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Cina e aziende hi tech cambiano il gioco di Undernet


Mentre ci affanniamo seguendo le cronache della superficie, che alimentano vasti ed effimeri circuiti emozionali, la realtà procede silenziosamente negli abissi della nostra inconsapevolezza. Fortunatamente di tanto in tanto qualche palombaro si avventura in questi recessi ed estrae informazioni che ci aiutano a riemergere dal circuito del chiacchiericcio per regalarci uno squarcio di conoscenza che duri più dello spazio di una tendenza social.

Nell’ampio catalogo di queste immersioni abbiamo ripescato uno studio dell’Atlantic Council che ci fornisce una fotografia aggiornata di uno dei grandi settori che ci ci segue ormai conosce bene da anni: quello del cavi sottomarini. Alla storia e le cronache di Undernet abbiamo dedicato numerosi approfondimenti, ai quali rimandiamo. Qui ci limitiamo a un aggiornamento, profittando dell’ottimo lavoro di ricognizione e analisi svolto dall’autore che si conclude con un campanello di allarme che ormai siamo abituati a sentir risuonare: i nuovi poteri emergenti, quindi la Cina e tutto l’ampio mondo che alla Cina fa riferimento, e i campioni di Internet stanno cambiando il gioco di Undernet e quindi, considerando che dai cavi passa il 95% del traffico dati globale, di Internet. Lo sapevamo già, ma è sempre meglio ripeterlo.

Il punto di osservazione del paper è centrato sugli aspetti di sicurezza che derivano sostanzialmente dalla proprietà di queste infrastrutture. I governi autoritari, scrive l’autore, stanno ridisegnando il gioco della rete anche intervenendo sui binari di Internet. Poi ci sono i proprietari e gestori “che gestiscono i cavi sottomarini utilizzando sistemi di gestione della rete per centralizzare il controllo sui componenti”. Infine, “la crescita esplosiva del cloud computing ha aumentato il volume e la sensibilità dei dati che attraversano questi cavi”. L’insieme di queste tre caratteristiche disegna il nostro presente a accende una luce poco rassicurante sul nostro futuro.

Da qui l’invito al governo americano, che “ha nuove opportunità e responsabilità” ad agire “in coordinamento col settore privato e i suoi alleati all’estero” per contenere queste criticità e “proteggere la sicurezza e la resilienza dei cavi sottomarini”. In sostanza gli Usa dovrebbero difendere il loro ruolo di incumbent di Internet, che come abbiamo visto è stato messo a dura prova negli ultimi anni.

Queste conclusioni sono suffragate dai dati e le osservazioni raccolte nel paper, aggiornate alla fine del 2020. Quindi una buona occasione per avere le ultime dal mondo di Undernet. Complessivamente sono stati censiti 475 cavi sottomarini che appartengono a 383 entità diverse: la ragnatela di Undernet è sempre più ramificata e diffusa e dai primi stentati tentativi del XIX secolo, ormai avvolge il globo come una confortante cintura di sicurezza.

In gran parte questi cavi sono posseduti da compagnie private, spesso in partnership con altre. A volte sono di proprietà di aziende statali. In ogni caso, “le aziende che dirigono la distribuzione di cavi sottomarini producono effetti geopolitici sulla connettività Internet e su tutto ciò che ne deriva, compresa la ricerca scientifica, il commercio digitale e le comunicazioni governative e personali. Rimodellano anche la topologia fisica di Internet”. Questo spiega perché la produzione e distribuzione di cavi sia in costante crescita.

I cavi sono spesso posseduti in consorzio, ma la gran parte ha singoli proprietari.

In questi ultimi anni, hanno acquistato una certa rilevanza i singoli proprietari emanazione di “stati autoritari”, come vengono definiti dal paper. Ma in generale la presenza pubblica nel settore era notevole anche prima.

In ogni caso, la presenza cinese nel settore ha guadagnato una certa rilevanza in questi ultimi anni. Non a caso si parla di digital silk road.

