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La fragile ragnatela di dollari che avvolge il mondo


Usare l’immagine della ragnatela, discorrendo di come e quanto sia pervasivo e sistemico il mercato del dollaro, risulta straordinariamente coerente con le caratteristiche salienti della globalizzazione statunitense, la cui forza e profondità è solo paragonabile alla sua fragilità.

La tela dello Spider Man statunitense ci avvolge con forza e delicatezza, ma nasconde infinite regioni dove covano crisi strutturali, linee di faglia, fratture scomposte, lungo le quali crescono forze centrifughe che mal sopportano questa egemonia pur essendo costrette dalla storia a farci i conti. O meglio, a regolare in dollari i conti, visto che parliamo di questo. La moneta internazionale d’altronde è solo una delle tante declinazioni possibili dell’egemonia, come possono esserlo una lingua o un ordine politico.

Perciò quando discorriamo della globalizzazione del dollaro, dobbiamo ricordare innanzitutto questo: non parliamo solo di una moneta: parliamo di un sistema internazionale di potere del quale la moneta è immagine. E questo spiega perché malgrado lo diano per morto da decenni – e basta ricordare le rovinose crisi degli anni ’70 – il dollaro è ben vivo e lotta insieme a noi, che dobbiamo comprarne e venderne per avere accesso ai mercati internazionali. Da cui la robustezza politica, prima ancora che economica, del verdone.

Ciò non vuol dire che questo meccanismo sia indistruttibile. Aldilà delle forze centrifughe che abbiamo osservato qua e là, alle quali oggi si aggiungono quelle dell’Europa che sogna sempre più di internazionalizzare la sua moneta, le tante crisi finanziarie innescate dalla gestione di questa valuta, che è nazionale quanto all’azione e internazionale quanto alla reazione, dimostrano con evidente chiarezza quale sia il limite sul quale l’economia internazionale si infrange di continuo. Per dirla semplicemente: il meccanismo funziona finché ci sono dollari a sufficienza che lo alimentino. Ergo ne servono sempre più perché il meccanismo funzioni. Un esito paradossale, come ne dedusse un celebre economista.

E’ questa la logica celata dai vari Quantitative easing della Fed, o dalle linee di swap che da decenni vengono alimentate dalla banca centrale, che in un passato ormai remoto nutrirono mitologie da peccato originale o paradossi economici che la storia si è incaricata di ignorare, visto che il dollaro, appunto, sta sempre qui. Con ciò dimostrandosi la logica economica vagamente impotente di fronte alla prepotenza del potere.

Questa peculiarità, che ha ispirato leggendarie narrazioni sulle gambe d’argilla della finanza statunitense, si declina con autentiche fragilità tecniche, che la Bis elenca puntigliosamente nel suo studio dedicato alle caratteristiche del funding in dollari nel mondo che ha ispirato questo lungo approfondimento. Ne esploriamo giusto alcune per dare l’idea di come la ragnatela si alimenti mentre alimenta il mondo, e così facendo lo esponga a numerosi e diversi rischi.

“La natura principalmente all’ingrosso dei finanziamenti in dollari statunitensi a banche non statunitensi – scrive la Banca – è una vulnerabilità strutturale: è probabile che tale finanziamento sia a breve termine e instabile rispetto ai depositi al dettaglio e possa essere soggetto a rischi di rollover durante un periodo di stress del mercato”. Detta semplicemente: quando il tempo si fa brutto i dollari tendono a scomparire. Movimento noto che le cronache registrano osservando impaurite i guadagni del dollaro in tempo di crisi.

Dalla grande crisi del 2008 ci si è sforzati di correggere alcune di queste storture – ad esempio l’abitudine di finanziaria in dollari a breve termine asset illiquidi o a lungo termine – e in effetti, lo abbiamo visto, il panorama è molto cambiato. Ma questo non vuole dire che siano scomparse le fragilità. La liquidità globale è rimasta instabile, come ha ampiamente dimostrato lo scosso post-Covid che ha costretto le banche centrali a trasformarsi in pompieri.

Al tempo stesso, abbiamo visto anche questo, le fragilità si sono spostate dalle banche alle entità finanziarie non bancarie. Che significa in pratica che il funding di dollari è diventato anche un loro problema. Almeno per alcuni di loro. “Le compagnie assicurative e i fondi pensione non statunitensi – riporta la Bis – hanno investito molto in attività in dollari Usa, in gran parte a causa dei bassi tassi di interesse nazionali. Esempi notevoli sono le aziende provenienti da Giappone, Corea e Taipei cinese, dove le attività in dollari Usa sono cresciute in modo significativo. Gli assicuratori-vita giapponesi coprono una parte crescente dei loro investimenti in titoli esteri, sebbene la parte non coperta sia ancora del 40% circa”.

