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La globalizzazione Made in China


Agli inizi di gennaio lo State Council Information Office of the People’s Republic of China ha pubblicato un libro bianco dove viene illustrata la visione che Pechino ha della globalizzazione prossima ventura. Il titolo del documento dice già molto: China’s International Development Cooperation in the New Era.

La Cina si racconta impegnata in uno sviluppo cooperativo dell’internazionalizzazione, parte della sua nuova era iniziata nel 2012, quando il presidente Xi Jinping decise che il paese avrebbe iniziato a pensare ed agire in chiave globale. La scelta è stata ribadita anche di recente, all’ultimo vertice di Davos, dove il leader cinese ha ribadito il sostegno al multilateralismo. La nuova era cinese, quindi, ci riguarda tutti.

Nel domani che Pechino immagina, il made in China sarà molto più di quello che siamo abituati a pensare. Non più solo merci, quindi. Ma penetrazione delle linee portanti della globalizzazione, che sono materiali e immateriali: economiche, politiche e militari. D’altronde l’epoca della Cina produttrice di paccottiglie per l’Occidente, o al più volenterosa officina delle sue multinazionali, è tramontata da tempo. Oggi la Cina concorre a tutto campo nei settori strategici della modernità. 

Ricordiamo solo due progetti. La Belt and Road initiative (Bri) e il Made in China 2025. La Bri si propone di creare nuovi collegamenti ispirandosi ai percorsi delle vecchie vie della seta, suggestione buona ad evocare passati gloriosi e nostalgie nazionalistiche. Il Made in China si propone di trasformare la Cina in una potenza tecnologica entro il 2025. 

La Bri e il Made in China 2025 trovano una sintesi nella Digital Silk Road, che propone un collegamento tramite condivisione di tecnologia fra la Cina e tutti i paesi che vorranno partecipare. Si parla di reti, quindi anche infrastrutture (cavi sottomarini, satelliti, antenne 5g), intelligenza artificiale, big data. E magari di piattaforme digitali, dove raccogliere e profilare dati personali e far viaggiare beni e servizi in cambio di moneta elettronica. La Cina, non a caso, è all’avanguardia proprio nella sperimentazione di una moneta digitale di banca centrale.

Tutto questo presuppone la diffusione globale del capitale cinese e dello yuan, già oggi più usato di quanto non fosse fino a pochi anni fa, grazie anche all’inserimento nel basket che compone gli Sdr, ossia i diritti speciali di prelievo, l’unità di conto del Fondo Monetario Internazionale. La diffusione della moneta cinese è avvenuta principalmente tramite il commercio, ma contribuiscono anche i future cinesi sulle materie prime, che Pechino sta gradualmente aprendo anche ai non residenti. Attività divenuta maggiormente visibile da quando, nel 2018, ne è stato quotato a Shanghai anche uno sul petrolio. 

Questi pochi fatti letti insieme fanno comprendere la portata globale della sfida cinese. Infatti, ridotte al minimo, le coordinate di una globalizzazione si definiscono in rotte commerciali, sulle quali viaggiano beni, servizi e persone, una moneta per gli scambi e una lingua franca per la comunicazione, sotto l’egida di un ordine politico condiviso (o imposto) con l’uso più o meno diplomatico della forza. La nostra globalizzazione, che parla inglese, conta gli scambi in dollari e viaggia in buona parte lungo rotte marittime presidiate dalla marina Usa è di chiara marca statunitense. 

A fronte di ciò la Cina ormai da anni investe massicciamente per creare nuove rotte, diffondere la sua moneta e potenziare le sue forze armate – la spesa militare cinese è la seconda al mondo dopo quella Usa – a cominciare proprio dalla Marina, con l’obiettivo annunciato di avere una forza militare di livello mondiale entro il 2050. Ciò completa il quadro e spiega perché parte dell’establishment Usa veda in Pechino il pericolo pubblico numero uno.

Ma il fatto che la Cina abbia deciso di insidiare alcune linee portanti dell’attuale globalizzazione, significa che possa riuscire? E poi: in questa partita la Cina gioca da sola o in squadra? Infine: l’esito auspicato da Pechino è quello di una nuova egemonia o il riconoscimento della sua importanza relativa in un contesto di potere distribuito policentricamente? In attesa che il tempo risponda, possiamo svolgere alcune congetture basandoci su fatti noti. 

Cominciamo dalla prima domanda: davvero la Cina è in grado di creare una globalizzazione “concorrente”?

Nel 2013, illustrando l’idea della Bri, il presidente Xi Jinping sottolineò che non si trattava di semplice sviluppo delle infrastrutture – fatto comunque determinante – ma fece riferimento a cinque aree di collaborazione con i paesi che avrebbero aderito al progetto: rafforzamento del dialogo politico; della connettività stradale; del commercio senza ostacoli; della circolazione valutaria e dei legami fra le persone. Quindi una internazionalizzazione a 360 gradi. 

Il riferimento anche al dialogo politico suscita un’altra domanda: se la fisionomia di una globalizzazione implica un ordine politico di riferimento, questo significa che Pechino pensa a una globalizzazione che diffonda anche il suo modello di policy?

Quasi otto anni dopo si può iniziare a trarre per grandi linee un primo bilancio sullo stato di attuazione della Bri cinese. Un dato macro ce lo fornisce il China global investment tracker (CGIT), strumento analitico promosso dall’American Enterprise Institute, che quantifica in oltre due trilioni di dollari l’importo complessivo investito dalla Cina all’estero a partire dal 2005 fino al 2020. L’elenco contempla oltre 1.700 progetti distribuiti per tutto il mondo e in tutti i settori.

