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Cartolina: Little (debt) Italy


Il debito pubblico totale degli Stati Uniti, nota la Fed, è ormai stabilmente sopra il 100 per cento del pil dalla fine del 2012, dopo una lunga corsa in salita iniziata col nuovo secolo, quando i guasti della cosiddetta new economy, lo condussero dal 54 al 60 per cento in un paio d’anni. Fu un’anteprima del grande spettacolo andato in scena dal 2007 in poi, quando la consapevolezza di dover salvare da se stesso il sistema finanziario Usa, e quindi quello globale, condusse il governo a non risparmiarsi, e quindi non risparmiare. Sicché dal sonnacchioso 65 per cento di fine 2007 si arrivò all’80 per cento di fine 2009 e da lì, gradino dopo gradino ben oltre il tetto del 100 per cento del pil, che noi italiani frequentiamo da un ventennio abbondante. Eravamo più o meno da quelle parti prima del 2008. Ma mentre gli Usa arrivavano, noi stavamo già ritornando da dove venivamo: lassù e sempre più in alto, ormai a circa il 130 per cento del pil, prosciugando il nostro avanzo primario per servire le nostre mille prebende. La Little Italy (dal grande debito) fa tendenza negli Usa, tuttavia. E d’altronde è sempre stato così.

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La scomparsa dell’inflazione in Giappone


Mancò il risultato ma non l’impegno, si potrebbe dire osservando l’ennesimo ritocco al ribasso delle stime di inflazione della banca centrale giapponese che proprio ieri il governatore Haruhiko Kuroda ha presentato a un meeting a Nagoya. Il governatore, seguendo ormai una lunga tradizione, ha commentato ottimisticamente lo stato dell’economia nipponica, che viene descritta in condizioni effervescenti, come dimostrano l’andamento del mercato del lavoro, dove la disoccupazione è quasi scomparsa, il restringimento dell’output gap e il miglioramento del clima di fiducia delle imprese.

Ma poi se uno va a vedere il numero magico che avrebbe dovuto legittimare tutte le operazioni delle banche centrali, ossia il tasso di inflazione, ecco che arriva la delusione: le previsioni di un indice di prezzi al consumo all’1,1% quest’anno sono state riviste al ribasso allo 0,8% e anche l’anno prossimo il CPI non dovrebbe andare più dell’1,4%, a fronte di una previsione dell’1,5. Immutato invece l’orizzonte 2019, all’1,8% di accelerazione dei prezzi. Che già sarebbe un risultato straordinario, visto che l’indice è depresso da oltre un ventennio.

Se allunghiamo lo sguardo e lo associamo alle numerose e complesse operazioni di stimolo monetario e fiscale avviate dal governo negli ultimi  dieci anni, il quadro non è più confortante.

e se risaliamo ancora più indietro nel tempo, notiamo che l’ultima volta che l’inflazione ha accelerato sopra il 3% è stato nel 1991, quando è iniziato il rumoroso ed eterno bust dell’economia giapponese.

Ora avrà sicuramente ragione il governatore Kuroda a magnificare i risultati raggiunti dal QQE giapponese, versione hard core del più moderato QE statunitense o europeo che di recente è stato ulteriormente potenziato con l’annuncio che la base monetaria verrà aumentata regolarmente fino a quando l’inflazione non sarà superiore al 2% per un periodo sostenuto. Un modo neanche troppo felpato per comunicare agli attori economici che farebbero bene a mettersi in testa che i prezzi dovranno aumentare. Ma è del tutto legittimo chiedersi quante siano le possibilità che questo obiettivo venga raggiunto. L’esperienza suggerisce un moderato pessimismo. Kuroda osserva che le condizioni del lavoro, che vanno tendendosi a causa della quasi piena occupazione, lentamente inizieranno a trasferire il costo delle retribuzioni crescenti sui prezzi, ciò malgrado molte imprese cerchino di recuperare questi costi ottimizzando i processi industriali. E’ evidente che solo il tempo potrà dirci se tale spirale salari/prezzi avrà davvero la forza di far salire l’inflazione. E sempre il tempo ci dirà se la sensazione – per adesso fondata su pochi dati di fatto – che le imprese stiano seriamente pensando di alzare i prezzi diverrà una realtà. Per il momento l’unica cosa che possiamo dire con certezza è che vent’anni abbondanti di politiche monetarie estreme non hanno giovato all’inflazione. La mitologia che anima gran parte dell’agire della banca centrale giapponese, e non solo del suo, fondata sul tasso naturale di interesse e la curva di Phillips, ha condotto a un sostanziale fallimento. La soluzione dell’enigma giapponese non è mai stato tanto lontana. E per questo seducente.

