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Le aziende Usa in Cina non pensano di rimpatriare


Quattro anni di guerra commerciale dopo, con tanto di incentivi concessi con manica larga dal governo Usa, non bastati a convincere le aziende americane che lavorano in Cina a rimpatriare. Almeno così pare leggendo l’ultima survey prodotta dall’Us-China Business Council, della quale si è occupata di recente anche la Bofit.

Pur trattandosi di una survey, e quindi una semplice indicazione, vale la pena spenderci qualche riga per la semplice ragione che fotografa una tendenza che viene monitorata nel tempo, e quindi in qualche modo genera un’informazione utile. Ad esempio quando osserva che le imprese che pensavano di lasciare la Cina per tornare in Usa erano più numerose nel 2015 piuttosto che dopo quattro anni di amministrazione Trump. Il che, ne converrete, è alquanto curioso.

Ancora più paradossale osservare che quelle che pensano di traslocare in larga parte stiano pianificando location diverse dagli Usa. La qualcosa conferma che il calcolo di convenienza tiene assai poco conto della variabile politica. Chi si internazionalizza segue il profitto, non l’appartenza. Basta osservare come hanno risposto le aziende alla domanda circa la redditività del loro investimento in Cina.

Notate che la guerra commerciale un effetto l’ha prodotto: ha peggiorato le prospettive di guadagno di queste aziende. Quindi è probabile che queste compagnie americane stiano studiando i dintorni della Cina, assai più che la riallocazione negli Usa, che per quanto sicuramente attrattivi, probabilmente lo sono meno di paesi come il Vietnam o, in generale, i paesi sud orientali dell’Asia per aprire una fabbrica.

Lo lascia sospettare il fatto che il 24% del campione abbia risposto affermativamente alla domanda di aver pensato di ridurre gli investimenti pianificati in Cina l’anno scorso, proprio a causa (il 52%) delle tensioni con gli Usa, che hanno pesato sugli affari persino più del Covid.

Vale la pena osservare che in gran parte le aziende che hanno partecipato alla survey lavorano nel settore dei servizi e della manifattura.

Infine, è interessante notare come molte compagnie abbiano osservato un miglioramento delle policy cinesi nella protezione della proprietà intellettuale, uno dei cavalli di battaglia che hanno motivato le politiche di Washington. Sempre perché la ragione politica è una cosa. Quella economica un’altra.

La guerra commerciale con gli Usa non ferma la digital silk road cinese


Questo mese la telenovela dei colloqui fra Usa e Cina per risolvere le proprie diatribe commerciali dovrebbe conoscere l’ennesima puntata con il round di colloqui previsti sul suolo americano. Lo spazio per l’ottimismo ormai è risicato. Dopo l’invelenirsi del clima determinato dalla reazione agostana cinese ai dazi Usa (rialzo fra il 5 e il 10% dei dazi su 75 miliardi di prodotti statunitensi), pochi scommetterebbero su un miglioramento dello stato delle relazioni fra i due paesi, anche se si è osservata qualche distensione. Gli Usa, ad esempio, hanno rinviato al prossimo 15 ottobre la decisioni su ulteriori dazi su 250 miliardi di beni cinesi, mentre questi ultimi hanno esentato dai rialzi soia e carne di maiale, che gli Usa esportano massicciamente in Cina. Ma sono piccoli gesti, e il rischio di un aumento delle tensioni commerciali rimane alto. Anche perché queste ultime sono la spia di un malessere profondo, che ha a che fare con la geopolitica più che con la bilancia commerciale.

La guerra commerciale, infatti, è solo la linea di faglia di un confronto assai più ampio diffuso su vari fronti uno dei quali, quello per la tecnologia, primeggia per importanza strategica. Abbiamo più volte analizzato questa prospettiva, ma uno studio recente del Mercator Institute for China, pensatoio europeo di cose cinesi, ci consente di avere una ricognizione aggiornata su uno dei progetti cinesi più importanti sul tappeto e che, non a caso, ha alimentato molte cronache del confronto sino-americano (si pensi al caso Huawei): la digital silk road di Pechino.

La prima cosa è dare un’occhiata allo stato dell’arte, approfittando di un’ottima rappresentazione grafica preparata dal centro studi.

Il cuore del contendere sono ovviamente le tecnologie di ultima generazione, come il 5G, e le infrastrutture che le conducono – le reti di cavi sottomarini. In entrambi i campi la Cina ha fatto passi da gigante risultando all’avanguardia ed estremamente competitiva nei confronti degli Usa, che sulla supremazia tecnologica hanno costruito larga parte della loro egemonia.

Ciò non poteva che avere effetti sullo scacchiere internazionale. Gli Usa, senza alcuna timidezza, hanno invitato gli alleati a non servirsi della tecnologia cinese e gli alleati, in Europa (Uk e Olanda, e di recente anche la Polonia) e persino in Australia (dove è stato bloccato il progetto di un cavo sottomarino cinese con le Isole Solomon) non se lo sono fatto ripetere. Ciò non ha impedito alla tecnologia cinese di espandersi in altre zone del globo, e segnatamente all’interno del continente eurasiatico e africano, in zone particolarmente sensibili come il Medio Oriente e il centro Asia.