Nell’ultimo aggiornamento (gennaio 2021), leggiamo che “l’attività della Belt and Road non sta aumentando, ma sta andando meglio degli investimenti nei paesi ricchi”. La Bri, quindi, pure se rallentata dalla pandemia, sta proseguendo nel suo lento lavoro di “familiarizzazione” con i paesi interessati utilizzando anche strumenti più raffinati, come le tecnologie d’avanguardia e la valuta cinese molto più diffusa nei paesi partner della Cina, malgrado l’uso internazionale dello yuan sia ancora basso. 

Se osserviamo come sia distribuito il capitale cinese nel mondo, possiamo farci un’idea chiara di quali siano le aree a maggiore destinazione e quindi le priorità di Pechino.

Gli Usa sono il primo paese per gli investimenti ricevuti (190 miliardi di dollari), l’Europa la prima regione (428 miliardi). Insieme le due aree totalizzano circa 600 miliardi a fronte dei 2,1 trilioni globali messi in campo dal governo cinese. Vale a dire che la gran parte degli investimenti – con tutto ciò che questi comportano in termini di relazioni e influenze – va alle aree meno avanzate del pianeta.

Nel suo libro bianco Pechino insiste sulla volontà cinese di cooperare armoniosamente col resto del mondo, aiutando i paesi più deboli con spirito di fratellanza. Essere la prima degli ultimi porta con sé delle responsabilità, dice la Cina, e fra queste c’è anche quella di fornire aiuti a chi ne ha bisogno.

Ma aldilà della narrazione, è evidente che la distribuzione del capitale all’estero segue logiche meno edificanti. Gli investimenti nei paesi avanzati sono molto spesso di portafoglio, quindi in larga parte finalizzati alla rendita, mentre quelli nelle zone meno avanzate sono molto spesso investimenti diretti, quindi consentono alla Cina di entrare nel cuore di questi paesi fornendo non solo assistenza finanziaria, ma anche tecnica e organizzativa, in regioni spesso carenti di know-how. 

Si può quindi tentare una risposta alla prima domanda: è molto probabile che l’influenza globale cinese andrà crescendo soprattutto nelle aree meno avanzate dell’economia internazionale, che se pure hanno un peso specifico relativamente basso, misurato in termini di pil, sono le più numerose e offrono importanti vantaggi strategici che nel lungo periodo possono condurre a un sostanziale aumento del soft power di Pechino a livello internazionale.

Questo ci conduce alla seconda domanda. I cinesi, nel loro tentativo di impostare una globalizzazione concorrente, più o meno cooperativa, giocano da soli o in squadra?

Proviamo a rispondere seguendo uno dei dossier più interessanti della Bri: il China-Pakistan economic corridor (CPEC). In Pakistan i cinesi hanno messo sul piatto oltre 60 miliardi, più di quanto investito in Russia. Il progetto è alquanto composito: spazia dalla posa di cavi in fibra ottica, allo sviluppo di zone economiche speciali. E poi c’è il porto di Gwadar, punto di sbocco nel Mare Arabico. 

Il progetto del CPEC è interessante perché a differenza di altri collegamenti della Bri, la Cina può portarlo avanti, pure con tutte le complessità del caso, confrontandosi solo con un paese che ha la fortuna di avere un ottimo posizionamento geografico, rappresentando il ponte ideale col Medio Oriente. Qualche tempo fa, infatti, la Saudi Aramco ha annunciato di voler investire dieci miliardi nel porto per costruire una raffineria

E non solo col Medio Oriente: il Pakistan è anche un’ottima porta d’ingresso per il composito mondo del Centro Asia, cui guarda anche un altro protagonista della nostra globalizzazione emergente: la Turchia. 

Nelle ultime settimane si sono infittiti i contatti fra Pakistan e Turchia, soprattutto dopo la guerra recente in Azerbaijan, che, anche grazie ad Ankara, ha prodotto alcuni importanti vantaggi agli azeri per il controllo del Nagorno-Karabakh, al centro di una diatriba ultradecennale con l’Armenia. Di recente la Turchia ha anche ratificato il trattato di libero scambio siglato con Baku il 25 febbraio 2020.

Pakistan, Turchia e Azerbaijan condividono molte cose e da tempo coltivano buone relazioni diplomatiche. Insieme rappresentano un ottima linea di penetrazione verso l’Europa, che sarebbe ancora più robusta se le network di collegamenti fosse inserito anche l’Iran. Non a caso si riparla di una ferrovia che colleghi Turchia, Iran e Pakistan al centro dei colloqui recenti fra l’ambasciatore iraniano a Baku e il capo delle ferrovie azere, dai quali è emersa la volontà sviluppare la cooperazione fra i due paesi. “I contractor iraniani sono desiderosi di collaborare con l’Azerbaijan”, ha commentato il ministro iraniano dell’economia Farhad Dejpasand. Pochi giorni dopo il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif si è recato a Baku per un incontro ufficiale con le autorità.

Tutto ciò riguarda in qualche modo anche la Cina, grande consumatrice di petrolio iraniano. L’estate scorsa Pechino ha siglato un accordo con l’Iran, che fra le varie cose prevedeva anche un investimento sul porto di Jask, che si affaccia davanti allo Stretto di Hormuz, dove passa molto del traffico petrolifero del Medio Oriente.

