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Viaggio in Cina: Alle origini del miracolo economico


Trattandosi dell’unica reale novità geopolitica del XXI secolo, gli Usa ormai sono fuori moda e l’Ue ancora non ha sostanza, conviene trovare ogni pretesto per riepilogare l’epopea della Cina, specie adesso che la potenza egemone in carica mostra di prenderla fin troppo sul serio, come dimostra l’escalation della guerra commerciale scatenata dagli Usa contro Pechino.

L’occasione stavolta ce l’ha fornita una bella ricerca di Bankitalia che ha messo insieme svariate intelligenze per offrirci un buon resoconto dello stato dell’arte. La Cina, quindi, qui ed ora, a uso di distratti o semplici compilatori, ai quali c’iscriviamo d’ufficio.

Come in ogni storia, vale sempre la pena cominciare dall’inizio, che nel caso della Cina coincide con la fondazione della Repubblica popolare del gran timoniere Mao Zedong dopo “il secolo dell’umiliazione” iniziato nel XIX: quello durante il quale la Cina ha sofferto sotto il tallone di ferro delle potenze straniere. Senza bisogno di farla troppo lunga, e ricordando che in fondo qui collezioniamo numeri, basta ricordare che durante il periodo maoista, fra il 1952 e il 1977, il reddito cinese è cresciuto mediamente del 3,7% l’anno, la metà di quello che si registrerà nei successivi quarant’anni, ossia da quando inizia l’era di Deng Xiaoping. Un ventennio durante il quale la Cina inaugura e mette in piedi la sua personalissima epopea verso il capitalismo.

La metamorfosi economica cinese partì dall’agricoltura, com’era logico che fosse vista la notevole importanza del settore primario nel paese. Le riforme di Deng consentirono un aumento del prezzo dei beni alimentari, tenuti bassi artificialmente per decenni, e insieme consentì alle famiglie di gestire in maniera autonoma i propri appezzamenti di terra. Ogni agricolotore doveva restituire una quota di prodotto, valutata a prezzi ufficiali, allo stato e il resto poteva essere venduto al mercato.

Si trattò insomma di una decisa virata verso una pallida forma di capitalismo agrario che bastò tuttavia a far decollare la produttività. Nel quinquennio successivo alla riforma l’agricoltura crebbe al ritmo medio annuo del 5,6% e la produzione alimentare del 50%. L’accumulazione consentì uno spostamento di risorse verso il settore secondario, quindi dando il via all’industrializzazione cinese, mentre lungo le città costiere si inaugurava una politica di apertura verso l’estero tramite la fondazione di zone economiche speciali capaci di attrarre investitori esteri, quindi denaro e tecnologia.

La fine dell’epoca Deng inaugurò, negli anni ’90, quella di Jiang Zemin, che inaugurò una politica di riallocazione delle risorse dai settori giudicati meno produttivi e meno strategici ad altri. Un’altra decisa sterzata verso un’economia di mercato, pure se in stile cinese, quindi a vocazione pianificata. Cuore della riforma furono le cosiddette State Owned Enterprises (SOEs), ossia le grandi imprese pubbliche, tuttora spina dorsale del sistema produttivo cinese.

La riallocazione fu in perfetto stile “asiatico”: decisa e senza troppi riguardi. Tra il 1995 e il 2000, racconta Bankitalia, il 40% degli impiegati di queste imprese “viene licenziato e lasciato privo di rete di protezione sociale, delegando il loro riassorbimento al settore privato”. E tanti auguri. I settori strategici, come l’energia, la metallurgia,la siderurgia e la chimica, però rimasero saldamente sotto il controllo pubblico.

Questa fase culmina con l’ingresso della Cina nel WTO, nel 2001, che segna all’inizio del miracolo economico globale di Pechino, compiuto all’insegna di una crescente imprenditorialità privata che nasce e cresce sotto l’occhio vigile e la volontà del governo. Quella che viene definita “vicinanza subordinata”, coltivata all’ombra della teoria delle “tre rappresentanze”. Questo dottrina vede nel partito comunista cinese lo strumento attraverso il qualo lo stato deve sostenere le forze sociali produttive più avanzate (prima rappresentanza), fra i quali ci sono ovviamente gli imprenditori, quelle della cultura (seconda rappresentanza) e infine gli interessi della maggioranza della popolazione (terza rappresentanza.