Secondo i dati raccolti da Merics, dal 2013 la Digital silk road cinese ha generato investimenti diretti per 17 miliardi di dollari, sette dei quali sono stati dedicati allo sviluppo delle reti in fibra ottica e il resto per sviluppare sistemi di e commerce e di pagamento mobile. Col risultato che oggi le Big Tech cinesi sono all’avanguardia nell’uno e nell’altro campo. Centinaia di milioni sono stati poi spesi per sviluppare progetti di smart&safe city che verranno sviluppate proprio nell’area medio e centro orientale, oltre che per istituti di ricerca e centri data sparsi lungo i vari nodi della digital silk road.

Assai ambizioso appare il piano di infrastrutturazione di cavi sottomarini attorno all’Africa che dovrebbe “avvolgere” il versante orientale del continente e collegarlo con l’Asia e l’Europa. Si tratta di una rete ancora da realizzare ma di evidente portata strategica. Al contrario è stato già realizzato il collegamento fra l’Africa e l’America Latina partendo dall’Angola e si lavora a un altro cavo che colleghi il Camerun con il Brasile.

Lo sforzo finanziario dell’impresa è stato sostenuto in gran parte dalla China Development Bank (CDB) e dall’Export-Import Bank of China (EXIM) ossia due delle braccia finanziarie più imponenti del sistema finanziario cinese. Queste banche hanno prestato 2,5 miliardi a un operatore di telefonia indiana, la Bharti Airtel, e altri 600 milioni alla russa Rostelecom, che in parte sono stati utilizzati per acquistare forniture da Huawei e ZTE (altra impresa cinese finita nel mirino degli Usa).

La strategia nazionale cinese di internazionalizzazione digitale passa per una sorta di chiamata alle armi ai grandi giganti privati dell’hi tech cinese, Alibaba, Baidu, Tencent, che sono stati invitati a supportare l’espansione digitale cinese tramite lo sviluppo di tecnologie di pagamento mobile e dell’e commerce, che significa anche favorire l’internazionalizzazione della valuta cinese. Invito raccolto più che volentieri. Alibaba, ad esempio, ha investito quattro miliardi nella realizzazione di Lazada, un marketplace del sud est asiatico, dove fra l’altro è stata implementata anche Alipay, sistema di pagamento via app promosso sempre da Alibaba.

La chiamata alle armi alle Big Tech è stata la naturale conseguenza dell’atto di indirizzo del presidente cinese Xi Jinping, che ha invitato la Cina a diventare un cyber superpotere che significa non solo affari, ma anche diplomazia. In quest’ottica va interpretata la costituzione della digital economy cooperation initiative, un consorzio che raccoglie sette paesi, oltre la Cina, e i Digital Silk Road cooperation agreements che coinvolgono 16 paesi.

Tutto ciò è stato possibile in virtù di un notevole dispendio di risorse finanziarie. Aldilà degli investimenti diretti all’estero, che abbiamo visto, il governo cinese ha garantito robuste linee di credito ai giganti hi tech nazionali, nell’ordine dei 20-30 miliardi che hanno consentito a queste aziende di competere sul mercato internazionale a prezzi assai più vantaggiosi rispetto ai concorrenti occidentali.

Insomma, potere politico ed economico si sono alleati per fare della Cina un player globale dell’Hi tech, e questo spiega la dura risposta Usa. Se la Digital silk road cinese diverrà qualcosa di più che un disegno su una mappa il gioco globale ne uscirà rivoluzionato, piaccia o no a mister Trump. Quant a noi, ci adegueremo.

La Cina smette di comprare petrolio Usa


L’avvicinarsi di novembre, che segna l’avvio del secondo round di sanzioni Usa contro l’Iran, consente di mettere lentamente a fuoco la nuova fisionomia che sta assumendo il mercato petrolifero, certo non indifferente alle tensioni geopolitiche provocate, fra le altre cose, dalla guerra commerciale fra Usa e Cina, quest’ultima grande acquirente di petrolio iraniano. I dati degli ultimi mesi circa l’evoluzione della domanda cinese ci consentono di sapere alcune cose. La prima è che a settembre la domanda di greggio di Pechino è cresciuta ancora, portandosi a 9,05 milioni di barili al giorno, spinta dalla “sete” delle raffinerie indipendenti. La seconda completa il quadro: ad agosto le importazioni di greggio cinesi dagli Usa si sono praticamente azzerate.

Secondo alcuni osservatori questo andamento è la conseguenza della decisione dei cinesi di comprare greggio in Canada, che vende a un prezzo più conveniente rispetto al petrolio Wti, che però a differenza del petrolio canadese ha un grado di acidità minore e perciò più facilmente raffinabile. Ma è evidente che la convenienza economica spiega solo parzialmente questa interessante evoluzione del mercato petrolifero. I cinesi sono stati grandi acquirenti di greggio texano per tutto il 2018.

Difficoltà analoghe si stanno osservando anche su un altro mercato energetico, quello del gas liquefatto, dove ha un ruolo importante la produzione Usa, finito anch’esso nel tritacarne della guerra commerciale fra Usa e Cina. Platts ha rilevato che gli importatori cinesi stanno facendo fronte a prezzi più elevati e di conseguenza molti si stanno orientando verso produttori non statunitensi per soddisfare le proprie necessità. Gli Usa sono stati i più grandi esportatori al mondo di gas liquefatto l’anno scorso, con il 32% delle importazioni effettuati sul totale, seguiti dagli Emirati Arabi con l’11%.

In sostanza l’industria energetica Usa, cresciuta molto grazie alla tecnologia shale e potendo contare sulla robusta domanda cinese, vede sempre più a rischio la sua quota di mercato. Si sta lentamente avverando quanto era facile prevedere: la guerra dei dazi uccide il commercio. Poi i profitti.