La Cina si prepara a diventare una potenza nell’Artico


La notizia del giugno scorso che la Cina ha lanciato una gara per costruire la sua prima nave rompighiaccio alimentata ad energia nucleare aggiunge un altro tassello alla complessa strategia che la Cina ha messo in campo ormai da anni per diventare un player nel grande gioco del mare e, indirettamente, nel mondo. Questa strategia passa naturalmente per il presidio della principali rotte commerciali, che significa presenza militare nei mari dove passa la grandissima maggioranza del commercio cinese, e soprattutto sulle rotte che devono ancora essere sfruttate, fra le quali spiccano quelle artiche, divenute d’interesse da quando il cambiamento climatico ha sciolto i ghiacci e lasciato immaginare nuovi percorsi economicamente più efficienti rispetto alle rotte tradizionali. Secondo alcuni resoconti la compagnia cinese Cosco avrebbe già inviato dieci vascelli in 14 viaggi lungo le rotte artiche in Europa risparmiando 220 gioni di navigazione, 7.000 tonnellate di carburante e 10 milioni di dollari di costi rispetto al tradizionale passaggio lungo il canale di Suez.

Non a caso la Cina, nel gennaio scorso, in qualità di osservatore ha presentato un libro bianco dedicato proprio alla gestione del Circolo Polare artico. Un fatto del genere presuppone già una strategia. E una strategia non si costruisce con la parole, ma con fatti molto concreti. La costruzione di rompighiaccio capaci di navigare le rotte artiche è una di queste. Come d’altronde lo è stata l’intesa raggiunta con i russi per lo sfruttamento dei giacimenti di gas della penisola di Yamal che ha condotto alla costituzione della Yamal LNG, società a maggioranza russa partecipata dai cinesi e dai francesi.

La penisola di Yamal affaccia sul mare di Kara che è uno dei punti nodali della Northern Sea Route (NSR), la rotta che sfocia nel Pacifico settentrionale sulla quale la Russia accampa una sostanziale titolarità visto che bordeggia lungo il suo territorio.

Una rotta estremamente appetibile per i cinesi, visto che la metterebbe in collegamento col mercato europeo assai più rapidamente di quanto non facciano le rotte tradizionali. Questo spiega l’interesse dei cinesi a partecipare al gioco artico, e soprattutto quello dei russi a diventarne i grandi protagonisti.

La Russia ci crede talmente che ha affidato la gestione della NSR al gigante statale dell’energia nucleare Rosatom, che è proprietaria della Rosatomflot, armatore dei vascelli a bandiera russa ma a capitale estero, cinese, canadese o giapponese, che provano ad attraversare la NSR finendo magari intrappolati nel ghiaccio come è accaduto di recente. Le rompighiaccio della Rosatomflot trasportano gas liquefatto ricavato dall’impianto di Yamal destinate al porto cinese di Jangdu e questo basta a capire perché i cinesi abbiano investito sul progetto Yamal e perché la costruzione della loro prima rompighiaccio sia più di una semplice notizia da addetti ai lavori. Somiglia di più a un’opa discreta, in perfetto stile cinese, su rotte che in un futuro più o meno lontano potranno diventare strategiche. Non a caso il vascello rompighiaccio di ricerca cinese Xuelong ha svolto finora otto missione nell’Artico e l’anno scorso ha percorso interamente il passaggio articolo di Nord Ovest che corre lungo la costa canadese.

La costruzione della sua prima rompighiaccio nucleare non è l’unico passaggio che suggerisce che i cinesi abbiano una strategia di lungo termine che si articola rafforzando la cooperazione con la Russia, e insieme competendo con la Russia rafforzando la presenza nelle zone tradizione di influenza dei russi, nell’artico come nel centro Asia. Una strategia che, nel lungo termine, potrebbe rivelarsi fonte di tensione fra i due paesi, che però potrebbero trovare nel dover far fronte al dirimpettaio Usa l’ingrediente magico per superarle. Gli esempi di questa strategia sono numerosi. Di recente la China Development bank (CDB) ha accettato di prestare fino a dieci miliardi di dollari alla gemella Vnesheconombank (VEB) con i quali la banca di sviluppo russa potrà finanziare progetti e infrastrutture nella zona artica. La VEB russa è stata colpita dalle sanzioni di Ue e Usa dopo il conflitto ucraino e quindi l’ossigeno cinese era l’unico sul quale la banca potesse contare. La Cina d’altronde non fornisce solo denaro alle ambizione artiche russe, ma anche e soprattutto tecnologie, anche quest’ultime venute meno dopo l’embargo. Ma certo non lo fa gratis.

(1/segue)

Seguito e conclusione: Il dilemma russo della Polar Silk Road cinese

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