Etichettato: crusoe the walking debt

La crescita inarrestabile del debito delle famiglie


Le famiglie non hanno smesso di accumulare debiti. Anzi, la montagna del debito privato che fa riferimento a questa categoria sociale è cresciuta, come ha notato il Fmi nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria. Una tendenza che da una parte trova alimento nell’innovazione finanziaria e dalle condizioni vantaggiose di alcuni classi di prestiti – i mutui per esempio – conseguenza delle politiche monetarie accomodanti messe in campo nell’ultimo decennio dalle banche centrali. Ma conseguenza probabile anche della crescita stentata dei salari, della quale ci siamo occupati nell’ultimo numero di Crusoe, che trova nell’aumento dell’indebitamento un meccanismo di compensazione che serve in molti casi a tenere in piedi la contabilità familiare. Ma qualunque siano le ragioni, che ovviamente possono essere molteplici, il fatto rimane: “Globalmente il debito delle famiglie ha continuato a crescere nell’ultimo decennio”. E chi ricorda un po’ di storia, sa bene che all’origine della crisi Usa del 2008, c’era proprio il debito immobiliare delle famiglie subprime. Segno evidente che la storia insegna poco.

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La crisi del lavoro e dei salari nelle economie avanzate


Dovremmo stupirci se l’età in cui il lavoro  sta conoscendo una delle sue crisi peggiori coincide con quella nella quale i salari crescono poco? No, non dovremmo. E tuttavia gli studiosi continuano a porsi domande e fare analisi che trascurano la semplice circostanza che siamo alle prese con una transizione storica, statisticamente rappresentata dalla costante erosione della labor share, avviata decenni fa come reazione al tempo nel quale il salario veniva considerato una variabile indipendente e l’inflazione galoppava felice. Oggi, come in uno specchio rovesciato, i salari non crescono più, o crescono poco, è l’inflazione è quasi scomparsa. Gli studiosi osservano stupiti l’enorme punto interrogativo che accompagna uno dei totem della macroeconomia, quella curva di Phillips che per decenni ha convinto tutti della correlazione fra disoccupazione e inflazione. Un ragionamento facile facile, secondo il quale un aumento della disoccupazione faceva diminuire l’inflazione e viceversa. E oggi invece abbiamo il Giappone, dove praticamente la disoccupazione è scomparsa, e tuttavia l’inflazione continua a essere bassa, così come i salari, che crescono pochissimo. Com’è possibile?

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La vertigine del rischio crescente che minaccia l’economia


Chi non risica non rosica, dice un vecchio proverbio che in fondo non fa altro che sintetizzare ad uso popolare il significo profondo del calcolo economico. Ognuno di noi deve fare costantemente i conti trovandosi di fronte al dilemma fra rischio e rendimento ogni qual volta deve prendere una decisione economica, e pure se spesso si tende a dimenticarla la regola aurea che sottostà a questo dilemma è estremamente semplice: più rischi più guadagni. E così si ritorna al trionfo della sapienza popolare sulle astruserie degli economisti.

Il problema è che oggi gli investitori son costretti a rischiare sempre di più per avere rendimenti che una volta si sarebbero ottenuti rischiando assai di meno, a causa di una congiuntura particolarmente bizzarra dell’economia internazionale, alimentata dalle decisioni di politica monetaria degli ultimi dieci anni e dall’insolita “scomparsa” dell’inflazione. Tutto ciò si traduce in rendimenti obbligazionari bassissimi cui corrispondono rialzi azionari storici, ma non solo. Alla base di queste evidenze finanziarie, ci sono indebitamenti crescenti degli stati e del settore corporate  – il debito delle famiglie dopo la crisi è generalmente diminuito nelle principali economie avanzate – che adesso sono quelli maggiormente minacciati da un rialzo dei tassi, non a caso l’evenienze maggiormente scongiurata nelle varie forward guidance delle banche centrali, che si premurano di assicurare ai mercati che i tassi rimarranno bassi a lungo – nell’EZ e in Giappone – mentre negli Usa si procederà con grande cautela e sempre pronti a fare retromarcia. Tutto ciò si manifesta con gli effetti più disparati, che tuttavia conducono allo stesso risultato: prevale una fase di propensione del rischio.