Cronicario: Allegria, saremo tutti più ricchi. Di debiti


Proverbio del 6 novembre Chi non ha un passato non ha un futuro

Numero del giorno: 2,9 Andamento % prezzi produzione a settembre su anno nell’EZ

E dai che diventiamo tutti ricchi. Tempo un decennio e la ricchezza mondiale raddoppierà secondo quanto dicono i cervelloni dell’Associazione italiana private banking e del Boston consulting group. Anzi meno di dieci anni: una mezza dozzina scarsa, se considerate che il decennio fa data dal 2011, quando la ricchezza globale quotava 101 trilioni di dollari, che sono 101 mila miliardi che sarebbero, 100 milioni di milioni, che sarebbero non so quante volte quei dieci euri che tengo in tasca…

ma comunque non è questo il punto. Il punto è che nel 2021 arriveremo a 192 trilioni, che sono 192 mila miliardi, equivalenti a 192 milioni di milioni, che sarebbero non so quante volte quei dieci euri che ancora tengo in tasca, ma che nel frattempo dovrebbero raddoppiare a venti, facendo di me un uomo più ricco dei debiti di qualcun altro. Non lo sapevate?

Debiti e crediti globalmente si equivalgono e generano un meraviglioso saldo zero. Perciò quando vi dicono che la ricchezza aumenterà è solo il modo ottimista per ricordarvi che altrettanto faranno i debiti. E magari mettervi sull’avviso: cercate di stare dalla parte giusta del bilancio.

Mentre che attendo che i miei dieci euri raddoppino decido di occuparmi per un attimo di cose serie – solo un attimo giuro – perché nel frattempo mi è caduto sotto gli occhi un grafico che racconta una storia incredibile.

Dal 2010 il costo dello storage di un TB, che sarebbero 1024 Giga, che sarebbero un milione e spicci di mega, ossia di quei dischetti di plastica che i vecchietti come me maneggiavano negli anni ’90, è crollato peggio dei mutui subprime Usa nel 2008. Che cavolo è capitato al mercato dello storage per passare da quasi 10 centesimi al Tera a meno di uno?

Vabbé, non c’avete torto, Però magari vi interessa sapere che da allora la creazione di dati globali è passata a poco più di zero zettabyte, che sono un miliardo di terabyte, e quindi un trilione e spicci di gigabyte e non so quanti dischetti,a più di 25…non osservate questa strana correlazione fra l’aumento dei debiti e quello dei terabyte?

E’ chiaro che troppi zeri fanno male e che devo prendere le mie medicine. Ma prima ho ancora altre due importanti novità che domani troverete sui giornali ed è sempre meglio saperle dal vostro Cronicario che almeno la prendete sul ridere. La prima è che è partito il tavolo tecnico a palazzo Chigi sulle pensioni. Se pensate che non toccherà mettere mano al vostro portafoglio, vuol dire che siete convinti di abitare chessò: in Svizzera. Poi che l’Istat, per bocca del suo presidente, ha fatto sapere che l’economia a ottobre sta avendo un andamento “marcatamente positivo”.

A domani.

