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I consigli del Maître: La solidità del mattone e i fan della corruzione


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Non smettono di crescere i debiti globali. Il Fmi ha pubblicato il suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria dove fra le altre cose nota la continua crescita del debito globale, che certo non si può dire sia una sorpresa né una novità. Una tabella però ci consente di osservare questo andamento suddiviso per paesi e per settori, quindi pubblico e privato e, all’interno del settore privato, fra famiglie e imprese.

Come si può vedere, molto della crescita del debito è attribuibile al settore pubblico, che si è dovuto far carico del salvataggio di quello privato. Si segnala il leggero deleveraging della famiglie Usa, mentre è quadruplicato, in rapporto al Pil, quello delle famiglie cinesi. Il debito globale cinese, d’altronde, è cresciuto di oltre il 100% del pil dal 2006. Ma soprattutto colpisce il caso del Giappone, dove il settore pubblico ha notevolmente aumentato la sua esposizione, a fronte di famiglie e imprese sostanzialmente stabili. Il Giappone sfiora il 400% di debiti globali sul pil. E ciò malgrado la sua economia (o forse proprio per questo?) non riesce a superare il suo stato anemico. Una situazione difficile da spiegare.

Il debito crescente degli Usa. La questione del debito globale degli Usa, arrivato secondo i dati diffusi dal Fmi al 259% del Pil, è particolarmente rilevante perché com’è noto gli Usa, oltre ad avereun peso specifico economico di tutto rilievo – si pensi a quanto conta la domanda Usa per il commercio internazionale – sono il paese che emette la monete che di fatto è la moneta internazionale. Una situazione che lega l’economia globale a filo doppio con quella statunitense. Perciò osservare l’andamento del debito Usa, e in particolare quello del governo, è importante per moltissime ragioni. A tal proposito di recente la Fed di S.Louis ha osservato che il futuro della contabilità pubblica Usa è tutt’altro che roseo. La circostanza di spese insopprimibili in aumento (sanità e social security), che aumenteranno dal 20,9% del pil del 2016 al 23,6% nel 2027, associata alla stagnazione delle entrate fiscali, dal 17,8% al 18,4% provocheranno una crescita del deficit dal 3,2% del pil al 5,2% e del debito.

Notate che il debito globale ha conosciuto i suoi scatti al rialzo dopo la crisi d’inizio 2000 e soprattutto dopo quella del 2008. E le previsioni sono di una crescita ulteriore.

Conviene investire nel mattone? Una interessante ricerca della Bis mostra un collegamento fra il livello dei tassi di interesse negli Stati Uniti e il prezzo delle abitazioni in altri paesi, analizzando dai raccolti in 46 paesi fra il 1970 e il 2015. Il paper si intitola Interest rates and house prices in the United States and around the world ed è l’ennesima dimostrazione che l’economia Usa – e quindi i suoi debiti e i suoi tassi di interessi – hanno effetti profondi anche per noi. Gli economisti della Bis hanno trovato un ruolo molto importante dei tassi a breve termine – quindi quelli manovrati dalla Fed – come driver dai prezzi delle abitazioni “specialmente fuori dagli Stati Uniti”, notando come i cambiamenti nei tassi a breve anche accaduti cinque anni prima abbiano effetti sugli andamenti dei prezzi di oggi. Il che suona come un sinistro avvertimento. Aldilà delle questioni teoriche il paper è interessante perché contiene alcuni dati sulla crescita dei prezzi reali delle abitazioni nei paesi avanzati ed emergenti. Questo grafico ne dà una rappresentazione.

Ma soprattutto risponde a un’annosa domanda: L’investimento immobiliare è un buon investimento a lungo termine? “I nostri dati suggeriscono che la risposta è un categorico sì: i prezzi reali sono cresciuti di quasi il 7% l’anno nelle venti economie avanzate nell’arco di 45 anni”. Il mattone è sicuro: lo diceva anche mia nonna che non era economista.