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La crisi paradossale dell’industria della comunicazione


A qualcuno parrà un paradosso, ad altri una conseguenza naturale, ma il fatto rimane. Viviamo nel tempo della comunicazione globale eppure il settore tradizionale della comunicazione, che potremmo raggruppare in media, tlc e servizi postali, sta vivendo tempi molto difficili, indici di una crisi di identità e di senso che sta mettendo in discussione continuità aziendali e modelli di business. La rivoluzione digitale ha scosso le fondamenta stesse dei modelli di produzione, sostituendo l’oggetto fisico, il sottostante della comunicazione, o, come nel caso delle reti di trasmissione dati, affiancando nuove infrastrutture a quelle vecchie. Su Crusoe abbiamo raccontato dello straordinario progresso di Undernet, la rete dei cavi sottomarini, e abbiamo visto come i nuovi giocatori – i giganti della rete – ormai concorrano sempre più con i vecchi per avere clientela, forti di una strategia economica che scambia gratuità del servizio con dati personali e tempo. A guardar bene è stata la sovversione della gratuità, che peraltro cela un costo salatissimo a carico del fruitore, a dimostrarsi come il grimaldello ideale per erodere rendite di posizione che sembravano inossidabili. L’editore, che aveva il monopolio della parola pubblicata, e perciò poteva erodere margini sufficienti a retribuire, oltre al suo profitto, una pletora di impiegati dell’industria culturale, a cominciare dagli autori, oggi si trova ai margini del mercato, messo fuori gioco da infiniti contenitori che, aldilà della qualità dei contenuti che ospitano – e potremmo discutere a lungo della qualità dei contenuti dei vecchi oligopolisti – o dei servizi che offrono, soddisfano l’autentica pulsione che caratterizza il nostro tempo: esserci e stare connessi. Oggi il mercato si nutre di anime desiderose di esibirsi in arene più o meno virtuali. Quello che fanno una volta arrivati lì è solo un pretesto.

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Viaggio al termine della globalizzazione


Sono passati quasi vent’anni da quando le cronache iniziarono a riportare delle proteste del nascente movimento no global, che poi nel 2000 trovò nel libro di una giornalista canadese – No logo – il proprio manifesto letterario. Da allora il mondo ha subito almeno un paio di rivoluzioni, quella cominciata sul finire del 2001, quando la Cina entrò nel WTO e quindi fu invitata al grande banchetto del commercio internazionale, e l’altra inaugurata esattamente un settennio dopo, quando la Grande Crisi Finanziaria devastò la trama di questo commercio che pazientemente andava componendosi dal secondo dopoguerra. Non fu una rottura irreparabile come quella seguita alla prima guerra mondiale, che interruppe quella che viene definita dagli storici come la prima globalizzazione e generò un ventennio di instabilità condita da protezionismo e crisi valutarie. Ma fu comunque grave.

Dal 2008, malgrado la crisi sia stata pressoché riassorbita, pure se a macchia di leopardo, i commerci hanno recuperato ma a un ritmo assai più modesto rispetto a quello cui le popolazioni si erano abituate con l’inizio del XXI secolo. Le restrizioni commerciali si sono moltiplicate e oggi la parola protezionismo, che sembrava esser stata squalificata dalla storia, è tornata d’attualità. Ne parlano i politici alla ricerca di ricette facili e scorciatoie, reclama protezione a gran voce molta parte della popolazione, che non era certo no global alla fine degli anni ’90 ma lo è diventata adesso, e alla globalizzazione vengono addebitate colpe gravi, prima fra tutte quella di aver fomentato un aumento della diseguaglianza che praticamente tutti giudicano come fonte di grave nocumento per la crescita ordinata delle nostre economie.