Nel 2021 i colossi cinesi sono impegnati in diversi investimenti nel settore dei cavi. China Mobile è attiva in investimenti come proprietaria in ventuno progetti, China Telecom in dodici e China Unicom in undici. Quanto a Huawei, la società accusata di spionaggio dagli americani, la sua controllata Huawei Marine non risulta coinvolta nella proprietà di cavi, ma da un suo report si legge che ha “costruito e riparato un quarto dei cavi mondiali”.

L’influenza crescente della Cina, tuttavia, non è paragonabile a quella degli Usa, che ancora oggi primeggiano in questo settore.

Ciò non vuol dire che siano rose e fiori. All’interno degli Usa, infatti, sono nate le grandi compagnie di internet che hanno finito con l’originare interessi che non sono naturalmente coincidenti con quelli del governo o dei vecchi proprietari di cavi.

Ed ecco lo stato dell’arte: vecchi e nuovi poteri gareggiano sul fondo degli oceani per rosicchiare quote di traffico dati, ossia influenza. Il gioco si fa sempre più duro. Quindi a giocare rimarranno in pochi.

Il Grande Gioco della Undernet africana


Se non fossimo distratti dai rumorosi fronti di guerra che allignano per ogni dove, trovandoci per giunta al centro di una pandemia sanitaria che ne ha generato anche una informativa, forse tutti noi avremmo dedicato maggiore attenzione a quello che sta succedendo attorno all’Africa, terra da sempre al centro di svariati appetiti e per ciò stesso pretesto per generarne di nuovi mano a mano che il progresso li renda possibili, oltre che necessari.

Per meglio dire, avremmo prestato maggiore attenzione a quello che sta succedendo sotto i mari dell’Africa dove lentamente si stanno tessendo alleanze e generando corposi investimenti per dotare il continente di ciò che oggi appare assolutamente necessario: una rete di cavi sottomarini capace di collegare in maniera efficiente questa terra al resto del mondo che ieri come oggi ha bisogno dell’Africa.

Il continente nero è stato sempre al centro dei traffici internazionali, come ben sa chi frequenta la storia, e non solo per le sue infinite risorse naturali, ma soprattutto per il suo ruolo di interposizione fra le Americhe e le Asie, con l’Europa a troneggiare in cima, come una corona ormai fuorimoda. L’Africa è letteralmente al centro del mondo, come può osservare chiunque svolga una planisfero.

Perciò nulla di strano che negli abissi africani si muovano notevoli interessi che disegnano l’intrico dell’Undernet che sarà e dei quali solo di recente le cronache hanno iniziato a disegnare la fisionomia. A volte sorprendente.

E’ il caso, ad esempio, dell’annuncio del consorzio che ha presentato 2Africa, un progetto molto ambizioso che si propone di circumnavigare il continente dotandolo di una rete di bel 37 mila chilometri di cavi.

La rete dovrebbe essere attiva fra il 2023 e il 2024. Ma l’aspetto interessante è che nel consorzio che ha dato vita all’iniziativa convivono giganti del calibro di Facebook e China Mobile International. A dispetto dei capricci dell’amministrazione Trump, e di certe dichiarazioni del suo Ceo, Facebook ha tutto l’interesse a collaborare con la Cina che sull’Africa ha investito moltissimo.

La presentazione di 2Africa arriva un anno dopo l’annuncio di Google, uno dei più attivi “posatori” di cavi sottomarini degli ultimi anni, del lancio di un nuovo cavo sottomarino, Equiano, per connettere il Portogallo a Cape Town. Come ai tempi della scoperta della rotte atlantiche, il Portogallo diventa nuovamente il terminale della connettività con l’Africa.

Questo investimento, che dovrebbe condurre nel 2021 all’accensione del cavo, è destinato ad aumentare notevolmente la potenza della rete sottomarina di Google, che ormai è uno dei principali protagonisti di questo mercato.

