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Il crollo del risparmio europeo


L’epopea delle famiglie europee, non più formiche ma neanche cicale, si può leggerla in filigrana osservando un grafico contenuto nell’ultimo bollettino economico della Bce, dove una curva descrive l’andamento del tasso di risparmio dal 2000 al 2014.

Non più formiche, ma neanche cicale, le famiglie esibiscono un tasso di risparmio schiacciato a quota 13% ormai da quattro anni, che rappresenta bene lo strano paradosso in virtù del quale le famiglie risparmiano meno, ma non per questo consumano di più. Paradosso che racconta bene la storia di questi ultimi anni europei, dove la crescita ha rallentato fino quasi a fermarsi, insieme con i prezzi, che sono piombati in territorio negativo malgrado le generosità monetarie della Bce.

Per capire come i tassi di risparmio si correlino all’andamento economico, è opportuno ricordare come fa la Bce che “il rapporto tra risparmio e reddito è un indicatore importante del comportamento delle famiglie che incide sulla dinamica dei consumi privati reali e, più in generale, sul ritmo della crescita economica”.

In teoria la dinamica dei risparmi viene influenzata da diversi fattori: “In periodi di elevata incertezza le famiglie di norma aumentano la quota di reddito disponibile che viene risparmiata a fini precauzionali. Per contro, gli effetti sui consumi degli shock avversi ma temporanei al reddito disponibile sono mitigati di norma da un calo del tasso di risparmio”.

Ebbene, negli ultimi anni il tasso di risparmio delle famiglie dell’area euro si è stabilizzato su livelli “relativamente bassi rispetto alla media storica”. Basti ricordare che ancora nel 2008, come d’altronde nel 2002, il tasso di risparmio viaggiava intorno al 15%.

La Bce nota che “nella prima fase della recessione e nel periodo immediatamente successivo, ossia tra il 2008 e il 2010, il tasso di risparmio delle famiglie è salito temporaneamente, sospinto soprattutto dalla fragilità della
fiducia dei consumatori, per poi tornare a scendere”.

Il motivo precauzionale, quindi, ha spinto il tasso di risparmio fino al 14,9% nel primo trimestre 2009, probabilmente potendosi giovare, i risparmi, delle politiche espansive che gli stati hanno attuato nell’immediato del bust per far fronte al panico che stava congelando i mercati.

Ma proprio come una rondine non fa primavera, un aumento del risparmio precauzionale non è mai un buon presagio per l’economia, visto che nasconde un timore che non attende altro che essere esternato appena la situazione si normalizzi.

Cosa che nell’eurozona è accaduta  lungo il corso del 2009. La Bce interpreta il crollo del tasso di risparmio intervenuto quell’anno, al termine del quale il risparmio era tornato al 13% da dove non si è più mosso, come il contraltare dell’aumento di fiducia registratosi nel frattempo. L’equazione è semplice:la gente ha di nuovo fiducia e quindi smette di risparmiare per timore del futuro.

Ma potremmo anche spiegarlo diversamente. Il clima di fiducia, che la Bce misura con un indicatore rappresentato con una curva, sembra migliori drasticamente anche nel corso del 2012, quando esplode la crisi degli spread, senza che ciò sposti in maniera significativa la curva del risparmio. A significare che, in quel periodo non è stata più la componente emotiva a spiegare le decisioni di risparmio delle famiglie ma quella, assai più prosaica, della contabilità.

L’esplodere della crisi degli spread, infatti, coincide con una dinamica assai debole del reddito disponibile, specie nei paesi sotto stress, cui si aggiungono anche le scelte di politica fiscale restrittive che tale dinamica hanno aggravato e le scelte di politica monetaria, che hanno senza dubbio scoraggiato il risparmio e lo scoraggeranno ancor di più in futuro.

Reddito al rallentatore e scarso incentivo al risparmio non sono bastati tuttavia a trasformare la ex formica in una cicala. I consumi privati reali delle famiglie, infatti, seppure in lieve ripresa dai minimi del 2008 e del 2012 sono ancora ben lontani dai livelli pre crisi, con un tasso di crescita registrato, nel 2014, di appena l’1% sull’anno precedente a fronte del 2-3% di prima del 2008.

