Alla scoperta del sistema pensionistico cinese


Non si può dire di conoscere l’economia di un paese se non si ha una qualche infarinatura di quello che oggi è uno degli assi portanti dell’equilibrio della società che questa economia esprime, ossia il sistema pensionistico. Malgrado dati poco più di un secolo di esistenza, almeno come sistema pubblico, la previdenza ormai incorpora una delle voci di costo più rilevanti per le finanze degli stati, ma soprattutto rappresenta un asset economicamente e psicologicamente rilevante per le famiglie che trova nel rilevantissimo peso specifico dei fondi pensione internazionali sui mercati finanziari la sua contropartita.

A fronte di queste premessa, imparare a conoscere il sistema pensionistico cinese, anche per i numeri che esprime, diventa assolutamente interessante, oltre che utile, specie considerando l’importanza che i mercati dei capitali cinesi – tema che sarà oggetto di un approfondimento futuro – si preparano a interpretare nell’economia internazionale.

Il miglior modo per cominciare la nostra ricognizione sulla previdenza cinese è servirsi di un recente approfondimento pubblicato dal Nber (The Chinese pension system) , che ha il vantaggio di essere aggiornato e molto analitico, col che servendo bene allo scopo di delineare non solo la fisionomia ma anche le problematiche di questo sistema che è molto simile a quello dei suoi cugini occidentali ma ha anche diverse peculiarità.

In comune con i sistemi occidentali, ad esempio, c’è la circostanza che il sistema previdenziale cinese si articoli su più livelli. Il primo, di esclusiva pertinenza pubblica, serve ad assicurare una qualche forma pensionistica agli anziani cinesi e viene sussidiato dal governo. Il secondo è quello alimentato dai datori di lavoro che versano dei contributi che integrano quelli pubblici. Il terzo livello viene invece alimentato dai risparmi dei lavoratori con strumenti di tipo sostanzialmente assicurativo.

A far la differenza, rispetto ai sistemi occidentali, sono le cifre in gioco. Alla fine del 2017 lo schema pensionistico pubblico cinese contava oltre 915 milioni di partecipanti, che pesavano il 65,8% della popolazione, per una spesa corrispondente di 4.032 miliardi di yuan, il 5% del pil cinese. A fronte di questo sistema “universale” troviamo invece cifre assai meno importanti per gli altri livelli pensionistici. Le imprese che partecipano al secondo livello sono circa 80 mila, meno dello 0,5% del totale delle imprese cinesi, per un totale di 23,3 milioni di lavoratori interessati da schemi pensionistici. Il terzo livello, poi, viene definito “ancora allo stato infantile”.

A fronte di questa situazione generale, che andremo ad approfondire, ci sono alcune conclusioni che possiamo già anticipare a conferma di quanto la Cina partecipi ai tormenti dell’economia internazionale. Proprio come i paesi più sviluppati, e malgrado la spesa tutto sommato ancora limitata del paese per la previdenza, Pechino dovrà vedersela con problemi assai complicati nel futuro più prossimo. Il rapido invecchiamento della popolazione, innanzitutto.  “La quota degli over65 sul totale della popolazione raddoppierà entro il 2030 rispetto al livello del 2010, scrivono gli economisti del Nber, e “nel frattempo, il sistema attuale sta mantenendo a malapena il proprio equilibrio finanziario con l’aiuto di sussidi governativi”. Al momento lo stato cinese sussidia con circa 800 miliardi di yuan l’anno (l’1% del pil) il sistema pensionistico ed è probabile “si registri un aumento drammatico in mancanza di riforme”. Anche la Cina, insomma, dovrà riformare le sue pensioni. Col che possiamo solo rivolgerle un cordiale saluto di benvenuto.

(1/segue)

Seconda puntata: Come funziona la pensione pubblica in Cina

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