Comprendere la globalizzazione, perciò, è cosa assai utile E non a caso si intitola così uno dei capitoli contenuti nella ultima relazione annuale della Banca dei regolamenti internazionali di Basilea, la Bis in inglese, che ha svolto un’analisi molto accurata di quelle che sono le ragioni e le conseguenza dell’internazionalizzazione, esaminando la parola in tutte le sue sfaccettature, che sono storiche e tecniche insieme.

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La scommessa italiana sul commercio internazionale


Comprendere e conoscere il nostro commercio internazionale è quasi un dovere per chi scrive di cose economiche o vuole semplicemente saperne di più, per la semplice ragione che, come è stato argutamente rilevato da qualcuno, il commercio internazionale ha letteralmente tenuto in piedi il nostro paese in questi anni bui e sempre più dovremo contarci anche in futuro, specie in mondo in cui si annunciano normalizzazioni monetarie e dove la ripresa dei corsi petroliferi rischia di mettere in crisi i nostri conti commerciali. Per chi non lo ricordasse, le nostre importazioni vengono ripagate dalle nostre esportazioni, e se queste ultime sono superiori, le eccedenze vanno a migliorare la nostra posizione netta sull’estero, e di conseguenza la nostra stabilità finanziaria. Cosa preziosissima, in un momento in cui tutto sembra congiurare per comprometterla. Ai nostri esportatori, quindi, dobbiamo gratitudine e l’augurio di fare sempre meglio. E in tal senso la lettura dell’ultimo rapporto annuale di Sace, società pubblica che aiuta le nostre aziende esportatrici a internazionalizzarsi, è una notevole fonte di informazioni che ci aiutano a fotografare con precisione lo stato del nostro settore esportatore.

Cominciamo dalle buone notizie, che ci sono. La prima è che il trend del nostro commercio estero è crescente e si stima lo sarà anche nel futuro prossimo, al netto delle varie disgrazie che possono capitare.

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Il business del XXI secolo: Total entertainment


Ci troviamo a vivere in un mondo paradossale, che chiede sempre meno lavoro a fronte della necessità di un reddito crescente. Il progresso tecnico ha messo fuori mercato diversi mestieri, liberando insieme milioni di ore che prima erano dedicate al lavoro, e contemporaneamente ha alzato il costo del biglietto che dobbiamo pagare semplicemente per essere cittadini del nostro tempo. I nostri padri, per fare un esempio, dovevano pagare una sola bolletta del telefono. Oggi in una famiglia, ogni persona ha la sua, e in più bisogna pagare una connessione per l’abitazione, acquistare diversi dispositivi e buona parte dei contenuti che propongono. Vivere è più caro non perché beni e servizi costino di più, anche se magari in molte casi accade, ma perché ci sono più cose da pagare rispetto appena a venti anni fa. Chi ha qualche capello grigio ne converrà.

A fronte di questo, si è liberata una quantità di tempo che fino a un secolo fa sarebbe stato inimmaginabile. Non solo perché gli orari di lavoro si sono ridotti notevolmente. Ma anche perché, crescendo l’età media, si è allungata l’età di ingresso nel mondo del lavoro e sono aumentati gli anni in cui si sta in pensione. Le società occidentali sono popolate da un numero enorme di persone che – letteralmente – non fa nulla, che, pure qui, non ha precedenti nella storia. Una condizione che J.M.Keynes, in uno scritto degli anni ‘30, aveva immaginato e che già allora gli sollevava diverse preoccupazioni. Nessun governo dovrebbe sottovalutare l’impatto del tempo libero su una popolazione, aveva ammonito.

L’economista inglese non poteva certo immaginare che l’industria del tempo libero, la vera innovazione del XX secolo, avrebbe assunto da lì a un trentennio le dimensioni che ne fanno oggi una delle più importanti arene nelle quali i grandi capitalisti si confrontano per l’egemonia. Oggi, che esistono milioni di persone che – letteralmente – non fanno nulla, occupare il loro tempo intrattenendoli è autenticamente l’affare del secolo. E anche qui le nuove tecnologie sono il campo di battaglia.