Sembra di capire che le famiglie risparmierebbero di più se potessero, ma gli incrementi di reddito sembrano appena sufficienti a coprire le esigenze dei consumi.

Ovviamente le cose cambiano parecchio se andiamo a vedere i singoli paesi.

La media del 13% della zona nasconde profonde differenza fra i singoli paesi, con la Spagna notevolmente al di sotto della media (circa il 9%) e la Germania intorno al 16% esibendo dinamiche assolutamente differenti.

In Spagna, prima della crisi, il risparmio era inferiore all’8%, poi si porta quasi al 16 nel 2009, grazie al sostegno fiscale del governo, ma da quel momento in poi comincia a declinare e adesso è al livello del 2005. Segno che gli stimoli fiscali sono sempre temporanei e le dinamiche sottostanti all’economia tendenzialmente inerziali.

In Germania, al contrario, il tasso di risparmio si è mantenuto costante dal 2000 in poi sempre intorno al 16%.

In Italia il crollo del risparmio è stato vistoso. Ancora intorno al 14% nel 2008, è arrivato poco sopra il 10% nel 2010 e adesso è risalito al 12%, comunque al suo minimo nella serie considerata, a fronte di un andamento del reddito disponibile declinante o, nel migliore dei casi, debole e di consumi ancora assai incerti.

Adesso la Bce conta sui ribassi petroliferi, che potrebbero spingere di nuovo in alto i risparmi europei e auspica che gli aumenti di reddito finiscano con trasferirsi finalmente sui consumi, ancora globalmente anemici.

Insomma: la Bce spera che la formica si decida a diventar cicala.

Peccato che l’estate stia finendo.

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Formiche, cicale e italiani


C’è molto di più di quello che sembra dietro quel dato diffuso fa dalla Banca d’Italia secondo il quale il 65% degli italiani non reputa di avere un reddito adeguato alle proprie necessità.

C’è l’evoluzione di un popolo, guidata non dalla genetica ma dall’economia, che ha smesso di essere la formica del mondo e ha tentato senza troppo successo di essere una cicala. Non abbiamo bruciato i risparmi per goderci la vita. Ma solo per tirare avanti. 

Il trentennio trascorso regala alle statistiche economiche una popolazione che troverebbe ragionevole risparmiare, ma non ci riesce, e vorrebbe anche consumare, ma non può.

Questo dilemma ancipite è il destino contemporaneo dell’italiano medio.

I dati sull’andamento del risparmio, contenuti in due occasional papers della Banca d’Italia, sono stupefacenti. Il picco di tasso di risparmio le famiglie italiane lo raggiungono nel 1983, quando supera il 27%. Da allora il calo è costante e progressivo.

L’altro picco, stavolta al ribasso, le famiglie italiane lo sperimentano nel 2000, quando il tasso di risparmio scende intorno al 10%. Solo che poi è peggiorato ancora. Dopo una breve ripresa fra il 2001 e il 2002, con l’ingresso dell’euro riparte l’erosione del risparmio che nel 2008, prima quindi della Grande Crisi, è già tornato al livello del 2000, per scendere sotto quota 9% (precisamente l’8,6%) nel 2011.

Per dare un’idea della portata di questo cambiamento nel costume nazionale, vale la pena confrontarci con gli altri. Nel ’95, quando ancora la propensione nostrana al risparmio stava sopra il 20%, eravamo davvero le formiche d’Occidente. Sotto di noi ci stava solo la Germania, che si collocava intorno al 17%, mentre la media euro era intorno al 14%. I paesi anglosassoni, notoriamente poco inclini al risparmio, quotavano circa il 9% (GB) e 5% (Usa).

Questa virtù – ricordiamo che a livello macroeconomico al risparmio corrisponde la capacità di investimento – l’abbiamo perduta negli anni. Nel 2000, primo anno nero del risparmio italiano, la Germania ci supera, ma rimaniamo sopra la media Ue.