Cartolina: Quando eravamo azionisti


Guardo la composizione degli asset delle famiglie italiane dal 1950, illustrata di recente dalla Banca d’Italia, e noto con sorpresa che mai più, dopo il 1960, gli italiani ebbero una quota così rilevante di azioni sul totale dei loro attivi. Dopo il 1950, quando, ancora poveri e di cultura contadina, tenevamo più del 60 per cento dei nostri risparmi in banca, il capitalismo ben temperato del dopoguerra trasformò gli italiani in impavidi azionisti che spostavano il denaro dalle banche e lo portavano in borsa. Sono i miracoli della crescita di quegli anni, che non rivedremo più. Poi l’incantesimo si rompe. Già nel 1965 la quota di azioni sul totale crolla e risalgono i depositi. Eppure erano ancora gli anni del boom, mi dico. Ma poi mi torna in mente un vecchio libro che raccoglie le memorie di Guido Carli, dove l’ex governatore della Banca d’Italia, lamentava la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la nascita dell’Enel che, a suo dire, aveva distrutto il nascente mercato azionario italiano, trasformando di fatto l’impavido piccolo investitore in qualcos’altro. Forse aveva ragione forse no. Ma d’altronde quelli erano anche gli anni dell’Iri di Giuseppe Petrilli e dello Stato interventista. Il mercato diventava fuori moda e così la passione per il capitalismo. E così, dieci anni dopo, gli italiani, nel pieno della bufera dell’inflazione a due cifre, tornavano a investire il loro risparmio per il 70 per cento nei conti correnti o lo tenevano liquido. Più di quanto facessero nel 1950. La passione per il capitalismo dura poco se lo Stato gli fa concorrenza. 

Cronicario: E rinviar (l’Iva) m’è dolce in questo mare


Proverbio del 30 ottobre Che sia il mare a provare se la barca resiste

Numero del giorno: 1 Aumento % spesa dei consumatori Usa a settembre

Ed eccolo qua il frutto delle Grandi Manovre del governo: 120 articoli con dentro un bel deficit pieno di buone intenzioni. E figuratevi adesso che la palla passa al Parlamento.

Uno spettacolo, sicuramente. Intanto che che va in onda contentiamoci di sapere che nel 2018 non cisarà il temutissimo aumento dell’Iva, una robetta che vale un paio di miliardi e che spaventa tutti visto che può affossare la tenue ripresa dei consumi. Ma non vi rilassate troppo: non è sparito l’aumento dell’Iva. E stato solo rimandato al 2019, proseguendo nella consuetudine ormai sperimentata negli ultimi anni di spostare l’aumento poco più avanti.

Ma più che il futuro remoto, è quello prossimo che merita la nostra attenzione. Ecco il solito elenco:

Manovra: sconto abbonamenti bus-treno fino 250 euro
Manovra: cresce platea per il bonus Irpef 80 euro
Manovra: cedolare secca affitti al 10% prorogata 2 anni
Manovra:bonus under 30 permanenti,primo anno under 35
Manovra: arrivano ‘bond cuscinetto’ in caso crisi bancarie
Manovra:bonus energia anche in 2018,arriva su giardini
Manovra: quasi 38 mld in più a fondo investimenti
Manovra: stop aumento aliquote tasse locali nel 2018
Manovra: lotta povertà, priorità disoccupati over55
Manovra: arriva fondo famiglia, con 100 mln l’anno
Manovra: piano straordinario assunzioni polizia-vigili fuoco
Manovra: stretta fisco su fuga utili all’estero
Manovra: pacchetto ‘sisma’, fondi da L’Aquila a Ischia
Manovra: pacchetto sport,da bonus impianti a norma ‘Tam Tam’
Manovra: sconto 19% polizze casa contro calamità naturali
Manovra: per il 2018 emissioni titoli di Stato fino a 55mld
Manovra: raddoppia tassa licenziamenti, fino 2.940euro
Manovra: prorogato iperammortamento 250%, ‘super’ a 130%
Manovra: arrivano Pir immobiliari e fondi quotazione Pmi
Manovra:per aziende strategiche possibile altri 12 mesi cigs

E come direbbe il poeta, il naufragar m’è dolce in questo mare. Anzi: il rinviare

Fuori dalle beghe di casa nostra si segnalano un paio di altri fatti rilevanti. In Spagna, a parte la diaspora dei catalani inguaiati dal governo si registra il pil del terzo trimestre, in linea con le previsione a +0.8%, mentre la borsa celebra con un +2% il commissariamento deciso dal governo. In Germania invece si registra il rallentamento dell’inflazione ad ottobre all’1,5% dall’1,8% di settembre.