Ma soprattutto la competizione fra i due giganti della rete attorno all’Africa si inserisce in un panorama già affollato che rende il Grande Gioco della Undernet africana un altro campo interessante da osservare per capire come si configurerà il traffico dati – che significa potere e influenza – fra il Sud Atlantico e l’Oceano Indiano.

Se guardiamo agli altri attori di cavi sottomarini che hanno a che fare in qualche modo con l’Africa, possiamo farci un’idea ancora più chiara delle caratteristiche di questo gioco.

Il cavo Ellalink collega l’Africa occidentale con la penisola Iberica e la costa orientale dell’America Latina.

Il cavo è gestito da una società indipendente che ha come principale azionista il Marguerite Fund, un’entità che ha alle spalle la l’Unione europea.

Il cavo Dare1 circonda il Corno d’Africa unendo Gibuti a Mombasa.

L’idea del cavo è venuta all’azienda di telecomunicazione di Gibuti, piccolo stato africano al centro di infinite influenze geopolitiche ed economiche. Il cavo è posseduto da un consorzio di telco dell’Africa orientale.

Il cavo Peace lo abbiamo già incontrato. Nel 2017 la Huawei ha firmato con altri soggetti un accordo per costruire la Pakistan East Africa Cable Express, che oltre ad essere un acronimo assai ammiccante (PEACE) si propone di stendere un cavo dal Pakistan al Kenya passando, ancora una volta, per Gibuti.

In sostanza si tratta di un collegamento fra Africa e Asia lungo le vie della Seta sponsorizzate dai cinesi, con l’ammiccamento europeo. Il cavo infatti ha come terminale europeo la Francia. Oltre a sembrare il perfetto complemento del cavo Equiano di Google.

Sicché abbiamo la Cina che penetra in Africa da Oriente, gli Usa, tramite le sue corporation, da Occidente, e l’Europa, democristianamente a metà, dalla cima. Ieri come oggi l’Africa è circondata. E non potrebbe essere diversamente, essendo il centro del mondo.

 

La crisi paradossale dell’industria della comunicazione


A qualcuno parrà un paradosso, ad altri una conseguenza naturale, ma il fatto rimane. Viviamo nel tempo della comunicazione globale eppure il settore tradizionale della comunicazione, che potremmo raggruppare in media, tlc e servizi postali, sta vivendo tempi molto difficili, indici di una crisi di identità e di senso che sta mettendo in discussione continuità aziendali e modelli di business. La rivoluzione digitale ha scosso le fondamenta stesse dei modelli di produzione, sostituendo l’oggetto fisico, il sottostante della comunicazione, o, come nel caso delle reti di trasmissione dati, affiancando nuove infrastrutture a quelle vecchie. Su Crusoe abbiamo raccontato dello straordinario progresso di Undernet, la rete dei cavi sottomarini, e abbiamo visto come i nuovi giocatori – i giganti della rete – ormai concorrano sempre più con i vecchi per avere clientela, forti di una strategia economica che scambia gratuità del servizio con dati personali e tempo. A guardar bene è stata la sovversione della gratuità, che peraltro cela un costo salatissimo a carico del fruitore, a dimostrarsi come il grimaldello ideale per erodere rendite di posizione che sembravano inossidabili. L’editore, che aveva il monopolio della parola pubblicata, e perciò poteva erodere margini sufficienti a retribuire, oltre al suo profitto, una pletora di impiegati dell’industria culturale, a cominciare dagli autori, oggi si trova ai margini del mercato, messo fuori gioco da infiniti contenitori che, aldilà della qualità dei contenuti che ospitano – e potremmo discutere a lungo della qualità dei contenuti dei vecchi oligopolisti – o dei servizi che offrono, soddisfano l’autentica pulsione che caratterizza il nostro tempo: esserci e stare connessi. Oggi il mercato si nutre di anime desiderose di esibirsi in arene più o meno virtuali. Quello che fanno una volta arrivati lì è solo un pretesto.