Per dare un’idea delle quantità in gioco, le compagnie assicurative giapponesi hanno circa un quarto dei loro asset in valuta straniera. Parliamo di circa 800 miliardi di dollari. Questi asset sono in larga parte titoli di stato Usa e, più di recente, bond corporate Usa. Le compagnie assicurative di Taipei hanno in pancia circa 540 miliardi di questi asset, le compagnie coreane sono passate, fra il 2013 e il 2017, da 25 a 200 miliardi.

Similmente è accaduto anche ad altre entità, ossia le imprese non finanziarie che, specie nei paesi emergenti, hanno notevolmente aumentato i loro prestiti in dollari. La ragnatela li stringe sempre di più, potremmo dire.

Questi debiti in dollari, sia come bond che come prestiti, maturano nei settori più strategici di questi paesi.

Un’altra fonte di fragilità che vale la pena ricordare è quella tipica della ragnatele: l’essere tessute lungo nodi di scambio. Che fuor di metafora significa avere intermediari ognuno dei quali incorpora un rischio di controparte.

Detto altrimenti, ogni volta che i dollari vengono scambiati, a ogni crocicchio si annidano insidie, generate magari dall’intermediario o dalla giurisdizione nella quale opera l’intermediario.

Dulcis in fundo, rimane il rischio più caratteristico, e – se volete – persino ironico: quello che promana dagli stessi Stati Uniti. Usando il dollaro, ogni paesi si espone volontariamente ai capricci di questa valuta, e quindi di chi la governa. La ragnatela rimane sempre di Spider Man, nonostante tutto. E a volte gli sfugge di mano.

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Puntata precedente: La globalizzazione del dollaro. La metamorfosi dopo il 2008 

Le ragioni economiche dell’egemonia del dollaro


Volendo farla breve, potremmo rispondere molto facilmente a chi si chiede perché mai il dollaro domini i mercati internazionali usando l’argomento della legge del più forte, che nella giungla – notoriamente affine ai nostri mercati – ci mette poco a essere l’unica. Gli Usa sono i più forti, e tanto basta.

Ma peccheremmo di semplicismo, oltre a tradire la ragione di questo blog, se ci limitassimo a sottolineare l’ovvio trascurando di osservare le infinite sfumature nascoste sotto a una tinta unica. Perché dietro la ragione politica, che pure si potrebbe banalizzare come abbiamo detto, c’è anche quella economica.

E’ interessante sottolinearlo perché ciò non solo illustra motivazioni che sfuggono agli osservatori superficiali, ma contiene preziose informazioni per chiunque voglia studiare da valuta concorrente a quella egemone. Come ad esempio noi europei, che ripetiamo spesso, e magari credendoci pure, che siamo intenzionati a far crescere il ruolo internazionale dell’euro, al punto che la nostra banca centrale produce ogni anno un corposo libretto assai utile da compulsare per capire quanto profondo sia l’abisso fra il nostro dire e il nostro poter fare. Questo almeno finora. L’accordo recente sul Recovery fund, infatti, è un chiaro preludio alla nascita di un safe asset europeo, ossia quel tipo di strumento di cui i mercati sono costantemente alla ricerca, che nel tempo, una volta completata l’unione del mercato dei capitali e impostata una seria unione fiscale, potrà essere sul serio concorrente del dollaro. Ma questa è una storia ancora tutta da scrivere, quindi inutile parlarne adesso.

Torniamo invece al nostro tema. Dietro la ragione politica, dicevamo, ce n’è anche una economica. Detto semplicemente. Gli operatori economici se ne infischiano delle cannoniere americane sparse per gli oceani, pure se sanno che rappresentano l’autentico collaterale alla base delle ricchezze custodite dalla Fed, che infatti rimane la principale bussola nei procellosi mari della finanza. A loro interessa che acquistare e vendere dollari sia utile ai loro fini. Ossia far soldi. Quindi altri dollari, se del caso.

Questo aspetto utilitaristico è ben rappresentato nel paper della Bis che ha ispirato questa miniserie che spiega in poche e chiare parole perché questi operatori siano costantemente a caccia di verdoni.

Cominciamo dalla prima domanda: perché entità non Usa possono essere interessate a prendere dollari in prestito?

