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Cronicario: E se vi prude il commercio, grattatevi con la Brexit


Proverbio del 19 marzo Se apri gli occhi al cuore vedrai cose invisibili

Numero del giorno: 2,2 Perdita % del settore delle costruzioni europeo a gennaio

Non ci crederete, ma il commercio estero tiene ancora e chissà per quanto, se lo zio Trump continuerà a solleticarlo nelle parti basse. Rimane il fatto che a gennaio ci siamo beccati una lieve perdita congiunturale pure se reggiamo botta su base annua.

Sembriamo persino migliorati, se considerate che a gennaio 2017 il deficit commerciale era di 575 milioni, invece degli 87 di gennaio 2018. E tuttavia non è davvero il caso di festeggiare. La bolletta energetica di gennaio sta intorno ai tre miliardi e rimane il punto maggiore di preoccupazione per chiunque debba tenere in piedi la baracca. E il perché si può facilmente intuire guardando questa tabella.

In pratica tutti i guadagni del mese non sono bastati a pagare il costo dell’energia. Abbiamo un buco enorme da dove la barca Italia imbarca acqua. Anzi: petrolio.

Questo problema, per il quale nessuna delle nostre sopraffine intelligenze ha una soluzione, mi provoca un certa ansia che peggiora appena leggo i dati Eurostat, sempre sul commercio estero ma dell’Eurozona e dell’Ue.

L’EZ ha spuntato 3,3 miliardi di surplus, a fronte di una perdita di 1,4 miliardi a gennaio 2017. In grande spolvero il commercio intra-euro, cresciuto dell’8,8%. Questa la situazione dei paesi.

Ma più che questo, dovete vedere quest’altra tabella.

Lo vedete, sì, chi è il primo partner dell’Ue a 28?

Esatto. E se a questo aggiungete pure che l’Ue a 28 presto diventerà a 27… A proposito: proprio oggi il negoziatore per l’Ue Michel Barnier ha detto che è stato trovato un accordo “sulla maggior parte delle questioni” per la definizione del divorzio fra Ue e UK. Manca ancora un’intesa sull’Irlanda e poco altro, ma il grosso è fatto. Se il commercio estero vi procura un certo prurito fastidioso, provate a grattarvelo con la Brexit. Magari peggiora.

A domani.

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Cronicario: Vino e pecorino si vendono meglio del telefonino


Proverbio del 15 febbraio Meglio un nemico intelligente che un amico sciocco

Numero del giorno: 36 Aumento % debito pubblico Italia nel 2017 sul 2016

Stai a vedere che la notizia del giorno è che abbiamo esportato un sacco di roba nel 2017, mi dico, osservando l’ultima release Istat sul commercio estero, prima di essere distratto da una notizia succulenta arrivata dall’estero.

E che ci può essere di più interessante di 47,5 miliardi di surplus commerciale in un anno, che sarebbero stati 81 senza la componente energetica, a parte il fatto che gas e petrolio si sono mangiati quasi la metà dei nostri profitti commerciali?

Gli Usa: what else? Accade tutto laggiù. Mentre i nostri teleradiowebgiornali ci stupidivano con le minchiate da campagna elettorale – se vi appassiona quella roba avete sbagliato canale – a un certo punto i capi di Fbi, Cia e Nsa, ossia i Grandi Spioni americani, lanciavano al Congresso Usa un allarme risuonato in tutto il mondo, come merita un allarme lanciato dai meglio ficcanaso conosciuti (quelli sconosciuti sono più bravi ovviamente): non comprate smartphone cinesi come quelli di Huawei o gli ZTE, rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale. “Il rischio principale – ha detto il boss dell’Fbi – è quello di permettere a società vicine al governo di Pechino di infiltrarsi nella rete tlc Usa, con la possibilità di rubare o modificare informazioni e di fare spionaggio”.

Vi sembra una cosa seria? A Verizon, che un paio di settimane fa ha deciso di non associare più Huawei alle sue offerte commerciali, facendo il paio con quanto deciso a inizio gennaio da AT&T, deve essere sembrata serissima. Ma il vostro Cronicario, che sente a miglia la puzza di fregature, non ci è cascato. La storiella che gli Usa temono lo spionaggio dei telefonini cinesi, in un mondo pervaso da una crescita costante di device e microchip prodotti in Asia, mi ha ricordato un bel paper diffuso qualche tempo fa dal Fmi dove si notava l’incredibile crescita dell’export cinese di smartphone, col picco del +150% raggiunto ai primi del 2016, con il mercato Usa a far la parte del leone col 28% del totale delle importazioni.