Nell’età dell’euro il risparmio italiano cola a picco. La propensione scende a quota 12% nel 2011, al di sotto della media Ue, mentre quella tedesca rimane stabile più o meno al livello del ’95.

Sono i tedeschi ormai le formiche d’Occidente.

Cos’è successo? E’ successo che da un certo punto in poi le curve del reddito lordo e dei consumi si sono divaricate drammaticamente.

Fatto 100 il livello dei redditi e dei consumi nel 1980, fino al 1987 la curva del reddito rimane sopra quella dei consumi. E poiché il risparmio è la differenza fra reddito e consumi, ecco spiegato perché nel 1983 abbiamo raggiunto il picco di risparmio.

Fra il 1987 e il 1992 le curve camminano quasi sovrapposte. Quindi la divaricazione.

Il 1992 si conferma ancora in un’occasione l’anno di svolta della società italiana.

Dal 1992 la curva dei redditi si schiaccia e quella dei consumi si impenna. Diventiamo cicale. Usiamo i risparmi per pagarci i consumi.

Al picco di crescita dei redditi, registrata nel 2007, l’indice misura circa 143, appena il 43% in più rispetto al 1980, mentre la curva dei consumi, sempre nel 2007, supera quota 160. Quei venti punti di differenza fra i due indici spiegano perché sia sprofondato il risparmio.

Dal 2008 al 2011 la curva dei redditi cala molto più drammaticamente rispetto a quella dei consumi. Non siamo più formiche, e l’assottigliamento del risparmio blocca anche i consumi. L’austerità fa il resto. L’indice dei redditi, a fine 2011, scende a 137 (quindi abbiamo perso  potere d’acquisto); l’indice dei consumi oscilla sempre intorno a 160. Quasi un inno al vorrei (consumare) ma non posso. E il risparmio continua a calare.

Conclusione: da dieci anni abbiamo smesso di essere formiche, dal 2008 di essere cicale.

Siamo solo italiani.

Il mattone italiano nel tornante della storia


La storia del nostro mercato immobiliare è cambiata nel 2005, dopo quasi cinquant’anni. Un bel grafico, frutto di una corposa elaborazione del Cresme, pubblicato nell’ultimo rapporto sul mercato delle costruzioni, racconta come si sia evoluto il mattone italiano sin dal 1958, e tratteggia uno scenario epocale per gli anni che abbiamo di fronte. Ossia che per la prima volta nel nostro Paese diminuiranno i proprietari e aumenteranno gli inquilini.

Il grafico in questione mette insieme quattro curve che misurano, rispettivamente, l’andamento del reddito familiare netto, il prezzo delle abitazioni, i canoni di locazione e la spesa delle famiglie per consumi. Fatta 100 la base nel 1958, l’andamento del reddito è stato sempre crescente, con un picco di oltre 300 raggiunto nel 1988, quando ha iniziato a declinare. Anche la curva dei prezzi immobiliari ha avuto un incremento crescente, seppure con un ciclo di rialzi/ribassi più pronunciato. Ma la curva del reddito è stata sempre sopra quella dei prezzi immobiliari. Ciò vuol dire che le famiglie hanno avuto sempre a disposizione una quota di risparmio, in alcuni momenti anche significativa, da investire sul mattone.

Le due curve si toccano per la prima volta intorno al 1992. I prezzi del mattone erano al picco di un trend di crescita iniziato a metà degli anni ’80 (che poi darà inizio a un ciclo ribassista), mentre i redditi seguivano il loro trend di calo iniziato nel 1988 (indice poco sopra 275).

Il calo del settore immobiliare dei primi anni ’90 fece risalire ampiamente la curva del reddito sopra quella dei prezzi, sebbene l’andamento del reddito fosse sostanzialmente piatto (anzi leggermente in calo fino al ’95), ma già dal 1997 la curva immobiliare riprese a crescere: una galoppata irrefrenabile.