Le ragioni sono diverse. Innanzitutto il mercato del dollaro è molto ampio e assai liquido perché può contare su una base enorme di investitori. Il dollaro, per dirla altrimenti, è il safe asset per eccellenza. E questo contribuisce a diminuire i costi di transazione. Fuori dal gergo, ci sono moltissime persone che hanno dollari a disposizione – e quindi molti dollari in circolazione – e perciò è facile venderli e comprarli (liquidità) senza dover penare troppo (costi di transazione). Alcuni prenditori, come alcune economie avanzate che hanno inflazione alta e istituzioni domestiche deboli, e quindi poco credibili, hanno un chiaro interesse a collocare debito in valuta pregiata, come si diceva una volta, per attrarre gli investitori che non vogliono correre, oltre a rischio emittente, il rischio di cambio. Inoltre indebitarsi in dollari ha il vantaggio di condurre a una diversificazione delle fonti di finanziamento. Sempre perché ci sono molte persone che hanno dollari da investire.

Un’altra ragione per la quale un’entità non Usa chiede dollari risiede nel fatto che il commercio internazionale è in larga parte denominato in dollari. A cominciare da quello petrolifero. Infatti, malgrado l’economia Usa pesi intorno al 24% di quella globale, gli scambi in dollari arrivano al 50% di quelli totali, e quindi i compratori devono poter disporre di dollari, mentre i venditori devono trovare il modo di impiegarli (spesso sono compratori anch’essi).

Infine, c’è un fatto puramente tecnico. Il differenziale di costo per chi si indebita in dollari è più basso. Dai tempi della crisi finanziaria, addirittura si è ridotto il costo di coprirsi in dollari rispetto alle altre valute.

Se le ragioni illustrate, che sono puramente economiche, spiegano perché i non Usa prendono dollari a prestito, bisogna adesso chiedersi perché gli americani prestano così volentieri dollari ai prenditori non Usa.

Anche qui non serve scomodare la fantasia: le ragioni sono quelle del vecchio, caro profitto. Intanto perché dare a prestito fuori dagli Usa consente di ricavare tassi di interesse più elevati. Poi perché si diversificano i portafogli e quindi i rischi.

Nel 2019, stima la Bis, le banche Usa avevano crediti esteri sotto forma di prestiti per una cifra compresa fra 1,5 e 1,9 trilioni di dollari a cui si aggiungono al 2 trilioni di dollari di asset di entità finanziarie non bancarie che hanno investito in obbligazioni di entità non Usa. La gran parte di questi asset sono detenuti da Mutual Funds (grafico sotto a sinistra).

C’è una terza domanda che dobbiamo porci: perché un investitore estero può essere interessato a comprare debito americano? Anche c’è una risposta semplice: il profitto e la sicurezza. Ma i dettagli sono più sofisticati. Spesso un investitore non Usa prende a prestito dagli Usa per comprare asset Usa, in quello che sembra un perfetto corto circuito mentre è uno dei più collaudati meccanismi di funzionamento dei mercati.

Gli asset americani infatti, oltre alle famose cannoniere alle spalle, hanno la proprietà di garantire rendimenti superiori, corretti per il rischio, rispetto a quelli che gli investitori esteri ricaverebbero altrove. E questo spiega perché nel 2019 gli investitori non Usa detenessero 3,8 trilioni di dollari di obbligazioni corporate Usa a lungo termine. Circa un quarto del totale. Notate (grafico sopra pannello di destra) che gli Usa esprimono circa la metà del debito corporate di alta qualità. E qui torniamo al punto del mercato ampio, profondo e liquido.

Abbiamo un’ultima domanda da porci: perché entità non Usa si trovano a disporre di dollari? Le risposte sono diverse. C’è una tema di riserve valutarie, per cominciare. Si calcola che ci siano in circolazione 6,8 trilioni di riserve in dollari, pari a circa il 61% del totale. Poi c’è il commercio estero, lato venditori stavolta. Questi ultimi – si pensi ai paesi esportatori di petrolio e ai petrodollari – si trovano a disporre di ingenti capitali denominati in dollari derivanti dai loro scambi e devono pur farne qualcosa. Infine ci sono i dollari che derivano da posizione di intermediazione. Entità e banche non Usa possono ricevere dollari sotto forma di depositi retail, ad esempio, e decidere di comprare attività in dollari per bilanciare le passività.

Come si può dedurre da questa breve elencazione, ci sono diverse ragioni per le quali il dollaro è così tanto popolare, per non dire fondamentale. Chi volesse davvero spiazzare questa valuta ha solo una carta da giocare. Deve diventare l’America.

