Etichettato: Pakistan alla regione cinese dello Xinjiang

La globalizzazione emergente. La via panturca del gas


Poiché da quando i cinesi hanno riesumato le vecchie vie della seta è diventato vezzo comune utilizzare i beni primari come strumento di osservazione delle relazioni economiche internazionali, vale la pena concedersi una breve digressione su una di queste vie che ormai da tempo ha guadagnato il podio della cronaca per gli importanti risvolti che ha per il mercato energetico: quella del gas.

Lo spunto ce lo forniscono un paio di fatti di cronaca accaduti di recente. Il primo è stato l’annuncio dell’avvio della collaborazione a tre fra Turchia, Azerbaijan e Turkmenistan che dà vita a un meccanismo permanente che sembra fatto apposta per rinverdire certe nostalgie turaniche, o per meglio dire, panturche, che ben si sposano con lo spirito rievocativo insito in tutte le narrazioni che coinvolgono le varie vie della seta. Peraltro i tre paesi, oltre alla prossimità geografica, condividono quella etnica e linguistica, che certo aiuta a rinsaldare fra loro quella collaborazione sempre definita come “fraterna”.

Il secondo fatto di cronaca che completa il primo è il passaggio nel parlamento azero del memorandum d’intesa fra azeri e turkmeni, già annunciato in passato, per le esplorazioni energetiche congiunte nel Caspio, che come è stato osservato da più parti segna la riapertura del Grande Gioco del gas in un’area (e una risorsa) a dir poco strategica per il futuro dell’Europa e della Cina, entrambi forti importatrici di gas che viene estratto (anche) in Asia centrale e passa (anche) dalla Turchia.

Le due cose insieme ci consentono di individuare in quella che potremmo chiamare la via panturca del gas una delle variabili della partita per la fornitura delle risorse energetiche che potrebbe finire col coinvolgere anche l’Iran, anch’esso grande produttore di gas, ma mal collegato alla grande rete delle forniture internazionali.

Questa via panturca dovrebbe consentire il passaggio del gas dal Caspio fino all’Adriatico utilizzando due infrastrutture, una già attiva e l’altra da tempo immaginata ma mai realizzata sia per i costi che per i disaccordi fra azeri e turkmeni che la ritrovata armonia panturca, di sicuro promossa dalla Turchia e dalla recente conclusione del conflitto fra armeni e azeri, ha risvegliato.

L’infrastruttura già esistente è il Southern gas corridor, concepito per far arrivare gas in Europa (e in Turchia) senza utilizzare le rotte russe.  E’ un network lungo 3.500 km diviso in tre tronconi: la South Caucasus Pipeline (SCP), la Trans-Anatolian Pipeline (TANAP) e la Trans-Adriatic Pipeline (TAP). Il progetto coinvolge sei paesi, fra i quali il nostro, oltre a Georgia, Grecia, Albania, Turchia e Azerbaijan e ha un costo previsto di 45 miliardi.

La seconda infrastruttura è il Trans-Caspian Gas Pipeline (TCGP).

Lette da questa angolazione, l’annuncio del patto “tripartito” fra i tre paesi somiglia all’inizio di una cooperazione regionale capace di orientare verso quest’area geografica la partita che si sta giocando sul gas e che l’Occidente dovrebbe tornare a guardare con attenzione. In caso contrario non è difficile capire chi lo farà: Russia e Cina.

La prima, che ha già notevoli interessi nel settore del gas, replicando il copione di competizione/cooperazione con la Turchia può facilmente rientrare in partita, magari utilizzando l’Iran come cavallo di Troia. Aldilà delle ipotesi, si può già osservare che la Gazprom ha ricominciato ad importare gas turkmeno già dal 2019, dopo una sospensione durata tre anni.

La Cina, che diventa sempre più vorace di anno in anno, è un sicuro mercato di sbocco per un gas – quello del Caspio – che fino a poco tempo fa, anche a causa della rivoluzione Usa dello shale, sembrava fuori mercato. La Cina sazia la sua fame energetica in gran parte con forniture dal Medio Oriente, che fornisce circa il 51% della domanda cinese, a fronte di un 14% che arriva dall’Asia centrale. Ma già si osservano movimenti di questi paesi verso Pechino – il Kazakhstan ha deciso di concentrare le sue esportazioni di petrolio verso la Cina a spese dell’Europa – per la semplice ragione che il mercato cinese è quello del futuro.

Anche per il gas, le esportazioni centro-asiatiche verso Pechino coprono circa il 15% del consumo cinese di gas che le previsioni ipotizzano raggiungerà i 610 Bcm l’anno entro il 2035, a fronte degli attuali 330, per arrivare a 690 entro il 2050, sullo scia del processo di de-carbonizzazione che Pechino ha promesso di realizzare. Musica per le orecchie dell’Asia centrale, che è imbottita di gas che deve essere ancora estratto. E questo semmai è il problema.

