Che fine farà il risparmio italiano?


A un certo punto dobbiamo scegliere. Decidere a chi dare i nostri soldi, pochi o tanti che siano. Di fronte a noi abbiamo due bocche gigantesche spalancate che attendono di essere saziate: lo Stato, affamato da un debito più che trentennale, e la finanza privata, stremata da anni di giochi di prestigio (il caso Mps è solo l’ultimo di una serie lunghissima) e in debito di capitalizzazione.

Questi due enormi Moloch stanno lì pronti a ingurgitare due generazioni di risparmio italiano. Lo Stato per il tramite della sua classe politica, che promette tutto e il suo contrario mentre tenta di vendere le sue obbligazioni pubbliche, e i privati grazie ai buoni uffici dei suoi piazzisti, tramite i quali tenta di vendere le sue obbligazioni corporate. E noi, ogni giorno, scegliamo, magari senza comprendere che in tempi di democrazia economica, la scelta a chi dare i nostri soldi è una scelta essenzialmente politica.

Sarebbe bello se compissimo l’evoluzione più naturale in una democrazia matura: votare, per il tramite dei nostri soldi, l’idea politica che più ci piace. E non parlo dei partiti, ma dei progetti. Se finanziassimo con i nostri soldi progetti pubblici per il tramite di obbligazioni di lungo periodo dedicate e strutturate in modo da garantire un rendimento pari al tasso Bce e uno sconto fiscale pari allo spread con il Btp ordinario. Chi sottoscrive tali obbligazione ha di sicuro un’adesione assai più convinta al progetto sotteso (una nuova ferrovia piuttosto che una riforma del mercato del lavoro) di quanto mai potrà riservare a un qualunque partito. Questo perché il voto in cabina elettorale non ha riflessi diretti sul nostro portafoglio (salvo le note distorsioni clientelari). Il voto “obbligazionario” ne ha, eccome.

Per capire come sia giunto a tale fantasia, bisogna guardare alcune cifre e alle cronache. A fine 2011 (dati Bankitalia) la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane, ossia il nostro risparmio, era di circa 3.200 miliardi, in calo del 3,4% sul 2010. Se a questa cifra sottraiamo le passività, 900 miliardi (in aumento del 2,1% sul 2010), la ricchezza finanziaria netta a livello macro arriva a circa 2.300 miliardi. Questa è la torta.

Notate che osservando l’andamento della ricchezza dal 1995 a oggi, si vede con chiarezza che l’incremento della ricchezza derivante da attività reali è andato a scapito della ricchezza finanziaria, cresciuta quindi assai meno rispetto al mattone e, soprattutto, ai debiti.

La torta, quindi, vale 2.300 miliardi e sta diminuendo nel tempo, a causa dei debiti e dell’andamento erratico dei mercati finanziari che oggi danno e domani tolgono, quasi sempre con saldi negativi per tanti e grossi guadagni per pochi. Tant’è vero che in Italia la ricchezza è sempre più concentrata.

Di fronte a una torta di 2.300 miliardi nel 2011 abbiamo un mercato obbligazionario bancario che quota 873 miliardi e un mercato obbligazionario delle aziende corporate di 90 miliardi.Quindi la ricchezza al netto di questi prestiti già concessi arriva a 1.343 miliardi. L’idrovora privata succhia alle famiglie (in cambio di rendimenti più o meno rischiosi) 963 miliardi.

Il resto della torta, 1.343 miliardi, se lo contendono i depositi bancari, il risparmio gestito e assicurativo e lo Stato. A fine 2011, il 46% dei circa 1.600 euro di debito pubblico in circolazione (quota che non include il debito delle amministrazioni locali) era collocato all’estero, quindi 736 miliardi. Il debito pubblico italiano in mano ad italiani (famiglie, ma anche banche, assicurazioni, fondi eccetera) quotava 864 miliardi. Si calcola che di questa somma circa l’11% sia direttamente in mano alle famiglie. Quindi circa 95 miliardi.

Ricapitoliamo. Le famiglie italiane hanno investito 963 miliardi in obbligazioni private e 95 miliardi (meno di un decimo) in obbligazioni pubbliche. Il mercato obbligazionario pubblico e privato assorbe 1.058 miliardi. Quindi dal totale della ricchezza netta di 2.300 miliardi residuano 1.242 miliardi sparsi fra depositi, assicurazioni e quant’altro la finanza italiane ed estera offra sul mercato. Numeri che dimostrano una chiara inclinazione delle famiglie italiane a prestare soldi al privato piuttosto che al pubblico, in virtù dei più alti rendimenti. Ignorando peraltro come una rendimento più alto sia sempre associato a un rischio più elevato.