Fra il porto pakistano di Gwadar e quello iraniano di Jask c’è un altro porto, sempre iraniano, non meno importante. Il porto di Chabahar, infatti, è inserito nel progetto, dell’International North–South Transport Corridor, un’altra ambiziosa rete di collegamenti che si propone in pratica si saldare l’India alla Russia passando per l’Iran. Anche di questo collegamento si è discusso a Baku lo nel corso della visita azera del ministro degli esteri iraniano.

L’Azerbaijan, infatti, partecipa anche a questa iniziativa. D’altronde, oltre alla familiarità etnica e linguistica con la Turchia, il paese condivide una lunga storia comune con la Russia: non a caso Putin è intervenuto a mediare nel conflitto con l’Armenia.  

Qualunque sia la sorte di questi grandi progetti – molti sono ancora solo segni su una carta – la loro semplice proposizione dimostra che esiste una notevole comunanza di interesse fra paesi anche molto diversi fra loro nel costruire reti e relazioni profonde e durature. Non a caso Russia, Turchia, Azerbaijan, e in qualche modo anche l’Iran, appaiono fra i protagonisti del grande gioco per la fornitura di gas in Europa.

Possiamo quindi delineare una risposta alla seconda domanda: la Cina ha tutto l’interesse a giocare in squadra con paesi come la Russia e la Turchia, malgrado fra i due paesi esista una rivalità di lunga data e siano tuttora in competizione fra loro in tanti dossier. Le vicende in Siria, Libia e sul Caspio, infatti, hanno mostrato che Russia e Turchia riescono a trovare punti di equilibrio a comune vantaggio.

In questo gioco di squadra per lo sviluppo di una globalizzazione emergente la Cina può essere immaginata come il motore, se non altro per la sua notevole capacità finanziaria. In tal senso si può definirla una globalizzazione made in China. Ma da sola non può fare molto più di questo. Lasciando da parte l’aspetto militare – la capacità cinese è ancora ampiamente inferiore a quella statunitense – le manca la possibilità di sviluppare le altre caratteristiche che informano una internazionalizzazione. Lo yuan è ancora inconvertibile e il mondo difficilmente smetterà di parlare inglese per imparare il mandarino. 

Pechino lo sa bene, per questo parla di contributo cinese alla globalizzazione. E qui arriviamo alla terza domanda: la Cina vuole l’egemonia o compartecipare all’egemonia?

Il risultato migliore al quale la Cina può aspirare nei prossimi anni è ampliare la propria sfera di influenza innanzitutto a livello regionale, usando la Bri come strumento di influenza nei paesi emergenti e a basso reddito, facendo così salire le sue quotazioni internazionali. Che poi è la stessa cosa che vogliono anche altri paesi emergenti, come, appunto, la Russia e la Turchia. La convergenza di questi paesi sull’obiettivo di un’internazionalizzazione “concorrente” può anche essere favorita dal fatto che condividono anche una pratica di governo a forte vocazione di pianificazione e controllo. E questo ci conduce alla domanda finale. La Cina può esportare il suo modello di policy?

In un libro di pochi anni fa (“The Future is Asian. Commerce, Conflict, and Culture in the 21st Century”) lo scrittore indiano Parag Khanna ipotizza che il XXI secolo sarà il secolo dell’Asia, come il XX è stato quello degli Usa e il XIX quello del Regno Unito. Almeno di un’Asia – una porzione di mondo racchiusa fra la parte orientale dell’Africa, lungo un meridiano immaginario che include anche l’Italia, fino al Giappone, con un confine meridionale nel nord dell’Australia – intesa come una società hi tech a forte vocazione burocratica, dove il valore della democrazia è subordinato alla sua capacità di assicurare il benessere dei cittadini. Società quindi disposte a derogare su alcuni principi, in cambio di efficienza nell’azione di governo.

Un esito che molti occidentali giudicheranno esiziale, ma non tutti e forse neanche più la maggioranza. L’idea di scambiare sicurezza per libertà ormai da anni si è insediata nelle nostre società. Abbiamo ceduto libertà civili in nome della lotta al terrorismo, libertà economica in nome della sicurezza del reddito quando sono scoppiate le grandi crisi finanziarie, ed entrambi in nome dell’emergenza sanitaria. Gli stati hanno ampliato notevolmente il perimetro del loro campo di azione, così come la tecnologia la sua capacità di penetrazione nel tessuto sociale. Tutto ciò crea le precondizioni per un esito “asiatico” come quello immaginato da Khanna. 

Chiunque frequenti la storia sa che il sistema liberaldemocratico – l’ordine politico della nostra attuale globalizzazione – ha iniziato a diffondersi a partire dalla seconda metà del secolo XIX, dopo una lunga consuetudine con regimi sostanzialmente autocratici interrotta dalla rivoluzione francese. I moti del 1848 germinarono l’onda lunga delle agitazioni sociali culminate nel suffragio universale e nei partiti politici di massa che diedero il via alla nostra modernità. 

E tuttavia oggi le società davvero liberaldemocratiche sono una minoranza nel mondo e la recente ondata populista che ha investito l’Occidente ha reso chiaro quanto possano risultare fragili. Forse la sottile vernice della democrazia liberale nasconde il ribollire di pulsioni antiche che ai giorni nostri trovano nella richiesta di sicurezza di tanti il carburante ideale per le loro scorrerie. O forse aveva ragione Oswald Spengler, che un secolo fa individuava nel cesarismo, “che spezzerà la dittatura del denaro e della sua arma politica, la democrazia”, l’esito del “Tramonto dell’Occidente”. D’altronde i partiti di massa ottocenteschi hanno finito col diventare i partiti personali del secolo XXI.