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La Chat di Crusoe: L’attacco dei giganti di Internet alle compagnie telefoniche


Pubblichiamo un estratto della Chat che Crusoe (C) ha fatto con @FMarradi (FM) sul tema oggetto dell’approfondimento del secondo numero della newsletter. Per leggere la Chat completa bisogna essere abbonati. Tutte le informazioni le trovi qui

C. In questo numero Crusoe propone un approfondimento sui giganti di Internet che ormai si occupano di qualunque cosa: dai cavi sottomarini alle monete virituali. Il confine fra l’economia virtuale e la cosiddetta economia reale si sta dissolvendo?

FM Metterei pure che si stanno appropriando della lista della spesa familiare.

C Che intendi?

FM Il “bottone” di Amazon che ordina il pacco di biscotti e solo quello. In realtà è un’operazione che mira a mettere in connessione i nostri elettrodomestici, e se vuoi noi stessi, con la API Amazon così da far saltare tutta la concorrenza dei retailers e della grande distribuzione.

C Quindi il vero driver dalla disintermediazione è la tecnologia, non il populismo?

FM Yes. Il populismo serve solo a garantire un adeguato potenziale di spesa.

C In tal senso i giganti hi tech sono anche nuovi aggregatori di consenso?

FM In due modi. Il primo tramite le piattaforme social (achieved), il secondo tramite i nostri pattern di spesa (in progress). Il passo successivo sarà l’aggregazione social del consumo, la “Piattaforma Unica”. È il paradigma estremizzato del “Prosumer”.

C Ma è un estremo consapevolmente perseguito o generato dalla semplice logica del profitto?

FM Interpreto quel tuo “consapevolmente perseguito” con una logica di potere e seguendo questa interpretazione trovo molto difficile distinguere tra le due logiche oggi che il potere va oltre le informazioni sociali per derivarle dai dati grezzi e il profitto va oltre le informazioni del mercato per derivarle dagli stessi dati grezzi. Direi che si tratta di una convergenza inevitabile se le dinamiche attuali vengono mantenute.

C Rimane il problema degli incumbent. Se Google posa un cavo sottomarino invade lo spazio dei vecchi portatori di interesse, ossia le compagnie telefoniche. Siamo alla vigilia di un grande passaggio di consegne o assisteremo a una pacifica convivenza?

FM Quanto credi che rimangano ancora in piedi le care, vecchie compagnie telefoniche? Azzardo una previsione: entro 5 anni vedremo qualche tracollo. La loro unica speranza è di convergere sui media provider, prima che Youtube, Amazon, Netflix e compagnia sloggino anche quelli.

C Quindi convergenza sul modello della fusione At&T e Time Warner: enormi conglomerati che veicolano contenuti su infrastrutture di loro proprietà. In pratica Facebook. O esagero?

FM Le piattaforme stanno convergendo su tre modelli base: uno che ha il social come core, un altro che ha il consumo e il terzo ha il lavoro. Ognuna ha una parte dedicata all’intrattenimento e almeno due offrono una piattaforma aperta per l’intelligenza artificiale. Il modello offerto dalle convergenze tipo AT&T e Time Warner rischia di essere sempre indietro. Nella giungla devi essere molto veloce per non finire preda.

Continua su Crusoe.

Nel cuore di Undernet: l’arrivo degli squali


A differenza degli squali che nuotano nelle profondità dell’oceano, attratti dalla corrente elettrica, gli squali finanziari sono attratti dalla corrente del denaro. E quando si seppe che la Spread network, col suo cavo lungo 827 miglia, aveva ridotto la latenza da 17 a 13 millisecondi, l’attrazione divenne irresistibile.

Correva l’anno 2010, e i mercati, usciti parecchio ammaccati dall’armageddon del 2008, altro non cercavano che nuove opportunità. Utilizzare l’accelerazione dei dati sulla fibra per “arrivare prima degli altri” – il verbo eterno degli speculatori – parve così irrinunciabile. Il cavo della Spread Network, peraltro, era stato posato espressamente per il trading. E’ così che si arriva all’investimento da 300 milioni realizzato dalla Hibernia per abbassare ancor di più la latenza di altri sei millisecondi. E spiega bene perché nello spazio di pochi anni torme di squali vogliosi di arrivare prima abbiamo realizzato il capolavoro di un crescente utilizzo del trading automatico, che alla velocità di trasmissione assomma quella di esecuzione.