I fan della corruzione. Istat ha pubblicato la prima release che racconta del rapporto delle famiglie italiane con la corruzione, che contiene diverse informazioni meritevoli di approfondimento. L’Istat stima che i fenomeni corruttivi abbiamo coinvolto il 7.9% delle famiglie italiane, col picco del 17,9% nel Lazio e il minimo in Trentino (2%). Parliamo di 1,742 milioni di famiglie, il 2,9% delle quali ha “avuto una richiesta di denaro, regali o favori da parte di un giudice, un pubblico ministero, un cancelliere, un avvocato, un testimone o altri. In particolare per il 2,1% delle famiglie la richiesta si è esplicitata nell’ambito delle cause civili”. Ma la notizia più soprendente è che “più di otto famiglie su dieci sono soddisfatte di quanto ottenuto”. Son i fan della corruzione. L’85,2% “ritiene che aver pagato sia stato utile per ottenere quanto desiderato: in particolare nell’ambito dei singoli settori, il rendimento è totale per le public utilities (99,1%) e particolarmente elevato per ottenere un lavoro (92,3%) o una prestazione sanitaria (82,8%)”. E soprattutto “pur di ottenere un servizio il 51,4% delle famiglie ricorrerebbe di nuovo all’uso del denaro, dei favori o dei regali (73,8% nel caso di una prestazione sanitaria)” a fronte del 30,9% che non lo rifarebbe. Perché sono onesti che hanno sbagliato?. Alcuni. Per il 35,4%  il risultato non è stato utile abbastanza. Nulla a che vedere con la morale quindi.

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Cronicario: Siamo un paese (non osservato) di santi, poeti e turisti


Proverbio dell’11 ottobre Quando piangono i pesci non si vedono le lacrime

Numero del giorno 3,8 Incremento % prezzi immobili eurozona nel II trimestre

La volete una buona notizia? E allora eccola qua. Inutile sottolineare che anche oggi arriva dall’Istat: l’economia sommersa e illegale vale ben 208 miliardi di euro. Che vuol dire che siamo 208 miliardi di euro più ricchi di quanto diciamo in giro. Non vi sembra un’ottima notizia?

Notate con quanta finezza Istat definisce quest’attivo economico: economia non osservata. C’è, ma non si vede. Meraviglioso no? No? Ah, ho capito: siete quel genere di persone che guarda ai dettagli fuorimoda, tipo che quest’economia, oltre a essere inosservata è anche illegale e per giunta non genera ritorni fiscali. Giustissimo, ma anche per voi Istat ha una risposta pronta: Nel 2015 l’economia inosservata è diminuita dello 0,5%. Ecco, contenti? Siamo sempre illegalmente ricchi, ma meno di prima.

Prima che qualche fenomeno mi accusi di autorazzismo – categoria farneticante dello spirito del tempo – vi avverto subito che come cittadino italiano sono estremamente fiero di questa caratteristica nazionale, che viene stigmatizzata a causa di un terribile equivoco. L’economia inosservata nasce a causa della profonda timidezza di quelli che la incarnano. Sono persone semplici che non vogliono darsi arie. Tutto qua. E infatti ci si occupa di loro una volta l’anno e poi, incidentalmente, nei talk show e le chiacchiere da bar, ammesso che ci sia differenza. E poi li si lascia tranquilli. E quelli prosperano. Sapeste che aiuto per la domanda nazionale.

E visto che stiamo discorrendo della nostra grandeur nazionale, ve ne segnalo un’altra che scopro stavolta grazie ai sempre ottimi uffici di Bankitalia, che ormai gareggia con Istat per la palma delle buone notizie. Oggi per dire il governatore Visco ha comunicato che si aspetta per il 2018 una crescita vicina a quella del 2017, ossia intorno all’1,5%, meglio di quanto si aspetti il Fmi.

E che ci dice Bankitalia? Discorrendo di bilancia dei pagamenti del turismo ci mette a parte dell’evoluzione straordinaria che ha avuto il nostro paese, notoriamente abitato da santi, poeti e naviganti. In attesa di vedere in cosa si siano evoluti santi e poeti – anche se il successo dell’economia inosservata mi genera sospetti poco edificanti – scopro che i naviganti si sono trasformati in turisti.