Questo in un mercato che nel 2016 ha contato un miliardo e mezzo di smarthone venduti, uno ogni cinque abitanti nel mondo, maturato in un pugno di anni tanto da far sospettare che ormai sia saturo.

Un mercato dove Apple fa la parte del leone. A proposito, ma gli IPhone (tutti) prodotti in Cina sono meno pericolosi dei Huawey? O il fatto che la Samsung abbia stracciato la Intel nella vendita di semiconduttori è un pericolo per la sicurezza nazionale?

Siccome nessuno sa dove si annodi il bug che ti spia quando c’è di mezzo l’hi tech, mi sorge il sospetto che l’allarme proditorio risuonato nelle aule del Congresso (a quando quello sugli antivirus russi?) sia il modo contemporaneo di declinare la competizione commerciale nel mercato dei telefonini, che si sospetta abbia raggiunto il picco nel 2015, tanto che Apple ormai deve rilasciare almeno tre telefoni l’anno per accendere la libidine dei consumatori.

Più che guerra di spie, guerra da bancarella, insomma. Una sensazione che mi viene confermata dal fatto che la Huawey poco dopo la sparata degli 007 abbia pubblicato una nota nella quale ha accusato il governo Usa di voler inibire il loro business, con chicca finale per gli appassionati delle risse: “Huawei gode della fiducia di governi e clienti in 170 paesi in tutto il mondo e non pone rischi di cyber security più elevati di qualsiasi altro fornitore del settore tlc, condividendo la catena distributiva e capacità produttive”. Come dire: chi non spia scagli la prima pietra.

Di fronte a questa sciarada, mi convinco che ancora una volta che la prima impressione è davvero quella che conta. Avevo colto il succo prima che gli spioni mi distraessero: la vera notizia del giorno è il nostro surplus commerciale, specie quando leggo che secondo Coldiretti abbiamo fatto il record, oltre 41 miliardi, di export dall’agroalimentare. Praticamente quasi quanto il totale del surplus. Primeggiano le esportazioni di formaggi (+9), salumi (+8%) e vino (+7%). Altro che smartphone. Il mercato per vino, prosciutto e pecorino non si satura mai. Al massimo si sazia.

A domani.

Cronicario: La love story dello Zerovirgola fra Giappone e Italia


Proverbio del 14 febbraio Una gioia copre cento dolori

Numero del giorno 118 Incremento % utili di Baidu nel IV trimestre 2017

Siccome è San Valentino e il vostro Cronicario è schiavo come ognuno delle ricorrenze, oggi dovrei mandarvi dei fiori e parlare d’amore riuscendo persino a non addormentarmi nel frattempo.

Ma siccome il Cronicario è sempre il Cronicario e notoriamente voi siete assetati di aridi numeri, approfitto del pretesto che mi offrono gli ultimi dati del pil italiano, cresciuto nientemeno che dello 0,3 nell’ultimo trimestre 2017, per raccontarvi una love story poco conosciuta e tuttavia sotto gli occhi di tutti: l’attrazione fatale fra noi e i giapponesi, esperti come noi nella pratica della crescita Zerovirgola. Per dire, hanno nell’ultimo trimestre 2017 hanno fatto lo 0,1% su base trimestrale e lo 0,5 su base annua e festeggiano pure. “Credo non ci si sbagli a dire che l‘economia si trova in uno stato piuttosto buono”, ha detto alla Reuters il capo economista di Dai-ichi Life Research Institute Yoshiki Shinke.

Si festeggia anche perché il Giappone è riuscito a infilare il suo ottavo trimestre consecutivo di crescita. Un miracolo paragonabile all’apparizione della Madonna, visto che si verifica a intervalli similarmente ampi. In questo caso, non succedeva dal 1989. E guardate adesso noi.

