Il peso della geopolitica nella globalizzazione finanziaria

Poiché viviamo in tempi sempre più litigiosi, vale la pena sfogliare un recente paper della Bis (“Global banking and
geopolitics through time”) che ci ricorda un’elementare verità: la globalizzazione, specie quella finanziaria, si nutre della fiducia, senza la quale semplicemente è impossibile tessere relazioni economiche produttive fra paesi. Vale per il commercio, ma ancor di più per i prestiti bancari, che sono la quintessenza della fiducia, visto che di solito investono il lungo termine.
Il paper è interessante perché ricostruisce proprio queste transazioni fra diversi blocchi nell’arco di cinquant’anni, e arriva a una conclusione che conferma quello che i dice il buon senso: è più facile bruciare i ponti che costruirne. E anche quando se ne costruiscono, serve tempo prima che i viaggiatori si decidano ad attraversarli.
Fuor di metafora, il discorso è molto semplice. Quando le relazioni politiche fra paesi peggiorano, i primi a pagarne le conseguenza sono i rapporti economici, che si deteriorano drasticamente. E purtroppo non vale neanche il contrario. Se le relazioni migliorano, vale a dire, non si verifica automaticamente che i rapporti economici fioriscano.
Vediamo i dettagli. Lo studio è stato condotto su dati del credito bancario internazionale fra il 1977 e il 2024, osservando fino a dodicimila relazioni bilaterali tra paesi. Il lavoro confronta vari eventi geopolitici significativi, tra cui l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, l’annessione della Crimea nel 2014, l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979 e, sul versante opposto, la caduta del Muro di Berlino nel 1989. L’obiettivo è capire in che modo le tensioni o le distensioni geopolitiche si riflettano nel comportamento delle banche internazionali.
Lo studio misura la distanza geopolitica utilizzando i modelli di voto dei paesi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In pratica, più due paesi votano in modo simile su questioni internazionali, più sono considerati geopoliticamente vicini. Al contrario, differenze sistematiche indicano appartenenza a blocchi diversi.
L’analisi mostra che una maggiore distanza geopolitica riduce significativamente il credito tra paesi. In media, una differenza nell’allineamento geopolitico è associata a una riduzione di circa il 21% del credito bancario internazionale tra due economie. Questo effetto diventa ancora più forte nei momenti di crisi geopolitica, quando la fiducia tra i blocchi si deteriora rapidamente.
L’esempio più recente è l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel febbraio 2022. L’evento ha provocato un immediato aumento delle tensioni tra il blocco occidentale e quello orientale, accompagnato da un sistema esteso di sanzioni economiche. I dati mostrano che il credito bancario tra paesi appartenenti a blocchi geopolitici diversi è diminuito di circa il 10% rispetto al credito tra paesi dello stesso blocco. Questo effetto non si limita alla Russia: anche eliminando la Russia dal campione, il calo del credito tra blocchi resta evidente.
Un risultato simile emerge analizzando l’annessione della Crimea nel 2014. In quel caso la riduzione del credito tra blocchi fu persino più marcata, con una contrazione di circa il 30%. Ancora più forte fu l’effetto dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, quando il credito internazionale tra i blocchi della Guerra Fredda crollò di quasi il 50%.
Questi risultati suggeriscono che il sistema finanziario internazionale reagisce rapidamente agli shock geopolitici negativi. Le banche tendono a ridurre l’esposizione verso paesi percepiti come politicamente distanti o rischiosi, soprattutto quando le tensioni si trasformano in conflitti aperti o sanzioni.
Tuttavia, la parte più sorprendente dell’analisi emerge quando si osservano gli eventi geopolitici positivi. La caduta del Muro di Berlino nel 1989 rappresentò probabilmente il più grande momento di distensione geopolitica del XX secolo. La fine della Guerra Fredda aprì la strada alla globalizzazione degli anni Novanta e all’integrazione economica tra Est e Ovest.
Ci si potrebbe aspettare che un evento di questa portata abbia prodotto un’espansione significativa del credito bancario tra i blocchi geopolitici. In realtà non è così. I dati mostrano che, dopo la caduta del Muro, il credito tra paesi appartenenti a blocchi diversi non è aumentato in modo significativo rispetto al credito interno ai blocchi. In altre parole, la distensione politica non ha generato una crescita finanziaria simmetrica rispetto al crollo provocato dalle crisi geopolitiche.
Il confronto con il commercio internazionale rende questo risultato ancora più evidente. A differenza del credito bancario, il commercio reagisce in modo più simmetrico agli eventi geopolitici. Quando le tensioni aumentano, gli scambi tra blocchi diminuiscono. Quando le tensioni si riducono, gli scambi aumentano rapidamente.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, per esempio, il commercio tra i paesi dell’ex blocco sovietico e quelli occidentali aumentò drasticamente. L’effetto stimato è nell’ordine del 60-70%, un’espansione enorme che riflette l’apertura dei mercati dell’Europa orientale e l’integrazione delle economie post-socialiste nel sistema commerciale globale.
