usa.

Tensioni analoghe possono scatenarsi nel Mar Rosso, dove transitano ogni giorno quasi cinque milioni di barili, circa il 5% del petrolio trasportato per mare (dati 2016) e dove da anni si sente l’eco del conflitto yemenita. Circa 1,5 milioni di barili, prodotti in gran parte in Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi e Oman, viene trasportato da Ain Sukhna sul Mar Rosso a Sidi Kerir sul Mediterraneo nel nord dell’Egitto attraverso l’oleodotto Sumed. La maggior parte delle importazioni europee di petrolio greggio dal Medio Oriente arriva attraverso questo oleodotto. Oltre ad essere una via di transito fondamentale per il petrolio, lo stretto di Bab-el-Mandeb, che sbocca sul Golfo di Aden, è anche fondamentale per le raffinerie del Mar Rosso dell’Arabia Saudita, che sono in gran parte rifornite di greggio prodotto nella regione orientale del Golfo Persico.

L’isolamento internazionale dell’Iran, che deriverà dalla fine dell’accordo, arriva in un momento molto complicato per i mercati energetici aggiungendo un’altro motivo di tensione a quelli che già esistono anche in altre zone geografiche. Il rialzo delle quotazioni petrolifere è la spia più evidente di queste fibrillazioni che alimentano la volatilità dei prezzi in un mercato già “tirato” dai tagli alla produzione decisi dall’Opec plus, ossia la vecchia Opec più la Russia. Al problemi iraniani, infatti, si aggiungono quelle del Venezuela, alle prese con una profonda crisi che ha già fatto diminuire la produzione in due anni dai 2,35 milioni di barili a 1,49 milioni al giorno. Poi c’è l’Iraq, che produce quasi 4,5 milioni di barili al giorno, venduti a Cina, India, Europa e Usa, ancora alle prese con le tensioni semi autonomistiche dei curdi ed esposto ai rischi di attacco dei miliziani dell’Isis alle infrastrutture energetiche. E, più vicino ai nostri interessi, la Libia, alle prese con una crisi politica che tiene la produzione inferiore a un milione di barili con l’Italia fra i top customer, insieme a Spagna e Cina. L’Italia è anche una grande acquirente di gas libico. Questi pochi elementi già ci consentono di apprezzare perché sia alquanto avventurosa la decisione Usa tornare ad alimentare la tensione con l’Iran. Ma evidentemente si cerca l’avventura.

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