Abbiamo inanellato il nostro quattordicesimo rialzo consecutivo, portando la crescita 2017 all’1,5, il triplo di quello del Sol Levante. Siamo meglio dei giapponesi: per questo ci amano Siamo i giapponesi dell’Ue. Nel senso che siamo gli ultimi della classe dell’EZ per crescita, ma con grande dignità.

Notate come la curva della crescita dell’Eurozona incroci quella Usa, e poi aprite le orecchie perché anche oggi risuona il frastuono allarmato dei gufi di mestiere, che si sono accorti che l’inflazione Usa è cresciuta più del previsto, arrivando al 2,1% su base annua. Basta questo a far ripartire la tiritera che le borse calano perché hanno paura che la Fed alzi i tassi prima e più del previsto. Roba talmente stucchevole, specie in un giorno di festa, che preferisco cedere al sadomasochismo e osservare la Germania che ha fatto lo 0,6 di Pil in più sul trimestre precedente e il 2,9 su base annua stracciando tutti.

Dovendomi consolare noto soddisfatto che la nostra crescita è stata poca ma buona, perché ci stanno dentro sia la domanda interna che quella estera netta. E per giunta mamma Istat mi rassicura riportando che pure se adesso andassimo piatti per tutto l’anno, comunque chiuderemmo il 2018 con un +0,5%.

Leggo persino un economista della nostra Nomisma sottolineare che nel 2017 “si sono cominciati a vedere gli effetti del consolidamento fiscale e delle riforme strutturali, dal Jobs Act a Industria 4.0”. Vedete quanto somigliamo al Giappone? E questo tizio non è neanche l’ultimo giapponese. E’ il primo di una lunga serie.

A domani.

 

Cronicario: Il futures del futuro, ovvero l’invasione aliena del petroyuan


Proverbio del 9 febbraio Accontentati di ciò che hai 

Numero del giorno: 121.000.000.000 Offerta di Broadcom per l’acquisto di Qualcomm, rifiutata dal cda

Vi volevo parlare di vacanze, giuro. A che serve sennò il venerdì. Era persino uscita una di quelle release Istat fatte apposta per il week end, che dà la misura di quanto siamo saggi noi italiani.

Si capisce già dall’inizio. La saggezza intendo: nel 2017 abbiamo fatto un milione e trecentomila notti di viaggi per vacanze in più e un milioni di notti in meno di viaggi per lavoro. Per il secondo anno consecutivo sono aumentate le vacanze lunghe (+9,1%) mentre i viaggi di lavoro (-15,6%) hanno raggiunto il livello più basso dal 2007.

Insomma, il clima era questo. Cazzeggio sotto il cielo di Venere: il migliore. Poi però un certo secchione guastafeste che mi ronza intorno se n’è uscito con questa storia che i cinesi vogliono lanciare un future sul petrolio in yuan sul mercato di Shangai, quello che oggi ha perso il 4%. Addirittura il 26 marzo!

Proprio come un episodio di X files (in questi giorni peraltro va in onda l’undicesima stagione), è stata fissata la data dell’invasione aliena, stavolta però dei mercati petroliferi da parte del future cinese. Una creatura leggendaria, il petroyuan, al pari dell’ufo di Roswell, visto che se ne trovano tracce che risalgono al 1993, e qualcuno dava per certa l’invasione già quattro anni fa. Ma poi c’è stata la crisi del petrolio, perciò…

Perciò rieccolo. Cosa è cambiato? Semplice: nel frattempo la Cina ha superato gli Usa come primo compratore di greggio. E questo basta, secondo il mio secchione a solleticare ai cinesi la voglia di buttarla in finanza e iniziare a prezzare il petrolio in valuta propria e così far concorrenza al WTI e al Brent.

Il future cinese del futuro ha grandi ambizioni: addirittura scardinare il dominio globale del dollaro sulle quotazioni petrolifere, passo propedeutico al più ambizioso piano di attentare al ruolo del dollaro come valuta globale. D’altronde lo yuan col suo 20% di peso specifico nei pagamenti internazionali e un controllo governativo sui flussi di capitale degno di Arpagone ha di sicuro buone probabilità di successo.