E poi c’è Trump, ormai sempre più vicino alla nomina del nuovo presidente della Fed, che salverà il mondo e le banche insieme con il suo super presidente.

L’importante è crederci.

A domani.

Le ragioni nascoste dietro il totem della diseguaglianza


Discorrere di diseguaglianza, dieci anni dopo la peggiore crisi dagli anni ’30 del secolo scorso, è garanzia di sicura attenzione da parte di folle oceaniche più o meno arrabbiate per ciò che è accaduto, insoddisfatte per come si manifesta il presente, e spaventate quando guardano al futuro. In tal senso la diseguaglianza è una di quelle parole magiche che appartengono al moderno culto tribale che incarna l’economia del nostro tempo. Un culto che venera misteriose divinità – pensate al pil o al deficit strutturale o ad altre amenità statistiche – e pratica cerimoniali – le manovre finanziarie di un governo o di una banca centrale – abitati da sciamani che evocano totem capaci di generare effetti magici sulle folle. Ecco, la diseguaglianza è uno di questi. Conferma in ognuno la sensazione di aver subìto e subire un torto – che poi è la peggiore eredità della crisi – e insieme individua il rimedio: maggiore uguaglianza. Che è un’altra parola magica che ha il vantaggio di placare gli animi esacerbati senza neanche bisogno di spiegare cosa significhi né come si possa perseguire. Sicché all’osservatore che voglia comprendere senza pregiudizi di cosa si discorra esattamente quando si parla di diseguaglianza e della necessità di una maggiore eguaglianza, non restano che due strade da percorrere: accettare la fatica del ragionamento, magari fondato su elementi di fatto, o sintonizzarsi con l’onda emotiva che promana da queste folle esauste e produrre uno di quei pensierini edificanti che si esauriscono nello spazio di un post su qualche social network il cui succo è: si, c’è troppa diseguaglianza e serve una maggiore eguaglianza, in un trionfo di retorica tautologica. Noi abbiamo scelto la fatica del ragionamento.

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Cartolina: Casa dolce casa


Cosa rimane del ciclo immobiliare espansivo che ha investito tutto il mondo, travolgendolo all’inizio del XXI secolo? Rimane una notevole ricchezza patrimoniale che nell’ultimo quindicennio è cresciuta per tutti e che per molti, dove l’espansione dura ancora, continua ad aumentare. La ricchezza è cresciuta anche per coloro che hanno riempito di cronache piagnucolose gli anni delle vacche magre, quando sono arrivate le perdite. Il calo spagnolo, uno fra i più vistosi e commentati, è stato di un robusto 33 per cento, ma a fronte di guadagni che hanno sfiorato il 150 per cento nei primi otto anni del secolo. L’Irlanda, altro caso di scuola, ha perduto il 36 per cento, ma ha guadagnato il 102 per cento quando il mattone volava. E persino noi italiani abbiamo spuntato un guadagno reale netto del 45 per cento sull’intero periodo. Certo spaventa quel 150 per cento di crescita del mattone neozelandese, di sicuro eccezionale, così come stupisce la deflazione immobiliare del Giappone, che ha perso il 27 per cento di valore nei tempi buoni e ha guadagnato un povero 1 per cento mentre i prezzi calavano un po’ ovunque. Ma aldilà degli estremi, la storia ci dice che in media, e quindi al lordo di tante eccezioni, i paesi avanzati hanno avuto rendimenti reali dal mattone del 7 per cento l’anno negli ultimi 45 anni. Il mattone, nel lungo periodo, resiste a tutto. Salvo che ai terremoti, ovviamente. E al Fisco.