Già. Nell’ultimo periodo la spesa dei turisti in Italia è cresciuta del 4,7%, portandosi a 5,11 miliardi, ma quella degli italiani all’estero è aumentata dell’11,1%, arrivando a quota 2,747 miliardi. Non bastava aver depositato all’estero qualche centinaio di miliardi. Ora ci facciamo pure le vacanze. In aereo magari. Guardate come sono aumentati i passeggeri in Europa in un settennio.

E sempre per concludere con una buona notizia, ecco l’ultima: i prezzi delle case nell’EZ sono cresciuti del 3,8% nel secondo trimestre del 2017 rispetto allo stesso trimestre del 2016 e dell’1,5% sul primo 2017.

Ehi, ma l’Italia ha fatto solo lo 0,2% in più.

Vabbé. A domani.

 

Cronicario: Un agriturismo ci salverà


Proverbio del 9 ottobre Solo la tua ombra conosce la tua statura

Numero del giorno: 1,3 Incremento pil per il 2017 secondo Confcommercio

La giornata comincia così, con al Germania che posta l’ennesimo rialzo della sua produzione, che ad agosto cresce del 2,6%: della serie, pure d’estate questi lavorano.

Con la produzione tedesca ai massimi dal 2011, mi s’abbatte l’orgoglio nazionale, visto che da noi al massimo si parla di banche e Npl, le famose sofferenze bancarie che ormai sono diventate anche le nostre. Ma poi per fortuna arriva l’Istat, che ci regala la sua perla quotidiana di ottimismo e fiducia, andando a pescare fra le pieghe della contabilità pubblica sempre quello che non ti aspetti. E stavolta supera se stessa: oggi ha trovato gli agriturismi.

Ed ecco il genio italico. Il tedesco si stressa in fabbrica e aumenta clamorosamente al produzione? Noi apriamo bed&breakfast nella casa di paese della nonna (buonanima) e facciamo pagare il conto ai tedeschi che si stressano in fabbrica. Tanto dove vuoi che vadano quando finiscono di lavorare?

Ed ecco il genio italico all’opera. I tedeschi aumentano la produzione del 2,6%. Noi aumentiamo gli agriturismi dell’1,9%, mica bruscolini. Qui da noi operano la bellezza di oltre 22 mila agriturismi ospitati in 4.866 comuni, 39 in più rispetto al 2015, che vuol dire che il virus agrituristico si espande come una peste benigna. E d’altronde è facile in un territorio come il nostro. Dove vuoi che non sia bello farsi un week end lungo. Trovi da mangiare ovunque una qualche squisitezza. Siamo un paese di santi, poeti e agrituristi, altroché. Ah, c’avessimo pensato prima, invece di inzaccherarci le coste col petrolchimico.

Ma vabbé, l’importante è che ci abbiamo pensato adesso. E siccome il genio italico è sempre all’opera, anche quando meno te l’aspetti, ecco che già da un pezzo abbiamo iniziato una sottile opera di spopolamento sotto forma di emigrazione della meglio gioventù, per l’occasione addestrata a magnificare le nostre strutture ricettive, che perciò si farà carico, ogni anno, di portare nei patri agriturismi gli amici conosciuti all’estero. Al tempo stesso abbiamo formato una generazione di sottoccupati abituati a vivere coi lavori estivi e nel resto del tempo tornare a casa da mamma e papà. E infine abbiamo persino iniziato a studiare le lingue, che coi turisti servono.

E infatti le presenze aumentano: +6,6% di turisti in più nel 2016. Parliamo di 12,6 milioni di persone. E, circostanza rimarchevole, gli agriturismi (ma chi l’avrebbe detto) funzionano meglio al Sud che al Nord. Degli 852 che hanno chiuso i battenti nel 2016 quasi la metà stanno al Nord. Quando c’è l’agriturismo di mezzo, la questione meridionale cambia verso. Almeno quando c’è la bella stagione. Per quella brutta ci stiamo attrezzando.