Il decennio successio all’epoca di Jian Zemin inaugura l’epoca di Hu Jintao che oggi viene raccontata, in Cina, come un periodo fonte di squilibri, mentre gli osservatori esteri i guardano come a un deciso riorientamento in chiave socialista delle riforme “liberali” varate nei decenni precedenti. In sostanza lo stato decise di farsi carico del terremoto provocato dalle riforme passate socializzandone sostanzialmente il costo. Nella previdenza, ad esempio, che come abbiamo visto, viene riorganizzata. Ma anche nel sistema bancario.

All’inizio del XXI secolo, infatti, il sistema bancario si trova pieno di crediti deteriorati e non esigibili generati all’interno delle SOEs. Sicché fra il 1999 e il 2006 il governo si occupò di ricapitalizzare il sistema bancario che, secondo alcune stime, teneva in pancia sofferenze per un importo oscillante fra il 40 e il 50%. La strada scelta fu quella della cessione al valore facciale di questi prestiti ad alcune società di gestione di emanazione governativa, ossia dotate di fondi pubblici. In tal modo il costo della ricapitalizzazione, calcolato nel 30% del pil, è stato scaricarito sulla collettività.

E qui veniamo a due caratteristiche del miracolo cinese sempre troppo poco sottolineate: la spietatezza e la noncuranza. La prima, esercitata innanzitutto verso la propria popolazione. La seconda, davvero imperiale, verso il denaro e le grandezze macroeconomiche. Chiunque sappia leggere in filigrana comprenderà perché gli Usa siano così preoccupati.

(1/segue)

Cronicario: E dopo Pechino Mister T azzanna il pecorino


Proverbio del 6 maggio Con un orecchio ascolta, con l’altro ignora

Numero del giorno: 716.000.000 Valore export di armi dell’Italia nel IQ 2019 (-29% su IQ 2018)

Più carico che mai, il nostro Mister T. s’è esibito in una di quelle sue pose da bombarolo che gli riescono benissimo, nell’epoca di internet. E infatti si manifesta su twitter come uno spiritello pazzoide e dice cose abnormi con quella faccia un po’ così…

Questo accadeva ieri sera, all’ora americana, per giunta di domenica. Questo spiega certe reazioni disdicevoli, quando stamattina l’Italia ha preso coscienza e, oltre al freddo polare a maggio, ha visto le borse cinesi perdere fra il 5 e il 7 cento.

Sembrava che tutto filasse a meraviglia fra Mister T e i ragazzi dello zoo di Pechino. E invece era tutta una finta. Panico, orrore e raccapriccio, e per finire in bellezza anche la nostra borsetta caracolla e perde un 2 per cento secco a una cert’ora, che poi è più o meno la stessa in cui viene si viene a sapere che non paghi di aver terremotato le borse cinesi – ah la delegazione cinese ha fatto sapere che andrà negli Usa a trattare – gli emuli di Mister T hanno dato il via alla procedura per daziare l’Ue colpendo dove fa più male.

Proprio così. I bene informati ci fanno sapere che nel mitragliatore tuittero di Trump sono già pronti i prossimi colpi diretti non solo all’Ue, ma verso un settore che ci vede in prima linea il Europa: l’agroalimentare. Dopo Pechino, tocca al pecorino. Si salvi chi può.

A domani.

 

I redditi affondano e gli italiani emigrano come negli anni ’70


Dovremmo rifuggire la nostalgia dei bei tempi andati, specie quando non li abbiamo vissuti. Perché certe memorie, che talvolta riecheggiano nel nostro dibattito pubblico, ricordano circostanze amarissime del presente. Chi evoca le meraviglie del passato – suonerà strano ma succede – dovrebbe ricordare che gli italiani scappavano dall’Italia, non più tardi di mezzo secolo fa.

