La guerra commerciale con gli Usa non ferma la digital silk road cinese


Questo mese la telenovela dei colloqui fra Usa e Cina per risolvere le proprie diatribe commerciali dovrebbe conoscere l’ennesima puntata con il round di colloqui previsti sul suolo americano. Lo spazio per l’ottimismo ormai è risicato. Dopo l’invelenirsi del clima determinato dalla reazione agostana cinese ai dazi Usa (rialzo fra il 5 e il 10% dei dazi su 75 miliardi di prodotti statunitensi), pochi scommetterebbero su un miglioramento dello stato delle relazioni fra i due paesi, anche se si è osservata qualche distensione. Gli Usa, ad esempio, hanno rinviato al prossimo 15 ottobre la decisioni su ulteriori dazi su 250 miliardi di beni cinesi, mentre questi ultimi hanno esentato dai rialzi soia e carne di maiale, che gli Usa esportano massicciamente in Cina. Ma sono piccoli gesti, e il rischio di un aumento delle tensioni commerciali rimane alto. Anche perché queste ultime sono la spia di un malessere profondo, che ha a che fare con la geopolitica più che con la bilancia commerciale.

La guerra commerciale, infatti, è solo la linea di faglia di un confronto assai più ampio diffuso su vari fronti uno dei quali, quello per la tecnologia, primeggia per importanza strategica. Abbiamo più volte analizzato questa prospettiva, ma uno studio recente del Mercator Institute for China, pensatoio europeo di cose cinesi, ci consente di avere una ricognizione aggiornata su uno dei progetti cinesi più importanti sul tappeto e che, non a caso, ha alimentato molte cronache del confronto sino-americano (si pensi al caso Huawei): la digital silk road di Pechino.

La prima cosa è dare un’occhiata allo stato dell’arte, approfittando di un’ottima rappresentazione grafica preparata dal centro studi.

Il cuore del contendere sono ovviamente le tecnologie di ultima generazione, come il 5G, e le infrastrutture che le conducono – le reti di cavi sottomarini. In entrambi i campi la Cina ha fatto passi da gigante risultando all’avanguardia ed estremamente competitiva nei confronti degli Usa, che sulla supremazia tecnologica hanno costruito larga parte della loro egemonia.

Ciò non poteva che avere effetti sullo scacchiere internazionale. Gli Usa, senza alcuna timidezza, hanno invitato gli alleati a non servirsi della tecnologia cinese e gli alleati, in Europa (Uk e Olanda, e di recente anche la Polonia) e persino in Australia (dove è stato bloccato il progetto di un cavo sottomarino cinese con le Isole Solomon) non se lo sono fatto ripetere. Ciò non ha impedito alla tecnologia cinese di espandersi in altre zone del globo, e segnatamente all’interno del continente eurasiatico e africano, in zone particolarmente sensibili come il Medio Oriente e il centro Asia.

Secondo i dati raccolti da Merics, dal 2013 la Digital silk road cinese ha generato investimenti diretti per 17 miliardi di dollari, sette dei quali sono stati dedicati allo sviluppo delle reti in fibra ottica e il resto per sviluppare sistemi di e commerce e di pagamento mobile. Col risultato che oggi le Big Tech cinesi sono all’avanguardia nell’uno e nell’altro campo. Centinaia di milioni sono stati poi spesi per sviluppare progetti di smart&safe city che verranno sviluppate proprio nell’area medio e centro orientale, oltre che per istituti di ricerca e centri data sparsi lungo i vari nodi della digital silk road.

Assai ambizioso appare il piano di infrastrutturazione di cavi sottomarini attorno all’Africa che dovrebbe “avvolgere” il versante orientale del continente e collegarlo con l’Asia e l’Europa. Si tratta di una rete ancora da realizzare ma di evidente portata strategica. Al contrario è stato già realizzato il collegamento fra l’Africa e l’America Latina partendo dall’Angola e si lavora a un altro cavo che colleghi il Camerun con il Brasile.

Lo sforzo finanziario dell’impresa è stato sostenuto in gran parte dalla China Development Bank (CDB) e dall’Export-Import Bank of China (EXIM) ossia due delle braccia finanziarie più imponenti del sistema finanziario cinese. Queste banche hanno prestato 2,5 miliardi a un operatore di telefonia indiana, la Bharti Airtel, e altri 600 milioni alla russa Rostelecom, che in parte sono stati utilizzati per acquistare forniture da Huawei e ZTE (altra impresa cinese finita nel mirino degli Usa).

La strategia nazionale cinese di internazionalizzazione digitale passa per una sorta di chiamata alle armi ai grandi giganti privati dell’hi tech cinese, Alibaba, Baidu, Tencent, che sono stati invitati a supportare l’espansione digitale cinese tramite lo sviluppo di tecnologie di pagamento mobile e dell’e commerce, che significa anche favorire l’internazionalizzazione della valuta cinese. Invito raccolto più che volentieri. Alibaba, ad esempio, ha investito quattro miliardi nella realizzazione di Lazada, un marketplace del sud est asiatico, dove fra l’altro è stata implementata anche Alipay, sistema di pagamento via app promosso sempre da Alibaba.

La chiamata alle armi alle Big Tech è stata la naturale conseguenza dell’atto di indirizzo del presidente cinese Xi Jinping, che ha invitato la Cina a diventare un cyber superpotere che significa non solo affari, ma anche diplomazia. In quest’ottica va interpretata la costituzione della digital economy cooperation initiative, un consorzio che raccoglie sette paesi, oltre la Cina, e i Digital Silk Road cooperation agreements che coinvolgono 16 paesi.

Tutto ciò è stato possibile in virtù di un notevole dispendio di risorse finanziarie. Aldilà degli investimenti diretti all’estero, che abbiamo visto, il governo cinese ha garantito robuste linee di credito ai giganti hi tech nazionali, nell’ordine dei 20-30 miliardi che hanno consentito a queste aziende di competere sul mercato internazionale a prezzi assai più vantaggiosi rispetto ai concorrenti occidentali.

Insomma, potere politico ed economico si sono alleati per fare della Cina un player globale dell’Hi tech, e questo spiega la dura risposta Usa. Se la Digital silk road cinese diverrà qualcosa di più che un disegno su una mappa il gioco globale ne uscirà rivoluzionato, piaccia o no a mister Trump. Quant a noi, ci adegueremo.

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