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Ecco perché migliora il saldo italiano Target 2


L’ultimo bollettino di Bankitalia contiene diverse informazioni interessanti che ci aiutano a monitorare l’andamento del saldo Target 2, ovvero il sistema contabile che misura i flussi finanziari fra le banche centrali dell’Eurosistema e che tanta letteratura leggendaria ha stimolato. Ce ne siamo occupati più volte, quindi inutile tornarci sopra. Limitiamoci a illustrare gli ultimi aggiornamenti.

Cominciamo dai dati. A fine anno il saldo Target 2 è risultato negativo per 439 miliardi, 29 in meno rispetto a settembre e, scrive Bankitalia, “si è ulteriormente ridimensionato nella prima metà di gennaio”. Nel solo bimestre ottobre-novembre 2019 il saldo è migliorato di 62 miliardi. Un deciso miglioramento rispetto al dato del 2018, quando il saldo era negativo per oltre 480 miliardi.

Quali sono le ragioni di questo miglioramento? Com’è noto, il Target 2 fotografa gli afflussi e i deflussi di capitali dal nostro paese. Quindi un ingresso di denaro dall’estero, ad esempio l’acquisto di titoli pubblici italiani da parte dell’estero, viene registrato come afflusso, al contrario di quanto accade con le uscite.

Nel corso del 2019, e in particolare nel periodo autunnale, si è osservato un notevole interesse da parte degli investitori esteri nei confronti del nostro debito pubblico. Tra gennaio e novembre , infatti, costoro hanno effettuato acquisti netti per 108 miliardi, dei quali 90 in titoli pubblici del Tesoro “un importo – nota Bankitalia – superiore alle emissioni nette del Tesoro nello stesso periodo”. Per converso, gli italiani hanno effettuato investimenti esteri di portafoglio per 55 miliardi.

A questo andamento si è sommato il contributo del saldo positivo del conto corrente, che misura la somma algebrica delle nostre transazioni di beni e servizi con l’estero, che si è mantenuto attivo per un importo pari al 2,7% del Pil (circa 48,7 miliardi) grazie soprattutto al contributo delle merci.

Un terzo elemento, generato stavolta dalle politiche monetarie della Bce, si è aggiunto al trend che ha migliorato il saldo Target: ossia la raccolta delle banche italiane all’estero, risultata positiva per circa 23 miliardi “soprattutto in relazione alle operazioni di arbitraggio rese possibili dall’avvio del nuovo sistema di remunerazione delle riserve bancarie dell’Eurosistema, two-tier system”.

Ricorderete che la Bce ha deciso un doppio livello di remunerazione delle riserve bancarie detenute a Francoforte. In particolare si prevede che tali riserve abbiano una remunerazione nulla per l’ammontare pari a sei volte il requisito minimo e un tasso negativo per le riserve ulteriori. Questo sistema, spiega Bankitalia, “ha reso conveniente una redistribuzione della liquidità tra banche e sistemi bancari nazionali, determinando un afflusso di fondi verso gli intermediari italiani nel loro complesso”.

L’aumentata disponibilità estero verso i titoli pubblici italiani è probabilmente l’aspetto più interessante da osservare, anche per il significato, in termini di fiducia, che porta con sé. Ma come ogni cosa c’è sempre un risvolto della medaglia. Il miglioramento della valutazione dei nostri titoli, unito alla circostanza che sono detenuti all’estero, ha peggiorato la nostra posizione debitoria estera netta, passata dal 2,2% del pil di fine giugno al 3,1% (55,3 miliardi) di fine settembre. Ciò è stato determinato pressoché esclusivamente dagli aggiustamenti di valutazione generati proprio dal miglioramento dei nostri titoli, che ha addirittura più che compensato i nostri attivi di conto corrente.

Da qualunque lato lo si guardi, insomma, siano che all’estero lo comprino sia che lo vendano, il nostro debito pubblico rimane il problema. E nessuno, aldilà di certe fantasie, ha soluzioni.

Cronicario: Inflazione e Pil vanno giù, ma l’importante è partecipare


Proverbio del 13 aprile Il sogno non ha testimoni

Numero del giorno: 9.000.000.000 Prima emissione di bond islamici dell’Arabia Saudita

Tranquilli, l’inflazione si rilassa più o meno in sintonia, pure se in ritardo, con l’andamento del petrolio, che adesso sta risalendo ma prima è sceso, giusto in tempo per far distendere un pochino i prezzi e con loro la Bce, che già soffriggeva in salsa tedesca.