Il promemoria arriva dal Fmi, nell’ultimo staff report dedicato all’Italia, che ospita alcuni grafici che dovremmo tenere tutti a mente quando discorriamo del presente, proprio perché rappresentano bene il nostro passato. Un passato al quale sembrava ormai consegnata la nostra vocazione migratoria. E invece non è così.

Come ogni rappresentazione generale, anche questa va presa con giudizio. Ma già dalla semplice osservazione delle curve possiamo desumere alcune informazioni. Il dato dell’emigrazione, innanzitutto. Negli ultimi anni il numero degli emigrati ha oscillato intorno ai 160 mila, che è all’incirca il livello dei primi anni ’70, quando iniziò il ciclo discendente che già vent’anni dopo aveva condotto l’emigrazione nell’ordine di alcune decine di migliaia di persone l’anno, un livello che si potrebbe definire fisiologico, considerando l’internazionalizzazione dell’economia avvenuta nel frattempo.

Il trend si è invertito bruscamente dopo l’inizio della crisi, come si può osservare. E pure se bisognerebbe osservare i dati micro per capire in dettaglio dtassi di povertà

i che tipo di emigranti stiamo parlando – più o meno istruiti, più o meno benestanti – è sicuramente un buon elemento indiziario osservare il grafico di sinistra, che monitora l’andamento dei tassi di povertà nel nostro paese nell’ultimi decennio abbondante.

Come si può osservare il tasso di povertà è cresciuto di un paio di punti dal 2004, ma ciò che colpisce di più è la grande divaricazione che si osserva fra i 15-29enni – gli emigranti più papabili – e gli over 65. La forbice si allarga notevolmente proprio a partire dal 2008, con gli over65 che esibiscono tassi calanti e  i giovani tassi crescenti. Negli anni vicini a noi questi ultimi quotano intorno al 25%, mentre gli over sono circa 10 punti sotto. Evidentemente la stabilità assicurata dal sistema pensionistico ha consentito agli over di reggere la crisi meglio dei under. E questo si può vedere da questi altri grafici.

Dai grafici si evince con chiarezza che la diminuzione dei redditi reali, fatta come base l’anno 2000, è stata molto pronunciata per i più giovani che per gli anziani, e anche la suddivisione del reddito per categoria di percettori lo mostra con chiarezza. Tutti comunque soffrono di una condizione che è decisamente patologica per il paese: ossia il crollo dei redditi reali complessivi che sono anche un 5% sotto il livello del 2000. E che sia patologica, questa situazione lo si ricava dal confronto internazionale.

Il caso italiano è davvero unico. Rimpiangere il passato aiuta poco. Al contrario: peggiora le cose.

Cronicario: Per gli italiani il benessere è insostenibile


Proverbio del 18 dicembre Il denaro non fa la felicità

Numero del giorno: 256.000 Aumento posti di lavoro a termine in Italia nel terzo trimestre

Speriamo che il Natale faccia il miracolo. Perché a sentire l’Istat, che ha dedicato un tomo poderoso all’analisi degli indici che misurano (dovrebbero?) il nostro benessere, secondo i principi dell’equità e della sostenibilità, gli italiani stanno meglio, ma sono poco soddisfatti.

“Si rileva una maggiore diffusione delle tendenze positive – giura l’Istat ., con il 53,4% degli indicatori confrontabili che presenta variazioni positive (62 su 116)”. Rassegnatevi: il benessere è aumentato.

E prima che diciate “eh ma la crisi, l’economia” e tutta la litania, sappiate che l’aumento del benessere riguarda anche l’economia, divenuta d’improvviso la regina delle nostre cronache da quando non abbiamo più denaro pubblico da elargire a mani basse.

Addirittura, “l’indice composito sulle Condizioni economiche minime segnala un deciso miglioramento”, giura l’Istat. Diminuisce pure la diseguaglianza, udite udite.

Il punto saliente è che ci siamo guastati il carattere. “Il dominio Relazioni sociali, con oltre un terzo degli indicatori in peggioramento, è quello che mostra l’andamento più problematico nel breve periodo”. Siamo diventati misantropi, per non dire stronzi. E siamo peggiorati pure quanto a istruzione e salute.

