Il fallimento italiano più grave è quello dell’istruzione


Potremmo pure infischiarcene del sostanziale (pure se non formale) fallimento della nostra contabilità pubblica, come suggeriscono certi pifferai teorici dell’infinita indebitabilità di uno stato sovrano. Potremmo pure infischiarcene di un modo di far politica che privilegia manifestamente la rendita anziché la produzione, atteso che decenni di prediche non sono servite a raddrizzare il legno storto della nostra realtà politica. Non dovremmo e non possiamo infischiarcene del fallimento più clamoroso del nostro stato del quale si parla pochissimo, malgrado sia rovinoso: quello dell’istruzione. Il fatto che in settant’anni di istruzione pubblica siamo ancora nella condizioni certificate di recente da un rapporto Istat dovrebbe suscitare dubbi assai concreti sulla nostra capacità di far funzionare questo paese. Un’istruzione fallimentare non può che provocare il fallimento di un paese, a meno che non si pensi che tutti diventino veline, comici o calciatori.

I dati di cui stiamo parlando fanno parte del goal 4, ossia l’obiettivo che fa riferimento ai parametri dell’istruzione che viene riepilogato da questa tabella.

In Italia c’è ancora un tasso elevato di uscita precoce dal sistema scolastico, ma pure chi non esce precocemente non se la passa tanto bene. “In Italia – scrive Istat – la quota di ragazzi 15enni che non raggiungono la sufficienza in lettura è del 20,9% (era del 26,4% nel 2006 e del 19,5% nel 2012, quindi siamo peggiorati), in matematica e scienze è del 23,3% (era rispettivamente del 32,8% e del 25.3% nel 2006 e del 24,6% e del 18,7% nel 2012)”.

Più generalmente “le competenze alfabetiche, numeriche e per la lingua inglese sono molto basse per alcuni gruppi di studenti. In Italia, la quota di ragazzi iscritti al terzo anno delle scuole secondarie di primo grado che non
raggiungono la sufficienza è del 34,4% per le competenze alfabetiche, del 40,1% per la matematica. Una  percentuale più elevata di ragazze si situa sotto la sufficienza nelle competenze matematiche (41,7% contro
38,5%) mentre per la lettura la situazione si inverte, 38,3% dei ragazzi contro 30,4% delle ragazze. Molte
sono le differenze territoriali, di genere e di provenienza, spesso determinate da fattori che alimentano le
disuguaglianze nell’accesso alle opportunità educative”.

Questa situazione nella scuola secondaria non può che impattare su quella terziaria, nella quale ci distinguiamo per numero fra i più bassi d’Europa.

Di fronte a questi risultati possiamo continuare a sognare di riforme scolastiche, sottolineare quanto pletorica ed evidentemente inefficiente sia la nostra istruzioni pubblica o iniziare seriamente a metterne in discussione le fondamenta. Invece non faremo nulla, purtroppo. Non ne parleremo proprio.

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