E infatti a marzo la Germania ha fatto un +1,6 di inflazione su base annua, che è solo un paio di decimi di punto sopra l’1,4 italiano e addirittura cinque decimi di punto sopra quella francese, che perciò sta al’1,1% e state certi che la Bce ha registrato bene questo dato mentre quello tedesco le è scivolato addosso.

Peraltro laggiù, dopo le Alpi, si vota fra una decina di giorni e Madame Le Pen ancora spauracchia. Figuratevi quanto gli importa dell’inflazione tedesca alla Bce. Il problema semmai è che succederà quando il rialzo del petrolio tornerà a far brillare i prezzi. Ma c’è tempo: in Germania si vota solo a settembre.

Quanto a noi, me la cavo con la auguste parole della Banca D’Italia che ha lanciato il suo Bollettino trimestrale proprio mentre stavo qui a scervellarmi, e per fortuna perché stavo a secco di idee. Qui ne trovo a bizzeffe. A parte l’inflazione, che l’occhiuta via Nazionale fotografa in media all’1,3% sul primo trimestre 2017 “il livello più elevato degli ultimi quattro anni”, a far titolo è il dato previsionale sul pil del primo quarto dell’anno, che viene visto in crescita dello 0,2.

In pratica la metà del primo trimestre 2016.

A questo straordinario risultato hanno contribuito positivamente i servizi, al contrario dell’industria.

E visto che siamo in vena di buone nuove ve ne diamo un’altra: gli scambi internazionali, dai quali notoriamente dipende gran parte del nostro buon umore, sono in espansione. E dovremmo pure essere contenti che nel primo bimestre la disoccupazione sia scesa all’11,7%. Vuol dire che sono aumentate le persone al lavoro? Non la fate troppo facile.

Se aumenta l’occupazione non vuol dire necessariamente che aumenti la partecipazione. Comunque l’Ocse, ha pubblicato il dati sulla partecipazione al lavoro nell’area e i dati evidenziano un miglioramento.

Solo che se guardate ai dati italiani scopriamo che da noi la partecipazione al lavoro sta un bel po’ sotto la media, e siamo pure migliorati: siamo passati dal 55,9% del quarto trimestre 2014 al 57,3 di fine 2016. Non saremo la Germania, che sta sopra il 75%,  ma l’importante è partecipare, mica vincere. Se partecipassimo di più sarebbe ancora meglio.

A proposito, oggi l’Ocse ha rilasciato pure la sua survey sul Giappone che mi ha ispirato un pensiero zen: In Giappone l’economia suona come il battito di una mano sola.

Meditate su questi grafici.

E se pensate che il Giappone ha pure un debito pubblico che supera il 200% del Pil, il nostro misero 132,6% censito da Bankitalia in aumento di appena mezzo punto nel 2016, non è altro che il vaticino del migliore dei futuri possibili.

Moriremo giapponesi. O al massimo cinesi.

A domani.

Aumenta ancora la ricchezza italiana all’estero


I conti esteri italiani, riepilogati nell’ultimo bollettino economico diffuso da Bankitalia, raccontano una storia interessante che è bene tenere a mente, quando si parla dello stato di salute dell’economia del nostro paese. Un buon modo per iniziare è riportare la tabella che riepiloga la bilancia dei pagamenti fra il 2014 e i primi 11 mesi del 2016. Qui si osserva che il saldo dei redditi primari, che misura la differenza fra il ricavo dei nostri investimenti esteri e il costo degli investimenti dall’estero in Italia – quindi il pagamento degli interessi a questi investitori – nel 2016 è diventato positivo per circa 200 milioni di euro, dopo essere stato a lungo negativo per cifre assai importanti. Nel 2015, per ricordare l’anno più vicino a noi, i redditi primari sono stati negativi per 9,2 miliardi.

Questo risultato ha contributo al miglioramento del saldo di conto corrente, che nei primi 11 mesi dell’anno è risultato positivo per 40,4 miliardi, a fronte dei 21,2 dei primi 11 mesi del 2015. “L’incremento – sottolinea è stato determinato soprattutto dal saldo dei redditi da capitale, in relazione all’aumento degli incassi da attività di
portafoglio (in particolare fondi esteri), e dal crescente avanzo commerciale, legato all’ulteriore flessione della spesa in materie prime energetiche”. Lasciamo per un attimo da parte la bilancia delle merci, sulla quale torneremo dopo, e concentriamoci sui redditi da capitale. “Nei primi undici mesi dell’anno – sottolinea Bankitalia – gli acquisti netti di titoli di portafoglio esteri da parte di residenti hanno raggiunto 66,7 miliardi, rappresentati per quasi due terzi da quote di fondi comuni”. Quindi nel 2016 è proseguita la tendenza degli investitori italiani a spostare all’estero i propri investimenti di portafoglio, quindi di titoli a scopo dividendi, dopo aver venduto titoli di stato italiani e bond bancari.