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Puntata precedente: Il sistema finanziario che ruota attorno al dollaro Usa

Cartolina. L’interesse per il debito


Scrive l’Istat che dal 1861 il debito pubblico italiano è stato nella soglia di Maastricht del 60 per cento del pil solo 40 anni su 160. Per giunta solo in corrispondenza di eventi maggiori quali furono l’Unità d’Italia, che consenti di diluire l’alto debito sabaudo con quello assai meno pronunciato degli altri stati pre-unitari, e l’inflazione del secondo dopoguerra. Detta così sembra un destino al quale non sappiamo (o non vogliamo) sfuggire, visto che oggi ci avviamo a ritrovare la soglia del 160 per cento sul pil vista solo in occasione della Prima guerra mondiale. Ma se guardiamo ancora più a fondo osserviamo che nel terribile ventennio che dagli anni ’70 condusse alla crisi del debito del 1992, furono gli interessi a far lievitare il debito pubblico, oltre ovviamente ai deficit fuori controllo. E questo dovrebbe bastare a convincere chi oggi propone di vendere debito patriottico a caro prezzo invece che a un tasso europeo, visto che esistono strumenti che lo consentono. Ma è più probabile il contrario. Che prevalga, vale a dire, l’interesse per il debito.

Cronicario. Buongiorno 2025: sono il Pil pre-coronacoso


Proverbio dell’8 luglio Chi è buono e ha molti amici non accumula ricchezza

Numero del giorno: 1.200.000 Morti in India in 20 anni per morso di serpente

Carissimi,

adesso che inizia il 2025 vi posso confermare che aveva ragione quel tale istituto di ricerca che in un giorno caldo di luglio di cinque anni fa aveva pronosticato che finalmente sarei tornato quello di una volta: il Pil di prima del coronacoso.

Che dite? Non ero poi così entusiasmante nel 2019? Vabbé non ero il Pil dei ’50-60, quando ero ancora giovanetto e correvo come un cinese. Però dai, qualche soddisfazione ve l’ho regalata anche dopo. Per dire: che anno il 2021 eh?

Certo se il governo avesse fatto di più… Chessò: anziché fare solo quell’ottantina scarsa di miliardi di deficit in più del solito ne avesse fatti il doppio, sai che moltiplicatori.

Invece il governo se n’è uscito con le solite cose: le grandi opere.

Cose già sentite, infatti, a parte qualche straordinaria e – finalmente – nuova idea: il Ponte sullo stretto di Messina.

E per fortuna che c’erano redditi di emergenza, cittadinanza, figliolanza, maldipanza eccetera.

Ma adesso basta pensare al passato. Mi attende un luminoso futuro: il pil del 2007.

A domani.

Cose Turche: Ankara parla coi francesi perché i greci (e Cipro) intendano


E così siamo tornati all’inizio della storia. Ai greci contro gli asiatici. Ieri era la democrazia ateniese contro l’autocrazia persiana. Oggi è il capitalismo liberale, pure nella sua ridotta periferica greca, contro l’autocrazia turca, che coi persiani di allora condivide una certa mania di grandezza. Con ciò intravedendosi, sul limitare del confine europeo rappresentato da Atene, la madre di tutti i conflitti che l’Europa, l’Ue, o come si chiama, si trova improvvisamente a dover fronteggiare, dovendo decidere una volta per tutte – e senza più il comodo ombrello atlantico – cosa vuole fare da grande.

Non si tratta qui di covare nostalgiche filosofie della storia. Quest’ultima, com’è noto, non si ripete ma si somiglia. Si tratta piuttosto di provare a rendere intellegibili i tanti segnali che le cronache ci propongono travestiti magari da pretesti.

Per dire: il litigio ormai costante che anima la scena europea fra i due alleati della Nato – Francia e Turchia – che cela palesemente senza nominarla la questione greca, con Cipro nel ruolo di miccia della polveriera del Mediterraneo orientale, dove si nascondono immensi tesori energetici e si preparano inusitati sviluppi infrastrutturali.

Bastano due nomi per ricordare il problema: EastMed e Tanap, entrambi gasdotti. Il primo, ancora da costruire, fra Grecia, Israele e Cipro, con l’Italia a guardare interessata, mentre la Turchia rimane alla finestra tagliata fuori, alla faccia della sua vocazione di hub verso l’Ue.

Il secondo come gasdotto già operativo che tira una linea dall’Azerbaijan – che è nell’orbita russa – all’Italia (tramite Tap), con Turchia a servire il suo ruolo preferito di terra di passaggio obbligata.