Ciò non vuole dire che non si fosse pronti a questa rivoluzione. Già dal 2006, il 99% del traffico internazionale di comunicazione si svolgeva su cavi sottomarini, e solo il residuo 1% via satellite. Tuttora, la fibra ottica è il principale veicolo di comunicazione per la trasmissione di dati internet e nel trading elettronico e, in particolare, nel mercato dei cambi.

All’origine di questa rivoluzione tecnologica, tuttavia, non ci sono solo i cavi. I binari sono inutili se non ci camminano sopra i passeggeri o le merci. E nel caso di Undernet, costoro sono masse di dati che devono essere organizzate, sistematizzate e rese disponibili. Qui le compagnie telefoniche e i loro assimilati potevano fare poco. “Il trading elettronico – spiega la Bce nel suo paper – si è sviluppato anche perché le infrastrutture di mercato (i server di EBS e della Thomson Reuters) potevano finalmente gestire (grazie alla velocità di connessione, ndr) un grande numero simultaneo di ordini e questa possibilità non era disponibile prima del 1990 perché richiedeva grande capacità di deposito di dati di elaborazione”.

Sicché nel 1992 EBS e Thomson Reuters divennero “padroni” dell’infrastruttura di mercato, proprio in virtù della decisione di attaccare i loro server ai “bocchettoni” dei cavi sottomarini. In breve, spiazzarono tutti i sistemi concorrenti, ancora basati su traffico voce. Con i computer i dealer potevano conoscere subito i prezzi consultando i loro terminali e quindi completare la transazione alla quale erano interessati. In sostanza il computer divenne lo strumento dell’inter-dealer market.

Al contrario, fuori dall’inter-dealer market, i normali partecipanti del mercato continuarono ad usare il telefono per tutti gli anni ’90. Il trading quindi era spaccato in due segmenti: quello fra operatori primari, i dealer, che avveniva sfruttando Undernet, e quello fra questi ultimi e i clienti, che avveniva al telefono.

La spaccatura si sanò nel corso del decennio successivo. Nel 1999 fu lanciato Currenex, una piattaforma multibancaria associata a un trading system che consentiva ai clienti di consultare le quotazioni dei cambi su una singola pagina. Quindi seguirono altre due piattaforme: FXall e Hotspot.

Gli squali più grossi si fecero avanti già fra il 2001 e il 2006, quando grandi dealer lanciarono i loro sistemi proprietari di bank trading system. Fra questi colossi si annoverano Barclays’BARX, Deutsche Bank’s Autobahn and Citigroup’s Velocity. Ciò convinse anche EBS e Thomson Reuters, a partire dal 2005, ad aprire i propri sistemi di brokeraggio non più soltanto ai dealer, ma anche agli hedge fund e agli altri trader. Sicché anche le loro piattaforme evolsero in modo tale da adattarsi alle esigenze delle compagnie di High frequency trading che, incoraggiati dall’accelerazione di Undernet, fiorivano come funghi lungo l’ultimo lustro del primo decenni del XXI secolo e ancor di più dal lustro successivo.

Oggi attorno a cavi sempre più “portanti” ci sono torme di squali affamati.

Noi siamo la loro bistecca.

(5/fine)

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Nel cuore di Undernet: I padroni delle nuove ferrovie


Era il 1842 quando Samuel Morse, il papà che intitola il codice usato nelle telecomunicazioni, interrò il suo primo cavo nel porto di New York per mostrare la possibilità di trasmettere segnali telegrafici a distanza. Il cavo era ricoperto di canapa e gomma e, incredibilmente, funzionò.

Otto anni dopo, nel 1850, si iniziò a posare il primo cavo ricoperto di guttaperca che doveva connettere il Regno Unito con il continente europeo. Ma servirono altri 16 anni per avere il primo cavo transatlantico che collegava Londra con New York. Da lì la ragnatela di Undernet iniziò a dipanarsi.

