Etichettato: globalizzazione finanziaria

La retromarcia (apparente) della globalizzazione finanziaria


Si fa un gran dire, con soddisfazione di alcuni e scontento di altri, dell’arretramento della globalizzazione al quale si assiste ormai da più di un lustro. Si parla del commercio, che langue, e soprattutto si riporta del retrocedere dei flussi finanziari, ancora ben lontani, esattamente come il commercio, dai fasti dei primi sette anni del XXI secolo. Si individua, in questa debolezza, il degno controcanto dell’arrochirsi delle popolazioni, sempre più critiche contro l’internazionalizzazione, accusata insieme a ragione e a torto, di averle impoverite.E così, arguti filologi del cipiglio, ne deducono momenti storici e veri e propri Zeitgeist. Siamo nel tempo del ritorno dell’idea nazionale, dicono, l’economia reale torna a guidare i processi, aggiungono, serve un ragionevole protezionismo, ne deducono.

Come tutte le belle storie, anche questa si presta ad essere falsificata, se uno ha voglia di guardare un po’ più a fondo. E per cominciare può essere un ottimo viatico far riferimento a due documenti pubblicati di recente dalla Bis. Prima la Relazione annuale, incluse le dichiarazioni del Capo della ricerca Hyun Song Shin, e poi un paper uscito poco dopo che dice tutto già dal titolo: Financial deglobalisation in banking? Notate il punto interrogativo.

I tre documenti analizzano il fenomeno del notevole declino dei flussi bancari transfrontalieri, ossia i prestiti bancari internazionali, e arrivano a una sorprendente conclusione: questo fenomeno, che si è verificato, non ha nulla a che vedere con un autentico retrocedere dei prestiti internazionale, ma ha molto a che vedere con quello che sta accadendo in Europa, dove il problema – squisitamente bancario – si concentra. Partiamo dai dati. Questo grafico misura l’andamento del commercio e degli scambi bancari dal 1992 in relazione al pil. Come si può osservare, mentre il commercio in qualche modo oscilla intorno al valore del 2006, dopo il precipizio post 2008, l’attività bancaria globale in grave ritardo.

Ecco come la spiega Shin: “L’approccio tradizionale alla finanza internazionale è di trattare ogni paese quasi fosse un’isola a sé. Si misura il PIL in ciascuna isola e la bilancia commerciale determina le attività nette sull’estero. In pratica, la finanza mondiale è più una matrice di bilanci interbloccati che un gruppo di isole. La matrice non rispetta la realtà geografica. La mappatura fra i nodi della rete rispetto alle isole non è ordinata”. Questa rappresentazione, che a molti suonerà come vagamente filosofica, è probabilmente quella che con più precisione fotografa la realtà finanziaria internazionale e spiega al tempo le nostre difficoltà a comprenderla. Siamo abituati a guardare al mondo come un insieme di isole – le nazioni – i cui confini geografici però non coincidono con i flussi finanziari – e neanche commerciali – che procedono seguendo logiche di organizzazione che con la geografia fisica hanno poco a che spartire. Il principio di nazionalità, riferito ai capitali, si organizza lungo geografie matriciali che trovano i loro punti d’approdo in diversi paesi. Questo grafico aiuterà a spiegarsi.

Come si vede il primo grafico mostra il crollo delle attività transfrontaliere dal 60% del pil del 2007 a meno del 40%. Ma in questo aggregato si nasconde la possibilità di una lettura errata della realtà. “Qualora una banca erogasse un prestito a una compagnia asiatica trasferendo prima i suoi fondi presso la propria filiale di Londra – spiega Shin – ciò produrrebbe una doppia contabilizzazione dell’ammontare del prestito al mutuatario ultimo nelle cifre del settore bancario transfrontaliero in quanto esse comparirebbero nelle statistiche bancarie transfrontaliere due volte, dato che le transazioni vanno da un isola all’altra”. Queste doppie contabilizzazioni vengono definite posizioni infragruppo e nel grafico di sinistra sono quelle in blu. Già ad occhio si vede che sono una quota rilevante del totale.