Sarà mica l’ossessione per il benessere ad essere insostenibile? Ora chiedo a Istat.

A domani.

Cronicario: E buone vacanze con l’Italia SovranEsta


Proverbio del 10 agosto Da una piccola scintilla nasce un grande fuoco

Numero del giorno: 6,6 Aumento % export Italia a giugno su base annua

Si va in vacanza così, con la lira turca che crolla mentre il presidente turco almanacca il popolo dicendo che “là fuori hanno il dollaro, ma noi abbiamo la gente e Allah e vinceremo la guerra economica”; il rublo che slitta sulla minaccia di sanzioni Usa e scivola verso il basso, col primo ministro russo che parla anche lui di “guerra economica”; lo yuan che si deprime insieme ai banchieri centrali cinesi che non sanno come fermarlo nella sua corsa al ribasso. Il vostro Cronicario, dopo un’onorata stagione di cazzeggio, chiude i battenti per un po’ – vi sarete stufati pure voi immagino – ma per tornare più bello e forte di prima sotto l’egida del nuovo vessillo che finalmente incarna lo spirito della nostra bella Italia, finalmente Sovrana e Onesta: l’Italia SovranEsta.

A sinistra del tricolore, che ho arricchito di colori per l’occasione, il verde macchiato di giallo, che mi sembra più attuale del solito verde prato e finalmente rappresentativo del nascente umore nazionale. A destra il vecchio rosso finalmente macchiato di bruno, in omaggio a una tradizione nostrana mai realmente sopita. In mezzo il bianco. Meglio ancora: la bandiera bianca che incarna perfettamente la sensazione di resa dei tanti (pochi?) dotati di raziocinio funzionante che ogni giorno ascoltano a metà fra lo stupefatto e l’indignato le minchiate che dicono i politici.

Siamo tutti rappresentati in questo nuovo tricolore, ne converrete.

Ed ecco che ci aspetta per l’autunno prossimo e chissà per quanto tempo ancora. Per nulla interessati ad osservare come le monete sovrane siano comunque soggette ai capricci della storia e della politica globale, continueremo ad alimentare mitologie di stati capaci di finanziarsi semplicemente volendolo. Prometteremo tutto a ognuno senza spiegare che poi bisognerà pagarne il conto. Alimenteremo vecchie nostalgie, come quella dello stato padre, madre e pure fratello e sorella, e perché no anche cugino, col portafogli gonfio di chissà che e l’orecchio sempre caritatevole. E in tal senso la manovra finanziaria sarà la vera cartina tornasole per capire se il governo del cambiamento evolverà nel cambiamento di governo, come pure è possibile, senza sapere cosa sia peggio, visto che nel meglio c’è poco da sperare.

E tuttavia rimane l’obbligo dell’allegria, sennò il vostro Cronicario qua non servirebbe a nulla. Perciò ve la racconteremo così, senza prenderla sul serio. Senza astio né malizia, seguendo la filosofia del glorioso fumetto che in epigrafe portava “Riso, sorriso e riflessione” e se non sapete quale fosse, questo capolavoro italiano, cambiate canale e correte a leggere cose noiose. L’Italia SovranEsta sarà una meravigliosa opera buffa. Buon divertimento. E buone vacanze.

Ci rivediamo a settembre.

 

 

Cronicario: La deriva pacifista di Mister T


Proverbio del 7 agosto Loda il mare, ma resta sulla terra

Numero del giorno:  115.500.000.000 Esportazioni tedesche a giugno 2018

La migliore della giornata, ma forse dell’anno, se la aggiudica il nostro beneamato Mister T, che all’apice del solleone se ne esce così:

Ora non so voi, ma questa cosa di fare la guerra per chiedere la pace io la trovo meravigliosa. Notate il maiuscolo: così squisitamente yankee. Dai tempi della guerra per liberare i poveri schiavi del Sud, le derive pacifiste americane sono quanto di più maschio giri sul cronicario globale. Talmente, che il vice ministro della Gran Bretagna ha detto subito che “non seguiremo gli Usa sulle sanzioni”.

