Compromesso euro-asiatico sul petrolio iraniano


Novembre si avvicina e quindi anche l’applicazione del nuovo round di sanzioni decise dagli Usa contro l’Iran dopo l’uscita unilaterale statunitense dall’accordo sul nucleare. Detta semplicemente, gli iraniani faticheranno non poco per riuscire a vendere il proprio petrolio, per la semplice ragione che il sistema finanziario denominato in dollari chiuderà loro le porte. Almeno in teoria. In pratica bisognerà vedere, perché le diplomazie sono al lavoro. Intanto però ha suscitato un certo scalpore la notizia diffusa lo scorso 25 settembre secondo la quale i tre ministri degli esteri di Francia, Germania e UK, insieme con gli omologhi russi e cinesi, avrebbero diffuso una dichiarazione congiunta con la quale hanno garantito il loro apporto per “assistere e rassicurare gli operatori economici che perseguono affari legittimi con l’Iran”. Compresi quindi gli acquirenti dell’oro nero.

In sostanza questa assistenza si tradurrebbe nella creazione di uno veicolo finanziario speciale capace di garantire i trasferimenti finanziari fra l’Iran e i paesi partner, pure se al di fuori del circuito dei pagamenti internazionali denominati in dollari – visto che la banca centrale iraniana non verrà ammessa come controparte in questa transazioni a partire da novembre – anche se ancora non sono delineate le specifiche tecniche di questo veicolo. Rimane da capire, in sostanza, in quale valuta saranno denominate queste transazioni. Di sicuro c’è che sia la Russia che la Cina hanno accolto positivamente le dichiarazioni della Mogherini, che, in qualità di Alto rappresentate per la politica estera europea, ha accennato allo «special purpose vehicle» da costituire per dare ossigeno agli iraniani. Pare che lo strumento dovrà in qualche modo essere capace di lavorare fuori dal circuito Swift. E questo in qualche modo ricorda gli sforzi russi di creare un circuito bancario alternativo allo Swift per la regione euroasiatica di cui abbiamo parlato nei mesi scorsi. Di sicuro c’è che le sanzioni Usa hanno finito con l’avvicinare l’Ue alla Cina e alla Russia assai più di quanto gli Usa avrebbero probabilmente desiderato.

E’ troppo presto per capire quanto, aldilà delle dichiarazioni, ci sia di concreto dietro questi movimenti diplomatici. Se si arriverà davvero alla creazione di una sorte di sistemi di pagamento “ombra” capace di servire le relazioni commerciali fra Iran, Russia, Cina e Ue sarà sicuramente un passo in avanti notevole nelle relazioni euroasiatiche. Tutto ciò ovviamente, aldilà degli aspetti finanziari, avrà ripercussioni anche nel mercato fisico del petrolio. L’Iran è un grande venditore di petrolio e le sue controparti, cinesi ma anche italiane, dovranno decidere se continuare a rifornirsi da lui oppure no.

L’India ha lasciato trapelare che ridurrà i suoi acquisti. La Cina mantiene un atteggiamento alquanto ambiguo. Da una parte lascia trapelare che una compagnia statale di raffinazione, la Sinopec, diminuirà le importazioni di greggi iraniano. Dall’altro consente alle sua compagnie private di raffinazione, già cresciute notevolmente negli ultimi anni, di aumentare del 42% la quota di importazioni di greggio consentite. Molte di queste raffinerie processano solo greggi light che l’Iran (ma anche gli Usa) è in grado di fornire.

Nei trenta giorni che mancano al via alle nuove sanzioni molto ancora potrà accadere, sia nel mercato fisico del petrolio che in quello finanziario. Gli analisti stimano che l’avvio delle sanzioni dovrebbe provocare una perdite di export per l’Iran fra 1 e 1,7 milioni barili, con conseguenze anche sui prezzi internazionali. E’ interessante però osservare che nel frattempo gli iraniani si danno un gran daffare. Una interessante ricognizione di Platts mostra che in questi tempi incerti non si sa neanche bene che fine facciano le petroliere che trasportano greggio iraniano per i mari. Almeno 11 di loro avrebbero spento i transponder. Era già successo durante le sanzioni fra il 2011 e il 2014. Detto in parole povere: sono sparite. E il petrolio chissà dov’è.

 

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