Serve perciò una visuale differente. La Bis si serve della statistiche bancarie consolidate, che si occupano proprio di contabilizzare le posizioni bancarie a livello di gruppo, e poiché parliamo di gruppi multinazionali, ciò cambia profondamente il significato del dato. Arriviamo così al grafico di destra che contabilizza le attività estere classificandole per paese. ” La visione consolidata – sottolinea – mostra che la contrazione dell’attività bancaria internazionale è ampiamente circoscritta alle banche aventi sede legale in Europa. Negli altri sistemi bancari, in effetti, le attività estere sono cresciute rispetto al PIL mondiale”. Shin si riferisce alle attività estere delle banche giapponesi e Usa. “La lezione da trarre – conclude – non è che la globalizzazione ha raggiunto lo stallo, ma piuttosto che le banche con sede legale in Europa stanno ancora proseguendo il loro processo di consolidamento dopo la crisi. Si tratta più di un aggiustamento ciclico dopo una precedente insostenibile espansione, che di un cambiamento di tendenza”. Per dirla con parole più familiari, la globalizzazione non sta retrocedendo. E’ stata momentaneamente affossata dalle banche europee, il cui peso specifico nell’ecosistema bancario internazionale, è notevole. Queste banche sono ancora alle prese con una correzione – si pensi alla questione Npl – che le ha condotte a raccogliere capitale e insieme diminuire i prestiti, per la semplice ragione che fino al 2007 hanno fatto esattamente il contrario. Anche questa evidenza si può osservare in questo grafico. Non è la globalizzazione a essere entrata in crisi. Ma un certo modo di fare banca.

 

 

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Le rotaie della globalizzazione finanziaria


La nostra rete Undernet, la ragnatela di cavi che giace invisibile sotto gli oceani, somiglia alle rotaie sulle quali si costruì la prima grande globalizzazione che precedette la Grande Guerra, ma con una differenza sostanziale: all’epoca erano le merci che viaggiavano spedite assicurando ai padroni del vapore i generosi rendimenti dell’oligopolio sulla rete. Oggi sono le informazioni nella loro forma più pura: codici digitali che rappresentano ricchezza finanziaria.

La globalizzazione finanziaria, osservata lungo le rotaie ove si conduce, somiglia alla prima per tutto il resto. Il modello microeconomico, per farla breve, è lo stesso. Come notano gli autori del paper della Bce che ha ispirato questa serie “una latenza più bassa e una maggiore capacità di banda riduce l’importanza delle frizioni spaziali, come la distanza, l’asimmetria delle informazioni, la liquidità dei mercati domestici e le frizioni regolatorie come il controllo dei capitali. Questi effetti sono simili alla riduzione dei costi di trasporto di ordini di compravendita che coinvolgono controparti allocate in diversi paesi, che possono essere attrattivi per gli high frequency trader che cercano di sfruttare piccole discrepanze nei prezzi che si verificano a livello di millisecondi”.

Per darvi l’idea di quanto sia importante una minore latenza, è utile sapere che per ottenere un ritardo di risposta di sei millisecondi più basso, sono stati investiti 300 milioni di dollari per posare, per la prima volta da un decennio, un nuovo cavo sottomarino fra New York e Londra che è stato testato il 24 settembre 2015. Questo ci porta ad un’altra analogia: i nuovi padroni del vapore, come i vecchi, devono essere ben dotati di mezzi finanziari se vogliono partecipare al Grande gioco.

Se, come ipotizzato, la rotaia su cui viaggiano i dati fa la differenza, allora sono le stesse rotaie a determinare la geografia del mercato degli scambi valutari. Le transazioni valutarie onshore (lo studio è focalizzato sul mercato dei cambi) si trasformano fatalmente in offshore. E anche questo, a ben vedere, somiglia al passato. Per una città essere più o meno vicino alle rotaie poteva significare la vita o la morte. Le persone si concentrano dove sono gli affari, d’altronde. Tutta l’epopea del capitalismo lo conferma. E la circostanza che questa osservazione sia tremendamente attuale, riferita al mercato dei cambi, la spiegano gli stessi autori: “I nostri risultati contribuiscono a chiarire le discussioni in corso sulla competizioni fra centri finanziari per attrarre il trading sul renminbi o l’euro”. Anche oggi, come ieri, era solo una questione di supremazia commerciale.

Per sviluppare la propria analisi gli economisti della Bce si sono serviti di un dataset riservato della Bis che copre le transazioni in 55 valute fra il 1995 e il 2013 che ha consentito loro di stimare l’effetto delle connessioni in fibra ottica sulle location. Ciò che è stato scoperto è che da una parte Undernet, collegando i mercati locali ai principali centri finanziari, abbassa i costi dei servizi di trading. Ma che l’effetto “flashies” è predominante su quello “flatter”. Per dirlo con parole più comprensibile, i nuovi padroni del vapore decidono dove debba andare il mercato. E il fatto che si finisca sempre a Londra, “la più grande sede di negoziazione del mercato dei cambi”, come d’altronde lo era per la finanza nel XIX secolo, mostra che la globalizzazione digitale non è poi così diversa da quella analogica.

Quanto meno parla inglese.