“Questi deflussi non appaiono correlati a modifiche recenti del clima di fiducia
o all’incertezza, ma si inquadrano piuttosto in una graduale e ordinata ricomposizione del portafoglio delle famiglie residenti verso prodotti assicurativi e del risparmio gestito, con un conseguente incremento del peso delle attività sull’estero, spesso costituite da fondi comuni riconducibili a gruppi finanziari italiani”. Insomma: la voglia di rendimento ha convinto gli investitori italiani a rivolgersi altrove. Questa tendenza dura dal 2013, ma si è notevolmente rafforzata dal 2014, come si può vedere da questo grafico che propone anche un interessante confronto con altri paesi europei. Salta all’occhio la grande fuga dall’estero dei capitali francesi nel 2011, al culmine della crisi dell’euro, per un valore pari all’8% del Pil, e poi la circostanza che la Germania sia stata l’unico paese che ha continuato a investire all’estero nell’anno peggiore.

Dell’Italia si nota che dal 2014 ad ottobre 2016 i residenti avevano investito all’estero 280 miliardi “pari a quasi un terzo dello stock complessivo alla fine del 2013, dopo
sette anni di investimenti modesti o negativi”, sottolinea via Nazionale, spiegando che “tra l’inizio del 2014 e il terzo trimestre del 2016 le famiglie hanno ridotto le consistenze di titoli di debito italiani bancari e pubblici (per 182 e 73 miliardi, rispettivamente), effettuando acquisti netti di prodotti assicurativi e pensionistici, nonché di quote di fondi comuni (per 137 e 120 miliardi, rispettivamente)”.

Queste decisioni sono state in parte influenzate dal QE della Bce, che ha ridotto la disponibilità di titoli pubblici e ne ha diminuito i rendimenti e quindi spinto gli investitori a cercare fortuna altrove. Al tempo stesso il QE ha ridotto le necessità delle banche di emettere obbligazioni per finanziarsi, riducendone le obbligazioni. Questa tabella spiega da chi sono stati investiti i soldi e in quali strumenti. Analizzandola Bankitalia deduce che “gli investimenti all’estero dei residenti sembrano rispecchiare
una ricomposizione del portafoglio volta a conseguire una maggiore diversificazione e rendimenti più elevati. Tali investimenti possono tuttavia ricondursi anche al limitato sviluppo del mercato azionario nazionale e delle obbligazioni societarie”. Quindi non fuga all’estero per paura, ma per ricerca di rendimento e per scarsa disponibilità di titoli nazionali interessanti almeno in confronto al resto del mondo.

La crescita del tesoro estero degli italiani ha avuto conseguenze dirette, oltre che sui redditi primari diventati positivi, sulla nostra posizione netta, che è ulteriormente migliorata attestandosi, a settembre, a un deficit di 292,1 miliardi, circa il 17,5% del Pil, un valore basso rispetto a quello degli ultimi anni. Questo significa che si e ridotta la differenza fra il valore dei nostri investimenti all’estero e quello degli investimenti esteri da noi. Questa è una conseguenza dell’aumento del saldo di conto corrente e dell’aumento del valore delle nostre partecipazioni estere.

Tutta questa storia è visibile dal saldo disaggregato del Target 2, il sistema contabile dell’Eurosistema che monitora i flussi creditori e debitori fra le banche centrali stabile con un deficit a 357 miliardi a dicembre. “Il progressivo ampliamento del saldo (negativo, ndr) tra gennaio e novembre – spiega Bankitalia – rappresenta soprattutto la contropartita del processo di diversificazione del portafoglio degli investitori italiani verso attività estere e del calo della raccolta bancaria sui mercati internazionali, avvenuto in parallelo alla creazione di liquidità attraverso i programmi dell’Eurosistema”. Ancora una volta, quindi, il QE è il grande protagonista di questa storia, sia perché ha stabilizzato il mercato dei titoli pubblici, sia perché ha fornito alle banche la liquidità che prima gli intermediari andavano a cercare all’estero. Se tutto questo sarà vera gloria, però, lo potremo vedere solo dopo, ossia quando la politica monetaria si normalizzerà.