I consigli del Maître: La solidità del mattone e i fan della corruzione


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Non smettono di crescere i debiti globali. Il Fmi ha pubblicato il suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria dove fra le altre cose nota la continua crescita del debito globale, che certo non si può dire sia una sorpresa né una novità. Una tabella però ci consente di osservare questo andamento suddiviso per paesi e per settori, quindi pubblico e privato e, all’interno del settore privato, fra famiglie e imprese.

Come si può vedere, molto della crescita del debito è attribuibile al settore pubblico, che si è dovuto far carico del salvataggio di quello privato. Si segnala il leggero deleveraging della famiglie Usa, mentre è quadruplicato, in rapporto al Pil, quello delle famiglie cinesi. Il debito globale cinese, d’altronde, è cresciuto di oltre il 100% del pil dal 2006. Ma soprattutto colpisce il caso del Giappone, dove il settore pubblico ha notevolmente aumentato la sua esposizione, a fronte di famiglie e imprese sostanzialmente stabili. Il Giappone sfiora il 400% di debiti globali sul pil. E ciò malgrado la sua economia (o forse proprio per questo?) non riesce a superare il suo stato anemico. Una situazione difficile da spiegare.

Il debito crescente degli Usa. La questione del debito globale degli Usa, arrivato secondo i dati diffusi dal Fmi al 259% del Pil, è particolarmente rilevante perché com’è noto gli Usa, oltre ad avereun peso specifico economico di tutto rilievo – si pensi a quanto conta la domanda Usa per il commercio internazionale – sono il paese che emette la monete che di fatto è la moneta internazionale. Una situazione che lega l’economia globale a filo doppio con quella statunitense. Perciò osservare l’andamento del debito Usa, e in particolare quello del governo, è importante per moltissime ragioni. A tal proposito di recente la Fed di S.Louis ha osservato che il futuro della contabilità pubblica Usa è tutt’altro che roseo. La circostanza di spese insopprimibili in aumento (sanità e social security), che aumenteranno dal 20,9% del pil del 2016 al 23,6% nel 2027, associata alla stagnazione delle entrate fiscali, dal 17,8% al 18,4% provocheranno una crescita del deficit dal 3,2% del pil al 5,2% e del debito.

Notate che il debito globale ha conosciuto i suoi scatti al rialzo dopo la crisi d’inizio 2000 e soprattutto dopo quella del 2008. E le previsioni sono di una crescita ulteriore.

Conviene investire nel mattone? Una interessante ricerca della Bis mostra un collegamento fra il livello dei tassi di interesse negli Stati Uniti e il prezzo delle abitazioni in altri paesi, analizzando dai raccolti in 46 paesi fra il 1970 e il 2015. Il paper si intitola Interest rates and house prices in the United States and around the world ed è l’ennesima dimostrazione che l’economia Usa – e quindi i suoi debiti e i suoi tassi di interessi – hanno effetti profondi anche per noi. Gli economisti della Bis hanno trovato un ruolo molto importante dei tassi a breve termine – quindi quelli manovrati dalla Fed – come driver dai prezzi delle abitazioni “specialmente fuori dagli Stati Uniti”, notando come i cambiamenti nei tassi a breve anche accaduti cinque anni prima abbiano effetti sugli andamenti dei prezzi di oggi. Il che suona come un sinistro avvertimento. Aldilà delle questioni teoriche il paper è interessante perché contiene alcuni dati sulla crescita dei prezzi reali delle abitazioni nei paesi avanzati ed emergenti. Questo grafico ne dà una rappresentazione.

Ma soprattutto risponde a un’annosa domanda: L’investimento immobiliare è un buon investimento a lungo termine? “I nostri dati suggeriscono che la risposta è un categorico sì: i prezzi reali sono cresciuti di quasi il 7% l’anno nelle venti economie avanzate nell’arco di 45 anni”. Il mattone è sicuro: lo diceva anche mia nonna che non era economista.

