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L’incertezza commerciale può attivare un cambiamento di paradigma economico

Bankitalia, nel suo ultimo Bollettino economico, ci ricorda che l’incertezza commerciale ha raggiunto il picco degli ultimi dieci anni, sostanzialmente in concomitanza dell’avvento di Trump alla presidenza americana. E sarebbe strano il contrario. Il nuovo presidente usa i dazi come premessa di qualunque discorso economico e politico, convinto evidentemente che minacciare i partner li renda più malleabili. Forse ha ragione, forse no: staremo a vedere.
Intanto il risultato che si ottiene è, appunto, quello di far crescere l’incertezza, che per un paese come il nostro, che deve molto del suo equilibrio economico al suo settore esportatore, può diventare un veleno letale. Ma anche no. Dipende, come al solito, da come l’ecosistema socio-politico reagisce alle sollecitazioni ambientali, che al momento si preannunciano avverse.
Le difficoltà sono evidenti. Bankitalia ci ricorda che “il nostro paese è significativamente esposto alle ripercussioni di incrementi dei dazi da parte degli Stati Uniti, che rappresentano la seconda destinazione, dopo la Germania, delle vendite estere di beni dell’Italia”. Gli Usa ormai valgono l’11% delle nostre esportazioni – parliamo di 63 miliardi nel 2023 – e chiunque abbia buon senso sa benissimo cosa implichino dei dazi su un export di queste dimensioni.
Anche perché il nostro partner commerciale, ossia gli Usa, sono solo settimi nella classifica che censisce la provenienza delle nostre importazioni, pari al 4% del totale per un valore che arriva a 20 miliardi di euro. Ciò determina il nostro avanzo commerciale bilaterale (terzo in classifica dopo Irlanda e Finlandia) che sicuramente il nuovo presidente Usa vedrà come fumo negli occhi.

Se guardiamo ai settori (grafico sopra) si intuisce l’importanza alquanto diffusa che gli Usa rappresenta per la nostra economia. I settori più esposti sono la cantieristica navale e quella aerospaziale, che insieme pesano un quarto delle vendite verso gli Usa. Un altro 10-16% raggruppa le vendite di farmaceutica, gioielli, occhialeria, mobili e comparto automobilistico. Questo mentre dal lato delle importazioni, gli Usa primeggiano soprattutto per l’energia (petrolio e gas liquefatto, pari al 10%) e della farmaceutica (12%).
Complessivamente, “gli Stati Uniti costituiscono un mercato di destinazione per quasi un terzo delle aziende esportatrici italiane. Poco più della metà delle vendite verso questo paese è realizzata da grandi imprese (con almeno 250 addetti), con un’esposizione media pari al 5 per cento del fatturato e al 15 per cento delle proprie esportazioni. Per le imprese piccole e medie il mercato americano risulta relativamente più rilevante (in media, circa il 7 per cento del fatturato e il 27 per cento delle esportazioni). A questa classe dimensionale appartiene inoltre la quasi totalità degli esportatori caratterizzati da un’esposizione particolarmente elevata verso gli Stati Uniti”.
La sintesi è facile da fare. Siamo esposti verso un partner commerciale divenuto più difficile, e rischiamo grosso. Senonché, ogni rischio contiene un’opportunità. E quella di ripensare la nostra economia, pianificando azioni di lungo termine capaci di costruire nuovi percorsi di crescita dovrebbe essere a questo punto un percorso obbligato.
L’andamento della nostra crescita, a dir poco contenuto, dimostra abbondantemente che non basta un buon settore esportatore a trainare un paese. Serve una robusta domanda interna. Serve all’Italia. Serve all’Europa. Un’economia che cammini sulle gambe di una robusta domanda interna non deve temere l’incertezza commerciale. Può gestirla senza troppe ansie. Il problema è come arrivarci. Si accettano suggerimenti.
La crisi della manifattura tedesca contagia l’Europa