Infine vale la pena spendere poche parole sulla bilancia delle merci. Nei primi 11 mesi del 2016 la bolletta energetica, ossia la spesa per nostro importazioni di materie prime energetiche, è stata di appena 22,2 miliardi, in calo rispetto ai 29,6 dei primi 11 mesi del 2015. Quell’anno la spesa totale era stata di 32 miliardi, in calo rispetto ai 41,4 del 2014. Tutto ciò ha consentito di migliorare notevolmente il saldo positivo delle merci, pure se a fronte di un rallentamento della domanda estera globale. Ma adesso che il petrolio è tornato stabilmente sopra i 50 dollari questo vantaggio potrebbe venire meno. A questo punto tenere in piedi i nostri conti esteri può diventare problematico.

L’origine estera della crescita italiana


Mentre sfoglio curioso il volume dell’ultimo DEF del governo, dalla Banca d’Italia arriva l’ultimo bollettino economico che fotografa l’andamento dell’economia e tira le somme del 2014.

Poiché i consuntivi dicono sempre di più dei preventivi, mi affretto a cambiare argomento e inizio a leggere quello che dice Bankitalia, nel cui bollettino il riferimento al Def occupa poche righe dell’ampio sommario che precede il resoconto.

Qui leggo che, anche grazie al QE della BCE, “in uno scenario di piena attuazione del piano, la crescita del prodotto in Italia potrebbe essere superiore allo 0,5 per cento quest’anno e attorno all’1,5 il prossimo”.

Tutti d’accordo insomma: il 2015 sarà l’anno del ritorno alla crescita. Che sia dello 0,5, come si prevede, o di qualche decimale in più dal mio punto di vista cambia poco. Quel che conta è invertire una tendenza che dura ormai da anni. E anche su questo c’è piena sintonia fra gli osservatori.

Poi però trovo una tabella che riepiloga l’andamento del Pil l’anno scorso, suddivisa fra le varie componenti, col suo triste -0,4% finale, che ci racconta di un anno, quello trascorso, dove la domanda nazionale ha contribuito negativamente per -0,7%, e gli investimenti ancora peggio, con il -3,3%.

A fronte di ciò appare una crescita dell’import, in aumento dell’1,8% rispetto all’anno precedente, e soprattutto dell’export, +2,7%. Il saldo indica che l’export netto ha contribuito alla crescita solo per lo 0,3%, non sufficiente quindi a controbilanciare gli altri contributi negativi che sono arrivati dal resto delle componenti del Pil.

Mi chiedo perciò da dove dovrebbe arrivare la crescita quest’anno.

Bankitalia riconosce che permane una debolezza di fondo dell’attività economica, con l’indicatore Ita-coin ancora in territorio negativo. Ricordo che tale indicatore misura l’andamento della congiuntura.

“Segnali più favorevoli provengono dalle inchieste qualitative, che delineano un quadro di maggior fiducia nei giudizi di imprese e famiglie, soprattutto in termini prospettici”, aggiunge.

In pratica, la crescita dovrebbe dipendere dalla nostra capacità di farci tornare la voglia di produrre e lavorare di più, oltre che di spendere i soldi che teniamo fermi in banca.

In sostanza è una scommessa sul futuro.

A ciò si aggiunga che un “impulso alla crescita potrà scaturire dall’ampliamento del programma di acquisto di titoli recentemente varato dal Consiglio direttivo della Banca centrale europea” e che “l’attività economica beneficerebbe inoltre delle basse quotazioni del greggio: la riduzione della spesa energetica libera risorse che famiglie e imprese possono destinare a consumi e investimenti e potrebbe contribuire a un effetto sul prodotto nell’ordine di mezzo punto percentuale in due anni”.

Se questo è il quadro, l’unica cosa certa è che la crescita è incerta, per il semplice fatto che si basa su ipotesi molto incerte.

L’unica cosa sicura, al momento, è il QE, i cui effetti macroeconomici sono altrettanto incerti, basati come sono su stime della banca centrale italiana effettuate sulla base del proprio modello econometrico.

Tali stime ipotizzano che il Pil italiano potrebbe aumentare cumulativamente dell’1,4% nel biennio 2015-16 grazie al QE di Draghi.

Attenzione però: tale assunzione porta con sé alcune ipotesi macro, che è interessante conoscere per capire su cosa sia fondata questa previsione.