EastMed, che forse si farà forse no, diventa nell’opinione di molti il perfetto incubatore di una relazione speciale fra greco-ciprioti e Francia, che infatti litiga con i turchi col pretesto delle esercitazioni Nato, ma solo per nascondere l’irritazione (e l’umiliazione) dopo lo sfortunato sostegno ad Haftar nella contesa libica, che non ha impedito ai Turchi di vincere (per adesso) sul terreno una guerra iniziata proditoriamente dai francesi con la destabilizzazione di Gheddafi. La politica di potenza francese non prevedeva, evidentemente, quella di Ankara.

Stabilizzata in qualche modo la Libia, il confine si è spostato a Nord, ma sempre nel Mediterraneo orientale, dove la Turchia ha già proiettato, infischiandosene di proteste e minacce – fra le quali primeggia la richiesta francese all’Ue (rilanciata da un notiziario greco) di comminare sanzioni al partner Nato – la sua zona economica speciale che la collega direttamente con la Libia.

E perché non si pensi che sia solo una questione di petrolio e gasdotti, di commercio e di ricerca di influenze, giova ricordare che il conflitto – per adesso solo minacciato – arriva a lambire anche questioni più sottili all’apparenza, ma molto concrete nella sostanza.

Esempio illuminante: la decisione che nell’arco di un paio di settimane le autorità turche dovrebbero prendere sulla sorte di Hagia Sophia, la cattedrale bizantina conquistata dai turchi nel 1453 insieme a Costantinopoli, che divenne moschea e quindi museo per decisione di Ataturk, il padre della Turchia laica degli anni ’20-’30 del ‘900.

Dicono che Erdogan, che ha imparato a usare la religione come strumento politico pure senza volere uno stato confessionale, voglia trasformare nuovamente il museo in moschea e i primi a protestare – ovviamente – sono stati i greci, scomodando categorie ormai dimenticate, come la discordia fra cristiani e musulmani, che ci riporta, appunto, ai tempi degli ottomani, versione del secolo XV DC dei persiani di Eschilo del V secolo AC.

A questo rincorrersi di rimandi e memorie, l’attualità partecipa col sapore fresco dell’inedito, come con l’esortazione del segretario di stato Usa, Mike Pompeo, a mantenere la cattedrale come museo, cui ha replicato a brutto muso un portavoce del ministero degli esteri turco ricordando all’alleato americano – Nato e non solo – che Hagia Sophia è un affare loro.

Sapremo a giorni come andrà a finire questa storia. Intanto è interessante osservare come anche il patriarca di Mosca, Kirill, capo della chiesta ortodossa Russa, abbia esortato la Turchia a evitare di trasformare il museo in moschea. Nel gioco di memorie e nostalgie, non poteva mancare quella russa per la terza Roma, che aggiunge alle frizioni militari – chissà quanto reali – fra russi e turchi in Libia, quelle religiose.

Non sappiamo quanto peserà l’auspicio russo. Per adesso i turchi ricordano che “Hagia Sophia è proprietà della Repubblica di Turchia ed è stata conquistata”, come ha detto direttamente il ministro degli esteri di Ankara. Perché non si abbia dubbio alcuno su quale è stato, è e sarà il tenore della contesa: la conquista, né più né meno.

Così evidentemente la Turchia interpreta il suo secolo XXI, e gli alleati, Nato o non Nato, faranno meglio a ricordarlo. Parlare (male) alla Francia perché i greci (e Cipro) intendano è molto più che un espediente, per i Turchi. E’ una promessa che incombe sul futuro dell’oriente del Mediterraneo. Ossia del mare nostrum. E quindi dell’Europa.

Questo pezzo conclude la Trilogia delle Cose Turche, una rapida ricognizione sui sogni di grandezza che Ankara sta covando lungo il Mediterraneo orientale, che spaziano dalla Libia, alla Siria all’Iraq, e finiranno inevitabilmente con l’urtare sul confine europeo della Grecia. Si tratta di uno dei capitoli più interessanti, perché molto vicino a noi, di quella che abbiamo chiamato la Globalizzazione emergente. Crediamo sia utile farne un promemoria, per quando le cose diventeranno più evidenti. Le altre due puntate le trovate qui e qui. Buona lettura.

Cartolina. La pandemia del contante


Se al posto dell’oro mettiamo il denaro, vale sempre l’emistichio di Virgilio che dispregiava l’auri sacra fames. C’è un’esecranda fame di contante, diremmo noi oggi, mentre con fatica proviamo a maneggiare fiumi di denaro compressi dentro a un microchip e ai piani alti del sistema si studia come rendere sempre più digitale, e quindi evanescente, il mezzo di pagamento. Tendenza coerente col tempo effimero che ci è capitato di abitare, ma in netto contrasto con la consuetudine. L’uomo ci ha messo secoli per transitare dall’oro alla banconota e difficilmente ce ne vorranno meno per convincerlo a sostituire quei pezzi di carta anonimi, non tracciabili e stipabili a volontà senza alcun costo, con una diavoleria che chissà chi controlla e a quali fini. Nei tempi delle app onnipresenti e della seduzione onnicomprensiva della tecnologia, rimane il desiderio di essere liquidi e invisibili, come mostra la notevole domanda di cash registrata durante la crisi Covid. Che ha mostrato l’altra faccia della pandemia. Quella del contante.