Tutto ciò mentre il ministro degli esteri nordcoreano va in visita in Iran per due giorni e la Russia si dice delusa dalle sanzioni Usa. Che fine farà il nostro giro d’affari con l’Iran? Ah saperlo, finirà nel mare grosso del nascente sovranismo socialista italiano, che proprio oggi festeggia il suo decreto Dignità, ormai approvato. Ora bisogna nazionalizzare Alitalia, l’Ilva e anche il nostro debito estero, così finalmente il cattivissimo spread non farà più danni. Almeno il primo anno. E dopo?

A domani (forse).

 

 

 

Le multinazionali fanno bene alla Gran Bretagna


Due interessanti ricognizioni svolte dall’istituto britannico di statistica ci consentono di apprezzare la notevole importanza relativa che ha il capitale straniero nell’economia dell’UK. Non tanto per la sua dimensione che, almeno relativamente agli investimenti diretti e all’economia non finanziaria, è tutto sommato contenuta. Ma per gli effetti che genera nell’occupazione e nella creazione di valore. Queste misurazioni, è giusto dirlo subito, vanno lette con giudizio, visto che sono soggette a specifiche premesse metodologiche, ma comunque vale la pena inerpicarcisi perché sono il segnale di una tendenza che abbiamo già osservato altrove. L’internazionalizzazione delle imprese giova alla produttività e all’occupazione dei paesi che ricevono i capitali stranieri, anche se dirlo in tempi in cui la globalizzazione è sempre più invisa rischia di apparire antipatico.

La prima analisi proposta è la business survey nel settore delle imprese non finanziarie con proprietà estera relativa all’anno 2016. E comincia con un dato. Nel 2016 in UK erano registrate 2,5 milioni di imprese non finanziarie delle quali poco meno di 25 mila, quindi circa l’1% risultava posseduto da capitalisti esteri. “Nonostante questa piccola proporzione, questi business hanno contribuito per 324,3 miliardi di sterline, il 27,2%, alla crescita del valore aggiunto complessivo del settore delle imprese non finanziarie britanniche.

La maggioranza di queste proprietà era di provenienza europa. Parliamo del 55,6% del totale delle imprese a capitale estero censite (13.542 complessivamente) che rappresentano 152,7 miliardi di valore aggiunto pari al 47,1% del totale. Questo dato, nell’anno in cui è stata votata la Brexit, da la misura della complessità delle negoziazioni fra l’UE e l’UK sul futuro delle loro relazioni. Si osserva che, sempre quell’anno, il numero delle aziende britanniche a capitale Usa è diminuito, pure se è aumentato dell’8,1% il contributo di queste compagnie alla produzione di valore. All’interno dell’UK il numero maggiore di imprese arriva dall’Inghilterra, che ha la proprietà dell’88,5% delle imprese non finanziarie.

La seconda analisi è altrettanto istruttiva. L’oggetto stavolta sono gli investimenti diretti, dei quali, in termini generali, abbiamo già discusso altrove. L’Ons fa ovviamente riferimento ai dati dell’UK, mantenendo comunque la distinzione fra gli investimenti diretti in uscita (outward FDI), ossia quelli fatti dalle compagnie britanniche all’estero, che vengono considerati come crediti, e gli investimenti diretti in entrata (inward FDI), che equivalgono agli investimenti fatti dagli stranieri in UK, che vengono classificati contabilmente come debiti. Tale investimenti possono essere classificati in termini di posizione come stock (quantità degli investimenti in un tempo dato), redditi (rendimento degli investimenti in un certo periodo) o flussi (valore degli investimenti in un periodo di tempo). Così come la quantità di aziende estere che operano nel paese, il flusso degli investimenti diretti è una buona cartina tornasole del livello di apertura di un’economia.