Come che sia, se l’Occidente cederà a queste pulsioni, avrà fornito alla globalizzazione made in China il migliore degli assist possibili. Lo spirito asiatico avrà pervaso l’Occidente. Senza neanche bisogno della Bri.

Quest’articolo è stato pubblicato nel numero 92 della rivista Aspenia dal titolo “La Pace fredda”.

La digital silk road cinese va avanti in PEACE


Dall’Asia arriva la notizia che nel prossimo mese di marzo inizieranno i lavori per la posa dei cavi sottomarini in uno dei tratti strategici della digital silk road cinese. Si tratta di un sostanziale passo in avanti del cavo PEACE, che abbiamo già incontrato raccontando dei progetti hi tech di Pechino. In particolare il nuovo tratto unirà la città Pakistana di Rawalpindi, alle città portuali di Karachi e Gwadar, collegando in sostanza il Pakistan al mare Arabico.

PEACE è un acronimo che sta per Pakistan East Africa Cable Express. In sostanza un collegamento che si propone di inserire la massa dell’Africa orientale nel composito mondo dell’Eurasia, con ciò rappresentando un ottima cartina tornasole per comprendere la visione che anima gli investimenti e la strategia cinese.

I cavi serviranno anche ad irrobustire i collegamenti informatici del porto di Gwadar, uno degli snodi della maritime silk road cinese, dove Pechino ha già investito molte risorse e che dovrebbe essere destinatario di un investimento anche da parte dei sauditi della Aramco, che sarebbero intenzionati a costruire una raffineria.

Per il nuovo cavo si prevede di investire 240 milioni, che arriveranno da una partnership fra il governo pakistano e la cinese Huawei. L’accordo è stato approvato lo scorso 21 gennaio. La parte nord di questo cavo si collegherà a un altro cavo, già operativo dal 2018, che collega il Pakistan alla regione cinese dello Xinjiang, punto di accesso della Cina all’Eurasia. E questo dovrebbe bastare a comprendere quanto sia importante il cavo PEACE.

Per realizzare questa infrastruttura si è mosso l’Hengtong Group, uno dei colossi cinesi di fibre ottica, che guida un consorzio di telco sparse fra Africa, Pakistan e Hong Kong. La parte di PEACE che collega la Francia all’Egitto – un cavo lungo 15.000 km – è stata già realizzata e dovrebbe entrare in servizio entro quest’anno. Nello stesso arco di tempo la sezione telco dell’esercito pakistano – la Special Communications Organization (SCO) – si occuperà di realizzare la nuova parte del cavo. Il progetto vale 240 milioni di dollari.

L’altra sezione, quella che collega la parte nord del Pakistan – Rawalpindi, sede del quartier generale dell’esercito pakistano – con la parte sud occidentale della Cina – lo Xinjiang – è già operativa dal 2018. In sostanza, con l’ultimo progetto approvato l’intera infrastruttura di PEACE sarà completata.

Gli osservatori scommettono sul fatto che questa infrastruttura gioverà non solo alle relazioni sino-pakistane, già incardinate nel China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), ma soprattutto al porto di Gwadar, che di queste relazioni è il fiore all’occhiello, visto che rappresenta il perfetto ponte di collegamento fra Cina e Medio Oriente. Il porto ha pagato lo scotto di una carente dotazione infrastrutturale proprio nel settore delle telecomunicazioni. Soprattutto, il nuovo collegamento dovrebbe permettere al traffico dati che attraversa il Pakistan di evitare il passaggio dall’India, che le autorità pakistane vorrebbero evitare per garantirsi maggiore sicurezza nelle comunicazioni.

Da un punto di vista strategico, l’investimento in Pakistan dimostra il ruolo crescente della Cina nel mercato della fibra ottica, che è la cartina tornasole della volontà di Pechino di ritagliarsi un ruolo di rilievo in uno dei mercati più importanti della contemporaneità.

Avere il controllo di infrastrutture dove viaggiano i dati è stato sempre un asset per chiunque avesse ambizioni egemoniche. Al tempo di internet ancora di più.

 

C’era una volta l’accordo fra Cina e Usa


Dicono che sia ancora valido l’accordo commerciale siglato ad inizio d’anno fra Cina e Usa, col quale Pechino si impegnava a comprare merci per 200 miliardi dagli Usa in due anni, prologo del riequilibrio commerciale fra i due paesi che Trump ha messo alla base della sua politica estera e interna.

Dicono che l’accordo sia ancora valido, i due presidenti, malgrado nel frattempo sia intervenuta una pandemia che ha sconvolto produzione e commercio internazionali, incattivendo anche notevolmente le relazioni bilaterali, fra accuse americane di reticenza sull’emergenza sanitaria e repliche piccate dei cinesi, che arrivano alla minaccia, seppure velata, non appena gli Usa tirano in ballo Taiwan, come hanno fatto di recente, scoprendo persino il segreto di Pulcinella che ogni tanto si finge di dimenticare: il confronto fra i due colossi ha molto a che fare anche con la tecnologia, come peraltro mostra chiaramente il caso Huawei, e viene suonato lungo lo spartito degli infiniti punti di frizione che possono emergere fra la potenza egemone e quella emergente.

Il caso dei microchip di Taiwan, con la Taiwan semiconductor che dovrebbe aprire una fabbrica in Arizona, è solo l’ennesimo epifenomeno di un conflitto neanche troppo strisciante già abbondantemente documentato anche qui.