Cartolina. Tremila miliardi sopra il cielo


Chissà dove arriverà il bilancio della Bce, che dopo appena un lustro dal suo spavaldo avventurarsi nelle terre inesplorate dell’acquisto ripetuto di asset, ha totalizzato ormai  quasi tremila miliardi di attivi. Una cifra che fa impressione non solo per i tanti zeri, ma anche perché partiva da zero. Un quinquennio è bastato per mutare sostanzialmente la costituzione economica della Banca centrale, che molti ormai sospettano di intenti politici. O quantomeno di supplenza di una politica europea ancora troppo timida. Raggiungere i target di inflazione è stato il perfetto pretesto per un whatever it takes che dura fino a oggi e non finirà neanche domani, visto che la Banca ha ripetuto anche di recente che proseguirà le sue politiche finché sarà necessario, a sua totale discrezione. Sopra i tremila miliardi non c’è il tremilaunesimo. C’è il cielo.

Fenomenologie giapponesi. Le città che scompaiono


Non sappiamo da qui al 2060, quando si prevede che popolazione giapponese sarà un quarto in meno di adesso, cosa succederà alle tante città giapponesi che già oggi stanno divenendo evanescenti per mancanza di popolazione. Città fantasma, come nel vecchio West americano, che nell’Est giapponese somiglieranno magari di più alle Città invisibili di Calvino. Ghirigori di pietra che custodiscono memorie, dove ancora magari si aggirano rari individui con i capelli bianchi.

Sappiamo però, perché ce lo racconta il Fmi nell’ultimo staff report dedicato al Giappone, che la demografia declinante del Sole Levante è un fardello terribile per il mercato immobiliare, già provato da una crisi ultradecennale. E non serve essere campioni dell’economia per capirne la ragione. A che servono i tetti se non ci sono più teste da riparare?

Culle vuote, e perciò case vuote: molto semplice. Ed è altrettanto ovvio che a sperimentare la desertificazione siano innanzitutto le aree rurali, che già pagano pegno al progresso che genera megalopoli dalla potente attrazione gravitazionale. Nessuna novità: è dai tempi dei sumeri che la città svuota le campagne. Oggi semmai abbiamo il problema che le campagne sono sempre meno prodighe nel generare, e quindi la spoliazione demografica le colpisce ancora più duramente.

La Greater Tokyo, scrive il Fmi, “sta sperimentando flussi netti di immigrazione, guidati da giovani giapponesi che cercano migliore istruzione e lavoro all’altezza”. I superstiti giapponesi si muovono in massa verso le città più grandi: Tokyo, Osaka, Nagoya e Fukuoka. Ma questo sangue giovane che va al centro rende la periferia ancora più anemica. Quanto può sopravvivere un corpo dove la circolazione si concentra solo nel cuore?

Gli scompensi del corpo sociale si possono leggere in tanti modi, e quello economico è uno dei più penetranti, almeno ai nostri fini. E gli scompensi del mercato immobiliare, che è uno dei pilastri dell’economia di un paese, sono la spia del profondo malessere di una delle società che per colmo di paradosso è fra le più ricche e avanzate del mondo. E che il real estate giapponese sia alle prese con profondi scompensi, causati dalla demografia, ormai è un fatto conclamato.

Il ministero delle infrastrutture ha fatto sapere che quasi il 13% delle abitazioni totali del paese sono vacanti. Ecco le case vuote. Questi beni – ma lo sono veramente? – vengono indicate come “Akiya” e solitamente vengono vendute gratis, o addirittura a prezzi negativi. Soprattutto, si prevede che nei prossimi 15 anni il numero delle case vuote arriverà a 21,7 milioni, circa un terzo del totale. “Questo fenomeno è osservato in tutte le parti del Giappone, ma soprattutto nelle aree rurali”, scrive il Fmi. Ovviamente i prezzi, già duramente provati dal crash di fine anni ’80, ne hanno risentito.

Da quando il nuovo premier Abe ha lanciato la sua politica economica i prezzi sono leggermente risaliti, ma “esiste una chiara dispersione regionale in termini di variazioni dei prezzi delle abitazioni”.

