Etichettato: Pakistan East Africa Cable Express

La digital silk road cinese va avanti in PEACE


Dall’Asia arriva la notizia che nel prossimo mese di marzo inizieranno i lavori per la posa dei cavi sottomarini in uno dei tratti strategici della digital silk road cinese. Si tratta di un sostanziale passo in avanti del cavo PEACE, che abbiamo già incontrato raccontando dei progetti hi tech di Pechino. In particolare il nuovo tratto unirà la città Pakistana di Rawalpindi, alle città portuali di Karachi e Gwadar, collegando in sostanza il Pakistan al mare Arabico.

PEACE è un acronimo che sta per Pakistan East Africa Cable Express. In sostanza un collegamento che si propone di inserire la massa dell’Africa orientale nel composito mondo dell’Eurasia, con ciò rappresentando un ottima cartina tornasole per comprendere la visione che anima gli investimenti e la strategia cinese.

I cavi serviranno anche ad irrobustire i collegamenti informatici del porto di Gwadar, uno degli snodi della maritime silk road cinese, dove Pechino ha già investito molte risorse e che dovrebbe essere destinatario di un investimento anche da parte dei sauditi della Aramco, che sarebbero intenzionati a costruire una raffineria.

Per il nuovo cavo si prevede di investire 240 milioni, che arriveranno da una partnership fra il governo pakistano e la cinese Huawei. L’accordo è stato approvato lo scorso 21 gennaio. La parte nord di questo cavo si collegherà a un altro cavo, già operativo dal 2018, che collega il Pakistan alla regione cinese dello Xinjiang, punto di accesso della Cina all’Eurasia. E questo dovrebbe bastare a comprendere quanto sia importante il cavo PEACE.

Per realizzare questa infrastruttura si è mosso l’Hengtong Group, uno dei colossi cinesi di fibre ottica, che guida un consorzio di telco sparse fra Africa, Pakistan e Hong Kong. La parte di PEACE che collega la Francia all’Egitto – un cavo lungo 15.000 km – è stata già realizzata e dovrebbe entrare in servizio entro quest’anno. Nello stesso arco di tempo la sezione telco dell’esercito pakistano – la Special Communications Organization (SCO) – si occuperà di realizzare la nuova parte del cavo. Il progetto vale 240 milioni di dollari.

L’altra sezione, quella che collega la parte nord del Pakistan – Rawalpindi, sede del quartier generale dell’esercito pakistano – con la parte sud occidentale della Cina – lo Xinjiang – è già operativa dal 2018. In sostanza, con l’ultimo progetto approvato l’intera infrastruttura di PEACE sarà completata.

Gli osservatori scommettono sul fatto che questa infrastruttura gioverà non solo alle relazioni sino-pakistane, già incardinate nel China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), ma soprattutto al porto di Gwadar, che di queste relazioni è il fiore all’occhiello, visto che rappresenta il perfetto ponte di collegamento fra Cina e Medio Oriente. Il porto ha pagato lo scotto di una carente dotazione infrastrutturale proprio nel settore delle telecomunicazioni. Soprattutto, il nuovo collegamento dovrebbe permettere al traffico dati che attraversa il Pakistan di evitare il passaggio dall’India, che le autorità pakistane vorrebbero evitare per garantirsi maggiore sicurezza nelle comunicazioni.

Da un punto di vista strategico, l’investimento in Pakistan dimostra il ruolo crescente della Cina nel mercato della fibra ottica, che è la cartina tornasole della volontà di Pechino di ritagliarsi un ruolo di rilievo in uno dei mercati più importanti della contemporaneità.

Avere il controllo di infrastrutture dove viaggiano i dati è stato sempre un asset per chiunque avesse ambizioni egemoniche. Al tempo di internet ancora di più.

 

Pubblicità

Il Grande Gioco della Undernet africana


Se non fossimo distratti dai rumorosi fronti di guerra che allignano per ogni dove, trovandoci per giunta al centro di una pandemia sanitaria che ne ha generato anche una informativa, forse tutti noi avremmo dedicato maggiore attenzione a quello che sta succedendo attorno all’Africa, terra da sempre al centro di svariati appetiti e per ciò stesso pretesto per generarne di nuovi mano a mano che il progresso li renda possibili, oltre che necessari.