L’ultimo bollettino economico di Bankitalia ci ricorda molto opportunamente che l’economia tedesca, che si basa sulla manifattura e le esportazioni, è legata a doppio filo con quella dell’intera eurozona. L’una e l’altra camminano a braccetto. Se la Germania piange, insomma, il resto dell’area non ride di sicuro. E questo noi italiani dovremmo sempre ricordarlo.
I dati suggeriscono che una buona parte della crisi della manifattura europea si è associata alla crisi energetica, iniziata già dall’autunno del 2021 e poi aggravata con la guerra in Ucraina. Sul finire del 2024 la produzione manifatturiera europea è scesa addirittura al di sotto dei livelli pre-pandemici. E poiché l’industria tedesca pesa circa un terzo su questo settore, “e per quasi la metà sul comporto dei beni di investimento”, nota Bankitalia, si capisce perché l’economia tedesca sia stata così duramente colpita dagli effetti avversi della crisi.
Peraltro la Germania ha pagato più di altri il rialzo del costo dei beni energetici, visto che in questo paese l’intensità energetica, ossia il rapporto fra consumo di gas naturale e valore aggiunto, è più elevata rispetto a Italia e Francia. La chimica tedesca, in particolare, dipende molto dal gas. Quindi la crisi energetica ha indebolito un settore fortemente interconnesso con le altre industrie ad alta intensità energetica aggravando gli effetti della crisi.
A questo problema endogeno si è sommato quello esogeno determinato dall’evoluzione degli scambi commerciali, che hanno premiato i produttori cinesi a discapito di quelli tedeschi, che hanno “pagato” la maggiore apertura di mercato, che implica anche una maggior dipendenza dal commercio estero. A tal proposito è sufficiente ricordare che nei primi tre trimestri del 2024, come ricorda Bankitalia, l’export ha rappresentato il 32% del pil della Germania, che si confronta con il 25% italiano e il 21% francese. E tuttavia, il contributo dell’export netto al pil, sempre in Germania, ha finito col diventare negativo, a differenza di quanto accaduto in Italia e Francia.
Dulcis in fundo, l’industria tedesca ha patito più delle altre della crisi del settore automobilistico. Ciò anche in ragione della forza che questo settore ha nell’economia tedesca: basti pensare che rappresenta il 16% della produzione manifatturiera, quasi il doppio del complesso dell’area euro, dove si colloca intorno al 9%.
La crisi tedesca, mostrano le analisi di Bankitalia, ha effetti di contagio notevoli nel resto dell’area. “In Italia – scrive la Banca – gli shock originati nell’industria tedesca spiegherebbero quasi un terzo delle fluttuazioni non sistematiche della produzione su un orizzonte di sei mesi. Diversamente, gli shock che avvengono il altri paesi si trasmettono più debolmente in Germania”. E questa è una interessante asimmetria che dice molto dell’Europa.
Un doppio problema per il pil italiano

Gli ultimi dati diffusi dal bollettino economico di Bankitalia ci consentono di osservare degli andamenti della nostra economia che generano alcuni riflessioni che può essere utile mettere sul tavolo. La prima cosa che si osserva è l’ampia discrepanza fra gli investimenti in costruzioni, che hanno risentito dell’effetto espansivo del superbonus (e stendiamo un velo sulle conseguenze indesiderate), e gli altri investimenti, che risultano in crescita molto modesta.
La seconda cosa che balza all’occhio è la convergenza delle due curve, dei consumi interni e delle esportazioni verso la media del pil. Detto diversamente, consumi ed esportazioni convergono verso la stagnazione. Ciò in ragione del fatto che i consumi crescono poco e le esportazioni crescono sempre meno. Gli andamenti sono più chiaramente visibili se osserviamo gli andamenti delle sue due grandezze separatamente.


I dati riportati non hanno bisogno di molti commenti. Nel corso dei mesi estivi la domanda estera netta ha contribuito negativamente al pil, in conseguenza del fatto che le importazioni sono risultate maggiori delle esportazioni, sia per i beni che per i servizi. E questo a sua volta dipende dal fatto che le famiglie, nel terzo trimestre, hanno irrobustito i loro consumi, che di per sé ha effetti espansivi sul pil, salvo che per il fatto che questo effetto si compensa perché molta di questa domanda genera importazioni.
Vale la pena sottolineare questo aspetto, quando si parla delle necessità di stimolare la domanda. Perché la domanda non si cura della provenienza dei beni. E a meno che non si sogni un mondo autarchico è bene ricordare che una domanda forte sviluppa il pil nella misura in cui più che compensa il contributo di un export netto negativo. Il caso degli Usa, dove una domanda gagliarda genera un forte deficit commerciale, è qui a ricordarcelo.
Ricapitolando: l’Italia ha il problema che non riesce ad esprimere una domanda forte abbastanza da compensare gli effetti negativi che tale domanda genera sugli scambi commerciali, che al momento sono l’unica cosa che tengono in piedi il nostro saldo corrente della bilancia dei pagamenti, che infatti tende a ridursi.