Il sorpasso arriva proprio nel 2005. La curva del costo del mattone, spinta da un aumento dei prezzi reali delle compravendite (+48% al 2007, da ’96) e delle locazioni (+39% al 2005) supera quella dei redditi (+12%) che peraltro devono fare i conti con un forte arresto (-7,6%) nei cinque anni successivi. Nelle grandi città il sorpasso arriva prima: nel 2002: l’età dell’euro. La curva dei prezzi supera quota 350 nel 2008 (ora siamo poco sotto 300).

Tale circostanza viene aggravata dal fatto che la crescita dei consumi delle famiglie non si arresta. Una crescita che “già alla fine degli anni ’90 – scrive il Cresme – sta salendo oltre la capacità della crescita reddituale”.

Il combinato disposto fra aumento consumi, aumento dei prezzi immobiliari e calo del reddito provoca che per una parte rilevante della popolazione, quel 30% che a fine 2011 non aveva case di proprietà, sia molto difficile comprare casa. Non avendo capacità di risparmio è praticamente impossibile mettere da parte quella provvista minima da affiancare a un mutuo (sempre che le banche lo concedano).

Dal 2009 i prezzi hanno iniziato una fase di calo e solo a fine 2011 la curva del reddito è risalita appena sopra quella del corso del mattone, ma rimane ancora abbondantemente al di sotto del livello necessario a coprire i consumi. Ai livelli attuali di reddito l’unico mercato accessibile è quello delle locazioni, la cui curva, infatti, negli ultimi anni segue un andamento pressoché parallelo a quello dei redditi.

Alcune altre notazioni servono a illustrare che siamo davvero a un tornante della storia. La percentuale del reddito destinato all’investimento, a fine 2011, era arriva sotto quota 150 (indice base 100, 1958), al livello dei primi anni ’70. In quegli anni il 51% delle famiglie aveva casa di proprietà, mentre il 43% viveva in affitto. Ma si veniva da un decennio di grande crescita dei redditi  (+51% fra 1958 e il 1969).

La distribuzione proprietari/locatari cresce negli anni successivi sempre a favore dei proprietari. Alla fine del periodo 1969-78 le famiglie proprietarie sono il 53%, quelle in affitto il 41. Nel periodo successivo, 1978-1986, si arriva a oltre il 60% di proprietari e al 31% di locatari. Fra il 1986 e il 1996 si arriva al 65% di proprietari e al 24% dei locatari, mentre nel periodo finale (1996-2011) si arriva al 70% di proprietari e al 20% di locatari.

Ci sono voluti 50 anni per portare i proprietari dal 50 al 70% delle famiglie, e per far scendere i locatari dal 43% al 20. Ma adesso, col crollo delle compravendite e dei prezzi, tuttora in corso, e a fronte dell’impossibilità di disporre di risparmi da investimento, la cosa più logica, a meno che i prezzi del mattone non cadano drammaticamente o (improbabile) che aumentino i redditi, è che diminuiscano i proprietari e aumentino i locatari. Che si inverta il ciclo.

Per la prima volta, dopo più di 50 anni.

Che fine farà il risparmio italiano?


A un certo punto dobbiamo scegliere. Decidere a chi dare i nostri soldi, pochi o tanti che siano. Di fronte a noi abbiamo due bocche gigantesche spalancate che attendono di essere saziate: lo Stato, affamato da un debito più che trentennale, e la finanza privata, stremata da anni di giochi di prestigio (il caso Mps è solo l’ultimo di una serie lunghissima) e in debito di capitalizzazione.

Questi due enormi Moloch stanno lì pronti a ingurgitare due generazioni di risparmio italiano. Lo Stato per il tramite della sua classe politica, che promette tutto e il suo contrario mentre tenta di vendere le sue obbligazioni pubbliche, e i privati grazie ai buoni uffici dei suoi piazzisti, tramite i quali tenta di vendere le sue obbligazioni corporate. E noi, ogni giorno, scegliamo, magari senza comprendere che in tempi di democrazia economica, la scelta a chi dare i nostri soldi è una scelta essenzialmente politica.

