Diminuiscono i disoccupati, ma meno persone cercano lavoro

Prima di riportare gli ultimi dati Istat sul mercato del lavoro italiani, crediamo sia saggio dedicare qualche riga al glossario dei termini, che purtroppo i rapporti degli istituti di statistica hanno la consuetudine di riportare alla fine, evidentemente sopravvalutando il livello di pazienza e di alfabetizzazione economica dei lettori. Quando si parla di disoccupazione che cala, ad esempio, la tendenza comune è che siano diminuiti i senza lavoro. Che è vero ma solo fino a un certo punto.

Qui riporteremo le definizioni essenziali, quindi, che servono a capire di cosa stiamo parlando. Cominciamo dai disoccupati, che sono anche definiti in cerca di occupazione. Sono persone non occupate tra i 15 e i 74 anni “che hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane che precedono la settimana di riferimento e sono disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive; oppure, inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla settimana di riferimento e sarebbero disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive, qualora fosse possibile anticipare l’inizio del lavoro”. Tradotto: i disoccupati sono persone attivamente impegnate a cercare lavoro nel momento in cui si effettua la rilevazione.

Gli occupati, invece, “comprendono le persone tra 15 e 89 anni che nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro a fini di retribuzione o di profitto, compresi i coadiuvanti familiari non retribuiti”. In questa ampia categoria rientrano gli occupati dipendenti a tempo indeterminato, a tempo determinato, gli occupati indipendenti e gli autonomi.

La somma di occupati e disoccupati compone la forza lavoro.

Si potrebbe pensare che la forza lavoro esaurisce l’universo di chi partecipa al mercato del lavoro, ma non è così. C’è una differenza fra la forza lavoro e il totale della popolazione dei 15-64enni che teoricamente potrebbe farne parte. Questa differenza è composta dagli inattivi. Istat li classifica come “le persone che non fanno parte delle forze di lavoro, ovvero quelle non classificate come occupate o disoccupate”. Esempio classico: lo studente che avrebbe l’età per lavorare ma sta ancora completando la sua formazione. Non ha quindi un’occupazione né cerca occupazione. Perciò non è neanche disoccupato.

L’inattivo, insomma, esorbita dal senso comune, secondo il quale esistono solo occupati e disoccupati. Anche se tutti sanno che i ragazzi vanno a scuola e all’università prima di trovare lavoro.

Proprio nello spread fa senso comune e rigore statistico si annida il populismo che nutre i dati sul mercato del lavoro. L’Istat scrive che la disoccupazione cala, è scatta il riflesso automatico di alzare i calici, perché viene percepito che ci siano più persone che lavorano, il che è sicuramente una buona notizia. Ma in realtà spesso è fuorviante. Se osservate il grafico che apre questo post vedrete una curva declinante del tasso di disoccupazione (la buona notizia) che si accompagna con una crescita degli inattivi (la notizia cattiva).

Se a questa evidenza cerchiamo i dati sugli occupati, arriviamo al grafico che trovate a seguire.

Come si può vedere la linea degli occupati nell’ultimo anno è sostanzialmente piatta. Ciò significa che il numero delle persone al lavoro è rimasto stabile e che, in pratica, il calo della disoccupazione è stato compensato da un maggior numero di persone che non cercano lavoro.

Se guardiamo adesso i dati, la lettura diventa più precisa. Ma prima dobbiamo ricordare alcune nuove definizioni, che ci aiutano a leggerli. Tasso di attività: rapporto percentuale tra le forze di lavoro e la corrispondente popolazione di riferimento; Tasso di disoccupazione: rapporto percentuale tra i disoccupati e le corrispondenti forze di lavoro; Tasso di inattività: rapporto tra gli inattivi e la corrispondente popolazione di riferimento (la somma del tasso di attività e del tasso di inattività è pari a 1);
Tasso di occupazione: rapporto percentuale tra gli occupati e la corrispondente popolazione di riferimento; Variazione congiunturale: variazione percentuale rispetto al mese o periodo immediatamente precedente; Variazione tendenziale: variazione percentuale rispetto allo stesso mese o periodo dell’anno precedente.

Adesso che siamo attrezzati possiamo leggere la release Istat. Il primo punto è che “a gennaio 2026, su base mensile, la crescita degli occupati e degli inattivi si associa al calo dei disoccupati”. Quindi aumentano gli occupati – variazione congiunturale – ma anche gli inattivi. Quindi meno persone cercano lavoro e questo contribuisce in qualche misura al calo del disoccupati.

Il tasso di occupazione, sempre a gennaio rispetto al mese precedente, sale al 62,6% (+0,2 punti), ma anche il tasso di inattività sale, arrivando al 33,9 (+0,1 punti).

Se andiamo sulla base annuale, confrontando quindi gennaio 2026 con gennaio 2025, abbiamo un numero di occupati cresciuto di 70mila unità (+0,3%), ma anche un notevole aumento degli inattivi, pari a 322mila unità (+2,6%). Quindi il notevole calo delle persone che cercano lavoro – sempre su base annua – che ammonta a 384mila unità (-22,7%) deve molto all’aumento degli inattivi e meno all’aumento dell’occupazione.

Il fatto che la variazione congiunturale sia meno problematica di quella tendenziale ci dice poco. I dati congiunturali vanno sempre presi con le pinze: servono al massimo a fare comunicati stampa trionfalistici (quando sono buoni). La realtà, purtroppo, è diversa. E adesso potete anche continuare a leggere da soli questa benedetta release.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.