“Eh – mi dice il secchione: tu non capisci. Lo sai sì che la Cina a fine gennaio ha presentato la polar silk road un disegno raffinatissimo per  entrare nella gestione del Grande Gioco dell’Artico? E cosa c’è nell’Artico? Più del 15% delle riserve petrolifere conosciute e il 30% di quelle di gas. Ecco: il petroyuan è il grimaldello per togliere un altro pezzetto di supremazia agli Usa e così facendo….”. Lo ascolto e finalmente capisco. E’ partito un nuovo episodio.

Non posso perdermelo.

A lunedì.

L’eurozona spende e il Pil si espande


Un bel grafico diffuso dalla Bce nel suo ultimo bollettino economico, racconta meglio di mille parole un settennio di storia economica dell’eurozona e ci consente di trarre alcune interessanti osservazioni, che è bene sottolineare e ricordare, visto che tendiamo a dimenticare ciò che ci insegna la storia.

A quelli che non hanno dimestichezza con le astruserie delle statistiche economiche ricordo che il pil, che volgarmente viene utilizzato come indicatore della crescita economica di un paese, si compone di alcuni aggregati macroeconomici la cui somma algebrica determina il risultato finale. Se volete rinfrescarvi la memoria, potete leggere questo, mentre se siete interessati alla storia del pil, quest’altro.

Detto ciò, guardiamo da vicino le nostre componenti. Ricordate che la linea blu, che mostra l’andamento dell’indicatore, è la determinante del saldo di queste grandezze macro. La prima cosa che salta all’occhio è che l’eurozona è uscita definitivamente dal suo periodo “azzurro”, quello vale a dire in cui l’export netto (istogramma azzurro) era l’unica componente positiva, senza peraltro che ciò bastasse a garantire all’area una crescita positiva. E sarebbe strano il contrario: pensare che una regione che ospita alcune centinaia di milioni di persone possa crescere solo esportando beni e servizi appartiene a una certa seduzione mercantilista che ha sempre allignato dalle nostre parti, ma certo non è molto sensato. Peraltro, l’epoca mercantilista dell’eurozona, durata alcuni trimestri fra la metà del 2011 e quella del 2013, coincide col periodo peggiore del settennio, come si può osservare anche dal grafico sotto, che è bene leggere insieme a quello del pil.

Come si può osservare, il tasso di disoccupazione supera il 12% proprio a metà del 2013, come è logico aspettarsi in un’area dove nel frattempo gli investimenti e i consumi privati erano collassati. L’export netto ha ammortizzato la crisi, ma non poteva certo farla sparire. O, se volessimo dirla in altro modo, possiamo pure esportare fino a morire, ma alla fine è esattamente ciò che succede se esportiamo e basta.

Se facciamo un salto nel tempo e arriviamo al 2017, osserviamo che il contributo dell’export netto, oltre a sembrare più legato alla stagionalità che a questioni strutturali – sostanziale compressione della domanda interna in alcuni paesi – ha assunto una valenza fisiologica, e quindi un peso specifico relativo quando prima era assoluto. Oggi l’export netto concorre alla crescita del pil, ma le sue determinanti principali sono gli investimenti e la domanda per consumi, privata e pubblica. In sostanza, pure se l’eurozona rimane sostanzialmente eccedentaria sul commercio, la sua crescita ne viene assai poco influenzata, dipendendo piuttosto dal fatto che finalmente gli eurodotati si sono decisi a spendere i soldi, di cui sono abbondantemente forniti, investendo e consumando. “La domanda interna – scrive la Bce – in particolare la spesa per investimenti fissi, ha continuato a fornire il principale contributo, coadiuvata, in misura minore, dalle esportazioni nette e dalla variazione delle scorte”. E spendendo l’eurozona si espande: “Dal lato della produzione, l’attività economica si è espansa, con una forte crescita del valore aggiunto nell’industria (escluse le costruzioni) e una crescita lievemente inferiore nei settori delle costruzioni e dei servizi”. Ditelo a chi rimpiange l’eurozona mercantilista.

Cronicario: MAlitalia crescerà ancora malgrado la Fornerò


Proverbio dell’8 gennaio Non è il sapere che è difficile, ma il fare

Numero del giorno 233.000.000.000.000 Debito globale al III trimestre 2017

Tornare dalle vacanze e leggere Padoan che promette a un noto quotidiano milanese che “L’Italia crescerà ancora”, mi provoca una reazione automatica poco onorevole.