Per meglio dire, avremmo prestato maggiore attenzione a quello che sta succedendo sotto i mari dell’Africa dove lentamente si stanno tessendo alleanze e generando corposi investimenti per dotare il continente di ciò che oggi appare assolutamente necessario: una rete di cavi sottomarini capace di collegare in maniera efficiente questa terra al resto del mondo che ieri come oggi ha bisogno dell’Africa.

Il continente nero è stato sempre al centro dei traffici internazionali, come ben sa chi frequenta la storia, e non solo per le sue infinite risorse naturali, ma soprattutto per il suo ruolo di interposizione fra le Americhe e le Asie, con l’Europa a troneggiare in cima, come una corona ormai fuorimoda. L’Africa è letteralmente al centro del mondo, come può osservare chiunque svolga una planisfero.

Perciò nulla di strano che negli abissi africani si muovano notevoli interessi che disegnano l’intrico dell’Undernet che sarà e dei quali solo di recente le cronache hanno iniziato a disegnare la fisionomia. A volte sorprendente.

E’ il caso, ad esempio, dell’annuncio del consorzio che ha presentato 2Africa, un progetto molto ambizioso che si propone di circumnavigare il continente dotandolo di una rete di bel 37 mila chilometri di cavi.

La rete dovrebbe essere attiva fra il 2023 e il 2024. Ma l’aspetto interessante è che nel consorzio che ha dato vita all’iniziativa convivono giganti del calibro di Facebook e China Mobile International. A dispetto dei capricci dell’amministrazione Trump, e di certe dichiarazioni del suo Ceo, Facebook ha tutto l’interesse a collaborare con la Cina che sull’Africa ha investito moltissimo.

La presentazione di 2Africa arriva un anno dopo l’annuncio di Google, uno dei più attivi “posatori” di cavi sottomarini degli ultimi anni, del lancio di un nuovo cavo sottomarino, Equiano, per connettere il Portogallo a Cape Town. Come ai tempi della scoperta della rotte atlantiche, il Portogallo diventa nuovamente il terminale della connettività con l’Africa.

Questo investimento, che dovrebbe condurre nel 2021 all’accensione del cavo, è destinato ad aumentare notevolmente la potenza della rete sottomarina di Google, che ormai è uno dei principali protagonisti di questo mercato.

Ma soprattutto la competizione fra i due giganti della rete attorno all’Africa si inserisce in un panorama già affollato che rende il Grande Gioco della Undernet africana un altro campo interessante da osservare per capire come si configurerà il traffico dati – che significa potere e influenza – fra il Sud Atlantico e l’Oceano Indiano.

Se guardiamo agli altri attori di cavi sottomarini che hanno a che fare in qualche modo con l’Africa, possiamo farci un’idea ancora più chiara delle caratteristiche di questo gioco.

Il cavo Ellalink collega l’Africa occidentale con la penisola Iberica e la costa orientale dell’America Latina.

Il cavo è gestito da una società indipendente che ha come principale azionista il Marguerite Fund, un’entità che ha alle spalle la l’Unione europea.

Il cavo Dare1 circonda il Corno d’Africa unendo Gibuti a Mombasa.

L’idea del cavo è venuta all’azienda di telecomunicazione di Gibuti, piccolo stato africano al centro di infinite influenze geopolitiche ed economiche. Il cavo è posseduto da un consorzio di telco dell’Africa orientale.

Il cavo Peace lo abbiamo già incontrato. Nel 2017 la Huawei ha firmato con altri soggetti un accordo per costruire la Pakistan East Africa Cable Express, che oltre ad essere un acronimo assai ammiccante (PEACE) si propone di stendere un cavo dal Pakistan al Kenya passando, ancora una volta, per Gibuti.

In sostanza si tratta di un collegamento fra Africa e Asia lungo le vie della Seta sponsorizzate dai cinesi, con l’ammiccamento europeo. Il cavo infatti ha come terminale europeo la Francia. Oltre a sembrare il perfetto complemento del cavo Equiano di Google.

Sicché abbiamo la Cina che penetra in Africa da Oriente, gli Usa, tramite le sue corporation, da Occidente, e l’Europa, democristianamente a metà, dalla cima. Ieri come oggi l’Africa è circondata. E non potrebbe essere diversamente, essendo il centro del mondo.