I fan della corruzione. Istat ha pubblicato la prima release che racconta del rapporto delle famiglie italiane con la corruzione, che contiene diverse informazioni meritevoli di approfondimento. L’Istat stima che i fenomeni corruttivi abbiamo coinvolto il 7.9% delle famiglie italiane, col picco del 17,9% nel Lazio e il minimo in Trentino (2%). Parliamo di 1,742 milioni di famiglie, il 2,9% delle quali ha “avuto una richiesta di denaro, regali o favori da parte di un giudice, un pubblico ministero, un cancelliere, un avvocato, un testimone o altri. In particolare per il 2,1% delle famiglie la richiesta si è esplicitata nell’ambito delle cause civili”. Ma la notizia più soprendente è che “più di otto famiglie su dieci sono soddisfatte di quanto ottenuto”. Son i fan della corruzione. L’85,2% “ritiene che aver pagato sia stato utile per ottenere quanto desiderato: in particolare nell’ambito dei singoli settori, il rendimento è totale per le public utilities (99,1%) e particolarmente elevato per ottenere un lavoro (92,3%) o una prestazione sanitaria (82,8%)”. E soprattutto “pur di ottenere un servizio il 51,4% delle famiglie ricorrerebbe di nuovo all’uso del denaro, dei favori o dei regali (73,8% nel caso di una prestazione sanitaria)” a fronte del 30,9% che non lo rifarebbe. Perché sono onesti che hanno sbagliato?. Alcuni. Per il 35,4%  il risultato non è stato utile abbastanza. Nulla a che vedere con la morale quindi.

Cronicario: Siamo un paese (non osservato) di santi, poeti e turisti


Proverbio dell’11 ottobre Quando piangono i pesci non si vedono le lacrime

Numero del giorno 3,8 Incremento % prezzi immobili eurozona nel II trimestre

La volete una buona notizia? E allora eccola qua. Inutile sottolineare che anche oggi arriva dall’Istat: l’economia sommersa e illegale vale ben 208 miliardi di euro. Che vuol dire che siamo 208 miliardi di euro più ricchi di quanto diciamo in giro. Non vi sembra un’ottima notizia?

Notate con quanta finezza Istat definisce quest’attivo economico: economia non osservata. C’è, ma non si vede. Meraviglioso no? No? Ah, ho capito: siete quel genere di persone che guarda ai dettagli fuorimoda, tipo che quest’economia, oltre a essere inosservata è anche illegale e per giunta non genera ritorni fiscali. Giustissimo, ma anche per voi Istat ha una risposta pronta: Nel 2015 l’economia inosservata è diminuita dello 0,5%. Ecco, contenti? Siamo sempre illegalmente ricchi, ma meno di prima.

Prima che qualche fenomeno mi accusi di autorazzismo – categoria farneticante dello spirito del tempo – vi avverto subito che come cittadino italiano sono estremamente fiero di questa caratteristica nazionale, che viene stigmatizzata a causa di un terribile equivoco. L’economia inosservata nasce a causa della profonda timidezza di quelli che la incarnano. Sono persone semplici che non vogliono darsi arie. Tutto qua. E infatti ci si occupa di loro una volta l’anno e poi, incidentalmente, nei talk show e le chiacchiere da bar, ammesso che ci sia differenza. E poi li si lascia tranquilli. E quelli prosperano. Sapeste che aiuto per la domanda nazionale.

E visto che stiamo discorrendo della nostra grandeur nazionale, ve ne segnalo un’altra che scopro stavolta grazie ai sempre ottimi uffici di Bankitalia, che ormai gareggia con Istat per la palma delle buone notizie. Oggi per dire il governatore Visco ha comunicato che si aspetta per il 2018 una crescita vicina a quella del 2017, ossia intorno all’1,5%, meglio di quanto si aspetti il Fmi.

E che ci dice Bankitalia? Discorrendo di bilancia dei pagamenti del turismo ci mette a parte dell’evoluzione straordinaria che ha avuto il nostro paese, notoriamente abitato da santi, poeti e naviganti. In attesa di vedere in cosa si siano evoluti santi e poeti – anche se il successo dell’economia inosservata mi genera sospetti poco edificanti – scopro che i naviganti si sono trasformati in turisti.