E qui entrano in gioco le cronache. L’elenco delle malversazione dei privati sulla pelle del risparmio italiano contende il primato solo alle malversazioni consumate ai danni dei soldi pubblici. Eppure gli italiani continuano, immagino per mancanza di alternative, a foraggiare l’idrovora privata.

Eppure un’alternativa è possibile. Se si accetta l’idea che lo scopo di un investimento non sia il massimo profitto, ma la massima utilità, un investitore potrebbe scegliere di guadagnare meno interessi attivi monetari in cambio di un interesse più elevato. Accettare un’obbligazione con un tasso più basso in cambio di uno sconto fiscale, ad esempio, che consentirebbe di avere più soldi in tasca per far ripartire i consumi e anche di realizzare progetti che altrimenti non sarebbero mai realizzati. Il tutto accoppiato con una revisione reale della spesa pubblica per placare l’idrovora del bilancio dello Stato. Si avvererebbe il miracolo preconizzato dal presidente Bce Draghi a Davos: “Vorrei vedere un taglio dei costi di governo, una calo delle tasse e una gestione degli investimenti per infrastrutture”.

Ma affinché tale miracolo si compia serve un balzo, che dobbiamo compiere tutti, innanzitutto culturale. Un’evoluzione mentale. Occorre uno scatto d’ingegno per mettere davvero a frutto la ricchezza delle nostre famiglie.

Siamo ancora in una posizione invidiabile (abbiamo debiti per il 70% del reddito e una buona ricchezza netta), ma non durerà per sempre. I vari fiscal compact, le turbolenze finanziarie, la crisi del lavoro e la svalutazione del mattone prosciugheranno molto presto la nostra ricchezza, malgrado tutti i nostri disperati tentativi di metterla al sicuro. Per inseguire un capital gain rischiamo di perdere il nostro futuro.

E invece è il momento di comprarcelo.

  1. Stefano

    Decisamente interessante questo tuo articolo.
    Chiaramente comprendiamo che nessuno ha la chiave in mano per compiere il miracolo e ristabilire tutto in una situazione ottimale, ma vorrei chiederti un piccolo favore: potresti consigliare Concretamente cosa può fare il “comune cittadino”? Ad esempio uno studente universitario, un pensionato, un uomo o una donna di mezza età che cerca di mettere qualcosa da parte per il futuro?
    Grazie! 🙂

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    • Maurizio Sgroi

      Grazie per gli apprezzamenti. Mi fa piacere sapere che le mie elucubrazioni risultino interessanti. Vorrei anche poter rispondere alla domanda “che fare?” per mettere qualcosa da parte per il futuro, ma sono un semplice giornalista socioeconomico, un osservatore. Mi sforzo di conoscere gli ingredienti, ma non ho ricette.
      Posso dirti una cosa però. Credo che in futuro le risorse economiche per i cittadini comuni andranno a ridursi, sia come valori finanziari, sia come servizi erogati dallo stato. Forse più che di sforzarci di mettere soldi da parte (per farne cosa poi?) dovremmo cercare di riscoprire nuove forme di ricchezza. Superare l’orizzonte limitato della ricchezza materiale, per scoprire magari che esistono forme più avanzate che ci soddisfano assai più di comprare un telefonino nuovo.
      Lo so, non è concreto. Ma forse è proprio questo il punto.
      scusa se non ho risposto 🙂

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      • Stefano

        Sicuramente hai in mente già qualcosa nell’indicare “nuove forme di ricchezza non materiale”, giusto?
        Trovo interessante ciò che proponi. Anche io penso che ormai dobbiamo superare l’epoca in cui viviamo, dove sembra che la cosa più importante sia AVERE. Cellulare moderno, macchina e vestiti ultima moda (e più costosi) eccetera eccetera. Trovo d’altra parte decisamente utile per una famiglia poter mettere da parte qualcosa, utilizzando cioè il risparmio. In modo da non dover necessariamente ricorrere ad un prestito per una spesa imprevista (dentista, figlio studente, malattia, acquisto auto ecc).