(3/segue)

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Cingolati valutari per l’avanzata cinese


Tutto il mondo conosce la capienza delle riserve valutarie cinesi, che a fine 2011 quotavano circa 3.200 miliardi di dollari, in larga parte espresse in valuta estera. Di meno si sa del grande flusso di investimenti esteri che la Repubblica popolare ha disseminato in mezzo mondo.

Eppure il tema è assai rilevante, visto che è chiaro a tutti che le politiche di investimento hanno molto più a che fare con la geopolitica che con la ricerca di rendimenti soddisfacenti. Se un paese investe in un altro, difficilmente lo farà per spuntare solo un buon rendimento. Era già così ai tempi della prima grande globalizzazione, fra il 1870 e il 1914, quando il flusso globale degli investimenti esteri, che era ben poca cosa rispetto ad oggi (circa il 55% del Pil delle maggiori economie, rispetto al 160% raggiunto ai nostri giorni), orientava politiche di alleanze e partnership commerciali.

A fare i conti in tasca agli investitori cinesi ci ha pensato il McKinsey Global Institute che al tema ha dedicato un capitolo del suo corposo rapporto sul futuro della globalizzazione finanziaria presentato qualche giorno fa.

Viene fuori che, sempre fine 2011, il governo cinese aveva asset esteri per circa 1.500 miliardi. Il dato interessante è che la gran parte di questi asset sono detenuti nei paesi sviluppati, mentre la gran parte dei prestiti concessi, circa 838 miliardi di dollari, sono impegnati nei paesi in via di sviluppo.

Quindi i cinesi “comprano” asset nei paesi sviluppati, e prestano risorse ai paesi in via di sviluppo.

Questa strategia a tenaglia ha il doppio vantaggio, da un parte, di assicurarsi partecipazioni in settori strategici dei paesi sviluppati, e di orientare le politiche economiche nei paesi in via di sviluppo.

Per dare un’idea come l’avanzata delle armate cinesi, condotta con carri armati gonfi di dollari, sia cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni, basta solo un dato: le aziende cinesi avevano investimenti all’estero per appena 33 miliardi nel 2000. A fine 2011 erano già 364 miliardi, oltre dieci volte tanto.

Interessante anche capire quali siano i paesi destinatari di tanta generosità. Il primo della lista è il Venezuela, che fra il 2005 e il 2011 ha assorbito il 38,5% dei prestiti cinesi. Secondo, il Brasile, con l’11,5%. In questo caso la scelta è facilmente comprensibile, visto che sono paesi esportatori di quelle materie prime di cui la Cina ha un disperato bisogno.

Ma il fatto si fa ancor più curioso se si osserva come la Cina abbia proprio un debole per l’America Latina, che con il 13% del totale dei prestiti riscossi guadagna il secondo posto fra i destinatari dei prestiti cinesi (al primo ci sono i paesi emergenti dell’area asiatica con il 15%).

Dopo il Brasile, infatti, nella classifica c’è l’Argentina, con il 10% del totale dei prestiti cinesi. Poi l’Ecuador (6,3%), il Perù (2,2%), il Messico (1%). Qualcosina è andato anche alle Bahamas (2,2%). Da un punto di vista strategico è come se la Cina avesse piazzato i suoi carri armati di dollari proprio ai confini dell’impero americano.

Il dettaglio non è sfuggito ai tecnici del McKinsey, che infatti notano come il totale degli investimenti cinesi nell’area latinoamericana abbia superato di gran lunga quelli della Banca Mondiale e persino quelli della Banca dello sviluppo Inter-americana. Con un picco, per giunta, proprio a partire dal 2007, quando gli investimenti nell’area aumentano del 350%.

Dopo, con l’11% del totale dei prestiti, viene l’Africa, con preferenza anche qui per i paesi che hanno a che fare con le commodity, petrolio in testa.

Che la strategia cinese corrisponda a un preciso posizionamento geopolitico, lo dimostra anche il confronto con quello che fanno gli altri paesi gonfi di riserve, ad esempio quelli mediorientali. Questi ultimi limitano la loro attività “filantropica” ai paesi vicini, o, al limite al Nord Africa. Un emiro si guarda bene di prestare soldi ai satelliti americani.

Al contrario dei cinesi.

C’era un volta la globalizzazione finanziaria


Siamo a un bivio, evidentemente. Da una parte una fame crescente di risorse da parte di entità pubbliche e private (stati, famiglie, corporation), alle prese con il necessario rifinanziamento del proprio debito, dall’altra una paura crescente di prestare. Il mercato finanziario globale assomiglia, dal 2007 in poi, a una vecchia carriola arrugginita che se pure si carica sulle proprie ruote montagne di dollari di asset, sembra fatichi sempre più a camminare.