Al tempo stesso la crescita del reddito disponibile lordo, che si è osservata nell’ultimo trimestre, non è servita ad alimentare la ripresa dei consumi, che Bankitalia stima più deboli nell’ultimo trimestre dell’anno.
Insomma, la situazione è alquanto complessa e dovrebbe scoraggiare chi pensa che i problemi economici si possano risolvere manipolando i termini di un’equazione macroeconomica. Serviranno pazienza, attenzione e tempo. Risorse notoriamente scarse.
Cartolina. Saldi pensione

Dalla volonterosa raccolta di dati pubblicata da Itinerari Previdenziali osserviamo senza troppo stupore un’evidenza che i tanti spacciatori di sostanze pensionistiche trascurano sempre di ricordare, quando promettono nuovi rimedi miracolosi per consentire ai giovani anziani di appendere la carriera al chiodo e dedicarsi finalmente ai loro progetti di vita. Il fatto, puro è semplice, è che il saldo fra contributi e spesa pensionistica è strutturalmente in deficit almeno dal 1989, e tende a peggiorare quando ci sono momenti di crisi. Il che è del tutto ovvio. Meno il fatto che a partire dal secondo decennio del nuovo secolo questo saldo sia parecchio peggiorato e dopo il Covid ancora di più. Un andamento che dipende certo dalla nostra demografia avversa, visto che invecchiamo assai più di quanto generiamo, ma anche da certe ricette scellerate decise nel frattempo. Lo spaccio di pensioni è sempre aperto e molto frequentato. E promette nuovi saldi.
Cartolina. A tutto gas

Si dirà che è colpa della guerra se il gas europeo costa quattro volte quello Usa. Ma è una mezzo verità. La guerra ha solo aggravato una delle tante divergenze che caratterizzano le due regioni cugine. Il gas Usa costava sempre la metà di quello europeo, ancora quando Putin andava a pranzo coi leader europei. E possiamo solo consolarci osservando che abbiamo da un pezzo superato il picco della crisi, quando il gas europeo è arrivato a costare dieci volte tanto quello Usa. Ma c’è poco da festeggiare. L’Europa dovrà dovrà sempre barcamenarsi per far camminare la propria economia, visto che dipende ancora fortemente dalle fonti fossili e fatica a esprimere una competitività paragonabile a quella cinese nelle rinnovabili. E questo non dipende certo dal fatto che ha poche risorse energetiche. Per andare a tutto gas non bastano i giacimenti. Servono anche visione e capacità di pianificazione. E queste cose non si trovano sul mercato.
Le previsioni del futuro che somigliano al passato

Poiché siamo all’inizio dell’anno e siamo tutti pieni di buone speranze, comincio a scorrere l’ultima fatica del World Economic Forum, che come ogni anno celebra il suo rito di Davos. In particolare, mi appassiona il Global risk report, che raccoglie rischi come gli appassionati i funghi dopo la pioggia. E poiché ai giorni nostri piove parecchio, ecco spuntare la divertente rappresentazione grafica che apre questo post. Neanche Linneo avrebbe potuto far di meglio.
Senonché poiché del 2025, anno a cui è dedicato il rapporto, mi interessa poco, visto che ci sguazzo dentro come un pesce nella sua bolla d’acqua, decido di saltarlo a piedi giunti e cominciare subito dal secondo capitolo, che mi sembra assai più promettente: Global Risk 2035: The Point of no Return. Un titolo che farebbe un figurone a Hollywood.
Il 2035 sembra un mondo davvero terrificante. “Il panorama dei rischi attuali e a breve termine descritto nel Capitolo 1 (quello che non abbiamo letto, ndr) potrebbe essere esacerbato in termini di gravità man mano che il mondo si avvicina al 2035, a meno che non agiamo collettivamente e lavoriamo in modo collaborativo tra tutti i gruppi di stakeholder verso un futuro più promettente”. Traduco: se continuiamo così, il 2035 sarà peggiore del 2025. E anche qui, si vince facile con queste previsioni.
I soggetti che hanno partecipato alla survey che ha condotto all’elaborazione del report sono in larga parte (il 62%) convinti che i prossimi dieci anni ci saranno tuoni e fulmini, ossia svariate tempeste. Scegliete voi l’argomento che più vi turba: il debito elevato? Le questioni ambientali? Gli esiti avversi dell’IA? Venghino, siori, venghino alla fiera dei rischio globale.
Sarebbe tutto sommato innocuo questo esercizio di fasciatura anzitempo delle cervici, se non fosse che ne parlerà tutto il mondo, e per giunta quello che conta. E sarebbe anche tutto sommato positivo, questa sorta di scongiuro corale, se il WEF, oltre al Global Risks si fosse prodigato per pubblicare un Global Opportunity, visto che di sicuro i tanti autori, che sicuramente masticano economia, sanno perfettamente che ogni rischio porta con sé un’opportunità.
Ma purtroppo l’industria delle opportunità non rende quanto quella del rischio. E’ molto più facile immaginare, oggi, che, domani, tutto quello che potrà andare storto ci andrà, che è anche una celebre legge di Murphy. Ma questo non è il futuro che ci attende. E’ solo il passato, che un presente rattristato, traveste da domani. Ricordatevelo quando leggerete questa roba sui giornali.
Il declino economico gemello di Europa e Cina