A domani.

 

La crisi del lavoro e dei salari nelle economie avanzate


Dovremmo stupirci se l’età in cui il lavoro  sta conoscendo una delle sue crisi peggiori coincide con quella nella quale i salari crescono poco? No, non dovremmo. E tuttavia gli studiosi continuano a porsi domande e fare analisi che trascurano la semplice circostanza che siamo alle prese con una transizione storica, statisticamente rappresentata dalla costante erosione della labor share, avviata decenni fa come reazione al tempo nel quale il salario veniva considerato una variabile indipendente e l’inflazione galoppava felice. Oggi, come in uno specchio rovesciato, i salari non crescono più, o crescono poco, è l’inflazione è quasi scomparsa. Gli studiosi osservano stupiti l’enorme punto interrogativo che accompagna uno dei totem della macroeconomia, quella curva di Phillips che per decenni ha convinto tutti della correlazione fra disoccupazione e inflazione. Un ragionamento facile facile, secondo il quale un aumento della disoccupazione faceva diminuire l’inflazione e viceversa. E oggi invece abbiamo il Giappone, dove praticamente la disoccupazione è scomparsa, e tuttavia l’inflazione continua a essere bassa, così come i salari, che crescono pochissimo. Com’è possibile?

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Cartolina: L’unica crescita rigogliosa


Se fosse prodotto interno lordo, quell’istogramma che cresce rigogliosamente dal 2002 all’inizio del 2017 non saremmo qui a discutere di economia. Quegli 89 trilioni che diventano 217 avrebbero significato una crescita più che raddoppiata in un quindicennio, e quindi benessere sufficiente a relegare l’economia a quella dimensione da tecnici specializzati che J.M.Keynes auspicava nelle sue Prospettive economiche per i nostri nipoti. Invece quell’istogramma misura il debito globale, pubblico e privato, che ormai vale il 327% del pil mondiale, secondo la ricostruzione di un istituto di ricerca, al primo trimestre di quest’anno, e, come si vede, non conosce requie. La fine della crisi, che ormai viene almanaccata sempre più di frequente, non ne ha impedito l’aumento e sembra anzi che sia necessario, questo continuo indebitarsi, al terminare della crisi stessa. Usa e Cina insieme pesano quasi la metà del totale, con le economie emergenti che sembrano aver imparato assai bene la lezione dell’indebitarsi. Ma è più rilevante osservare che a fronte di questa montagna di debiti da 217 mila miliardi di dollari c’è quella uguale e contraria di crediti e quindi dei creditori che ne hanno la proprietà. Come possa un tale flusso di ricchezza teorica non generare dissapori e sospetti,  fra gli uni e gli altri, e quindi indebolire la fiducia, che tutti reputano vitale alla nostra economica, è arduo a spiegarsi. Dobbiamo contentarci di credere normale questo debito. E così far finta che non ci sia.

Viaggio al termine della globalizzazione


Sono passati quasi vent’anni da quando le cronache iniziarono a riportare delle proteste del nascente movimento no global, che poi nel 2000 trovò nel libro di una giornalista canadese – No logo – il proprio manifesto letterario. Da allora il mondo ha subito almeno un paio di rivoluzioni, quella cominciata sul finire del 2001, quando la Cina entrò nel WTO e quindi fu invitata al grande banchetto del commercio internazionale, e l’altra inaugurata esattamente un settennio dopo, quando la Grande Crisi Finanziaria devastò la trama di questo commercio che pazientemente andava componendosi dal secondo dopoguerra. Non fu una rottura irreparabile come quella seguita alla prima guerra mondiale, che interruppe quella che viene definita dagli storici come la prima globalizzazione e generò un ventennio di instabilità condita da protezionismo e crisi valutarie. Ma fu comunque grave.