Fra il 2007 e il 2012 la crescita di tali asset, quindi degli scambi di capitale che essi sottintendono, è stata di appena l’1,9%, quando fra il  2000 e il 2007 gli asset crescevano al ritmo dell’8,1%, addirittura più di quanto erano cresciuti fra il 1990 e il 2000 (7,8%).

A metà del 2012, scrive il McKinsey Global Institute, che al tema ha dedicato un ampio e approfondito studio, gli asset finanziari globali ammontavano a 225 trilioni di dollari (225.000 miliardi). Tali asset comprendono le capitalizzazioni di borsa, i titoli di debito (bond) statali o aziendali e i prestiti. Nel 1980 erano appena 12 trilioni. Quindi gli asset si sono moltiplicati quasi per venti. Cosa è successo nel frattempo?

Sostanzialmente sono stati liberalizzati i mercati dei capitali. Le politiche reaganiane dell’inizio degli anni ’80 negli Usa, i primi faticosi passi nell’Eurozona per l’unificazione monetaria che culmineranno nello Sme, l’euforia bancaria nella moltiplicazione del credito. Flussi imponenti di capitali iniziano a muoversi da e verso paesi esportatori e importatori, sorretti dal progresso tecnologico, che facilita le transazioni, e dalla generosità dei mercati.

E’ interessante anche vedere come si è evoluta la composione di tali asset. Nel 1990 il totale era già arrivati a quota 56 trilioni, pari al 263% del Pil mondiale dell’epoca. Di questi, 23 trilioni, ossia il 41,1% erano prestiti; 5 trilioni, ossia l’8,9% erano bond corporate; 8 trilioni, ossia il 14,2%, erano bond di istituzioni finanziarie; 9 trilioni, il 16%, erano bond governativi; 11 trilioni, il 19,64%, era il valore della capitalizzazione di borsa.

Al culmine della lunga cavalcata del credito (o debito che dir si voglia), quindi nel 2007, il totale degli asset era praticamente quadruplicato: 206 trilioni di dollari, pari al 355% del Pil mondiale di quell’anno. In pratica la finanza, nel 2007, valeva tre volte e mezzo l’economia reale.

Ma come erano composti questi asset? 50 trilioni, il 24,2% del totale, erano prestiti non cartolarizzati; 21 trilioni, ossia il 10,1% erano bond del settore privato; 39 trilioni, ossia il 18,9% erano bond di istituzioni finanziarie; 32 trilioni, ossia il 15,5% erano bond statali; 64 trilioni, il 31%, era la capitalizzazione globale di borsa.

Quindi fra il 1990 e il 2007 diminuisce notevolmente incidenza dei prestiti, aumenta il peso relativo dei bond corporate e finanziari, rimane stabile la percentuale dei bond sovrani, aumenta la capitalizzazione di borsa.

La crisi cambia radicalmente questo stato di cose. Gli asset, a metà del 2012, arrivano a 225 trilioni, ma la loro incidenza sul Pil mondiale crolla al 312%, il 43% in meno. Muta anche la composizione degli asset. La capitalizzazione di borsa perde 14 trilioni, da 64 a 50, quotandosi al 22,2% del totale, quasi nove punti in meno rispetto al 2007. I bond governativi passano da 32 trilioni a 47, il 20,8% del totale, ossia il 5,3% in più in cinque anni. Aumentano significativamente anche i prestiti non cartolarizzati, che passano da 50 trilioni a 62, il 27,5% del totale, 3,3% in più rispetto al 2007. Rimangono stabili i bond corporate e quelli finanziari.

Quindi la crescita degli asset, durante la crisi, è dovuta all’aumento di debito pubblico e in larga parte privato.

Ma ciò che preoccupa gli analisti è il tasso di crescita degli asset. Nel quinquennio considerato non è andato oltre un anemico 1,9%. E’ la fine di un’epoca?

Mckinsey non si sbilancia. Si limita a osservare che anche il cross-border capital flows, che misura il grado di integrazione nel sistema finanziario globale, è in declino. Nel 1980 tale flusso pesava 0,5 trilioni. Nel 2007 ben 11,8 trilioni, a metà 2012 appena 4,6, e solo grazie al super lavoro delle banche centrali che con la loro generosità lo hanno tirato su dal livello di 1,7 dove era finito nel 2009. In pratica siamo ancora il 60% sotto l’apice pre crisi.

Insomma, il valore degli asset è cresciuto perché stati e famiglie hanno aumentato il proprio livello di indebitamento, grazie al credito facilitato reso possibile dalle banche centrali, ma i flussi di capitale circolano sempre più al rallentatore.

C’è più debito, ma anche più timore che non venga ripagato.

C’era una volta la globalizzazione.