Nel frattempo la tecnologia della trasmissione dati si evolveva. Nel 1890 si imparò a trasmettere ad alte frequenze e agli albori del XX secolo si riuscì anche a stabilire una connessione telefonica soddisfacente, anche se primitiva.

La prima grande globalizzazione, che dalle ferrovie iniziava a spostarsi sui cavi sottomarini, fu bruscamente interrotta dalle due guerre. Nel primo dopoguerra, la depressione degli anni ’30 e il crescente senso di isolamento fra gli stati impedì la commercializzazioni di tecnologie ormai disponibili a prezzo sostenibile. Sicché solo nel 1955 su posato il primo cavo sottomarino moderno, il TAT-1 (transatlantic 1), costruito con materiali moderni – il polietilene invece della guttaperca, coassiale e capace di ripetere il segnale. TAT-1 connesse le propaggini del Regno Unito con quelle del Nord America. All’impresa parteciparono la At&T, la Canadian overseas telecommunications corporation e l’UK general Post office. Fu inaugurato a settembre del 1956 e consentiva di gestire simultaneamente 35 telefonate.

Nel 1960 si iniziarono a posare cavi coassiali di maggiore portata e affidabilità e questo processo durò fino agli albori del 1980, quando la tecnologia coassiale fu sostituita da quella della fibra ottica, assai più veloce e potente. Il primo cavo in fibra, il TAT-8, entrò in servizio nel 1988, finanziato da un consorzio con dentro AT&T, France Telecom (l’attuale Orange) e British Telecom. Il cavo collegava Regno Unito, Francia e Usa. Come si vede, gli alfieri di questa rivoluzione furono le compagnie telefoniche, più o meno pubbliche a quel tempo. Tat-T 8 consentiva di gestire simultaneamente 40 mila telefonate.

Il problema era che questi cavi attiravano gli squali. Non i finanzieri, quelli arrivarono dopo. Proprio i predatori dell’oceano, che erano attratti dalla corrente elettrica che correva nei cavi, e tendevano a distruggerli. Ciò originò un’altra generazione di cavi. Il PTAT-1 fu schermato per evitare di attrarre gli squali. E così arrivarono gli altri squali. I cacciatori di tesori.

PTAT-1, infatti, fu il primo cavo ottico interamente finanziato dai privati. Nella fattispecie, una compagnia americana, la TelOptik, e da una inglese, la Clabe&Wireless plc, che si proposero niente meno di generare traffico telefonico in concorrenza con i vecchi padroni della nuova ferrovia, ossia AT&T e British Telecom. Fu l’inizio dello sviluppo furioso di Undernet. Fiutando l’affare, nugoli di squali in forma umana si avventarono sui fondali per piazzarvi i loro cavi. In gran parte finanziati da compagnie di telecomunicazione. Questo boom si verificò fra il 1989 e il 2002. Qui trovate l’elenco dei cavi posati in questo intervallo di tempo  e negli anni successivi oltre a chi ne siano i proprietari: i nuovi padroni delle ferrovie della comunicazione. Lo studio della Bce che tratta della materia propone quelli tesi fra Regno Unito, Usa, Giappone e il resto del mondo.

E tuttavia questi collegamenti non erano pensati per facilitare il trading elettronico. Servivano a telefonare, mandare fax e, più tardi, le e-mail.

L’anno di svolta fu il 2010. Un’altra società, la Spread Networks, svelò di essere proprietaria di un cavo terrestre lungo 827 miglia che percorreva le viscere delle montagne e sotto il fiume di Chicago (a Chicago ha sede il mercantile exchange, dove si smerciano derivati) fino ad arrivare nel New Jersey. Questo cavo riduceva la latenza da 17 a 13 millisecondi.

Fu allora che gli altri squali, quelli della finanza, fiutarono la preda.