I modelli teorici evidenziano che i prezzi tendono a diminuire parecchio nelle aree soggette a crescita negativa della popolazione e la realtà, sottolinea il Fondo, potrebbe pure essere peggiore se le policy non invertiranno questa tendenza, con il mercato immobiliare che rischia di avvitarsi su se stesso mentre le città che scompaiono insieme con le persone. Cronache probabili, del Giappone che verrà.

(3/segue)

Puntata precedente: Anno 2060, odissea nella demografia

Fenomenologie giapponese. Anno 2060: odissea nella demografia


Fra 40 anni, stima il governo giapponese, ci sarà un lavoratore per ogni anziano e l’attuale popolazione di 127 milioni di abitanti si sarà ridotta di un quarto. La curva demografica del Giappone, che già quota un’età media di 48,4 anni, risultando il paese più vecchio al mondo, diverrà mano a mano più ripida, col risultato di collocare il paese all’avanguardia del cambiamento demografico globale. Che se ci pensate si sposa bene con l’altra avanguardia giapponese; quella delle politiche monetarie ultra-espansive, per tacere dei persistenti stimoli fiscali, sperimentate in Giappone assai prima che altrove.

Ma non si tratta solo di fare classifiche. L’avanguardismo demografico giapponese è un ottimo pretesto per sperimentare nuove politiche di contrasto a una tendenza naturale – l’invecchiamento provocato dalla minora natalità e l’aumentata longevità – che si vorrebbe correggere artificialmente almeno relativamente agli impatti che questo invecchiamento genera sulla struttura socioeconomica del paese. Il grafico sotto è più eloquente di mille parole.

Il primo, evidente, guasto riguarda la capacità produttiva, che in un mondo dove i lavoratori sono sempre meno non può che risultarne impedita. E infatti il Fmi ha stimato che la crescita economica giapponese declinerà in media di 0,8 punti percentuali l’anno per i prossimi 40 anni. La demografia è un fardello che nessuna economia può permettersi di ignorare a lungo.

Se guardiamo al quadro d’insieme, le conseguenze di questa deriva sono ancora più profonde. Le spesa correlata all’invecchiamento – ossia sanità e pensioni – è destinata a crescere proprio mentre la base fiscale che dovrebbe sostenerla tende a restringersi (a causa del calo del prodotto). Altrettanto, la demografia zavorra i tassi di interesse, già negativi oggi, e figurarsi domani dove andranno, e potrà avere effetti assai repressivi sul mercato immobiliare, già alle prese con le case vuote a causa di un’offerta superiore alla domanda.

Il combinato disposto genera pressione sul sistema finanziario, sia a livello delle famiglie che a livello bancario e assicurativo. Insomma, per farla semplice, l’invecchiamento della popolazione sclerotizza una società preparandola – letteralmente – alla morte economica.

I consigli di policy sono i soliti: stimoli monetari e fiscali e misura di salvaguardia per il sistema finanziario. Purché siano strutturali, raccomanda il Fmi. Come ad esempio quelle per far lavorare di più un numero maggiore di persone, a cominciare dalle donne. Ma lavorare per fare cosa, e fino a quando?

L’odissea che attende il Giappone la possiamo solo immaginare. E non sarà tanto diversa da quella che attende noi.

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Puntata precedente: La persistenza dello stimolo fiscale

Puntata successiva: Le città che scompaiono

Viaggio in Cina: Alle origini del miracolo economico


Trattandosi dell’unica reale novità geopolitica del XXI secolo, gli Usa ormai sono fuori moda e l’Ue ancora non ha sostanza, conviene trovare ogni pretesto per riepilogare l’epopea della Cina, specie adesso che la potenza egemone in carica mostra di prenderla fin troppo sul serio, come dimostra l’escalation della guerra commerciale scatenata dagli Usa contro Pechino.

L’occasione stavolta ce l’ha fornita una bella ricerca di Bankitalia che ha messo insieme svariate intelligenze per offrirci un buon resoconto dello stato dell’arte. La Cina, quindi, qui ed ora, a uso di distratti o semplici compilatori, ai quali c’iscriviamo d’ufficio.

Come in ogni storia, vale sempre la pena cominciare dall’inizio, che nel caso della Cina coincide con la fondazione della Repubblica popolare del gran timoniere Mao Zedong dopo “il secolo dell’umiliazione” iniziato nel XIX: quello durante il quale la Cina ha sofferto sotto il tallone di ferro delle potenze straniere. Senza bisogno di farla troppo lunga, e ricordando che in fondo qui collezioniamo numeri, basta ricordare che durante il periodo maoista, fra il 1952 e il 1977, il reddito cinese è cresciuto mediamente del 3,7% l’anno, la metà di quello che si registrerà nei successivi quarant’anni, ossia da quando inizia l’era di Deng Xiaoping. Un ventennio durante il quale la Cina inaugura e mette in piedi la sua personalissima epopea verso il capitalismo.