In questo contesto, dicono sempre i due presidenti, come ben ci ricorda un post di Bofit, che l’accordo commerciale è ancora vigente, fra le minacce di Trump e le assicurazioni di Xi. Peccato però che alle tante parole facciano seguito fatti scarsini, almeno se li contiamo col metro degli scambi commerciali effettivi.

Il grafico parla chiaro e non ha bisogno di molti commenti. Il primo quarto ha registrato importazioni cinesi dagli Usa assai inferiori a quanto servirebbe per raggiungere i target previsti dall’accordo e l’istogramma giallo serve a quantificare il gap che la Cina dovrebbe coprire per rispettare le quote previste quest’anno.

Dicono, perciò, che sia ancora valido quest’accordo invernale che così tanto aveva fatto sperare per il raffreddarsi delle tensioni fra i due contendenti. Ma forse perché bisogna intendersi sul significato di questo termine. Forse la Cina comprerà quanto promesso, magari invocando un proroga che in tempi di coronavirus non si nega a nessuno, ma che questo rispettare gli accordi commerciali sia il sintomo di un accordo equivale a credere che basti essere in rapporti d’affari per diventare amici. L’accordo commerciale magari ci sarà ancora. Ma solo quello.

La guerra commerciale con gli Usa non ferma la digital silk road cinese


Questo mese la telenovela dei colloqui fra Usa e Cina per risolvere le proprie diatribe commerciali dovrebbe conoscere l’ennesima puntata con il round di colloqui previsti sul suolo americano. Lo spazio per l’ottimismo ormai è risicato. Dopo l’invelenirsi del clima determinato dalla reazione agostana cinese ai dazi Usa (rialzo fra il 5 e il 10% dei dazi su 75 miliardi di prodotti statunitensi), pochi scommetterebbero su un miglioramento dello stato delle relazioni fra i due paesi, anche se si è osservata qualche distensione. Gli Usa, ad esempio, hanno rinviato al prossimo 15 ottobre la decisioni su ulteriori dazi su 250 miliardi di beni cinesi, mentre questi ultimi hanno esentato dai rialzi soia e carne di maiale, che gli Usa esportano massicciamente in Cina. Ma sono piccoli gesti, e il rischio di un aumento delle tensioni commerciali rimane alto. Anche perché queste ultime sono la spia di un malessere profondo, che ha a che fare con la geopolitica più che con la bilancia commerciale.

La guerra commerciale, infatti, è solo la linea di faglia di un confronto assai più ampio diffuso su vari fronti uno dei quali, quello per la tecnologia, primeggia per importanza strategica. Abbiamo più volte analizzato questa prospettiva, ma uno studio recente del Mercator Institute for China, pensatoio europeo di cose cinesi, ci consente di avere una ricognizione aggiornata su uno dei progetti cinesi più importanti sul tappeto e che, non a caso, ha alimentato molte cronache del confronto sino-americano (si pensi al caso Huawei): la digital silk road di Pechino.

La prima cosa è dare un’occhiata allo stato dell’arte, approfittando di un’ottima rappresentazione grafica preparata dal centro studi.

Il cuore del contendere sono ovviamente le tecnologie di ultima generazione, come il 5G, e le infrastrutture che le conducono – le reti di cavi sottomarini. In entrambi i campi la Cina ha fatto passi da gigante risultando all’avanguardia ed estremamente competitiva nei confronti degli Usa, che sulla supremazia tecnologica hanno costruito larga parte della loro egemonia.

Ciò non poteva che avere effetti sullo scacchiere internazionale. Gli Usa, senza alcuna timidezza, hanno invitato gli alleati a non servirsi della tecnologia cinese e gli alleati, in Europa (Uk e Olanda, e di recente anche la Polonia) e persino in Australia (dove è stato bloccato il progetto di un cavo sottomarino cinese con le Isole Solomon) non se lo sono fatto ripetere. Ciò non ha impedito alla tecnologia cinese di espandersi in altre zone del globo, e segnatamente all’interno del continente eurasiatico e africano, in zone particolarmente sensibili come il Medio Oriente e il centro Asia.

Secondo i dati raccolti da Merics, dal 2013 la Digital silk road cinese ha generato investimenti diretti per 17 miliardi di dollari, sette dei quali sono stati dedicati allo sviluppo delle reti in fibra ottica e il resto per sviluppare sistemi di e commerce e di pagamento mobile. Col risultato che oggi le Big Tech cinesi sono all’avanguardia nell’uno e nell’altro campo. Centinaia di milioni sono stati poi spesi per sviluppare progetti di smart&safe city che verranno sviluppate proprio nell’area medio e centro orientale, oltre che per istituti di ricerca e centri data sparsi lungo i vari nodi della digital silk road.

Assai ambizioso appare il piano di infrastrutturazione di cavi sottomarini attorno all’Africa che dovrebbe “avvolgere” il versante orientale del continente e collegarlo con l’Asia e l’Europa. Si tratta di una rete ancora da realizzare ma di evidente portata strategica. Al contrario è stato già realizzato il collegamento fra l’Africa e l’America Latina partendo dall’Angola e si lavora a un altro cavo che colleghi il Camerun con il Brasile.

Lo sforzo finanziario dell’impresa è stato sostenuto in gran parte dalla China Development Bank (CDB) e dall’Export-Import Bank of China (EXIM) ossia due delle braccia finanziarie più imponenti del sistema finanziario cinese. Queste banche hanno prestato 2,5 miliardi a un operatore di telefonia indiana, la Bharti Airtel, e altri 600 milioni alla russa Rostelecom, che in parte sono stati utilizzati per acquistare forniture da Huawei e ZTE (altra impresa cinese finita nel mirino degli Usa).