Specie dopo aver scorso l’intervista insieme al programma economico dei tre poli, e vi faccio grazie di una “l”, che si contendono i nostri voti per l’imminente elezione parlamentare. Siccome non riesco a scriverle, queste perle di politica economica, anche perché sorprendentemente simili, ve le faccio vedere.

Questa è la versione sovranista. Notate l’effendi, che sta a significare che coi soldi nostri siamo padroni a casa nostra. E apprezzate la tonalità vagamente anni ’70 alla quale tale nostalgia palesemente s’ispira.

Questa invece è la versione ‘sticazzista, nel senso di “chissenefrega di quanto mi costa, intanto io spendo”. A differenza di quella sovranista, che appare cupa e retrò, la versione ‘sticazzista si denota per una coloritura soave che lascia trasparire il gusto per l’effimero tipico di una certa Italia da bere che abbiamo conosciuto un trentennio fa. Un’Italia da cocktail e da show.

Questa invece è la versione trumpiana, limite per x che tende a infinito dell’allegria di bilancio d’invenzione keynesiana, che soddisfa il doppio requisito di spendere e insieme far crescere, e quindi rimuove pericolose crisi di coscienza del tutto nocive in campagna elettorale. La nouvelle vague del XXI secolo. Questa seduzione alligna specie fra i politici di più buone maniere. Capirete che tragedia. Le tre anime, che diventano una nel segreto dell’urna, si contendono la platea degli elettori, elencando le più fantasiose motivazioni di spesa, dalla rimozione delle tasse universitarie a quella del canone Rai, a quella della legge Fornero, detta anche Fornerò perché  in un modo o nell’altro la riforma delle pensioni tornerà a galla alla prima crisi. Altre amenità ve le risparmio perché tanto ce le proporranno in tutti i modi da qui al 4 marzo, quando finalmente convoleremo a elezioni. Vi chiederete perché mai da noi le elezioni suscitino così tante attenzioni. Io un sospetto ce l’ho.

Poi magari mi sbaglio. Ma su una cosa covo una ragionevole certezza: l’Italia crescerà ancora, proprio come dice Padoan. Almeno quella dei debiti. Quanto al resto, chissà. Per dirne una, il ministro Calenda ci ha fatto sapere che sono rimasti in gara tre soggetti per conquistare Alitalia e che a giorni si deciderà con chi convolare, stavolta in trattativa esclusiva per le nozze. Un dossier che certo qualche danno può provocare, sempre ricordando le imminenti idi di marzo del governo e l’indotto politico della ex compagnia di bandiera. Alitalia, d’altronde, è uno dei malanni cronici del nostro paese che perciò a buon diritto merita di essere ricordato nel nostro cronicario.

Esattamente come merita di essere altrettanto ricordato, in questa alba di nuovo anno, il notevole contributo che la Cina ha dato alla crescita globale.

Sempre quella del debito, intendevo. Se vi spaventa il fatto che siamo passati dal 246%  di debiti sul pil del 2002 al 327% nel 2017 vuol dire che non avete abbastanza fegato per l’attualità. Viviamo tempi frizzanti.

E se non vi sta bene, fatevi un drink liscio.

Buon 2018.

 

 

 

Cartolina: Little (debt) Italy


Il debito pubblico totale degli Stati Uniti, nota la Fed, è ormai stabilmente sopra il 100 per cento del pil dalla fine del 2012, dopo una lunga corsa in salita iniziata col nuovo secolo, quando i guasti della cosiddetta new economy, lo condussero dal 54 al 60 per cento in un paio d’anni. Fu un’anteprima del grande spettacolo andato in scena dal 2007 in poi, quando la consapevolezza di dover salvare da se stesso il sistema finanziario Usa, e quindi quello globale, condusse il governo a non risparmiarsi, e quindi non risparmiare. Sicché dal sonnacchioso 65 per cento di fine 2007 si arrivò all’80 per cento di fine 2009 e da lì, gradino dopo gradino ben oltre il tetto del 100 per cento del pil, che noi italiani frequentiamo da un ventennio abbondante. Eravamo più o meno da quelle parti prima del 2008. Ma mentre gli Usa arrivavano, noi stavamo già ritornando da dove venivamo: lassù e sempre più in alto, ormai a circa il 130 per cento del pil, prosciugando il nostro avanzo primario per servire le nostre mille prebende. La Little Italy (dal grande debito) fa tendenza negli Usa, tuttavia. E d’altronde è sempre stato così.