(4/segue)

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Le rotaie della globalizzazione finanziaria


La nostra rete Undernet, la ragnatela di cavi che giace invisibile sotto gli oceani, somiglia alle rotaie sulle quali si costruì la prima grande globalizzazione che precedette la Grande Guerra, ma con una differenza sostanziale: all’epoca erano le merci che viaggiavano spedite assicurando ai padroni del vapore i generosi rendimenti dell’oligopolio sulla rete. Oggi sono le informazioni nella loro forma più pura: codici digitali che rappresentano ricchezza finanziaria.

La globalizzazione finanziaria, osservata lungo le rotaie ove si conduce, somiglia alla prima per tutto il resto. Il modello microeconomico, per farla breve, è lo stesso. Come notano gli autori del paper della Bce che ha ispirato questa serie “una latenza più bassa e una maggiore capacità di banda riduce l’importanza delle frizioni spaziali, come la distanza, l’asimmetria delle informazioni, la liquidità dei mercati domestici e le frizioni regolatorie come il controllo dei capitali. Questi effetti sono simili alla riduzione dei costi di trasporto di ordini di compravendita che coinvolgono controparti allocate in diversi paesi, che possono essere attrattivi per gli high frequency trader che cercano di sfruttare piccole discrepanze nei prezzi che si verificano a livello di millisecondi”.

Per darvi l’idea di quanto sia importante una minore latenza, è utile sapere che per ottenere un ritardo di risposta di sei millisecondi più basso, sono stati investiti 300 milioni di dollari per posare, per la prima volta da un decennio, un nuovo cavo sottomarino fra New York e Londra che è stato testato il 24 settembre 2015. Questo ci porta ad un’altra analogia: i nuovi padroni del vapore, come i vecchi, devono essere ben dotati di mezzi finanziari se vogliono partecipare al Grande gioco.

Se, come ipotizzato, la rotaia su cui viaggiano i dati fa la differenza, allora sono le stesse rotaie a determinare la geografia del mercato degli scambi valutari. Le transazioni valutarie onshore (lo studio è focalizzato sul mercato dei cambi) si trasformano fatalmente in offshore. E anche questo, a ben vedere, somiglia al passato. Per una città essere più o meno vicino alle rotaie poteva significare la vita o la morte. Le persone si concentrano dove sono gli affari, d’altronde. Tutta l’epopea del capitalismo lo conferma. E la circostanza che questa osservazione sia tremendamente attuale, riferita al mercato dei cambi, la spiegano gli stessi autori: “I nostri risultati contribuiscono a chiarire le discussioni in corso sulla competizioni fra centri finanziari per attrarre il trading sul renminbi o l’euro”. Anche oggi, come ieri, era solo una questione di supremazia commerciale.

Per sviluppare la propria analisi gli economisti della Bce si sono serviti di un dataset riservato della Bis che copre le transazioni in 55 valute fra il 1995 e il 2013 che ha consentito loro di stimare l’effetto delle connessioni in fibra ottica sulle location. Ciò che è stato scoperto è che da una parte Undernet, collegando i mercati locali ai principali centri finanziari, abbassa i costi dei servizi di trading. Ma che l’effetto “flashies” è predominante su quello “flatter”. Per dirlo con parole più comprensibile, i nuovi padroni del vapore decidono dove debba andare il mercato. E il fatto che si finisca sempre a Londra, “la più grande sede di negoziazione del mercato dei cambi”, come d’altronde lo era per la finanza nel XIX secolo, mostra che la globalizzazione digitale non è poi così diversa da quella analogica.

Quanto meno parla inglese.

(3/segue)

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Il ragno di Undernet sul mercato dei cambi


Laggiù, nelle profondità remote degli oceani, chilometri di cavi sottomarini veicolano ad alta velocità informazioni più preziose dell’oro per la semplice circostanza che sono queste informazioni a fare i prezzi. L’Undernet sottomarino, chiamiamolo così, assai meno noto dell’Internet, croce e delizia dei nostri giorni, è stato edificato silenziosamente e da almeno un ventennio è diventato uno straordinario punto di riferimento dello sviluppo finanziario. Potremmo dire anzi che rappresenta i binari lungo i quali il capitalismo del XXI secolo svolge i suoi esiti, che sono diseguali, come è stato più volte ripetuto, e anche misteriosi.