Il saldo dei redditi degli investimenti diretti è positivo per l’economia britannica. Ciò vuol dire che l’UK riceve dai suoi investimenti diretti (crediti) un rendimento maggiore di quello che paga agli investitori esteri (debiti). Nel 2017 il valore di questi rendimenti ricevuti è notevolmente cresciuto, con un incremento di 23,5 miliardi, invertendo un trend che declinava dal 2011, quando i crediti dall’estero ammontavano a 104,6 miliardi di sterline, dimezzandosi quasi a 58,4 nel 2016. Nel 2017 i crediti sono arrivati perciò a 81,9 miliardi, mentre i debiti, che sono sostanzialmente stabili dal 2011, sono stati 59,8 miliardi.

Detto in altre parole, per l’UK c’è una chiara convenienza nell’essere un’economia aperta. I suoi investimenti esteri, in particolare, nel 2017, quelli effettuati in Nord America, le consentono ogni anno di incassare dei redditi superiori ai rendimenti che devono pagare ai loro investitori esteri. Sempre nel 2017, su questo versante, si è osservato un notevole aumento delle rendite pagate ai paesi asiatici, compensata però dai minori rendimenti pagati all’Ue e ai paesi dell’America centromeridionale. Peraltro gli investimenti diretti sono praticamente l’unica componente attiva della bilancia dei pagamenti britannica, il cui conto corrente è in deficit fin dal 1983.

Il notevole peggioramento del saldo corrente britannico registrato si deve proprio al calo degli redditi da investimenti diretti registrato da quell’anno.

Se guardiamo agli stock, è utile sapere che il saldo complessivo fra gli asset esteri e gli asset dell’estero sull’UK, ossia la posizione netta sugli investimenti (NIIP), si sta progressivamente azzerando, pure se mantiene ancora un piccolo surplus.

La qualcosa aggiunge un altro elemento di fragilità all’economia britannica, alle prese con la difficile transizione della Brexit che genera notevole incertezza fra gli investitori esteri, specie europei.

L’importanza degli investimenti diretti per l’UK si può apprezzare ancor di più osservando il ritorno degli investimenti che, come si può osservare dal grafico sotto è alquanto elevato, variando da un picco di oltre il 7% a un minimo (nel 2016) di circa il 3%. Al contrario i rendimenti pagati dall’UK sono rimasti stabili fra il 3,8 e il 4,4%.

Interessante osservare che l’impatto della svalutazione della sterlina nel corso del 2017 ha influito positivamente per circa due miliardi sul valore dei crediti britannici, ma a fare la differenza sono stati altri fattori, primo fra i quali l’aumento della redditività degli investimenti.

Per avere un’idea del livello di internazionalizzazione dell’economia britannica, inoltre, è utile osservare chi siano i principali investitori diretti nel paese. Le variazioni negli importi dipendono dal metodo di rilevazione adottato.

Ma l’importanza degli investimenti diretti per l’economia britannica si apprezza ancora di più se oltre all’osservazione dell’impatto sulla bilancia dei pagamenti, si prova a determinare quello sulla cosiddetta economia reale, quindi su occupazione e produttività. A tal fine l’ONS ha svolto alcune rilevazioni sperimentali basate su microdati che presentano evidenza molto interessanti, anche se certo ancora provvisorie. La prima è che malgrado solo l’1,1% delle mondo imprenditoriale britannico sia destinatario di investimenti diretti, queste compagnie danno lavoro a quattro milioni di persone nel paese, il 16,8% dell’occupazione totale. Da notare che 2,1 milioni di questi lavoratori sono impiegati in aziende che hanno ricevuto investimenti diretti dall’Ue (dato 2016).

Si tratta in larga parte di multinazionali, come è nella logica degli investimenti diretti. E l’analisi mostra pure come le imprese che attraggono questi investimenti generino in media maggiore occupazione. Non solo. comparando i livelli di produttività, emerge che le aziende destinatarie di investimenti diretti tendono ad essere più produttive per una serie di ragioni che non serve elencare qui. E’ sufficiente osservare che un’economia internazionalizzata come quella britannica ha tutto da perdere e molto poco da guadagnare quando si fa sedurre da tentazioni isolazionistiche.