Un’Europa debole non può che esprimere un’economia debole, suggerisce il buon senso. E il fatto che l’ultimo World Economic Outlook del Fmi preveda un futuro da fanalino di coda per l’economia europea fa sospettare che per una volta il pubblico e la critica siano d’accordo su una cosa: L’Europa non sta funzionando.
Non crediamo che sia solo l’economia il termometro capace di misurare lo stato di salute di un paese. E tuttavia in questo caso ci sono tanti sintomi concorrenti che trovano proprio nei numeri dell’economia la loro più immediata rappresentazione.
Il sospetto, insomma, è che l’Europa si trovi davanti a una crisi esistenziale e si inizia a dubitare che abbia gli strumenti efficaci per contrastarla. Avremmo bisogno di antibiotici, e invece continuiamo a sorbire i rimedi omeopatici di Bruxelles. E questo sia detto senza polemica, ma solo con un’ombra di tristezza.
Che le prospettive non siano buone non lo dicono solo le previsioni di crescita, che come ogni previsione sono scritte per essere smentite. Lo dicono anche gli andamenti della crescita potenziale, ossia delle grandezze che misurano le caratteristiche strutturali di un’economia.

I dati raccolti dal Fmi, che il grafico sopra sommarizza, mostrano con chiarezza che la crescita potenziale nelle economie avanzate, salvo che per gli Usa, è più bassa di cinque anni fa. Un destino che questi paesi, fra i quali ci sono anche quelli europei (basta vedere la Germania) condividono con la Cina che, al contrario di quanto accade nelle altre economie emergenti sta incontrando difficoltà strutturali nel suo sistema economico che in qualche modo somigliano a quelle europee.
Entrambe le aree, infatti, hanno una demografia avversa – la Cina di recente ha ufficializzato il suo terzo calo consecutivo nella popolazione – e si sono sviluppate puntando molto sulle esportazione senza stimolare adeguatamente la domanda interna.
Similitudini che nascondono anche grandi differenze, ovviamente. La Cina, per dirne una, a differenza dell’Europa è una unità politica, non solo economica. E l’Europa, quanto a quest’ultimo aspetto, non è neanche bene integrata, visto che è carente dal punto di vista della fiscalità comune e del mercato dei capitali.
Rimane la somiglianza. Sia Cina che Europa in qualche modo raccontano di una transizione incompiuta, seppure di natura ed esiti molto diversi. E questi non sono più tempi che premiano gli indecisi. Quando i tempi sono segnati da profonde incertezze va avanti veloce chi ha le idee chiare, persino se sono sbagliate. Gli altri rallentano. Anche se hanno idee giuste. E la storia, alla fine, deciderà quali fossero davvero le idee giuste e quali quelle sbagliate.
Il filo di gas (quasi) spezzato dell’Italia con Mosca: una storia di gasdotti e cargo