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      • Maurizio Sgroi

        di sicuro i risparmi servono. da che mondo è mondo è così 🙂
        serve anche un cambio di mentalità, che poi è quello a cui alludo nel mio post. una cosa tipo il denaro per fare qualcosa di grande, non solo per avere qualcosa di piccolo
        saluti e grazie ancora

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  2. Legionedelsole

    …dovremmo cercare di scoprire nuove forme di ricchezza….
    Ottima idea, da dove cominciamo??…Gia’ vediamo fior fiore di economisti e filosofi che fanno a gara per trovare una soluzione, che poi sarebbe quella del millennio o forse più, quella nuova civiltà che sembra per tutti utopica…ma se ci credessimo un po’ tutti, a partire dai nostri figli e da esportare a quei popoli ancora poco contaminati dalle problematiche causate dal nostro dio denaro, alias sistema monetario (cosi’ ci sembra di aver capito…non siamo economisti). Cambio di mentalità significa cambio di valori, che significa acquisire sempre più consapevolezza della vita, ciascuno a patire dalla propria: ancor di più ciò significa essere ONESTI con se stessi e capire dove c’e carenza di armonia interiore…Ma poi sembra di fare futile e banale moralismo…
    Hai voglia che arrivi sto cambiamento…Ma che cosa e’?
    Chi tratta di economia oggi come prima, ha grandi responsabilità (come un capo religioso quando era molto credibile)…ma per essere sciamano, sacerdote o druido (di cui magari poco ci fidiamo per i tempi che corrono) devi essere speciale, devi avere superato la notte per poter dire di avere visto l’alba.
    Saluti,
    Legsol

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  3. _beneathsurface

    Decisamente interessante proposta. Ma vedo 1 controindicazione e 1 perplessità: sarebbe necessaria una clausola che vincolasse i fondi così ottenuti all’effettiva realizzazione delle singole opere finanziate,mentre è cosa nota in Italia che le opere (TAV,PonteMessina,varie infrastrutture giusto per dire quelle più note) sono soggette alle bizze politiche del governo di turno, risultando spesso in cattedrali(incompiute) nel deserto.In ogni caso questa clausola di vincolo ho paura che si scontrerebbe con la libertà garantita ai governi legittimamente e democraticamente eletti di bloccare opere non condivise e combattute in campagna elettorale: ce li vedi i grillini al governo a fare – obtorto collo – la TAV solo perchè qualche migliaio di italiani hanno sottoscritto i TAV-BTP foraggiando quell’opera per quel miliarduccio necessario? Questa la controindicazione. La perplessità è quando scrivi che gli investitori abbiano una preferenza pe rle obbligazioni private. Basta fare un giro in banca per accorgersi che in primis(et secundis) vengano vendute obbligazioni bancarie e non BTP/BOT, per semplici ragioni di commissionale alle filiali legate alla sottoscrizione. Il cliente medio ignora del tutto anche solo cosa sia e come funzioni una obbligazione, figurati se si cura realmente se sta sottoscrivendo un titolo pubblico o privato. Ritengo di non sbagliare affermando che il 70% degli investimenti dell’italiano medio sono fatti “a cazzo” ignorando cosa stia sottoscrivendo. Ciao 🙂

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      condivido sia la controindicazione che la perplessità. per questo sollecitavo un evoluzione culturale nel nostro paese. certo non arriverà da questo piccolo post, però se se ne comincia a parlare credo non possa che far bene 🙂
      grazie per l’attenzione e per il commento

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      • _beneathsurface

        Assolutamente d’accordo sulla necessità di una evoluzione culturale in italia, anche se di lavoro ce ne sarebbe da fare: in politica scontiamo idea populista da america latina che il consenso popolare sia motivo sufficiente per ogni genere di salvacondotto; in finanza vige l’ignoranza più totale del funzionamento dei prodotti finanziari e d’altro canto la svogliatezza degli operatori del settore di spiegarli compiutamente ai clienti; in economia vige la regola “delle tasse il meno possibile” elusione ed evasione sono ben accette, ma l’importante è poi al bar la sera lamentarsi dei politici ladri; la nostra cultura della Storia è lasciata a pochi accademici e qualche elefante di lunga memoria, che assomiglia molto alla anziana capra della Fattoria degli animali, e intanto tutti a spaccarsi la schiena a testa bassa, anzi catoblepicamente così sembra pure che abbia studiato 😀 Ma ora mollo qui, sto andando assolutamente fuori tema.

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        mi hanno insegnato a fare ognuno la sua parte. io nel mio piccolissimo, faccio la mia.
        dal seme nasce l’albero, se ognuno coltiva il proprio giardino 🙂
        saluti e grazie ancora per il suo tempo

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