Già. Nell’ultimo periodo la spesa dei turisti in Italia è cresciuta del 4,7%, portandosi a 5,11 miliardi, ma quella degli italiani all’estero è aumentata dell’11,1%, arrivando a quota 2,747 miliardi. Non bastava aver depositato all’estero qualche centinaio di miliardi. Ora ci facciamo pure le vacanze. In aereo magari. Guardate come sono aumentati i passeggeri in Europa in un settennio.

E sempre per concludere con una buona notizia, ecco l’ultima: i prezzi delle case nell’EZ sono cresciuti del 3,8% nel secondo trimestre del 2017 rispetto allo stesso trimestre del 2016 e dell’1,5% sul primo 2017.

Ehi, ma l’Italia ha fatto solo lo 0,2% in più.

Vabbé. A domani.

 

Cronicario: Un agriturismo ci salverà


Proverbio del 9 ottobre Solo la tua ombra conosce la tua statura

Numero del giorno: 1,3 Incremento pil per il 2017 secondo Confcommercio

La giornata comincia così, con al Germania che posta l’ennesimo rialzo della sua produzione, che ad agosto cresce del 2,6%: della serie, pure d’estate questi lavorano.

Con la produzione tedesca ai massimi dal 2011, mi s’abbatte l’orgoglio nazionale, visto che da noi al massimo si parla di banche e Npl, le famose sofferenze bancarie che ormai sono diventate anche le nostre. Ma poi per fortuna arriva l’Istat, che ci regala la sua perla quotidiana di ottimismo e fiducia, andando a pescare fra le pieghe della contabilità pubblica sempre quello che non ti aspetti. E stavolta supera se stessa: oggi ha trovato gli agriturismi.

Ed ecco il genio italico. Il tedesco si stressa in fabbrica e aumenta clamorosamente al produzione? Noi apriamo bed&breakfast nella casa di paese della nonna (buonanima) e facciamo pagare il conto ai tedeschi che si stressano in fabbrica. Tanto dove vuoi che vadano quando finiscono di lavorare?

Ed ecco il genio italico all’opera. I tedeschi aumentano la produzione del 2,6%. Noi aumentiamo gli agriturismi dell’1,9%, mica bruscolini. Qui da noi operano la bellezza di oltre 22 mila agriturismi ospitati in 4.866 comuni, 39 in più rispetto al 2015, che vuol dire che il virus agrituristico si espande come una peste benigna. E d’altronde è facile in un territorio come il nostro. Dove vuoi che non sia bello farsi un week end lungo. Trovi da mangiare ovunque una qualche squisitezza. Siamo un paese di santi, poeti e agrituristi, altroché. Ah, c’avessimo pensato prima, invece di inzaccherarci le coste col petrolchimico.

Ma vabbé, l’importante è che ci abbiamo pensato adesso. E siccome il genio italico è sempre all’opera, anche quando meno te l’aspetti, ecco che già da un pezzo abbiamo iniziato una sottile opera di spopolamento sotto forma di emigrazione della meglio gioventù, per l’occasione addestrata a magnificare le nostre strutture ricettive, che perciò si farà carico, ogni anno, di portare nei patri agriturismi gli amici conosciuti all’estero. Al tempo stesso abbiamo formato una generazione di sottoccupati abituati a vivere coi lavori estivi e nel resto del tempo tornare a casa da mamma e papà. E infine abbiamo persino iniziato a studiare le lingue, che coi turisti servono.

E infatti le presenze aumentano: +6,6% di turisti in più nel 2016. Parliamo di 12,6 milioni di persone. E, circostanza rimarchevole, gli agriturismi (ma chi l’avrebbe detto) funzionano meglio al Sud che al Nord. Degli 852 che hanno chiuso i battenti nel 2016 quasi la metà stanno al Nord. Quando c’è l’agriturismo di mezzo, la questione meridionale cambia verso. Almeno quando c’è la bella stagione. Per quella brutta ci stiamo attrezzando.

A domani.