Tanto più quando riguardano i paesi dirimpettai.

 

Cronicario: Che lo sforzo (dello zerotré) sia con noi


Proverbio del 13 luglio Cento saggi hanno la stessa opinione, ogni sciocco ha la sua

Numero del giorno 60,9 Quota % italiani con almeno un diploma (77,5 media Ue)

E’ chiaro a questo punto che il degradare del dibattito pubblico verso la satira, del quale il vostro Cronicario qui è solo un modesto testimone, è la caratteristica saliente di questo scorcio di XXI secolo. Il che va benissimo per carità: d’altronde i comici in politica ormai sono la normalità.

Ora stavo faticosamente riprendendomi dall’ennesimo knock out di Mister T, che prima rilascia un’intervista a un giornale britannico per sfottere la May, trovandosi lassù, e poi incontra la Lady di gomma e le dice che mai sono andati così d’accordo, dimostrando una rara verve comica. Ma d’improvviso è uscita la notizia che all’Ecofin, la riunione dei ministri europei dell’economia, è venuta fuori una considerazione saliente che ci riguarda. Il gruppetto infatti ha approvato le raccomandazioni specifiche per paese che la Commissione Ue aveva già pubblicato, sottolineando che all’Italia serve  “uno sforzo strutturale di almeno lo 0,3% del Pil nel 2018, senza alcun margine aggiuntivo di deviazione sull’anno”.

Ritrovarmi nel meraviglioso “Balle spaziali” di Mel Brooks mi ha fatto capire quanto sia profonda e amabile la cultura popolare dei governanti europei – altro che populisti – e me li ha fatti improvvisamente voler bene. Un poco va. Ma soprattutto mi ha fatto capire che lo sforzo dovrà essere un bel po’ più grande di quel micragnoso zerotré che vale sì e no un cinque miliardi. Sempre l’Ecofin: “L’elevato debito pubblico implica che ampie risorse siano assegnate a coprire i costi per servire il debito, a detrimento di misure che aiutano la crescita incluse istruzione, innovazione e infrastrutture”. In generale, scrivono i cronisti, “il Consiglio è dell’opinione che le misure necessarie dovrebbero essere prese dal 2018 per rispettare le indicazioni del Patto. Sarebbe prudente anche l’uso di entrate inattese per ridurre il debito”. E che saranno mai queste entrate inattese?

Tanto più che nel frattempo Bankitalia aveva rilasciato l’aggiornamento sull’andamento della nostra finanza pubblica col debituccio che zitto zitto (perché ancora ce lo comprano) ha raggiunto un altro record arrivando a 2.327 miliardi, il 3,6% in più rispetto a fine 2017.

Per chi non lo sapesse, all’Ecofin c’era anche il nostro beneamato Tria, che chissà perché rima con mammamia, divenuto suo malgrado la speranza dei (pochi) cittadini dotati di buon senso, che se n’è uscito così: “Il profilo di discesa debito non sarà in discussione, discuteremo dei tempi e del profilo dell’aggiustamento, ma il centro della manovra è ribaltare la tendenza fino ad oggi di aumentare sempre la quota di spesa corrente a scapito della spesa per investimenti”. Cioé faremo debiti per investire – chessò migliorare le scuole – anziché per pagarci il pranzo. Il miracolo è assicurato. E chi non ci crede, Bruxelles lo colga. O almeno lo accolga.

Non ho scelto a caso la scuola. Istat infatti ha pubblicato oggi una release imperdibile sullo stato della nostra istruzione.

Ecco, se avete letto tutto il pezzo qua sopra e ci avete persino capito qualcosa sappiate che appartenete a una minoranza. Quelli che non solo leggono più di tre righe, ma riescono persino a digerirle. Ma per fortuna nostra durerete poco. Menti illuminate stanno lavorando per riportare indietro la nostra capacità scolare, questo frutto avvelenato del progresso, e trasformarci in buoni selvaggi bravissimi a votare col telefonino, dopo che qualcuno ha scritto sui social che il miglior modo per non pagare i debiti è disimparare a far di conto. Ovviamente ci hanno creduto tutti.