La scomparsa dell’inflazione in Giappone


Mancò il risultato ma non l’impegno, si potrebbe dire osservando l’ennesimo ritocco al ribasso delle stime di inflazione della banca centrale giapponese che proprio ieri il governatore Haruhiko Kuroda ha presentato a un meeting a Nagoya. Il governatore, seguendo ormai una lunga tradizione, ha commentato ottimisticamente lo stato dell’economia nipponica, che viene descritta in condizioni effervescenti, come dimostrano l’andamento del mercato del lavoro, dove la disoccupazione è quasi scomparsa, il restringimento dell’output gap e il miglioramento del clima di fiducia delle imprese.

Ma poi se uno va a vedere il numero magico che avrebbe dovuto legittimare tutte le operazioni delle banche centrali, ossia il tasso di inflazione, ecco che arriva la delusione: le previsioni di un indice di prezzi al consumo all’1,1% quest’anno sono state riviste al ribasso allo 0,8% e anche l’anno prossimo il CPI non dovrebbe andare più dell’1,4%, a fronte di una previsione dell’1,5. Immutato invece l’orizzonte 2019, all’1,8% di accelerazione dei prezzi. Che già sarebbe un risultato straordinario, visto che l’indice è depresso da oltre un ventennio.

Se allunghiamo lo sguardo e lo associamo alle numerose e complesse operazioni di stimolo monetario e fiscale avviate dal governo negli ultimi  dieci anni, il quadro non è più confortante.

e se risaliamo ancora più indietro nel tempo, notiamo che l’ultima volta che l’inflazione ha accelerato sopra il 3% è stato nel 1991, quando è iniziato il rumoroso ed eterno bust dell’economia giapponese.

Ora avrà sicuramente ragione il governatore Kuroda a magnificare i risultati raggiunti dal QQE giapponese, versione hard core del più moderato QE statunitense o europeo che di recente è stato ulteriormente potenziato con l’annuncio che la base monetaria verrà aumentata regolarmente fino a quando l’inflazione non sarà superiore al 2% per un periodo sostenuto. Un modo neanche troppo felpato per comunicare agli attori economici che farebbero bene a mettersi in testa che i prezzi dovranno aumentare. Ma è del tutto legittimo chiedersi quante siano le possibilità che questo obiettivo venga raggiunto. L’esperienza suggerisce un moderato pessimismo. Kuroda osserva che le condizioni del lavoro, che vanno tendendosi a causa della quasi piena occupazione, lentamente inizieranno a trasferire il costo delle retribuzioni crescenti sui prezzi, ciò malgrado molte imprese cerchino di recuperare questi costi ottimizzando i processi industriali. E’ evidente che solo il tempo potrà dirci se tale spirale salari/prezzi avrà davvero la forza di far salire l’inflazione. E sempre il tempo ci dirà se la sensazione – per adesso fondata su pochi dati di fatto – che le imprese stiano seriamente pensando di alzare i prezzi diverrà una realtà. Per il momento l’unica cosa che possiamo dire con certezza è che vent’anni abbondanti di politiche monetarie estreme non hanno giovato all’inflazione. La mitologia che anima gran parte dell’agire della banca centrale giapponese, e non solo del suo, fondata sul tasso naturale di interesse e la curva di Phillips, ha condotto a un sostanziale fallimento. La soluzione dell’enigma giapponese non è mai stato tanto lontana. E per questo seducente.