Sarebbe bello se compissimo l’evoluzione più naturale in una democrazia matura: votare, per il tramite dei nostri soldi, l’idea politica che più ci piace. E non parlo dei partiti, ma dei progetti. Se finanziassimo con i nostri soldi progetti pubblici per il tramite di obbligazioni di lungo periodo dedicate e strutturate in modo da garantire un rendimento pari al tasso Bce e uno sconto fiscale pari allo spread con il Btp ordinario. Chi sottoscrive tali obbligazione ha di sicuro un’adesione assai più convinta al progetto sotteso (una nuova ferrovia piuttosto che una riforma del mercato del lavoro) di quanto mai potrà riservare a un qualunque partito. Questo perché il voto in cabina elettorale non ha riflessi diretti sul nostro portafoglio (salvo le note distorsioni clientelari). Il voto “obbligazionario” ne ha, eccome.

Per capire come sia giunto a tale fantasia, bisogna guardare alcune cifre e alle cronache. A fine 2011 (dati Bankitalia) la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane, ossia il nostro risparmio, era di circa 3.200 miliardi, in calo del 3,4% sul 2010. Se a questa cifra sottraiamo le passività, 900 miliardi (in aumento del 2,1% sul 2010), la ricchezza finanziaria netta a livello macro arriva a circa 2.300 miliardi. Questa è la torta.

Notate che osservando l’andamento della ricchezza dal 1995 a oggi, si vede con chiarezza che l’incremento della ricchezza derivante da attività reali è andato a scapito della ricchezza finanziaria, cresciuta quindi assai meno rispetto al mattone e, soprattutto, ai debiti.

La torta, quindi, vale 2.300 miliardi e sta diminuendo nel tempo, a causa dei debiti e dell’andamento erratico dei mercati finanziari che oggi danno e domani tolgono, quasi sempre con saldi negativi per tanti e grossi guadagni per pochi. Tant’è vero che in Italia la ricchezza è sempre più concentrata.

Di fronte a una torta di 2.300 miliardi nel 2011 abbiamo un mercato obbligazionario bancario che quota 873 miliardi e un mercato obbligazionario delle aziende corporate di 90 miliardi.Quindi la ricchezza al netto di questi prestiti già concessi arriva a 1.343 miliardi. L’idrovora privata succhia alle famiglie (in cambio di rendimenti più o meno rischiosi) 963 miliardi.

Il resto della torta, 1.343 miliardi, se lo contendono i depositi bancari, il risparmio gestito e assicurativo e lo Stato. A fine 2011, il 46% dei circa 1.600 euro di debito pubblico in circolazione (quota che non include il debito delle amministrazioni locali) era collocato all’estero, quindi 736 miliardi. Il debito pubblico italiano in mano ad italiani (famiglie, ma anche banche, assicurazioni, fondi eccetera) quotava 864 miliardi. Si calcola che di questa somma circa l’11% sia direttamente in mano alle famiglie. Quindi circa 95 miliardi.

Ricapitoliamo. Le famiglie italiane hanno investito 963 miliardi in obbligazioni private e 95 miliardi (meno di un decimo) in obbligazioni pubbliche. Il mercato obbligazionario pubblico e privato assorbe 1.058 miliardi. Quindi dal totale della ricchezza netta di 2.300 miliardi residuano 1.242 miliardi sparsi fra depositi, assicurazioni e quant’altro la finanza italiane ed estera offra sul mercato. Numeri che dimostrano una chiara inclinazione delle famiglie italiane a prestare soldi al privato piuttosto che al pubblico, in virtù dei più alti rendimenti. Ignorando peraltro come una rendimento più alto sia sempre associato a un rischio più elevato.

E qui entrano in gioco le cronache. L’elenco delle malversazione dei privati sulla pelle del risparmio italiano contende il primato solo alle malversazioni consumate ai danni dei soldi pubblici. Eppure gli italiani continuano, immagino per mancanza di alternative, a foraggiare l’idrovora privata.

