Se la guerra è anche una guerra contro l’economia

Quando Trump dice che è pronto a cessare la guerra, anche se lo stretto di Hormuz rimarrà chiuso, ci sta dicendo una cosa che faremmo bene a tenere in mente: i prezzi aumenteranno e la crescita diminuirà. La guerra scatenata contro l’Iran ci consegna questo new normal che in pratica vanifica i progressi (pochi) fatti dopo il Covid.
Si dirà: ma Trump dice tante cose e magari le cose andranno meglio. Sicuramente è possibile. Il presidente Usa, ormai è chiaro a tutti, scrive i suoi pensieri sulla sabbia. Ma intanto lo Stretto rimane chiuso ed esiste il rischio che venga impedito anche l’altro, quello di Bab el Mandeb, sul quale operano le milizie yemenite, che evidente i geni del Pentagono avevano dimenticato.
Rimane il fatto. Comunque andrà a finire “tutte le strade conducono a prezzi più elevati e minore crescita”, scrive il Fmi in un articolo dove fa il punto sulle conseguenze economiche della guerra.
Non è che servisse la scienza del Fmi per capire che la guerra avrebbe terremotato l’economia internazionale. Lo avevamo già visto succedere quattro anni fa dopo quella scatenata dalla Russia contro l’Ucraina. E il fatto che il grandi player del mondo non si facciano più il minimo scrupolo a premere il grilletto, infischiandosene delle conseguenze sull’economia, è un comportamento sul quale si riflette poco. Forse perché si coltiva il pensiero, che molti ripetono ad alta voce credendoci davvero, che in fondo alla fine questi pazzoidi sparamissili verranno fermati dai mercati. Una speranza pseudoreligiosa.
Ma se invece la guerra fosse anche contro i mercati?
Una lettura diversa dal solito del fenomeno del populismo dovrebbe partire proprio da questa domanda. Il populismo si potrebbe anche leggere come una rivolta contro l’economia, percepita, a torto o ragione, come la costruttrice di un ordine internazionale che pare non piaccia più a nessuno, a cominciare da quelle popolazioni ricche che più ne hanno goduto.
I leader populistici, non a caso, si rivolgono a valori nei quali l’economia è in secondo piano. Trump vuole fare di nuovo grande l’America, qualunque cosa significhi. Putin ha dovuto persino rispolverare le radici etnico storiche degli ucraini, che lui giudica russi, quando semmai è vero il contrario, se uno la storia la ricorda bene.
Ne riparleremo. Intanto faremo bene a ricordare le parole del Fmi. E soprattutto rispolverare la memoria recente. Lo shock sui prezzi ci mette tempo ad arrivare, ma quando arriva è devastante, specie quando riguarda l’energia.

Ma non c’è solo l’energia, ovviamente. La guerra sta danneggiando le catene di fornitura di molti materiali critici, come i fertilizzanti, oltre a far crescere notevolmente i costi dei trasporti marittimi. E questo significa che il costo dei beni alimentari, che come i beni energetici pesano significativamente sull’inflazione congiunturale, è destinato a crescere, con buona pace dei paesi più fragili, dove le popolazioni spendono oltre un terzo del loro reddito per nutrirsi a fronte del 9 per cento speso dalle popolazioni dei paesi più benestanti. La guerra dei ricchi la pagano i poveri, insomma. E purtroppo neanche questa è una novità.
Ma se i poveri piangono non è che i ricchi ridano. Le borse sono dimagrite notevolmente e adesso fare il pieno di gasolio somiglia a un bene di lusso. Inoltre, sono aumentati i rendimenti obbligazionari e questo significa che i governi dovranno pagare più interessi per le prossime emissioni, aumentando la massa di risorse, già rilevante, che il fisco destina al pagamento degli interessi sui debiti, peraltro cresciuti.
Comunque vada a finire, insomma, toccherà di nuovo stringere la cinghia. E quindi rassegnarsi ad avere meno crescita.
Per la cronaca, questo è il terzo shock economico sistemico dall’inizio degli anni Venti. E siamo solo nel 2026. Quando le scosse sono ravvicinate nessuno dovrebbe sottovalutarle. O quantomeno sarebbe saggio valutarle diversamente dal solito. Questo ovviamente non è il lavoro del Fmi. Ma non si capisce di chi sia.
