MMT, ovvero l’ennesima metamorfosi del socialismo


Ogni epoca ha il suo socialismo, viene da dire leggendo la divertente analisi di Gregory Mankiw, accademico di lungo corso, di un testo pubblicato di recente da alcuni docenti seguaci della Modern Monetary Theory, meglio conosciuta come MMT. Si tratta di una teoria che ha appassionato molte persone negli ultimi anni. E il perché è presto detto: questo pensiero sussume quello che un governo possa disporre tutto il denaro di cui ha bisogno semplicemente emettendolo. Nulla di più seducente per società che non vogliono rinunciare a nulla, pensando di non dover mai pagare il conto.

Ma se fosse solo questo sarebbe ancora poco interessante. Ciò che rende l’MMT meritevole di un approfondimento è che ha alla base un altro pensiero: quello che il governo sia praticamente onnipotente nella gestione dell’economia. Da questo punto di vista l’MMT incorpora la forma contemporanea dell’idea socialista. E anche questo ne spiega il successo, in un mondo ammalato di nostalgia e di bisogno di sicurezza.

Alcuni passaggi dell’analisi dell’autore del paper meritano di essere riportati, visto che aiutano a centrare la questione. La “celebrità” della MMT, ad esempio. “Si potrebbe immaginare che la MMT sia sorta nelle migliori università. Ma non è così. La MMT è stata sviluppata in un piccolo angolo del mondo accademico ed è diventata famosa solo quando alcuni politici di alto profilo, in particolare il senatore Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez – hanno attirato l’attenzione su di essa perché i suoi principi si conformavano alle loro opinioni politiche”. Il fatto che ad alcuni politici piaccia l’idea che il governo possa spendere sostanzialmente senza limiti non è certo sorprendente. Un po’ più che questo pensiero abbia fatto breccia presso alcuni economisti.

Nel 2019, in particolare, la Red Globe press ha pubblicato un manuale, titolato semplicemente Macroeconomics, a firma di tre economisti MMT: William Mitchell e Martin Watts (University of Newcastle, Australia) e L. Randall Wray (Bard College). Questo testo ha fornito al nostro autore lo spunto teorico per approfondire i fondamenti teorici della MMT, ma a quanto pare senza convincerlo troppo. “Forse dopo quarant’anni nella professione – ammette – , sono troppo intriso di macroeconomia tradizionale per apprezzare appieno la MMT”. E questo malgrado “un sincero sforzo di capirla”.

Vediamo alcuni punti salienti. Gli autori del manuale MMT scrivono che “la conclusione più importante raggiunta dalla teoria è che l’emittente di una valuta non abbia vincoli finanziari. In parole povere, non può mai finire il denaro e non può mai diventare insolvente nella propria valuta”. Di conseguenza, “per la maggior parte dei governi, non esiste rischio di default sul debito pubblico”.

La replica del nostro economista “mainstream” a questo argomento si può sintetizzare brevemente così: se vero che un governo può “produrre” tutta la moneta che vuole, è vero altresì che a un certo punto e per svariate ragioni si finisce sempre col provocare inflazione.  “In effetti – conclude -, esiste probabilmente una curva di Laffer per il signoraggio. Un governo che agisce come se avesse nessun vincolo finanziario potrebbe trovarsi rapidamente dalla parte sbagliata di questa curva, dove la capacità di stampare denaro ha scarso valore al margine”. Detta semplicemente, il governo potrebbe sì stampare, ma producendo denaro che non vuole nessuno. Al punto che sarebbe assai più conveniente fare default sul debito piuttosto che generare l’iperinflazione. La storia è piena di episodi del genere.

Questa conclusione conduce all’idea dell’inflazione che hanno gli economisti MMT, secondo i quali “non esiste alcuna relazione fra l’aumento dell’offerta di moneta e la crescita del livello generale dei prezzi”, ciò malgrado i dati esposti nel paper parlino di una correlazione fra inflazione e creazione di moneta assai elevata. Gli economisti MMT individuano le ragioni del processo inflattivo nel conflitto fra lavoro e capitale “che viene mediato dal governo all’interno di un sistema capitalista”.

In questa visione, l’inflazione emerge quando “lavoratori e capitalisti lottano per rivendicare una quota maggiore del reddito nazionale”. Quindi basterebbe assegnare al governo il ruolo di fissare le linee guida di questi confronti, e ipotizzando al limite anche controlli sui salari e sui prezzi per risolvere il problema. Il governo, insomma, promuoverebbe “una specie di arbitrato nella lotta di classe in corso”.