In particolare Bankitalia ipotizza che “i rendimenti dei titoli di Stato scendano di circa 85 punti base, favorendo una ricomposizione dei portafogli verso strumenti più redditizi; i tassi bancari si riducano di 35 punti base per le famiglie e di 20 per le imprese, contribuendo a stimolare la domanda di prestiti; il tasso di cambio si deprezzi nei confronti del dollaro dell’11,4 per cento (del 6,5 tenendo anche conto della quota di scambi commerciali dell’Italia con il resto dell’area dell’euro e con gli altri paesi); la domanda estera potenziale dell’Italia cresca di quasi lo 0,5 per cento, grazie alla più sostenuta attività economica negli altri paesi dell’area”.

Se tutte questi condizioni si verificheranno, il QE potrebbe favorire una crescita del prodotto “superiore allo 0,5 per cento quest’anno e attorno all’1,5 il prossimo”.

A fronte di queste previsioni, il DEF del governo stima “per il 2015 un incremento del PIL pari allo 0,7 per cento, che si porterebbe all’1,4 e all’1,5 per cento nel 2016 e 2017”.

Quindi secondo il governo, nel biennio 2015-16 il Pil dovrebbe crescere cumulativamente del 2,1%, secondo Bankitalia almeno del 2%, l’1,4% del quale grazie al QE.

In sostanza, la crescita dipenderà dall’assunzione di maggiori rischi e più debiti, da parte degli operatori interni, e dalla domanda estera.

Soprattutto da quella.

L’apolitica fiscale


Così, improvvisamente, il debito pubblico – il nostro in particolare – torna d’attualità.

Leggo preoccupate articolesse che dubitano della sostenibilità dei nostri conti, e raffinatissime analisi retrosceniche (oggi su Repubblica) sull’intenzione del governo di “appropriarsi” dei soldi dei fondi pensione italiani per costringerli a comprare btp. Come se bastassero un centinaio scarso di miliardi di acquisti di Btp a garantire la sostenibilità del nostro debito.

Meglio ancora, leggo interpretazioni terroristiche di un rapporto del Fmi che ventilano prelievi forzosi a doppia cifra sulla ricchezza netta dei cittadini che scatenano un putiferio. Tanto che il Fmi smentisce dicendo che la sua era solo un’argomentazione teorica, mentre i malpensanti sottolineano che il fatto stesso che se ne parli implica che qualcuni ci stia già pensando.

E giù polemiche e spauracchi.

Il dibattito, mai sopito, sulla patrimoniale si rianima e prende corpo.

Possibile che ci faranno piangere, fra una legge di stabilità e l’altra?

Corro a leggermi l’ultimo bollettino economico della Banca d’Italia in cerca di rassicurazioni.

Nel capitolo dedicato alla finanza pubblica leggo che il governo ha già fatto una correzione dei conti per rientrare dallo sforamento del 3% previsto dai Trattati. In pratica una correzione dello 0,2% del Pil che dovrebbe portare nelle esauste casse governative 1,6 miliardi grazie a vendite di immobili, un’altra costante delle finanziarie italiane, e tagli di spese. Ma cosa più importante Bankitalia mi ricorda i il futuro che ci aspetta sulla base della Nota di aggiornamento del Def pubblicata dal Tesoro il 20 settembre scorso.

In particolare, il governo prevede di chiudere il 2013 con un avanzo primario del 2,4% del Pil che, sottratto alla montagna di soldi che dobbiamo pagare per gli interessi sul debito (il 5,4% del Pil) porta l’indebitamento netto nominale (quello che conta per Bruxelles) al fatidico 3%, che corrisponde a uno 0,4% di indebitamento netto strutturale, ossia calcolato escludendo gli effetti del ciclo economico e le misure temporanee).

Quest’ultima variabile è poco conosciuta e merita un approfondimento prima di andare avanti con i numeri.

Calcolare il saldo al netto dell’impatto delle fluttuazioni economiche e delle misure straordinarie consente in pratica di distinguere le componenti discrezionali della politica fiscale da quelle automatiche. Conoscerlo è importante perché l’impegno che abbiamo preso con l’Europa è quello del bilancio in pareggio, laddove il pareggio è riferito all’azzeramento dell’indebitamento netto strutturale (che deve arrivare a zero sul Pil) e non all’indebitamento netto nominale.

Ma questo indicatore ci dice un’altra cosa molto importante:  in pratica dà la misura di quanto disavanzo sia provocato dalle circostanze e quanto dalle scelte politiche.