Dal 2008, malgrado la crisi sia stata pressoché riassorbita, pure se a macchia di leopardo, i commerci hanno recuperato ma a un ritmo assai più modesto rispetto a quello cui le popolazioni si erano abituate con l’inizio del XXI secolo. Le restrizioni commerciali si sono moltiplicate e oggi la parola protezionismo, che sembrava esser stata squalificata dalla storia, è tornata d’attualità. Ne parlano i politici alla ricerca di ricette facili e scorciatoie, reclama protezione a gran voce molta parte della popolazione, che non era certo no global alla fine degli anni ’90 ma lo è diventata adesso, e alla globalizzazione vengono addebitate colpe gravi, prima fra tutte quella di aver fomentato un aumento della diseguaglianza che praticamente tutti giudicano come fonte di grave nocumento per la crescita ordinata delle nostre economie.

Comprendere la globalizzazione, perciò, è cosa assai utile E non a caso si intitola così uno dei capitoli contenuti nella ultima relazione annuale della Banca dei regolamenti internazionali di Basilea, la Bis in inglese, che ha svolto un’analisi molto accurata di quelle che sono le ragioni e le conseguenza dell’internazionalizzazione, esaminando la parola in tutte le sue sfaccettature, che sono storiche e tecniche insieme.

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I consigli del Maître: Il risparmio italiano e i telefilm di Facebook


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Chi è il primo produttore di petrolio? Anche questa settimana vale la pena dedicare qualche minuto all’andamento del mercato petrolifero, che negli ultimi giorni della settimana scorsa ha mostrato una certa tendenza al recupero, pure se rimanendo ben lontano dal livello  dei 50 dollari raggiunto alla fine dell’anno scorso. Gli analisti temono che la spinta propulsiva del taglio deciso da Opec sia terminata e abbia finito col prevalere quella che tende a deprimere il mercato, pure se l’offerta e la domanda dei prezzi sono abbastanza in equilibrio secondo le stime dell’IEA. Proprio l’Agenzia dell’energia, che ha diffuso un mese fa l’ultimo Oil market report, ci consente però di effettuare un’osservazione che ha dello storico.

Come si può osservare la produzione globale statunitense ha superato quella di Russia e Arabia Saudita, portandosi oltre i 12 milioni di barili al giorno, grazie soprattutto allo shale oil. Pensate che appena due siti in Texas producono più del Kuwait. Ebbene, questa situazione sta determinando una gran sommovimento nel mercato del petrolio. Cosa succederà se, come ha detto di recente anche Trump, l’America arriverà all’indipendenza energetica? Al momento gli Usa consumano poco più di 19 milioni di barili al giorno e ne producono oltre 12, esportandone pure circa un milione. Se i giacimenti shale continuano a pompare e l’amministrazione Usa partirà alla ricerca di nuovi giacimenti questo traguardo storico potrà essere raggiunto e nulla sarà più come prima.

Che fine ha fatto il risparmio delle famiglie italiane? La relazione annuale di Bankitalia contiene una tabella che ci consente di avere alcuni informazioni interessanti sull’andamento del nostro risparmio nazionale, che è la somma algebrica fra il risparmio del settore pubblico e quello del settore privato, suddiviso fra il risparmio delle famiglie e quello delle imprese.

Fonte: Bankitalia

La cosa che salta all’occhio è che l’Italia ha ancora un livello molto basso di investimenti rispetto alla media storica. Ma soprattutto si nota il notevole dimagrimento della quota di risparmio nazionale delle famiglie sul totale del reddito nazionale lordo disponibile. Nel decennio degli anni ’80, quando il settore pubblico provocava in media deficit per il 6,6 del reddito nazionale lordo disponibile, le famiglie risparmiavano uno quota pari al 20% di questa grandezza. Nel 2016 siamo appena al 5,7%. Che fine ha fatto il risparmio delle famiglie italiane? Facile: una parte l’hanno guadagnato le imprese, che hanno visto crescere il risparmio dall’8,8% medio degli anni ’80 a oltre il 13%. Un’altra parte è sparita perché lo stato ha ridotto i suoi deficit, divenuti ormai un attivo. Dal 2000, infatti, il settore pubblico ha avuto una quota positiva, pure se variabile, di percentuale di risparmio sul totale del reddito. Le famiglie risparmiavano tanto perché lo stato spendeva tanto. Oggi non più.