Al momento infatti le forniture sono assicurate dalla Central Asia-China Gas Pipeline (CAGP), che collega il Turkmenistan allo Xinjiang, la porta d’accesso cinese della Belt and Road initiative.

Questo gasdotto trasporta 55 Bmc l’anno, con la prospettiva di arrivare a 85 attraverso la cosiddetta linea D che collegherà il Turkmenistan alla Cina passando dal Kyrgyzstan, Tajikistan and Uzbekistan.

Ed ecco che la via panturca del gas potrebbe trovare il proprio naturale completamento: una parte che arriva fino in Italia, e l’altra che arriva fino in Cina, con le ex repubbliche sovietiche a prosperare sulle forniture dei due polmoni produttivi dell’Eurasia. La partita è aperta. E i giocatori sono già sul tavolo.

 

La digital silk road cinese va avanti in PEACE


Dall’Asia arriva la notizia che nel prossimo mese di marzo inizieranno i lavori per la posa dei cavi sottomarini in uno dei tratti strategici della digital silk road cinese. Si tratta di un sostanziale passo in avanti del cavo PEACE, che abbiamo già incontrato raccontando dei progetti hi tech di Pechino. In particolare il nuovo tratto unirà la città Pakistana di Rawalpindi, alle città portuali di Karachi e Gwadar, collegando in sostanza il Pakistan al mare Arabico.

PEACE è un acronimo che sta per Pakistan East Africa Cable Express. In sostanza un collegamento che si propone di inserire la massa dell’Africa orientale nel composito mondo dell’Eurasia, con ciò rappresentando un ottima cartina tornasole per comprendere la visione che anima gli investimenti e la strategia cinese.

I cavi serviranno anche ad irrobustire i collegamenti informatici del porto di Gwadar, uno degli snodi della maritime silk road cinese, dove Pechino ha già investito molte risorse e che dovrebbe essere destinatario di un investimento anche da parte dei sauditi della Aramco, che sarebbero intenzionati a costruire una raffineria.

Per il nuovo cavo si prevede di investire 240 milioni, che arriveranno da una partnership fra il governo pakistano e la cinese Huawei. L’accordo è stato approvato lo scorso 21 gennaio. La parte nord di questo cavo si collegherà a un altro cavo, già operativo dal 2018, che collega il Pakistan alla regione cinese dello Xinjiang, punto di accesso della Cina all’Eurasia. E questo dovrebbe bastare a comprendere quanto sia importante il cavo PEACE.

Per realizzare questa infrastruttura si è mosso l’Hengtong Group, uno dei colossi cinesi di fibre ottica, che guida un consorzio di telco sparse fra Africa, Pakistan e Hong Kong. La parte di PEACE che collega la Francia all’Egitto – un cavo lungo 15.000 km – è stata già realizzata e dovrebbe entrare in servizio entro quest’anno. Nello stesso arco di tempo la sezione telco dell’esercito pakistano – la Special Communications Organization (SCO) – si occuperà di realizzare la nuova parte del cavo. Il progetto vale 240 milioni di dollari.

L’altra sezione, quella che collega la parte nord del Pakistan – Rawalpindi, sede del quartier generale dell’esercito pakistano – con la parte sud occidentale della Cina – lo Xinjiang – è già operativa dal 2018. In sostanza, con l’ultimo progetto approvato l’intera infrastruttura di PEACE sarà completata.

Gli osservatori scommettono sul fatto che questa infrastruttura gioverà non solo alle relazioni sino-pakistane, già incardinate nel China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), ma soprattutto al porto di Gwadar, che di queste relazioni è il fiore all’occhiello, visto che rappresenta il perfetto ponte di collegamento fra Cina e Medio Oriente. Il porto ha pagato lo scotto di una carente dotazione infrastrutturale proprio nel settore delle telecomunicazioni. Soprattutto, il nuovo collegamento dovrebbe permettere al traffico dati che attraversa il Pakistan di evitare il passaggio dall’India, che le autorità pakistane vorrebbero evitare per garantirsi maggiore sicurezza nelle comunicazioni.

Da un punto di vista strategico, l’investimento in Pakistan dimostra il ruolo crescente della Cina nel mercato della fibra ottica, che è la cartina tornasole della volontà di Pechino di ritagliarsi un ruolo di rilievo in uno dei mercati più importanti della contemporaneità.

Avere il controllo di infrastrutture dove viaggiano i dati è stato sempre un asset per chiunque avesse ambizioni egemoniche. Al tempo di internet ancora di più.