E’ una sorta di indicatore di scelte fiscalmente scellerate. E ciò spiega perché debba tendere allo zero.

So bene che parlare di finanza pubblica in questi termini è semplicistico, però il succo è questo.

Torniamo ai nostri numeri, ma stavolta non parliamo più di certezze ma di previsioni.

Fra il 2014 e il 2017, prevede il governo, succederanno alcune cose positive.

1) L’avanzo primario è destinato a crescere: sarà il 2,9% del Pil nel 2014, il 3,7% nel 2015, il 4,5% nel 2016 e il 5,1% nel 2017;

2) la spesa per interessi si dovrebbe stabilizzare, con lieve tendenza alla decrescita, passando dal 5,4% del Pil al (casuale?) 5,1% del 2017, ossia quanto il previsto avanzo primario.

3) La coincidenza di avanzo primario e spesa per interessi, in pratica azzera l’indebitamento netto, che nel 2017 si prevede allo 0,1% del Pil;

4) Il nostro indebitamento netto strutturale, invece, dovrebbe azzerarsi già nel 2015 (pareggio di bilancio) e rimanere a zero nei due anni successivi.

5) La dinamica positiva dell’indebitamento dovrebbe condurre a un abbassamento del debito sul Pil che raggiungerà il 132,8% nel 2014 per poi scendere al 120,1% nel 2017, addirittura al 116,6% se da questa montagna detraiamo i soldi spesi per il sostegno ai paesi dell’Unione europea in difficoltà.

Questo quadro idilliaco mi ha molto rassicurato. Salvo poi, per pure istinto masochistico, andarmi a vedere i presupposti macroeconomici che stanno dietro queste previsioni.

Una per tutti: il governo prevede una crescita dell’1% nel 2014 che si rafforzerà fino ad arrivare all’1,9% nel 2017. Quanto al calo della spesa per interessi, questa incorpora la previsione di un calo strutturale degli spread, evidentemente.

E infatti a pagina 28 leggo che “la spesa per interessi passa dal 5,5 per cento del 2012 al 5,2 per cento del 2017. L’attuale scenario ipotizza una graduale chiusura degli spread di rendimento a dieci anni dei titoli di Stato italiani rispetto a quelli tedeschi a 200 punti base nel 2014, 150 nel 2015 e 100 nel 2016 e 2017”.

Vabbé le previsioni sono previsioni.

Allora andiamo a vedere l’ultima legge di stabilità che dovrebbe dare corpo a tali previsioni.

Nelle linee guida leggiamo una dichiarazione d’intenti vagamente inquietante: “Il Governo programma interventi che determineranno entrate di natura straordinaria, attualmente di difficile quantificazione. Tali risorse verranno utilizzate per il rimborso di ulteriori quote di debiti commerciali in conto capitale ed eventualmente per altre finalità di natura non strutturale. È inoltre previsto uno sforzo ulteriore di valorizzazione del patrimonio pubblico”.

Quindi leggo la notazione che “la manovra consente di raggiungere l’obiettivo di indebitamento netto indicato nella Nota di aggiornamento del DEF. Il disavanzo nel 2014 risulterà pari al 2,5 per cento del PIL, per effetto di misure di sostegno all’economia pari allo 0,2 per cento del prodotto. La Legge di stabilità include inoltre una norma che definisce interventi strutturali dell’ordine di 3 miliardi l’anno nel triennio 2015-17 al fine di raggiungere il saldo programmato per il 2015, 2016 e 2017 (rispettivamente 1,6%, 0,8% e 0,1% del PIL)”.

Quindi una cosa la sappiamo per certo: ci saranno entrate fiscali straordinarie “attualmente di difficile quantificazione” ed entrate (o tagli, vedremo) per 3 miliardi l’anno per garantire il raggiungimento del target di indebitamento netto nominale previsto dal DeF (sempre che ci sia la crescita prevista).

In tutto questo l’indebitamento netto strutturale sarà azzerato sin dal 2015. Quindi non si prevede nessuna scelta politica capace di far salire il deficit.

Cosa si deduce da tutto cio?

Semplice: di fatto il governo rinuncia a fare politica fiscale almeno da qui al 2017, dovendosi preoccupare di rispettare i saldi (nominali e strutturali) e non avendo risorse per preoccuparsi di null’altro. Pure a costo di brutte soprese a carico del risparmio privato, che di fatto rimane l’unica risorsa a cui attingere se si vuole fare qualcosina di più per rilanciare la crescita.

In Italia la politica fiscale è l’apolitica fiscale.