Viaggio in Cina: Xi, il signore degli anelli


Pure se sommariamente illustrata, come abbiamo fatto, l’epopea cinese iniziata con la nascita della Repubblica popolare mostra una coerenza invidiabile per noi figli del pressappoco. A volerci credere, o meglio a voler credere alla narrativa delle autorità cinesi, l’arrivo del nuovo presidente Xi Jinping completa il processo di rinascita nazionale avviato da Mao, impostato verso lo sviluppo economico da Deng, e finalmente indirizzato, dopo le parentesi di Jiang Zemin e Hu Jintao verso la grandezza globale. Xi, come ha ribadito il XIX congresso del partito comunista cinese del 2017, condurrà la Cina verso il suo destino di protagonista nel mondo.

D’altronde non si può diventare un grande paese se non si coltiva un qualche destino. E il destino cinese, almeno quello dei prossimi anni, è stato affidato a Xi, che ha promesso ai sui compatrioti che la Cina diventerà, entro il 2050, una potenza di ordine globale. Non solo economica – quello lo è già – ma anche politica e quindi militare. Anche di recente, nel corso della sfilata in scena in queste ore a Pechino èer celebrare i 70 anni della Repubblica popolare, con le gigantografie dei grandi leader ad accompagnare le forze armate, Xi ha ripetuto, promettendo prosperità e stabilità, che “nessuna forza può scuotere la nazione”. Né interna – pensate al caso Hong Kong – né esterna (gli Usa). Promessa eccessiva probabilmente, ma da prendere terribilmente sul serio. E per capirlo, che i cinesi fanno sul serio, basta osservare i missili DF41 schierati in bella mostra per la prima volta nel corso della manifestazione. Si tratta di missili intercontinentali a combustibile solido capaci, dicono, di raggiungere gli Usa in meno di un’ora. Con ciò evocando memorie ormai sbiadite di guerre fredde ormai dimenticate.

Diventa perciò interessante, oltre che utile, provare a conoscere un po’ meglio il nuovo imperatore cinese, che fra le altre cose è anche comandante in capo delle forze armate. La visione di Xi, per come l’ha raccontata uno dei suoi migliori interpreti, il sinologo nonché ex primo ministro australiano Kevin Rudd, si articola secondo uno schema formato da sette anelli concentrici, al cuore dei quali troviamo la centralità del PCC. Il partito comunista cinese è la fonte dell’autorità che deve garantire (secondo anello) l’integrità della nazione, da perseguirsi con la ricerca (terzo anello) di un modello di sviluppo economico sostenibile e (quarto anello) il mantenimento della sicurezza dei confini.

In questo modo la Cina potrà (quinto anello) perseguire il suo disegno di egemonia regionale, anche grazie (sesto anello) all’impiego del potere economico, strumento ideale per aumentare la propria sfera di influenza e quindi (settimo anello) arrivare alla riforma parziale dell’ordine globale.

Questo difficile percorso da equilibrista, basandosi sulla centralità del PCC, spiega perché il nostro Signore degli anelli abbia inteso consolidare innanzitutto il ruolo del partito per poter perseguire i suoi compiti di politica interna ed internazionale. Soprattutto lo schema tratteggiato da Rudd rende chiaro il disegno che sta dietro la creazione della Bri, riedizione delle vecchie vie della seta aperte dai cinesi a partire del I secolo dopo Cristo che consentirono di ativare traffici anche con l’impero romano, ma anche la ragione di altre decisioni meno appariscenti come ad esempio la quotazione di un future sul petrolio in valuta cinese, nonché le strategie di internazionalizzazione della moneta cinese, che passano anche dal progetto recentemente annunciato di creare una valuta digitale di banca centrale. Soprattutto spiega il notevole potenziamento degli investimenti sulla marina e in generale sulla cosiddetta Blue economy. La Cina sa bene che non può sfidare l’egemonia marittima degli Usa, ed è per questo che investe massicciamente sulle infrastrutture terrestri dell’Eurasia e dell’Africa, provando in questo modo a rivitalizzarle. Ma al tempo stesso non può evitare di trasformare la sua marina in uno strumento di potenza, almeno a livello regionale, dovendo anche presidiare le sue coste  – si pensi al Mar cinese meridionale – vitali per le sue forniture.

La crisi del 2008 è stata, in questo contesto, un momento di grande cesura della strategia economica cinese. Il crollo delle esportazioni, che insieme agli investimenti in capitale fisico erano state le grandi protagoniste degli spettacolari avanzi correnti cinesi, vengono sostituite da un potente stimolo fiscale, all’origine peraltro degli squilibri attuali. Vedi ad esempio la straordinaria crescita dei debiti interni e dello shadow banking.

A fine 2008, racconta Bankitalia in una ricerca sulla Cina pubblicata pochi mesi fa, “il governo cinese aveva impegnato fondi pari a 12,5 punti di PIL (4000 miliardi di renminbi, equivalenti a 587 miliardi di dollari al cambio di allora) da spendere in 27 mesi e destinati soprattutto a irrobustire la dotazione infrastrutturale del paese”. La politica monetaria sostenne l’espansione fiscale. Il credito bancario è aumentato di oltre 21 trilioni di renminbi fra il 2008 e il 2011. Tutto ciò servì a sostituire la domanda esterna in calo con quella interna, anche se al prezzo degli squilibri che abbiamo detto.

Il dodicesimo piano quinquennale 2011-2016 si pose perciò come obiettivo il riequilibrio dell’economia. Le autorità spiegarono di voler sostituire investimenti ed export con consumi e innovazione tecnologica. L’epoca di Xi inizia proprio in quegli anni. Nel 2012 diventa segreterio del PCC e l’anno dopo presidente della Repubblica popolare. Il sistema economico è rimasto alquanto squilibrato – a fine 2017 il debito complessivo dell’economia era al 256% del pil, 100 punti in più rispetto al 2007 – ma la trasformazione economica sembra essere decisamente avviata, come si può osservare dal grafico sotto.

Peraltro la recente guerra tecnologica fra Usa e Cina, che va dal 5g ai microprocessori e non risparmia neanche i cavi sottomarini, è la migliore dimostrazione che la strategia di Xi, seppure a rischio di gravi inconvenienti – ad esempio la guerra commerciale con gli Usa – sta pagando i suoi dividendi. Il capitale cinese non è mai stato così internazionale e così la sua capacità di influenza politica. E a dimostrazione che la resa vale la spesa, a fine 2018 il governo ha nuovamente riorientato la sua politica economica allentando nuovamente i cordoni della borsa.

La stabilizzazione del debito esorbitante, che aveva fatto sorgere dubbi sulla stabilità finanziaria, è stata accantonata di fronte al rischio che il deleveraging poneva all’andamento della crescita. In sostanza è stata consentita una politica fiscale più espansiva di nuovo tramite investimenti infrastrutturali e una moderata riduzione del carico fiscale alle famiglie. Una Trumpeconomics, ma alla cinese. Neanche il Signore degli anelli può sfuggire al ciclo economico internazionale. E questa semmai è l’ulteriore conferma che la Cina è una di noi. Piaccia o meno.

(2/segue)

Puntata successiva: Le nuove strade dell’impero

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