Eppure un’alternativa è possibile. Se si accetta l’idea che lo scopo di un investimento non sia il massimo profitto, ma la massima utilità, un investitore potrebbe scegliere di guadagnare meno interessi attivi monetari in cambio di un interesse più elevato. Accettare un’obbligazione con un tasso più basso in cambio di uno sconto fiscale, ad esempio, che consentirebbe di avere più soldi in tasca per far ripartire i consumi e anche di realizzare progetti che altrimenti non sarebbero mai realizzati. Il tutto accoppiato con una revisione reale della spesa pubblica per placare l’idrovora del bilancio dello Stato. Si avvererebbe il miracolo preconizzato dal presidente Bce Draghi a Davos: “Vorrei vedere un taglio dei costi di governo, una calo delle tasse e una gestione degli investimenti per infrastrutture”.

Ma affinché tale miracolo si compia serve un balzo, che dobbiamo compiere tutti, innanzitutto culturale. Un’evoluzione mentale. Occorre uno scatto d’ingegno per mettere davvero a frutto la ricchezza delle nostre famiglie.

Siamo ancora in una posizione invidiabile (abbiamo debiti per il 70% del reddito e una buona ricchezza netta), ma non durerà per sempre. I vari fiscal compact, le turbolenze finanziarie, la crisi del lavoro e la svalutazione del mattone prosciugheranno molto presto la nostra ricchezza, malgrado tutti i nostri disperati tentativi di metterla al sicuro. Per inseguire un capital gain rischiamo di perdere il nostro futuro.

E invece è il momento di comprarcelo.

Dall’età dell’oro all’età Loro (passando per l’euro)


In tempi elettorali ragionare sulla ricchezza di un Paese conduce di rado a qualcosa di buono, specie in tempi di crisi. Si offrono strumenti a chi soffia sul vecchio conflitto di classe o a quelli che offrono soluzioni a gettone per questioni complesse come la ridistribuzione del reddito o del carico fiscale. E tuttavia chi voglia capire come stiamo oggi non può prescindere dal guardarsi indietro e vedere come stavamo. E l’analisi della ricchezza è un indicatore sociale assai eloquente, a volerlo leggere.

Perciò ci siamo armati di pazienza e ci siamo andati a ripescare alcuni quaderni della Banca d’Italia che parlano della ricchezza delle famiglie italiane ricavandone alcune indicazioni assai istruttive.

Cominciamo dalla fine. Da fine 2011, per essere precisi. La ricchezza totale delle famiglie viene calcolata in 8.619 miliardi di euro, il 62,8% in attività reali (immobili e altro), pari a 5.978 mld, il 37,2% (3.541 mld) in attività finanziarie (depositi, titoli e altro). Le passività, quindi i debiti, erano 900 miliardi, ossia il 9,5% del totale della ricchezza. La ricchezza è in calo del 5,8% dal 2007, quando ha toccato il suo picco (sempre a prezzi 2011) di 9.151 mld.

Rispetto al passato le attività reali sono cresciute a scapito di quelle finanziarie. Quindi il valore crescente del mattone si è mangiato quello della finanza. A fine 2011, nota Bankitalia, “il livello di ricchezza è simile a quello di fine anni ’90”, con l’avvertenza che nel frattempo le famiglie sono aumentate di 5 milioni di unità e si sono “ristrette”: da 2,9 a 2,5 individui per nucleo.

Ultimo dato utile per capire come stiamo, l’indice di distribuzione della ricchezza: l’indice Gini. Quest’ultimo oscilla fra 0 e 1, quindi fra minima concentrazione e massima concentrazione. Nel 2011 quest’indicatore misurava 0,624 in crescita dallo 0,62 del 2010 e dallo 0,61 del 2008. Nell’ultimo triennio, quindi si è avuta un’ulteriore concentrazione di ricchezza nel 10% delle famiglie che detiene il 45,9% della ricchezza complessiva (era il 44,3% nel 2008). Chi ha soldi non risente della crisi, ma anzi se ne avvantaggia.