La strategia nazionale cinese di internazionalizzazione digitale passa per una sorta di chiamata alle armi ai grandi giganti privati dell’hi tech cinese, Alibaba, Baidu, Tencent, che sono stati invitati a supportare l’espansione digitale cinese tramite lo sviluppo di tecnologie di pagamento mobile e dell’e commerce, che significa anche favorire l’internazionalizzazione della valuta cinese. Invito raccolto più che volentieri. Alibaba, ad esempio, ha investito quattro miliardi nella realizzazione di Lazada, un marketplace del sud est asiatico, dove fra l’altro è stata implementata anche Alipay, sistema di pagamento via app promosso sempre da Alibaba.

La chiamata alle armi alle Big Tech è stata la naturale conseguenza dell’atto di indirizzo del presidente cinese Xi Jinping, che ha invitato la Cina a diventare un cyber superpotere che significa non solo affari, ma anche diplomazia. In quest’ottica va interpretata la costituzione della digital economy cooperation initiative, un consorzio che raccoglie sette paesi, oltre la Cina, e i Digital Silk Road cooperation agreements che coinvolgono 16 paesi.

Tutto ciò è stato possibile in virtù di un notevole dispendio di risorse finanziarie. Aldilà degli investimenti diretti all’estero, che abbiamo visto, il governo cinese ha garantito robuste linee di credito ai giganti hi tech nazionali, nell’ordine dei 20-30 miliardi che hanno consentito a queste aziende di competere sul mercato internazionale a prezzi assai più vantaggiosi rispetto ai concorrenti occidentali.

Insomma, potere politico ed economico si sono alleati per fare della Cina un player globale dell’Hi tech, e questo spiega la dura risposta Usa. Se la Digital silk road cinese diverrà qualcosa di più che un disegno su una mappa il gioco globale ne uscirà rivoluzionato, piaccia o no a mister Trump. Quant a noi, ci adegueremo.

Norvegia e Finlandia diventano il ponte nord europeo della Cina


Dovremmo guardare di più a ciò che accade lassù, al Nord estremo. Perché fra i ghiacci artici che si stanno sciogliendo si stanno delineando nuove rotte commerciali assolutamente inedite che metteranno in relazione – e lo stanno già facendo – paesi finora lontanissimi. La Norvegia e la Cina, per esempio. Chi avrebbe mai pensato fino a un ventennio fa che una sperduta cittadina norvegese avrebbe dedicato un festival di cinque giorni al tema “La Cina più settentrionale del mondo”?

Proprio negli stessi giorni, in Norvegia si scatenava una polemica furiosa sui rischi di spionaggio rappresentati dalla Cina per il paese nord europeo, prendendo a pretesto il probabile ingresso nel 5G norvegese della Huawei cinese, operatore primario della digital silk road cinese. Peraltro il primo operatore norvegese di telefonia, Telenor, ha rapporti contrattuale con la Huawei sin dal 2009. E anche qui, abbiamo già visto quanto pesi l’Artico nella singolar tenzone che molte potenze stanno disputando per l’egemonia digitale.

Proprio nell’ottobre scorso i reali norvegesi, con seguito governativo, sono andati a trovare il presidente cinese Xi a Pechino, e pure se con qualche imbarazzo – le differenze culturali sono più persistenti dei ghiacci artici, evidentemente – la visita ha segnato un progresso importante nel rapporto bilaterale. Giocoforza chiedersi quale sia la ragione di questa improvvisa passione che ha rapito vicendevolmente i freddi vichinghi e gli enigmatici mandarini. Il commercio, certo. Ma c’è altro?

Un primo indizio di risposta lo possiamo trovare scorrendo un bell’intervento di Oystein Olsen, governatore della banca centrale norvegese che ci offre alcune informazioni molto interessanti sulla Norvegia e sulla Cina, che lette insieme alle cronache consentono di intravedere la fisionomia del puzzle.

Quel che bisogna sapere della Norvegia ha il pregio di entrare in una frase incastonata nell’intervento del governatore norvegese: “Abbiamo bisogno degli altri paesi più di quanto gli altri paesi ne abbiano di noi”. La Norvegia, infatti, è un’economia aperta che esporta molto, ma poche cose, e quindi ne importa altrettante, ma di diverso tipo.

Dal canto suo la Cina notoriamente esporta tante cose, ma soprattutto esporta moltissimi beni di tecnologia avanzata. Chi pensa che i cinesi esportino ancora solo cianfrusaglie ha perso il treno della storia.

E la Norvegia, pur avendo l’Ue come partner principale, ha una quota rilevante delle sue importazioni di provenienza cinese.

Quindi il commercio è di sicuro un potente incentivo allo sviluppo delle relazioni bilaterali. E abbiamo già visto che questo include anche partnership in settori strategici come le telecomunicazioni. Ma guardando più a fondo, possiamo provare a scorgere altre motivazioni, che hanno più a che fare con le vocazioni, presenti e soprattutto future, della Norvegia.

Negli ultimi cinquant’anni il paese ha potuto contare sulle materie prime energetiche come solido fondamento della sua economia. “I ricavi da questa industria hanno migliorato il benessere dei cittadini di oggi e di domani”, dice il governatore. Peraltro il settore è alle prese con una interessante trasformazione che questo grafico riassume egregiamente.

