Cartolina. C’era una volta la pensione

Fra le tante cose che difficilmente si leggeranno altrove, vi segnalo giusto una banale considerazione dell’Istat, che riguarda il 2050, momento topico del nostro lungo e irrefrenabile inverno demografico. Quell’anno ci saranno una persona al lavoro e una no, proprio come oggi ce ne sono due che lavorano e una no. Questo storico one to one cela un’evidenza che nessuno si premurerà di sottolineare, specie prima di un’elezione politica dove la questione pensionistica è stata dissennatamente agitata allo scopo di suscitare consensi nell’unico ceto emergente della nostra società: i pensionandi. Ossia il fatto che in un sistema dove c’è uno che lavora e uno no, non può più esistere l’istituto della pensione. A meno che chi lavora non lavori almeno per due o chi non lavora mangi la metà. Voi cosa preferite?

  1. Daniele

    “in un sistema dove c’è uno che lavora e uno no, non può più esistere l’istituto della pensione”
    questo se assumiamo che le pensioni vengano pagate con le tasse su chi lavora, mentra invece dovrebbero essere pagate dai contributi versati da chi è andato in pensione..

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      • Daniele

        Non proprio, io intendevo che un sistema a ripartizione come quello nostro e di tanti altri paesi funzionerebbe se lo Stato fosse gestito in modo realmente “previdente” (la previdenza cos’altro è?) in modo da utilizzare almeno una parte dei contributi pagati attraverso le tasse sul lavoro come uno stock di capitale da redistribuire ai pensionati. Dato che così non è, perchè gli Stati utilizzano il flusso di cassa dei contributi per un’infinità di altri scopi, sperperandoli in mille modi, sono costretti a ricorrere ai contributi prelevati ai lavoratori per pagare le pensioni di chi ha già lasciato il lavoro. E’ solo in questo contesto che la demografia e l’evoluzione dei salari diventano fattori decisivi per la sostenibilità del sistema pensionistico. È per questa ragione che il sistema a capitalizzazione diventa competitivo e in molti casi più performante del sistema a retribuzione: la mala gestione delle finanze pubbliche. La mala gestione minando alla base il modello pensionistico retributivo favorisce la nascita di quello a capitalizzazione e apre le porte a un sistema completamente privato di tipo assicurativo basato sul risparmio e privo della funzione redistributiva, svantaggioso per chi percepisce un basso reddito e non può permettersi di pagarsi l’assicurazione. E’ una riflessione che faccio da non esperto, la propongo semplicemente come contributo sull’argomento o come occasione per precisazioni e correzioni.

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  2. Eros Barone

    L’attuale concezione «contributiva» delle pensioni si fonda su un’immagine statica della società, come se vivessimo ancora ai tempi in cui la vecchiaia era assicurata dai soldi sotto il mattone e il materasso: quello che metti da parte è quello che ti ritrovi, appunto. In realtà, come sappiamo, i soldi che metti sotto il mattone possono mangiarteli i topi, il che, fuor di metafora, significa che i soldi che metti nel fondo pensione possono mangiarseli l’inflazione, le crisi economiche, le speculazioni e le truffe. In sostanza, questo ragionamento ignora le tendenze di fondo della storia: lo sviluppo economico e la crescita della produttività. Nel sistema a ripartizione, i mezzi necessari a mantenere in vita e in condizioni decenti chi non è più in grado di produrre sono prodotti dal lavoro di chi produce oggi. Grazie all’aumento della produttività, oggi la produzione di questi mezzi di esistenza richiede meno lavoro; perciò, anche se c’è meno gente in età lavorativa, è comunque in grado di tenere in vita un numero maggiore di anziani (a una condizione, però: che gli incrementi di produttività non finiscano tutti in profitti). Ciò detto, va considerata l’interdipendenza fra gli esseri umani: ragione per cui la vita di chi ha lavorato ieri e di chi lavorerà domani dipende da chi lavora oggi. Ma è vero anche l’inverso: il lavoro di oggi dipende anche dal lavoro e dai consumi di chi ha lavorato ieri. Le nuove generazioni non devono ricominciare da zero ogni volta, ma lavorano grazie a risorse, strumenti, infrastrutture, conoscenze prodotti dalle generazioni precedenti. Così, convogliare reddito nelle mani degli anziani significa incentivare una domanda sia generica (più alimentazione, vestiario, abitazioni, servizi…) sia specifica (sanità, assistenza, tempo libero…). Questa domanda a sua volta genera occupazione, e quindi reddito (e quindi versamenti pensionistici), per quei giovani che altrimenti rischierebbero di non trovare più lavoro nella misura in cui l’incremento di produttività viene appropriato dal profitto e si traduce in minore occupazione. In conclusione, sempre più giovani potranno garantirsi le condizioni dell’esistenza grazie alla domanda degli anziani. Altro che reddito «sequestrato» e altro che guerra fra le generazioni! Se proprio «guerra» deve esserci, è sempre la stessa e l’ortodossia previdenziale ne fa parte: la guerra del profitto contro il lavoro. Si tratta cioè, in ultima analisi, di sottrarre risorse a chi ha lavorato per ridurre il costo di chi lavora, e con questo tipo di interventi erodere anche, per entrambi, il senso dei propri diritti di lavoratori e di cittadini.

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