La decisione dell’Ucraina di non rinnovare l’accordo con la Russia per il passaggio di gas diretto in Europa dai gasdotti che attraversano il suo territorio avrà effetti sul mercato dell’energia e sulle relazioni intra-europee che si potranno valutare con compiutezza soltanto nei prossimi mesi.
E questo per almeno due ordini di ragioni. Le prime squisitamente economiche: si interrompe un flusso di forniture che pur non essendo ormai più rilevante da un punto di vista quantitativo è capace di turbare l’equilibrio del mercato, specie in periodo invernale, quando la domanda preme sull’offerta. Le prime reazioni, che mostrano prezzi medi in rialzo di circa il 20% rispetto a poche settimane fa, sono il segnale di un potenziale speculativo che è ancora difficile valutare concretamente, ma annunciano comunque tensioni sui prezzi finali.
Il secondo ordine di ragioni è invece politico. Alcuni Paesi europei, come la Slovacchia e l’Ungheria, dipendono ancora sostanzialmente dal gas russo che passava dall’Ucraina, e la Transnistria, provincia moldava, ancor più sostanzialmente. Altri paesi, come l’Austria, lo sono in parte importante: ormai la fornitura arriva in larga parte soltanto dal gasdotto che attraversa la Turchia. Le altre rotte, con la chiusura del transito ucraino, sono praticamente chiuse.


E poi c’è l’incognita Trump. Molti si aspettano che l’avvento del nuovo presidente americano conduca alla fine della guerra russo-ucraina – scenario al momento non facile da immaginare, a onor del vero. In ogni caso, se anche si arrivasse a una rapida cessazione delle ostilità, questo avrebbe effetti sul mercato del gas? La logica invita a pensare di no. Gli USA sono stati fra coloro che hanno più goduto del trasferimento di domanda europea dal gas russo, visto il loro ruolo importante nell’export di LNG (gas naturale liquefatto, solitamente trasportato via nave). Ma un’Ucraina pacificata potrebbe incoraggiare anche la riapertura dei canali di scambio in larga parte essiccati a causa della guerra?
Il pivot-Italia
In questo scenario si inserisce certamente anche l’Italia che, nel grande gioco del gas, recita un ruolo importante. Non solo in virtù della sua posizione di pivot nel Mediterraneo, divenuta strategica da quando l’asse delle forniture si è spostato con maggior convinzione verso i Paesi nordafricani e mediorientali, ma anche perché ancora fino a pochi giorni fa anche in Italia entrava gas russo di passaggio dall’Ucraina.
Cominciamo dal primo aspetto. L’Italia non è solo un punto di arrivo di gasdotti importanti, ma anche un terminale di LNG in e di rigassificatori galleggianti.
L’articolo completo è stato pubblicato sul sito Aspenia on line e si può leggere questo link.
Cartolina. L’autoimmobile

Le infinite giaculatorie sulle sorti magnifiche e progressive del settore automobilistico che ci tocca perfino augurarsi, vista la rilevanza per il nostro sistema produttivo, trascurano di guardare con occhio spassionato i dati che raccontano di una crescita costante del parco auto in Italia, in barba al fatto che siamo sempre meno e sempre più vecchi. Sembra che gli italiani invece di decidere di fare un figlio scelgano di comprarsi un’auto, che sicuramente ha più incentivi. Tanto è vero che il numero di auto ogni 100 abitanti è passato da meno di sessanta a 70 in un quarto di secolo. A cosa ci servono tutte queste auto? Servono di sicuro all’industria pubblicitaria, visto che in media uno spot su tre che vanno in tv racconta di automobili, servono ai politici a corto di visione, che preferiscono prosciugare le risorse del presente per tenere in piedi il passato anziché progettare il futuro, e servono ai produttori, ovviamente, compreso il mitico indotto. Dulcis in fundo, servono al consumatore che dentro la sua bella auto nuova, pagata in media da uno o tre anni di stipendio, può consolarsi della sua vita grama imbottigliato nel traffico. Perché davvero ormai l’automobile non ci porta più in nessun luogo. Ci tiene ancorati al passato. E’ un ‘autoimmobile.
La relazione fra stile di vita ed istruzione fa emergere un altro tipo di diseguaglianza