Vacanze al risparmio. L’Istituto tedesco di statistica ha confrontato il costo medio delle vacanze di alcuni paesi rispetto a quello tedesco, considerando quanto bisogna spendere per la base di ogni vacanza, ossia vitto e alloggio.

Come si vede dalla tabella, la destinazione più cara è la Danimarca, dove queste cose arrivano a costare il 50% in più rispetto al livello dei prezzi della Germania. Quella meno cara invece è la Bulgaria, dove si arriva a spendere fino al 56% in meno. Certo, gli importi non dicono nulla della qualità dei servizi offerti né tantomeno della bellezza dei territori. Però, al netto di tutto questo è interessante osservare che anche l’Italia risulta più cara della Germania, sempre in media. In ogni caso i prezzi spiegano molto del successo di una località. Eurostat ha classificato le destinazioni più gettonati dei turisti europei.

Come si può vedere in testa c’è la Spagna, che costa in media il 12% meno della Germania e quindi il 22 meno dell’Italia, che comunque arriva seconda, mentre in Bulgaria in pratica non va nessuno. Significherà pure qualcosa…

Anche Facebook vuole entrare nel business della tv. La Reuters, riportando un articolo del WSJ, ha scritto qualche giorno fa che Facebook starebbe discutendo con alcuni studi di Hollywood per produrre insieme show televisivi di qualità. Come sanno bene i lettori di Crusoe, la nostra newsletter di approfondimenti socioeconomici, questa tendenza sta letteralmente esplodendo fra i grandi provider di informazioni nati dalla rete. Secondo quanto riporta la Reuters, Facebook avrebbe come target i 13-14 enni, ossia la fascia della popolazione che più di altre solletica i desideri del padroni della rete, ma senza trascurare i 17-30enni, che sono quelli che possono (dovrebbero) spendere di più. In sostanza, il totale entertainment per l’adolescente infinito della nostra industria culturale. L’obiettivo è chiaro: farci stare su Facebook e commentare in diretta mentre magari si guarda un telefilm da 3 milioni a puntata, che poi è quanto Facebook sarebbe disposto a spendere per tenerci incollati davanti ai suoi prodotti. Rimane da chiedersi cosa ci guadagni. E cosa costa a noi.

Cronicario: Boeri e l’Istituto Nazionale PS


Proverbio del 4 luglio Se c’è da andare, vai bene

Numero del giorno: 2.404 Spesa sanitaria pro capite in Italia

E il vincitore è…Tito Boeri. Che ha vinto? Ora ve lo dico. In questo periodo di relazioni annuali, rapporti e resoconti che ogni entità burocratica si premura di presentare, che già ti fa capire che l’anno professionale sta terminando e che si fa verso il cazzeggio estivo, abbiamo pensato di indire il premio Genio al Lavoro, per omaggiare chi la spara più grossa e così facendo aumenta la consapevolezza dei cittadini e focalizza la missione dell’istituto eccetera eccetera

E insomma vince Tito Boeri, al secolo presidente dell’Inps che oggi, mentre presentava il suo bravo rapporto annuale dell’Istituto ha detto una cosa folgorante: dobbiamo cambiare nome all’INPS. Basta col vecchio nome. Niente più Istituto nazionale della previdenza sociale, ma Istituto nazionale della protezione sociale.

Davvero sì. D’altronde manco è la prima volta. Ci sono precedenti illustrissimi. Pensate che nel ’33 il governo Mussolini aveva trasformato la Cassa nazionale per le assicurazioni sociali, che risaliva alla fine del XIX secolo, in Istituto nazionale fascista della previdenza sociale (INFPS). Nel dopoguerra la defascistizzazione dell’Inps fu facilissima: via una F e arriviamo a oggi. Ma da allora a ieri il mondo è cambiato, dice Boeri, ormai l’INPS eroga 440 prestazioni agli italiani, delle quali quelle previdenziali, ossia di natura pensionistica, sono appena 150. Quindi la soluzione non è separare la previdenza dall’assistenza, ossia la madre di tutti i disastri contabili degli ultimi cinquant’anni, ma cambiare nome all’INPS. Che rimane sempre INPS – mica abbiamo più quel piglio anni Trenta – ma la previdenza diventa protezione, anche perché in fondo chi protegge è previdente.