“Ma – avverte il nostro banchiere – dobbiamo essere preparati per quando l’industria non si espanderà più e inizierà a declinare. Avremo bisogno di crescere in altri settori”. Obiettivo ambizioso. Ma alcune classi dirigenti riescono persino a fare programmazioni di lungo termine. Incredibile vero?

“Le imprese devono guidare il cambiamento strutturale e l’innovazione, ma le autorità possono fornire condizioni operative favorevoli per promuovere un settore imprenditoriale innovativo e sostenibile”. E la Norvegia, fin da tempi non sospetti, ha dimostrato di essere in grado di riuscirci. “La storia – sottolinea – ha dimostrato che le imprese e l’industria norvegesi hanno una forte capacità di adattamento. Molti degli odierni operatori petroliferi hanno avuto una lunga storia in altri settori prima di entrare nel settore energetico. Un primo esempio è l’industria della costruzione navale, che negli anni ’70 ha subito un forte calo della domanda di navi. L’industria aveva risorse e abilità che potrebbero essere ri-orientate alla produzione di piattaforme e altri input”. Soprattutto, la Norvegia ha un asset che il tempo, a differenza del petrolio, non consuma: la posizione geografica. Ecco dove si trova Kirkenes, la cittadina sul mare di Barents che ha festeggiato la Cina.

Una posizione invidiabile. Vicino sia al confine russo che a quello finlandese, un altro paese che di recente ha visto fiorire una corrispondenza di amorosi sensi con la Cina che trova il suo viatico proprio nello sviluppo di piattaforme logistiche.

Norvegia e Finlandia insieme sono un’ottima porta d’ingresso del commercio cinese in Europa. La Norvegia dal mare, che potrebbe tornare ad essere l’autentica vocazione di questo paese, la Finlandia via terra. Peraltro nella seconda metà di quest’anno la Finlandia sarà di turno nella presidenza Ue e il primo ministro finlandese, in visita a Pechino nel gennaio scorso, ha dichiarato che approfitterà di questa occasione per provare a rafforzare i legami fra Europa e Cina. Il commercio, quindi, genera, come sempre ha fatto nella storia, legami politici che sono vitali per tutte le economie, come quella norvegese o cinese, che vivono degli scambi con l’estero.

La penetrazione commerciale cinese in Europa, quindi,potrà avvenire da sud, lungo i porti greci e spagnoli, per cominciare, e da nord, lungo le rotte artiche, tramite il corridoio scandinavo, somigliando così a una confortevole tenaglia. I problemi non sorgono mai quando la tenaglia avvolge. Ma quando stringe.

L’ascesa silenziosa della via della seta digitale cinese


Come nei film dove la fine s’intuisce dall’inizio, questa storia si rivela già nell’esordio del luglio 2015, quando la Cina propose la sua “digital silk road” durante un summit con l’Ue a Bruxelles dedicato proprio alla collaborazione digitale fra le due regioni, ossia la testa e la coda dell’Eurasia. Non è ancora chiaro chi sia la testa e la coda, fra Cina ed Europa. Ma se guardiamo soltanto allo sviluppo dell’economia digitale, il sospetto più che fondato è che sarà Pechino a guidare questo processo, visto che, com’è noto, l’Europa è alquanto debole in questo settore.

Questa classifica è stata pubblicata da Mediobanca alcuni mesi fa in uno studio dedicato alle websoft e non c’è ragione di credere che ci siano stati grossi cambiamenti da allora. Non ci sono grandi aziende europee nell’hi tech, a differenza di Usa e Cina, e soprattutto non sembra che l’Europa abbia molto chiaro dove vuole andare. La Cina, al contrario, ha le idee chiarissime. Sin dal 2015, ancora una volta. Quell’anno infatti fu lanciata un’altra “campagna” cinese, il Made in China 2025, con la quale Pechino ha lanciato la sua sfida all’Occidente promettendo di diventare leader (o quantomeno un player riconoscibile) nell’arco di dieci anni in dieci settori strategici della contemporaneità, il primo dei quali – e non a caso – è quello dell’ICT, che vuol dire non  solo sviluppare l’industria dei semiconduttori, ma anche le tecnologie hi tech sottintese allo sviluppo delle reti digitali, dal 5G fino all’infrastruttura dei cavi sottomarini. Tutti fronti di potenziale tensione con la potenza egemone in carica che spiegano assai meglio del deficit commerciale la ragione della guerra dei dazi scoppiata da Usa e Cina.

Il MIC 2025, come lo chiamano gli esperti, e la digital silk road, a ben vedere sono facce dello stesso poliedro che ormai rappresenta la politica cinese, il cui dichiarato obiettivo è trasformare il paese in una potenza di rango globale – economica, scientifica e militare – per la metà del XXI secolo. Sembra un tempo infinito, ma solo se si trascura di osservare le molte cose che sono successe dal 2015 fino a oggi. L’attivismo cinese è tanto intenso quanto silenzioso. E già questo dovrebbe consigliarci di prenderlo molto sul serio.