Il controllo dei prezzi, oltre che dei salari, da parte del governo – altra possibilità teorizzata dalla MMT – potrebbe anche condurre l’economia verso l’ottimo della produzione e dell’occupazione, che è diverso da quello che si chiama livello naturale, ossia quello verso il quale l’economia gravita nel lungo periodo. Il punto centrale è che “a causa del potere pervasivo del mercato, il livello naturale sta sotto il livello ottimale”. E per un economista MMT “i policymaker dovrebbero puntare all’ottimale”.  E quindi intervenire con linee guida sui prezzi. Peccato che “la complessità dell’economia e la storia del controllo dei prezzi suggerisca che questa soluzione non è praticabile”, osserva l’autore del paper. Come dire: bisogna accontentarsi di un mercato imperfetto che tiene l’output sotto il livello ottimale. Purtroppo il governo onnipotente e onnisciente, che potrebbe farci vivere meglio, non esiste in natura.

Ricapitoliamo: la MMT teorizza un governo che non solo decida ad libitum la quantità di denaro in circolazione, ma decida anche il livello dei salari e dei prezzi in modo da raggiungere il livello ottimale di produzione. In sostanza vuole un’economia rigidamente pianificata. La moderna teoria monetaria somiglia parecchio alla vecchia teoria socialista.

  1. renzo

    Premesso che il mio non è un endorsement all’MMT, purtroppo non esiste in natura neanche il libero mercato perfetto , che invece da quel che mi risulta che so è l’ipotesi di base di Mankiw e di quelli della sua scuola di pensiero.

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    • Maurizio Sgroi

      Salve
      In natura non esistono neanche il bianco è il nero, ma solo maggiori o minori quantità di luce. Questo non vuole dire che non vediamo i colori 🙂
      E soprattutto cosa pensi Mankiw del mercato conta poco nell’economia del pezzo.
      Grazie per il commento

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  2. renzo

    Purtroppo non ho tempo per leggermi il paper, che pure mi incuriosirebbe, però mi pare invece che c’entri .Il filone di Mankiw parte dall’assioma del mercato perfetto per dirci che dobbiamo accontentarci del mercato imperfetto, nel quale poi l’intervento statale non può che essere tendenzialmente distorsivo ecc.Mi sbaglierò , e se così me ne scuso, ma dopo anni che la leggo ho l’impressione che lei abbia più affinità con i Mankiw che con i keynesiani, gli MMT, i “socialisti”.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      io non credo né nel mercato, né nello stato. Sono all’antica: credo nelle persone. Le istituzioni sono naturalmente imperfette, come le persone, ma se c’è una differenza fra me e i “socialisti”, è che io ne sono consapevole, i teorici dell’interno pubblico, più o meno socialisti, meno o più keynesiani, forse meno.
      Grazie per il commento e per l’attenzione

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  3. renzo

    Credere è necessario ma difficile,almeno per me, e quindi non so se credo neanche nelle persone. Però se lei dice che non crede nè nello stato nè nel mercato, e poi aggiunge che chi crede nell’intervento statale è meno consapevole di lei della sua potenziale fallibilità, beh, mi pare che siamo sulla linea di prima quando parlavo di affinità. Intendo dire che in prima istanza , invece di pensare agli “interventisti”, avrebbe potuto pensare a coloro che invece sono meno consapevoli della , come dire,speculare e simmetrica potenziale fallibilità del libero mercato, ma non mi pare sia così.Grazie a lei per il dialogo.

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    • Maurizio Sgroi

      Provo a semplificare. Io credo che la vera differenza sia fra chi sa di non sapere e chi non lo sa. Ho la sensazione che gli interventisti, nel loro divenire fenomenico, appartengano alla seconda specie. Non tutti ma almeno ci provano. Chi sa di non sapere magari interviene pure ma spera al massimo di non far troppi danno.
      Saluti

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  4. renzo

    Riesco a capirla fino ad un certo punto. Ai miei occhi tutti intervengono, nel senso che anche un ipotetico laissez faire assoluto è un intervento. Il danno è un concetto relativo, in cui importa meno il fatto di sapere cosa si fa , del fatto invece di attribuire o meno cose di rilevanza economica a qualcuno , secondo un criterio di “giustizia” che è il vero ma nascosto oggetto del contendere. Chi ha diritto , chi è toccato o meno da cosa ( soldi, lavoro, beni, proprietà, imposte ecc ) nel divenire fenomenico dell’economia.Il danno di qualcuno è il vantaggio di un altro o , se mi consente la battuta, ad ogni walking debt corrisponde un walking credit.

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