Cronicario: Allegria, saremo tutti più ricchi. Di debiti


Proverbio del 6 novembre Chi non ha un passato non ha un futuro

Numero del giorno: 2,9 Andamento % prezzi produzione a settembre su anno nell’EZ

E dai che diventiamo tutti ricchi. Tempo un decennio e la ricchezza mondiale raddoppierà secondo quanto dicono i cervelloni dell’Associazione italiana private banking e del Boston consulting group. Anzi meno di dieci anni: una mezza dozzina scarsa, se considerate che il decennio fa data dal 2011, quando la ricchezza globale quotava 101 trilioni di dollari, che sono 101 mila miliardi che sarebbero, 100 milioni di milioni, che sarebbero non so quante volte quei dieci euri che tengo in tasca…

ma comunque non è questo il punto. Il punto è che nel 2021 arriveremo a 192 trilioni, che sono 192 mila miliardi, equivalenti a 192 milioni di milioni, che sarebbero non so quante volte quei dieci euri che ancora tengo in tasca, ma che nel frattempo dovrebbero raddoppiare a venti, facendo di me un uomo più ricco dei debiti di qualcun altro. Non lo sapevate?

Debiti e crediti globalmente si equivalgono e generano un meraviglioso saldo zero. Perciò quando vi dicono che la ricchezza aumenterà è solo il modo ottimista per ricordarvi che altrettanto faranno i debiti. E magari mettervi sull’avviso: cercate di stare dalla parte giusta del bilancio.

Mentre che attendo che i miei dieci euri raddoppino decido di occuparmi per un attimo di cose serie – solo un attimo giuro – perché nel frattempo mi è caduto sotto gli occhi un grafico che racconta una storia incredibile.

Dal 2010 il costo dello storage di un TB, che sarebbero 1024 Giga, che sarebbero un milione e spicci di mega, ossia di quei dischetti di plastica che i vecchietti come me maneggiavano negli anni ’90, è crollato peggio dei mutui subprime Usa nel 2008. Che cavolo è capitato al mercato dello storage per passare da quasi 10 centesimi al Tera a meno di uno?

Vabbé, non c’avete torto, Però magari vi interessa sapere che da allora la creazione di dati globali è passata a poco più di zero zettabyte, che sono un miliardo di terabyte, e quindi un trilione e spicci di gigabyte e non so quanti dischetti,a più di 25…non osservate questa strana correlazione fra l’aumento dei debiti e quello dei terabyte?

E’ chiaro che troppi zeri fanno male e che devo prendere le mie medicine. Ma prima ho ancora altre due importanti novità che domani troverete sui giornali ed è sempre meglio saperle dal vostro Cronicario che almeno la prendete sul ridere. La prima è che è partito il tavolo tecnico a palazzo Chigi sulle pensioni. Se pensate che non toccherà mettere mano al vostro portafoglio, vuol dire che siete convinti di abitare chessò: in Svizzera. Poi che l’Istat, per bocca del suo presidente, ha fatto sapere che l’economia a ottobre sta avendo un andamento “marcatamente positivo”.

A domani.

Cartolina: Quando eravamo azionisti


Guardo la composizione degli asset delle famiglie italiane dal 1950, illustrata di recente dalla Banca d’Italia, e noto con sorpresa che mai più, dopo il 1960, gli italiani ebbero una quota così rilevante di azioni sul totale dei loro attivi. Dopo il 1950, quando, ancora poveri e di cultura contadina, tenevamo più del 60 per cento dei nostri risparmi in banca, il capitalismo ben temperato del dopoguerra trasformò gli italiani in impavidi azionisti che spostavano il denaro dalle banche e lo portavano in borsa. Sono i miracoli della crescita di quegli anni, che non rivedremo più. Poi l’incantesimo si rompe. Già nel 1965 la quota di azioni sul totale crolla e risalgono i depositi. Eppure erano ancora gli anni del boom, mi dico. Ma poi mi torna in mente un vecchio libro che raccoglie le memorie di Guido Carli, dove l’ex governatore della Banca d’Italia, lamentava la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la nascita dell’Enel che, a suo dire, aveva distrutto il nascente mercato azionario italiano, trasformando di fatto l’impavido piccolo investitore in qualcos’altro. Forse aveva ragione forse no. Ma d’altronde quelli erano anche gli anni dell’Iri di Giuseppe Petrilli e dello Stato interventista. Il mercato diventava fuori moda e così la passione per il capitalismo. E così, dieci anni dopo, gli italiani, nel pieno della bufera dell’inflazione a due cifre, tornavano a investire il loro risparmio per il 70 per cento nei conti correnti o lo tenevano liquido. Più di quanto facessero nel 1950. La passione per il capitalismo dura poco se lo Stato gli fa concorrenza.