Le cronache di tale attivismo sono numerosissime. L’Action Plan redatto nel 2015 dal governo cinese per la digital silk road prevedeva la costruzione di cavi ottici transfrontalieri e network per la telefonia mobile nonché lo sviluppo dell’ e-commerce fra la Cina e i paesi partner della Belt and Road initiative. Parliamo di paesi come lo Sri Lanka, la Cambogia, l’Afghanistan, il Bangladesh, il Laos e lo Yemen, dove secondo alcune metriche meno del 20% delle famiglie usa Internet. Nell’economia del XXI secolo d’altronde, non ha molto senso investire su porti e ferrovie se poi non posso far girare software in maniera efficiente su una rete veloce e non si può contare su milioni di persone connesse alla rete per poter godere dei beni e dei servizi che si produce o si trasporta. In tal senso, lo sviluppo delle telecomunicazioni può essere la chiave di volta per spalancare gli enormi mercati del Sud-est asiatico, popolati da giovani e “affamati” users. Questo spiega le numerose incursioni delle compagnie cinesi nel business dei cavi sottomarini. La Huawei, ad esempio, prima che il governo australiano la fermasse per timori connessi alla presenza cinese in una infrastruttura strategica, aveva proposto di costruire un cavo sottomarino per collegare le Solomon Island alla rete globale. Ed è sempre la Huawei che ha dato il via a un progetto per un cavo sottomarino in Baja California, proprio sotto il naso degli Usa. L’America Latina, d’altronde sembra essere divenuta un altro punto di interesse dei cinesi. Qualora servisse un esempio, si può ricordare che di recente è stato completato, sempre a cura di Huawey, il cavo sottomarino che collega l’Africa, e in particolare il Camerun, con il Brasile. Seimila chilometri di fibra ottica destinati a far salire notevolmente le comunicazioni fra queste due parti del mondo.

Questi due esempi sono solo la punta dell’iceberg. Nel 2017 la Huawei ha firmato un accordo per costruire la Pakistan East Africa Cable Express, che oltre ad essere un acronimo assai ammiccante (PEACE) si propone di stendere un cavo dal Pakistan al Kenya passando per Djibuti, nota alle cronache per aver accettato qualche tempo fa un’installazione portuale cinese e di recente per aver firmato un accordo per infittire la collaborazione con la Cina nell’ambito dell’ultimo Forum per la cooperazione sino-africana (FOCAC) che si è svolto fra il 3 e il 4 settembre a Pechino. Oltre a ciò la Cina sta investendo parecchio per fare arrivare una connessione di qualità anche nelle zone più remote dell’Asia centrale partecipando anche al consorzio che ha la responsabilità con il cavo terrestre più lungo del mondo, il Trans-Europe Asia (TEA), oltre a partecipare, sempre con la Huawei, al progetto Diverse Route for European and Asian Markets, che ha un altro acronimo suggestivo (DREAM) ed è stato lanciato nel 2013 dalla russa MegaFon.

La collaborazione con la Russia va ben oltre, ovviamente. Di recente le cronache hanno riportato dell’imminente accordo fra i gigante cinese Alibaba con alcuni partner russi, Mail.ru, che controlla i social network più popolari del paese, e il fondo sovrano Russia Direct Investment Fund, per sviluppare piattaforme internet in Russia nell’ambito della visione cinese della digital silk road. Ma soprattutto è già in stadio avanzato la presenza cinese nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale dove Huawey e ZTE sono ormai ben radicate. Parliamo di paesi come Kyrgyzstan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan e Kazakistan, che con la Cina hanno anche profondi legami commerciali e progetti di sviluppo infrastrutturali assai significativi. L’avvento imminente del protocollo 5G, che vede la Cina in prima fila in questa nuova corsa all’oro, ha portato anche all’accordo che nel 2015 Pechino ha siglato con l’Ue per coordinare la ricerca sulle reti del futuro, senza trascurare le tecnologie annesse o concorrenti, come il cloud computing e la rete satellitare. Nekl 2017 Pechino ha annunciato partnership con giganti It del calibro di Cisco, Ibm, Ericsson e Diebold Nixdorf per realizzare data center e servizi fintech nei paesi attraversati dalla Bri. Al tempo stesso ha promosso il network satellitare Beidou che è un potenziale concorrente del GPS (Global positioning system) nei territorio della Bri. Il Pakistan ha iniziato già ad usarlo e sono in orbita quasi una ventina di satelliti.

Tutto ciò ha un’evidente ricaduta commerciale e un portato politico meno evidente ma sostanziale. Sponsorizzare reti, significa favorire il commercio, a cominciare da quello elettronico, che a sua volta vuol dire instaurare relazioni bilaterali come la Cina ha già fatto con Australia, Estonia, Ungheria, Cambogia e Brasile proprio per regolamentare l’e-commerce. A sua volta sviluppare commercio elettronico significa “vendere” sistemi di pagamento e indirettamente finanziamenti, come sta facendo ad esempio Alibaba in molti paesi asiatici (Filippine, Indonesia, eccetera), mentre in Africa, nel febbraio scorso è stato annunciato che le Chinese Union pay card sarebbero state accettate nel mercato africano entro la fine di quest’anno. Dulcis in fundo, Alibaba e Huawei hanno siglato accordi per sviluppare smart cities in Kenya, Malesia e persino in Germania.

E infatti sarà l’Ue la vera cartina tornasole per capire fino a che punto la via digitale cinese della seta diverrà la promessa del 2015. Molti osservatori puntano il dito sui molti rischi che porta con sé l’exploit tecnologico cinese, trattandosi di infrastrutture strategiche e per di più portatrici di informazioni, ossia il petrolio del nostro tempo. Ma al tempo altri sottolineano le enormi opportunità che le reti digitali rappresentano per molti paesi. Come sempre la verità sta nel mezzo. E si capisce molto bene se si guarda a un altro esempio che rappresenta la perfetta sintesi di quanto abbiamo detto finora: lo sviluppo delle comunicazioni digitali nell’Artico, l’ultima frontiera economica e politica del nostro tempo.

Ultima puntata: Sfida digitale fra potenze attorno al Polo Nord

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