Questa divergenza tra commercio e finanza richiede una spiegazione. Gli autori dello studio suggeriscono che la chiave sia la fiducia.
Le transazioni finanziarie, in particolare il credito bancario, dipendono fortemente dalla fiducia tra le parti. Quando una banca concede un prestito internazionale, si impegna in una relazione che può durare anni e che spesso non è completamente garantita da collaterale. Il credito implica quindi una promessa: il debitore promette di restituire il denaro in futuro.
Il commercio di beni funziona diversamente. Anche se esistono rischi commerciali, la transazione è generalmente più breve e spesso accompagnata da beni fisici che fungono da garanzia. Una spedizione di merci rappresenta un valore tangibile che può essere rivenduto o recuperato in caso di problemi.
Per questo motivo la fiducia necessaria per sostenere il credito finanziario è più profonda e più fragile rispetto a quella richiesta per il commercio. Quando un conflitto geopolitico distrugge la fiducia tra paesi, le banche reagiscono rapidamente riducendo le esposizioni. Ma ricostruire quella fiducia richiede molto più tempo.
Questo meccanismo produce un effetto asimmetrico: le crisi geopolitiche riducono immediatamente i flussi finanziari, mentre la fine delle tensioni non produce automaticamente una ripresa altrettanto rapida.
Ulteriori evidenze emergono analizzando il comportamento delle banche multinazionali. Quando le tensioni geopolitiche aumentano, le banche tendono a ridurre il credito transfrontaliero diretto. Tuttavia, spesso mantengono le attività locali attraverso le proprie filiali nei paesi interessati.

Questo fenomeno è stato osservato chiaramente nel caso della Russia. Dopo l’annessione della Crimea e soprattutto dopo l’invasione dell’Ucraina, le banche straniere hanno ridotto drasticamente il credito transfrontaliero verso la Russia. Allo stesso tempo, molte di esse hanno continuato a mantenere attività locali attraverso le proprie filiali nel paese, che operano in gran parte in valuta locale. Notate, in particolare, la notevole crescita di operazioni in valuta locale delle banche americane in Russia attraverso loro filiali.
La ragione è che le operazioni locali sono meno vulnerabili ai rischi geopolitici. Una filiale bancaria che raccoglie depositi locali e concede prestiti locali è meno esposta al rischio di sanzioni o interruzioni finanziarie internazionali rispetto a un prestito transfrontaliero.
In generale, quindi, il sistema bancario internazionale reagisce alle tensioni geopolitiche ristrutturando i propri flussi: riduce il credito tra blocchi e rafforza le relazioni finanziarie all’interno degli stessi blocchi.
Questo processo contribuisce alla frammentazione del sistema finanziario globale. Se le tensioni geopolitiche dovessero continuare a crescere, il mondo potrebbe evolvere verso un sistema finanziario più segmentato, con blocchi regionali sempre più separati.
Negli ultimi anni alcuni segnali in questa direzione sono già visibili. Dopo l’invasione dell’Ucraina, per esempio, i flussi finanziari tra paesi occidentali sono cresciuti più rapidamente rispetto ai flussi tra paesi occidentali e paesi geopoliticamente distanti. Allo stesso tempo, alcune economie emergenti stanno rafforzando le relazioni finanziarie all’interno dei propri blocchi regionali.
Questo non significa necessariamente la fine della globalizzazione finanziaria, ma suggerisce che la geopolitica sta tornando a essere un fattore determinante nell’organizzazione dell’economia mondiale.
Nel lungo periodo, il rapporto tra geopolitica e finanza potrebbe diventare sempre più stretto. Le banche non operano in un vuoto politico: le loro decisioni dipendono da regolamentazioni, sanzioni, stabilità istituzionale e relazioni diplomatiche.
Quando queste condizioni cambiano, cambiano anche i flussi finanziari.
La lezione principale che emerge da questa ricerca è che il sistema finanziario internazionale è molto sensibile alle tensioni geopolitiche ma molto meno reattivo alle fasi di distensione. Questo rende le crisi politiche particolarmente pericolose per l’integrazione finanziaria globale.
Una guerra o una rottura diplomatica può distruggere rapidamente relazioni finanziarie costruite in decenni. Ma una volta che la fiducia è stata compromessa, ricostruirla richiede molto più tempo.
In un mondo sempre più multipolare, questa dinamica potrebbe diventare uno dei fattori chiave che determineranno la struttura dell’economia globale nel XXI secolo. Che vuol dire in pratica meno globalizzazione per tutti.