La metamorfosi economica cinese partì dall’agricoltura, com’era logico che fosse vista la notevole importanza del settore primario nel paese. Le riforme di Deng consentirono un aumento del prezzo dei beni alimentari, tenuti bassi artificialmente per decenni, e insieme consentì alle famiglie di gestire in maniera autonoma i propri appezzamenti di terra. Ogni agricolotore doveva restituire una quota di prodotto, valutata a prezzi ufficiali, allo stato e il resto poteva essere venduto al mercato.

Si trattò insomma di una decisa virata verso una pallida forma di capitalismo agrario che bastò tuttavia a far decollare la produttività. Nel quinquennio successivo alla riforma l’agricoltura crebbe al ritmo medio annuo del 5,6% e la produzione alimentare del 50%. L’accumulazione consentì uno spostamento di risorse verso il settore secondario, quindi dando il via all’industrializzazione cinese, mentre lungo le città costiere si inaugurava una politica di apertura verso l’estero tramite la fondazione di zone economiche speciali capaci di attrarre investitori esteri, quindi denaro e tecnologia.

La fine dell’epoca Deng inaugurò, negli anni ’90, quella di Jiang Zemin, che inaugurò una politica di riallocazione delle risorse dai settori giudicati meno produttivi e meno strategici ad altri. Un’altra decisa sterzata verso un’economia di mercato, pure se in stile cinese, quindi a vocazione pianificata. Cuore della riforma furono le cosiddette State Owned Enterprises (SOEs), ossia le grandi imprese pubbliche, tuttora spina dorsale del sistema produttivo cinese.

La riallocazione fu in perfetto stile “asiatico”: decisa e senza troppi riguardi. Tra il 1995 e il 2000, racconta Bankitalia, il 40% degli impiegati di queste imprese “viene licenziato e lasciato privo di rete di protezione sociale, delegando il loro riassorbimento al settore privato”. E tanti auguri. I settori strategici, come l’energia, la metallurgia,la siderurgia e la chimica, però rimasero saldamente sotto il controllo pubblico.

Questa fase culmina con l’ingresso della Cina nel WTO, nel 2001, che segna all’inizio del miracolo economico globale di Pechino, compiuto all’insegna di una crescente imprenditorialità privata che nasce e cresce sotto l’occhio vigile e la volontà del governo. Quella che viene definita “vicinanza subordinata”, coltivata all’ombra della teoria delle “tre rappresentanze”. Questo dottrina vede nel partito comunista cinese lo strumento attraverso il qualo lo stato deve sostenere le forze sociali produttive più avanzate (prima rappresentanza), fra i quali ci sono ovviamente gli imprenditori, quelle della cultura (seconda rappresentanza) e infine gli interessi della maggioranza della popolazione (terza rappresentanza.

Il decennio successio all’epoca di Jian Zemin inaugura l’epoca di Hu Jintao che oggi viene raccontata, in Cina, come un periodo fonte di squilibri, mentre gli osservatori esteri i guardano come a un deciso riorientamento in chiave socialista delle riforme “liberali” varate nei decenni precedenti. In sostanza lo stato decise di farsi carico del terremoto provocato dalle riforme passate socializzandone sostanzialmente il costo. Nella previdenza, ad esempio, che come abbiamo visto, viene riorganizzata. Ma anche nel sistema bancario.

All’inizio del XXI secolo, infatti, il sistema bancario si trova pieno di crediti deteriorati e non esigibili generati all’interno delle SOEs. Sicché fra il 1999 e il 2006 il governo si occupò di ricapitalizzare il sistema bancario che, secondo alcune stime, teneva in pancia sofferenze per un importo oscillante fra il 40 e il 50%. La strada scelta fu quella della cessione al valore facciale di questi prestiti ad alcune società di gestione di emanazione governativa, ossia dotate di fondi pubblici. In tal modo il costo della ricapitalizzazione, calcolato nel 30% del pil, è stato scaricarito sulla collettività.

E qui veniamo a due caratteristiche del miracolo cinese sempre troppo poco sottolineate: la spietatezza e la noncuranza. La prima, esercitata innanzitutto verso la propria popolazione. La seconda, davvero imperiale, verso il denaro e le grandezze macroeconomiche. Chiunque sappia leggere in filigrana comprenderà perché gli Usa siano così preoccupati.

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