Ora però chi protegge oltre ad essere previdente è anche di solito un tipo pensieroso, preoccupato, ma è capace anche di essere positivo. E’ paziente, pragmatico, ma anche pazzerello. Insomma, la P di INPS è più difficile da trattare della F dell’INFPS. Una P può voler dire tante cose. Perciò ci permettiamo un emendamento all’editto Boeri: Chiamiamolo Istituto Nazionale PS, che evoca anche la sicurezza, che in fondo è una variante della previdenza, ma anche post scriptum, perché in fondo c’è sempre un cavillo e/o un comma che allunga le competenze dell’Istituto al quale le nostre fortune sono affidate da oltre un secolo.

Detto ciò vi do giusto un altro paio di chicche perché oggi Boeri era in splendida forma. La prima sugli immigrati, tema per tutti noi molto caro, anche nel senso di costoso.

Se bloccassimo gli immigrati da qui al 2040 avremmo 73 miliardi in meno di entrate contributive a fronte di 35 miliardi in meno di prestazioni sociali erogate a loro vantaggio. Traduco: ci perdemmo 38 miliardi. E’ una simulazione, ovviamente. Ma basta a Boeri a dire che ci risparmiamo una manovrina l’anno per tenere in piedi i conti dell’Inps, che non è che siano fantastici. La seconda perla: i tempi sono maturi per l’introduzione del salario minimo. Che sarà pure giusto, se non fosse che da noi rischia di coincidere con quello massimo.

Lascio il Genio al lavoro perché voglio concludere con un’altro conteggio stavolta dell’Istat che ha dissezionato il sistema dei conti sanitari italiani. Viene fuori che la spesa sanitaria totale in Italia è pari a 149,5 miliardi, pari all’8.9% del Pil. Questa spesa viene sostenuta per il 75% dallo Stato – di cui la metà solo gli ospedali – il resto dal privati, che quindi spendono circa 37 miliardi l’anno per curarsi.

La nostra spesa sanitaria è bassa nel confronto con Francia e Germania. E stendo un velo pietoso sulla qualità. Mica è roba da Cronicario.

A domani.

 

 

 

La scommessa italiana sul commercio internazionale


Comprendere e conoscere il nostro commercio internazionale è quasi un dovere per chi scrive di cose economiche o vuole semplicemente saperne di più, per la semplice ragione che, come è stato argutamente rilevato da qualcuno, il commercio internazionale ha letteralmente tenuto in piedi il nostro paese in questi anni bui e sempre più dovremo contarci anche in futuro, specie in mondo in cui si annunciano normalizzazioni monetarie e dove la ripresa dei corsi petroliferi rischia di mettere in crisi i nostri conti commerciali. Per chi non lo ricordasse, le nostre importazioni vengono ripagate dalle nostre esportazioni, e se queste ultime sono superiori, le eccedenze vanno a migliorare la nostra posizione netta sull’estero, e di conseguenza la nostra stabilità finanziaria. Cosa preziosissima, in un momento in cui tutto sembra congiurare per comprometterla. Ai nostri esportatori, quindi, dobbiamo gratitudine e l’augurio di fare sempre meglio. E in tal senso la lettura dell’ultimo rapporto annuale di Sace, società pubblica che aiuta le nostre aziende esportatrici a internazionalizzarsi, è una notevole fonte di informazioni che ci aiutano a fotografare con precisione lo stato del nostro settore esportatore.

Cominciamo dalle buone notizie, che ci sono. La prima è che il trend del nostro commercio estero è crescente e si stima lo sarà anche nel futuro prossimo, al netto delle varie disgrazie che possono capitare.