Anche qui, Bankitalia nota che il valore 0,62 è in linea con i valori di fine anni ’90. Quindi chi dice che l’introduzione dell’euro abbia favorito la concentrazione della ricchezza dice una corbelleria.

Vero è però che non siamo sempre stati così. Solo che bisogna fare un bel passo indietro. Addirittura all’inizio degli anni ’90. Praticamente l’età dell’oro del ceto medio italiano.

Per capire come eravamo, fra il 1990 e il 1992, basti sapere che l’indice Gini quotava 0,59 e la quota di ricchezza posseduta dal 10% delle famiglie più ricche era intorno al 40%. Il cambiamento, che si è annunciato come culturale, si è declinato con l’economia è ha finito col diventare sociale, si è consumato fra il 1991 e il 1993.  Sono gli anni delle grandi privatizzazioni, delle superfinanziarie, della crisi valutaria.

A fine ’93 L’indice di Gini è schizzato a 0,63 e il 10% delle famiglie più ricche deteneva già 45% della ricchezza totale. Un aumento impressionante di nuovi ricchi. Dall’età dell’oro del ceto medio all’età Loro (dei ricchi).

Per converso la quota di ricchezza detenuta dal 50% delle famiglie meno abbienti crolla da poco più dell’11% del ’91  a poco sopra l’8%. Si crea spazio per la categoria dei nuovi poveri che inizia a fagocitare il ceto medio.

In pratica fra il 1993 e oggi non è cambiato niente, né a livello di concentrazione della ricchezza, né al livello della quota destinata al 10% più ricco. Questo è il nostro ventennio perduto.

O meglio qualcosa è successo. La ricchezza totale è cresciuta costantemente, e con essa i debiti delle famiglie. E la variabile  indipendente della ricchezza, il driver direbbero gli economisti, è stato il mattone. I guadagni degli investimenti finanziari infatti, scrive ancora la Banca d’Italia, sono stati positivi fino al 2000 e negativi per il decennio successivo. Ciò, malgrado la cospicua quota di ricchezza che le famiglie hanno girato negli anni a banche, assicurazioni, fondi e quant’altro. Basti pensare che fino alla seconda metà degli anni ’90 le famiglie investivano in titoli pubblici il 14% della loro ricchezza finanziaria. Nel 2011 tale quota era crollata al 5,2%.

Al contrario il mattone è andato a gonfie vele dal 2000 fino al 2008. E quindi entra in gioco l’euro. Nel ’97 (valori correnti 2011) la ricchezza immobiliare era valutata in circa 3.000 miliardi. Nel 2002, quindi dopo l’ingresso dell’euro che fa impennare i valori immobiliari, è già schizzata quasi a quota 4.000 e da lì sale progressivamente fino a sfiorare i 6.000 miliardi circa del 2011. Fatta 100 la ricchezza immobiliare del 1995, a fine 2011 tale indice è schizzato a 220. La famosa bolla che non c’è ma che si vede.

A tale arricchimento immobiliare ha corrisposto il triplicarsi dell’indebitamento delle famiglie che nel ’95 era di poco superiore al 20% del reddito e nel 2010 sfiorava quotava il 71%. In pratica le famiglie si sono pagate, indebitandosi, l’aumento dei corsi immobiliari. Un affare per chi ha grandi patrimoni immobiliari, che ha lucrato dell’aumento dei corsi, ma non certo per i piccoli proprietari. Ne ha fatto le spese il risparmio netto, crollato da circa il 3% della ricchezza netta del ’96 a meno dell’1% nel 2011, complice anche una crescita insoddisfacente del reddito da lavoro.

Ci fermiamo qui perché crediamo sia necessario digerire tutte queste cifre, rimandando a un altro post il confronto internazionale fra l’andamento della ricchezza italiana e quella di altri paesi.

Per il momento si può trarre una conclusione. Nel 1991 eravamo un paese in cui le famiglie erano poco indebitate, mediamente benestanti (l’accesso al mercato immobiliare era molto più facile di adesso) e la distribuzione della ricchezza era più equa.

Oggi non più.