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La Chat di Crusoe con @Micheledelvesc: La supply chain e il commercio globale


Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con @Micheledelvesc (M)
C Eccoci qua. Comincerei con un po’ di spiegazioni per i nostri lettori. Si sente tanto parla di supply chain, catene del valore. puoi aiutarci a capire meglio cosa si intende e perché si è arrivati a questa nuova categoria economica?
M Sì, è vero oggi il tema della supply chain è molto di attualità soprattutto a livello delle grandi corporate che lavorano a livello globale. Per supply chain sostanzialmente intendiamo tutte quelle attività che vanno dall’approvvigionamento della materia prima fino alla vendita del prodotto finito, passando per tutte le lavorazioni intermedie necessarie. Ogni azienda nel suo piccolo possiede una supply chain. Questo fenomeno è però maggiormente visibile, come accennavo, per le multinazionali le quali hanno dislocato la propria catena su scala mondiale. Sostanzialmente si è giunti a questo tipo di configurazione dell’attività aziendale per ragioni economiche. Le aziende nel corso degli anni, sostenute da costi di trasporto contenuti, hanno trovato più economico acquisire le materie prime o svolgere cicli di lavorazione in paesi terzi. Ho letto per esempio che il costo dell’Iphone sarebbe fuori dalla portata della classe media borghese Americana se tutto il processo di produzione fosse svolto all’interno degli Stati Uniti. Questo con riguardo alle politiche protezionistiche di Trump.
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Il nuovo numero di Crusoe: La difficile riscossa del commercio internazionale. Grazie a @Micheledelvesc per la splendida Chat


L’andamento del commercio internazionale, che mai come in questi mesi è stato sotto osservazione a causa dei timori crescenti di un aumento del protezionismo inizia a diventare rassicurante ma ancora denso di rischi. Il WTO ipotizza una ripresa degli scambi, che ancora nel 2016 sono rimasti deboli, al di sotto della crescita del prodotto, mentre aumentano le tensioni politiche fra i paesi dopo l’arrivo dell’amministrazione Trump che si è dimostrata assai poco tollerante verso i propri partner commerciali eccedentari. In queso numero analizziamo dati e prospettive e ne parliamo anche nella Chat, che ritorna questa settimana dopo una lunga assenza, con Michele Del Vescovo (@Micheledelvesc), che ci offre numerose informazioni utili e una view informata sulle prospettive più probabili.

Come lettura della settimana proponiamo il rapporto annuale del Fondo ESM, di cui poco si parla e ancora meno si sa, mentre è una delle eredità migliori della crisi dell’eurozona, un’entità che ha come missione quella di aiutare gli stati in difficoltà. Poi ci sono le notizie principali della settimana selezionate da Crusoe e le nostre notizie invisibili, quelle che trovi solo su Crusoe. Buona lettura.

Ci rivediamo il 23 giugno.

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Il Grande Gioco economico del Circolo polare Artico


L’Artico, il Grande Nord celebrato da poeti e geografi, è l’ultimo spicchio di terra rimasto da scoprire, letteralmente. Questa scoperta si sta compiendo da diversi anni, da quando lo scioglimento dei ghiacci sta liberando enormi porzioni di territorio che rendono la terra dei ghiacci non solo più facilmente navigabile, ma consentono ai mezzi dell’uomo di avventurarsi alla ricerca delle straordinarie risorse naturali che qui sono custodite. Risorse alimentari – grandi banchi di pesce – e soprattutto energetiche, visto che le stime ipotizzano che sotto il ghiaccio sempre più sottile dell’Artico siano custodite enormi riserve energetiche di petrolio e gas. Si dice addirittura il 25-30 % del totale. Ma non c’è solo questo. Per capire la straordinaria importanza strategica dell’Artico bisogna osservare una mappa o un planisfero e notare come dal vertice del mondo si dipanino straordinari vie che collegano gli Oceani diminuendo vertiginosamente le distanza fra mercati lontanissimi.

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