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Cronicario: Miracoli italiani: polizze dormienti e assicurazioni rischiose


Proverbio del 23 giugno Quando compare la barba scompare l’infanzia

Numero del giorno: 0,5 Pil francese primo trimestre rivisto al rialzo

Solo in Italia si leggono meraviglie come il rapporto Ivass, che non è una storia di spie russe ma il più noioso resoconto annuale dell’Istituto di vigilanza delle assicurazioni, una sorta di Banca d’Italia che ficca il naso nelle assicurazioni anziché nelle banche, ma comunque Banca d’Italia rimane, visto che il presidente è quel Salvatore Rossi che fa pure il direttore generale di Bankitalia

e spero per lui che lo paghino doppio.

Ora, alcune informazioni sull’augusta relazione ve le devo dare, ma non tanto sul noiosissimo mercato assicurativo, del quale al massimo si occupano i cervelloni del piano di sopra. Quanto su alcune speciosità che mi hanno fatto urlare al miracolo italiano. E cominciamo con la più spettacolosa: le polizze fantasma.

Esistono nelle brughiere contabili italiane polizze dormienti ormai fantasma la cui origine si perde fra le nebbie del detto e dimenticato o del non detto affatto, visto che gli italiani, popolo misteriosissimo, usano fare polizze a destra e manca senza che gli intestatari ne sappiano nulla. Ogni tanto questi misteri vengono rivelati, ma la gran parte rimangono nascosti e vengono semmai evocati nei racconti degli anziani ai più piccoli nelle notti buie e tempestose dell’inverno al caldo del focolare familiare.

Oggi il ruolo del contastorie è toccato al nostro direttore-presidente, che spero cumuli pure l’indennità da nonno, che ci ha fatto sapere che esiste un numero imprecisato di polizze fantasma che si aggira nei meandri dei bilanci assicurativi dal valore presunto di quattro miliardi – ma provateci voi a contare i fantasmi – che sta lì, ormai scaduto, e quindi passato a miglior vita,  e che ospita le anime morte di polizze mai pagate, e quindi insepolte, perché nessuno le ha richieste.

E perché mai? Chiede il nipotino. I beneficiari non sanno di esserlo, risponde paziente nonno Rossi, carezzando la testa bitorzoluta del nipote scemo che sarei io. Dal che deduco che potrei essere beneficiario di una polizza  – e magari pure ricca – e non saperlo. Potrei essere ricco e invece vivo a rate. Qui serve un aiuto specialistico.

Ora che il mio pomeriggio ha assunto il colorito azzurro della speranza,

posso passare al secondo miracolo: le assicurazioni rischiose.

Lo so che è chiedere molto alla perspicacia proponendo quest’ossimoro, ma non ho trovato di meglio da dire, visto che siamo l’unico paese al mondo in cui le assicurazioni guadagnano di più perché rischiano di più, ossia facendo il contrario di quello che dovrebbe fare un’assicurazione. Sentite che dice nonno Rossi, ora nelle vesti di presidente Ivass. Le assicurazioni italiane son “molto più profittevoli di quelle francesi e tedesche” anche per la “concentrazione dei loro investimenti nei titoli pubblici italiani, più redditizi perché giudicati più rischiosi dai mercati finanziari”. Insomma: le assicurazioni hanno in pancia 360 miliardi di investimenti in bond pubblici, su un totale di 810 miliardi di investimenti, di cui la gran parte sono italiani. Quindi siccome il governo italiano (quindi le nostre tasse) paga bene e puntualmente, ecco che le nostre compagnie ci investono e fregano i tedeschi, che magari comprano i bund a tassi negativi.

E a proposito di genio locale, concludo con l’ultimo miracolo del giorno, stavolta auspicabile. Draghi ne ha accennato parlando ai leader dell’Ue della nuova speranza nel progetto europeo. E mentre sollevava speranze, il nostro beneamato ha ricordato che per avere inflazione più alta – la missione della Bce – servono stipendi più alti. Quindi da noi serve più di un miracolo. Visto che prima dobbiamo trovare lavoro.

A lunedì.