A lunedì.

 

Cronicario: Cala il potere d’acquisto, per fortuna è tutto gratis


Proverbio del 28 giugno Mentre nuoti ricorda i vestiti lasciati sulla riva

Numero del giorno: 12 Quota % italiana fatturato agricolo nell’Ue

Diciamolo a chiare lettere: non c’è di che preoccuparsi. Se appartenete a quella sparuta minoranza che ancora nota con raccapriccio che i soldi gli bastano mai, sappiate che questa brutta esperienza sta per finire. Il calo del potere d’acquisto registrato da Istat, che piano piano sta divorando i vostri risparmi, è solo la fase terminale di un ciclo economico globale dal quale l’Italia, finalmente col portafogli sovrano, uscirà la settimana prossima, o quella dopo ancora, o comunque prossimamente, quando, insieme al decreto Dignità tà tà arriverà il resto del contratto di governo.

Peraltro il fatto che i consumi nazionali crescano infischiandosene dei redditi, che in termini reali calano, è solo l’ennesima prova della lungimiranza del popolo italiano che ha già capito che il futuro non è guadagnare. Il futuro è spendere. E manco i soldi nostri: quelli della Ue, che secondo eminenti governanti dovrebbe pagarci tutto ciò che riteniamo opportuno perché siamo italiani. E se non lo fanno diciamo a tutti che sono cattivi.

Meglio ancora: in futuro non ci sarà neanche bisogno di consumare le nostre misere retribuzioni: sarà tutto gratis. Si comincia con la mezz’ora di internet, ma mica penserete che finirà qua. Cure gratis, vacanze gratis, lavoro gratis, studi gratis, casa gratis. Tutto gratis. Sempre per mezz’ora però.

Ci rivediamo il 9 luglio.

 

Cronicario: E se vi prude il commercio, grattatevi con la Brexit


Proverbio del 19 marzo Se apri gli occhi al cuore vedrai cose invisibili

Numero del giorno: 2,2 Perdita % del settore delle costruzioni europeo a gennaio

Non ci crederete, ma il commercio estero tiene ancora e chissà per quanto, se lo zio Trump continuerà a solleticarlo nelle parti basse. Rimane il fatto che a gennaio ci siamo beccati una lieve perdita congiunturale pure se reggiamo botta su base annua.

Sembriamo persino migliorati, se considerate che a gennaio 2017 il deficit commerciale era di 575 milioni, invece degli 87 di gennaio 2018. E tuttavia non è davvero il caso di festeggiare. La bolletta energetica di gennaio sta intorno ai tre miliardi e rimane il punto maggiore di preoccupazione per chiunque debba tenere in piedi la baracca. E il perché si può facilmente intuire guardando questa tabella.

In pratica tutti i guadagni del mese non sono bastati a pagare il costo dell’energia. Abbiamo un buco enorme da dove la barca Italia imbarca acqua. Anzi: petrolio.

Questo problema, per il quale nessuna delle nostre sopraffine intelligenze ha una soluzione, mi provoca un certa ansia che peggiora appena leggo i dati Eurostat, sempre sul commercio estero ma dell’Eurozona e dell’Ue.

L’EZ ha spuntato 3,3 miliardi di surplus, a fronte di una perdita di 1,4 miliardi a gennaio 2017. In grande spolvero il commercio intra-euro, cresciuto dell’8,8%. Questa la situazione dei paesi.

Ma più che questo, dovete vedere quest’altra tabella.

Lo vedete, sì, chi è il primo partner dell’Ue a 28?

Esatto. E se a questo aggiungete pure che l’Ue a 28 presto diventerà a 27… A proposito: proprio oggi il negoziatore per l’Ue Michel Barnier ha detto che è stato trovato un accordo “sulla maggior parte delle questioni” per la definizione del divorzio fra Ue e UK. Manca ancora un’intesa sull’Irlanda e poco altro, ma il grosso è fatto. Se il commercio estero vi procura un certo prurito fastidioso, provate a grattarvelo con la Brexit. Magari peggiora.

A domani.