Poiché tutto si tiene, dobbiamo mettere insieme vari cocci per avere un mosaico leggibile dei perché e i percome delle varie insoddisfazioni che caratterizzano la nostra vita in comune. Analizzare l’economia non basta più. Perciò abbiamo iniziato a guardarci intorno, scrutando in luoghi che sembra non c’entrino col discorso economico, che portiamo avanti ormai da una dozzina d’anni. E che invece c’entrano molto. Perché, volendolo, tutto si può ridurre ad economia, anche se, appunto, non è l’economia che spiega tutto.
Questa ricerca erratica stavolta ci ha condotto all’ultimo rapporto Istat sullo stile di vita degli italiani, chiamiamolo così. Ossia quella composizione di comportamenti che mettono a rischio la nostra salute. L’Istat ne classifica solo quattro, ma ovviamente sono molti di più. Ed è chiaro a tutti il risvolto economico che questi comportamenti portano con sé: più malati significa costi maggiori per il sistema sanitario, in un paese che già spende molti punti di pil per questo, senza peraltro riuscire a raggiungere l’obiettivo di avere anziani in buona salute. Ne abbiamo già parlato, quindi non ci torniamo.
Qui osserviamo rapidamente come i nostri connazionali si rapportino con questi comportamenti a rischio: fumo, alcol, sovrappeso e sedentarietà. Quanto a questi ultimi due, l’Italia sta meglio di altri paesi, ma non sfugge al destino di ipernutrizione, che spesso rima con depressione, dell’Occidente. Quasi la metà della popolazione è sovrappeso, molti sono obesi, e la quota dei minori in questa condizione è allarmante. Almeno per chi ha capito che un minore sovrappeso sarà quasi sicuramente un adulto nella stessa condizione a rischio di molte patologie.

Il punto saliente e che i quattro comportamenti a rischio individuati da Istat fanno sistema fra loro. E’ più probabile aumentare di peso se si consuma alcol e si fa una vita sedentaria, e spesso chi consuma alcol lo fa fumando una sigaretta, magari accompagnando il tutto con cibo fortemente calorico. Quindi non stupisce che molti soggetti associno due o più di questi comportamenti.

Il punto interessante, dell’analisi Istat, però è un altro: si evidenzia una chiara relazione fra il livello di istruzione e la probabilità di sviluppare comportamenti a rischio. “Tra la popolazione di 25-64 anni, infatti, la quota di fumatori cresce al diminuire del titolo di studio (la percentuale di fumatori è pari al 17% tra chi ha la laurea o un titolo superiore e sale al 28,5% tra chi ha al massimo la licenza media); viceversa, tra la popolazione di 65 anni e più le prevalenze sono più alte tra chi possiede titoli di studio più elevati (12,8% laurea o titolo di studio superiore contro 9,6% tra chi ha al massimo la licenza media)”.
Curiosamente, per il consumo di alcol il livello di istruzione funziona come discriminante, ma in modo non lineare: le sbronze sono più diffuse fra i livelli di studio più elevati (12,5% laurea o più contro 7,7% licenza media inferiore), “mentre se si considera il consumo abituale eccedentario, i livelli più elevati si osservano tra chi possiede titoli di studio più bassi (6,7% tra chi ha la massimo la licenza media contro 3,7% tra chi ha almeno la laurea)”. Tra la popolazione di 65 anni e più le prevalenze di consumo a rischio sono sempre più elevate tra chi possiede titoli di studio più alti. L’alcol è davvero interclassista, pure se con qualche sfumatura.
Dove invece emerge con chiarezza la relazione fra titolo di studio è comportamento a rischio è sull’eccesso di peso e la sedentarietà. “Tra le persone con almeno la laurea la prevalenza di eccesso di peso è pari al 34,7% (27,3% in sovrappeso e 7,5% obese), sale tra i diplomati (46,3%, di cui 11,6% in sovrappeso e 34,7% obese) e raggiunge il 56,5% (15,3% e 41,2%) tra quanti hanno al massimo la licenza della scuola media inferiore. Tale andamento si osserva in tutte le fasce di età, sia per gli uomini sia per le donne”.
Si delinea così l’identikit del nuovo proletario (senza prole) del XXI secolo in Italia: fumatore, consumatore abituale di alcolici e sedentario. L’unica differenza con quello del XIX, a parte la prole, è il sovrappeso. All’epoca erano magri, ma d’altronde c’era poco cibo e non esistevano i discount.
Altra differenza: all’epoca i proletari non arrivavano quasi mai a invecchiare. Oggi invece si. Purtroppo molti invecchiano male. E questo è un problema. Non solo economico.