 

L’ascesa silenziosa della via della seta digitale cinese


Come nei film dove la fine s’intuisce dall’inizio, questa storia si rivela già nell’esordio del luglio 2015, quando la Cina propose la sua “digital silk road” durante un summit con l’Ue a Bruxelles dedicato proprio alla collaborazione digitale fra le due regioni, ossia la testa e la coda dell’Eurasia. Non è ancora chiaro chi sia la testa e la coda, fra Cina ed Europa. Ma se guardiamo soltanto allo sviluppo dell’economia digitale, il sospetto più che fondato è che sarà Pechino a guidare questo processo, visto che, com’è noto, l’Europa è alquanto debole in questo settore.

Questa classifica è stata pubblicata da Mediobanca alcuni mesi fa in uno studio dedicato alle websoft e non c’è ragione di credere che ci siano stati grossi cambiamenti da allora. Non ci sono grandi aziende europee nell’hi tech, a differenza di Usa e Cina, e soprattutto non sembra che l’Europa abbia molto chiaro dove vuole andare. La Cina, al contrario, ha le idee chiarissime. Sin dal 2015, ancora una volta. Quell’anno infatti fu lanciata un’altra “campagna” cinese, il Made in China 2025, con la quale Pechino ha lanciato la sua sfida all’Occidente promettendo di diventare leader (o quantomeno un player riconoscibile) nell’arco di dieci anni in dieci settori strategici della contemporaneità, il primo dei quali – e non a caso – è quello dell’ICT, che vuol dire non  solo sviluppare l’industria dei semiconduttori, ma anche le tecnologie hi tech sottintese allo sviluppo delle reti digitali, dal 5G fino all’infrastruttura dei cavi sottomarini. Tutti fronti di potenziale tensione con la potenza egemone in carica che spiegano assai meglio del deficit commerciale la ragione della guerra dei dazi scoppiata da Usa e Cina.

Il MIC 2025, come lo chiamano gli esperti, e la digital silk road, a ben vedere sono facce dello stesso poliedro che ormai rappresenta la politica cinese, il cui dichiarato obiettivo è trasformare il paese in una potenza di rango globale – economica, scientifica e militare – per la metà del XXI secolo. Sembra un tempo infinito, ma solo se si trascura di osservare le molte cose che sono successe dal 2015 fino a oggi. L’attivismo cinese è tanto intenso quanto silenzioso. E già questo dovrebbe consigliarci di prenderlo molto sul serio.

Le cronache di tale attivismo sono numerosissime. L’Action Plan redatto nel 2015 dal governo cinese per la digital silk road prevedeva la costruzione di cavi ottici transfrontalieri e network per la telefonia mobile nonché lo sviluppo dell’ e-commerce fra la Cina e i paesi partner della Belt and Road initiative. Parliamo di paesi come lo Sri Lanka, la Cambogia, l’Afghanistan, il Bangladesh, il Laos e lo Yemen, dove secondo alcune metriche meno del 20% delle famiglie usa Internet. Nell’economia del XXI secolo d’altronde, non ha molto senso investire su porti e ferrovie se poi non posso far girare software in maniera efficiente su una rete veloce e non si può contare su milioni di persone connesse alla rete per poter godere dei beni e dei servizi che si produce o si trasporta. In tal senso, lo sviluppo delle telecomunicazioni può essere la chiave di volta per spalancare gli enormi mercati del Sud-est asiatico, popolati da giovani e “affamati” users. Questo spiega le numerose incursioni delle compagnie cinesi nel business dei cavi sottomarini. La Huawei, ad esempio, prima che il governo australiano la fermasse per timori connessi alla presenza cinese in una infrastruttura strategica, aveva proposto di costruire un cavo sottomarino per collegare le Solomon Island alla rete globale. Ed è sempre la Huawei che ha dato il via a un progetto per un cavo sottomarino in Baja California, proprio sotto il naso degli Usa. L’America Latina, d’altronde sembra essere divenuta un altro punto di interesse dei cinesi. Qualora servisse un esempio, si può ricordare che di recente è stato completato, sempre a cura di Huawey, il cavo sottomarino che collega l’Africa, e in particolare il Camerun, con il Brasile. Seimila chilometri di fibra ottica destinati a far salire notevolmente le comunicazioni fra queste due parti del mondo.