I cantori delle magnifiche sorti e progressive dello sviluppo tecnologico, coloro i quali guardano solo le luci di tale evoluzione perché, ignorandole, sperano di cancellarne le ombre, dicono che è proprio grazie a questa tecnologia che la finanza si è democratizzata. Che si è resa perciò capace di far piovere ricchezza su tutti, anche sui più svantaggiati.

Altri, forse più avveduti, fanno notare che, al contrario, tutto ciò che abbiamo ottenuto dall’impressionante sviluppo tecnologico, che nell’Undernet trova la sua ennesima applicazione infrastrutturale, è che abbiamo alimentato un gigantesco ragno. Una creatura ctonia, che vive al centro di questa ragnatela, impersonata da poche e potenti corporation per lo più ignote al grande pubblico, che dalla finanza traggono assai più di quanto potranno mai fare altri per la semplice circostanza che “sono” il mostro.

Si confrontano insomma due visioni che un recente paper della Bce, dedicato al mercato dei cambi, descrive molto bene. La prima, chiamata “Flat World hypotesis” teorizza che la distanza dai centri finanziari – in sostanza la geografia – non ha più importanza in un mercato che gira 24 ore al giorno. La seconda, la “Flash boys hypotesis”, ispirata da un celebre libro di Lewis, giudica invece che la geografica conta eccome, tanto più nel mercato dei cambi del XXI secolo, caratterizzato dalla competizione fra high frequency traders per i quali il millisecondo ha un valore economico rilevante. In questa visione, le transazioni sul mercato dei cambi si vanno concentrando “in una manciata di posti”, quelli che “possiedono i server di data-matching e delle infrastrutture ad alta velocità per le comunicazioni”.

Per provare a vedere quale teoria descriva meglio la realtà, gli studiosi della Bce hanno osservato come lo sviluppo della rete sottomarina dei cavi, quella che abbiamo chiamato Undernet, abbia impattato sulla distribuzione delle transazioni sul mercato dei cambi. Questa rete, edificata per migliorare in origine le comunicazioni telegrafiche, telefoniche e poi dell’Internet, si è scoperta assai utile come veicolo per il trading elettronico nel mercato dei cambi e di altri strumenti finanziari. E poiché la fisionomia del network sottomarino è notevolmente influenzato dalla geografia – è più facile posare un cavo oceanico da un paese che ha l’oceano a portata di mano – ecco che questa rete sottomarina è ragionevole ipotizzare abbia influenzato lo sviluppo di posizioni competitive di alcuni paesi piuttosto che altri.

Un esempio conferma questa ipotesi. Negli anni ’90 i dati mercato valutario di Zurigo e di Singapore mostravano che quest’ultimo aveva circa il 60% in più di transazioni offshore. Oggi il mercato asiatico è quasi due volte più grande di quello svizzero. Cosa è successo nel frattempo? Singapore è diventato un hub di cavi sottomarini, mentre la Svizzera, che è lontana dal mare, no.

E sarà pure un caso, ma i centri di trading più importanti nel mercato dei cambi si sono localizzati sostanzialmente in tre città: Londra, Tokyo e New York. “In queste città – spiega la Bce – sono stati localizzati i server dell’Electronic Broking Services (EBS) e della Thomson Reuters fin dal 1990. Ne segue che la connessione di un paese con l’UK, gli Usa e il Giappone, riduce i tempi di latenza e aumenta la larghezza di banda”. E questo genera vantaggi evidenti, sia di costo che di ricavo, specie nell’ipotesi “Flash boys”.

Insomma, devi essere collegato al ragno se vuoi avere i vantaggi della ragnatela. Ma si sa come si comportano i ragni con i loro ospiti.

(2/segue)

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