Questi due esempi sono solo la punta dell’iceberg. Nel 2017 la Huawei ha firmato un accordo per costruire la Pakistan East Africa Cable Express, che oltre ad essere un acronimo assai ammiccante (PEACE) si propone di stendere un cavo dal Pakistan al Kenya passando per Djibuti, nota alle cronache per aver accettato qualche tempo fa un’installazione portuale cinese e di recente per aver firmato un accordo per infittire la collaborazione con la Cina nell’ambito dell’ultimo Forum per la cooperazione sino-africana (FOCAC) che si è svolto fra il 3 e il 4 settembre a Pechino. Oltre a ciò la Cina sta investendo parecchio per fare arrivare una connessione di qualità anche nelle zone più remote dell’Asia centrale partecipando anche al consorzio che ha la responsabilità con il cavo terrestre più lungo del mondo, il Trans-Europe Asia (TEA), oltre a partecipare, sempre con la Huawei, al progetto Diverse Route for European and Asian Markets, che ha un altro acronimo suggestivo (DREAM) ed è stato lanciato nel 2013 dalla russa MegaFon.

La collaborazione con la Russia va ben oltre, ovviamente. Di recente le cronache hanno riportato dell’imminente accordo fra i gigante cinese Alibaba con alcuni partner russi, Mail.ru, che controlla i social network più popolari del paese, e il fondo sovrano Russia Direct Investment Fund, per sviluppare piattaforme internet in Russia nell’ambito della visione cinese della digital silk road. Ma soprattutto è già in stadio avanzato la presenza cinese nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale dove Huawey e ZTE sono ormai ben radicate. Parliamo di paesi come Kyrgyzstan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan e Kazakistan, che con la Cina hanno anche profondi legami commerciali e progetti di sviluppo infrastrutturali assai significativi. L’avvento imminente del protocollo 5G, che vede la Cina in prima fila in questa nuova corsa all’oro, ha portato anche all’accordo che nel 2015 Pechino ha siglato con l’Ue per coordinare la ricerca sulle reti del futuro, senza trascurare le tecnologie annesse o concorrenti, come il cloud computing e la rete satellitare. Nekl 2017 Pechino ha annunciato partnership con giganti It del calibro di Cisco, Ibm, Ericsson e Diebold Nixdorf per realizzare data center e servizi fintech nei paesi attraversati dalla Bri. Al tempo stesso ha promosso il network satellitare Beidou che è un potenziale concorrente del GPS (Global positioning system) nei territorio della Bri. Il Pakistan ha iniziato già ad usarlo e sono in orbita quasi una ventina di satelliti.

Tutto ciò ha un’evidente ricaduta commerciale e un portato politico meno evidente ma sostanziale. Sponsorizzare reti, significa favorire il commercio, a cominciare da quello elettronico, che a sua volta vuol dire instaurare relazioni bilaterali come la Cina ha già fatto con Australia, Estonia, Ungheria, Cambogia e Brasile proprio per regolamentare l’e-commerce. A sua volta sviluppare commercio elettronico significa “vendere” sistemi di pagamento e indirettamente finanziamenti, come sta facendo ad esempio Alibaba in molti paesi asiatici (Filippine, Indonesia, eccetera), mentre in Africa, nel febbraio scorso è stato annunciato che le Chinese Union pay card sarebbero state accettate nel mercato africano entro la fine di quest’anno. Dulcis in fundo, Alibaba e Huawei hanno siglato accordi per sviluppare smart cities in Kenya, Malesia e persino in Germania.

E infatti sarà l’Ue la vera cartina tornasole per capire fino a che punto la via digitale cinese della seta diverrà la promessa del 2015. Molti osservatori puntano il dito sui molti rischi che porta con sé l’exploit tecnologico cinese, trattandosi di infrastrutture strategiche e per di più portatrici di informazioni, ossia il petrolio del nostro tempo. Ma al tempo altri sottolineano le enormi opportunità che le reti digitali rappresentano per molti paesi. Come sempre la verità sta nel mezzo. E si capisce molto bene se si guarda a un altro esempio che rappresenta la perfetta sintesi di quanto abbiamo detto finora: lo sviluppo delle comunicazioni digitali nell’Artico, l’ultima frontiera economica e politica del nostro tempo.

Ultima puntata: Sfida digitale fra potenze attorno al Polo Nord

(1/segue)