La guerra commerciale fra Usa e Cina nasconde quella per il primato Hi tech


Questo articolo è stato pubblicato nell’inserto economico del Foglio il 17 ottobre.

Se l’economia è la guerra combattuta con altri mezzi, come si potrebbe dire parafrasando Von Clausewitz, allora la guerra commerciale è la migliore rappresentazione economica della rivalità politica. Nessuno metterebbe dazi, che ognuno sa essere recessivi, senza una sostanziosa ragion politica, come sembra suggerire anche il caso della guerra commerciale scatenata dagli Usa contro la Cina. Viene motivata dall’ampio deficit commerciale statunitense, ma forse ci sono ragioni più profonde che spiegano perché l’America sia disposta a pagare il prezzo di questa politica

Che ci sarà un prezzo da pagare a causa dei dazi, per la corporation Usa, pochi ne dubitano. Le varie osservazioni condotte sul tema si dividono semmai su chi pagherà il prezzo più alto, se i cinesi o gli americani, o magari gli europei, ma non sulla circostanza che ci sarà. La struttura produttiva degli Usa fa ampio uso di beni intermedi importati, anche se meno di quella cinese, tedesca o italiana, e ciò significa che i dazi e i controdazi rischiano alla fine di peggiore gli squilibri commerciali anziché ridurli. Tutte le simulazioni, inoltre, convergono su un punto: la guerra commerciale fa male alla crescita globale. E questo vale anche gli Usa. Arrivano a queste conclusioni la Bce, che tratta l’effetto dei dazi su Usa e Cina nel suo ultimo bollettino economico, e il Fmi nel suo ultimo World economic outlook. Trump, infine, dovrebbe dubitare della bontà della sua strategia osservando gli ultimi dati della bilancia commerciale Usa, che non migliora. Il surplus bilaterale della Cina nei confronti degli Usa, a settembre scorso, ha superato i 34 miliardi nonostante i dazi. Mesi di rappresaglie, da questo punto di vista sono serviti a poco.

La litigiosità statunitense, al contrario, ha fatto emergere la tensione latente fra Usa e Cina su un altro versante politicamente assai sensibile: quello della competizione tecnologica. La Cina, dove per anni le industrie hi tech statunitensi hanno delocalizzato le loro produzioni e quindi molto ha appreso, improvvisamente viene percepita dagli Usa come un competitore se non addirittura come una minaccia. Ne sono testimonianza le numerose cronache che riportano delle polemiche fra Usa e Cina su temi che spaziano dalla produzione di microprocessori alle accuse di cyber terrorismo. Persino la vendita di smartphone cinesi in territorio americano è divenuta pretesto per lanciare allarmi sulla sicurezza nazionale, mentre il furto della proprietà intellettuale, che molto ha a che fare con la tecnologia, è stato un dei leit motiv della guerra commerciale.

Forse, a ben vedere, i timori Usa hanno qualche ragione. Pechino investe da anni sullo sviluppo tecnologico. L’inizio ufficiale di questa avventura potrebbe datarsi nel 2015, quando la Cina presentò la sua Digital silk road e poi la strategia Made in China 2025, con la quale annunciava di voler diventare entro un decennio un player di livello in dieci settori strategici, il primo dei quali era proprio l’Ict. Quindi industria dei semiconduttori, ma anche tecnologie per lo sviluppo delle reti digitali, dal 5G fino ai cavi sottomarini. Il MIC 2025 e la Digital silk road, sono di fatto strumenti strategici della politica cinese, il cui dichiarato obiettivo è trasformare il paese in una potenza di rango globale – economica, scientifica e militare – per la metà del XXI secolo.

L’attivismo cinese su questo fronte è silente, ma notevole. L’Action Plan per la Digital silk road prevede la costruzione di cavi ottici transfrontalieri e network per la telefonia mobile, nonché lo sviluppo dell’ e-commerce fra la Cina e i paesi partner della Belt and Road initiative. Parliamo di paesi come lo Sri Lanka, la Cambogia, l’Afghanistan, il Bangladesh, il Laos e lo Yemen, dove meno del 20% delle famiglie usa Internet. Nell’economia del XXI secolo d’altronde, non ha molto senso investire su porti e ferrovie se poi non si può collegare in rete milioni di persone. In tal senso, lo sviluppo delle telecomunicazioni può essere la chiave di volta per fare entrare nell’economia globale gli enormi mercati del Sud-est asiatico, popolati da giovani e “affamati” user. Questo spiega le numerose incursioni delle compagnie cinesi nel business dei cavi sottomarini praticamente dappertutto, dal Pacifico all’Atlantico. La Huawei, ad esempio, prima che il governo australiano la fermasse, aveva proposto di costruire un cavo internet per collegare le Solomon Island alla rete globale. E’ cinese anche il progetto per un cavo sottomarino in Baja California, proprio sotto il naso degli Usa. Sono cinesi i capitali che stanno posando un cavo fra il Camerun e il Brasile, dove di recente è stato “acceso” un altro cavo che lo collega con l’Angola, paese africano fortemente indebitato con Pechino. Questi esempi sono solo la punta dell’iceberg digitale made in China che sta nascendo sotto i nostri occhi. Qualche altro esempio servirà a mettere meglio a fuoco. Nel 2017 la Huawei ha firmato un accordo per costruire la Pakistan East Africa Cable Express, che oltre ad essere un acronimo assai ammiccante (PEACE) si propone di stendere un cavo dal Pakistan al Kenya passando per Djibuti, nota alle cronache per aver accettato qualche tempo fa un’installazione portuale cinese. La Cina guarda con grande interesse anche all’Asia centrale dove collabora col consorzio che ha la responsabilità sul cavo terrestre più lungo del mondo, il Trans-Europe Asia (TEA), oltre a partecipare, sempre con la Huawei, al progetto Diverse Route for European and Asian Markets, che ha un altro acronimo suggestivo (DREAM) ed è stato lanciato nel 2013 dalla russa MegaFon.

La collaborazione con la Russia va ben oltre, ovviamente. Di recente il gigante cinese Alibaba si è accordato con i russi  di Mail.ru e il fondo sovrano Russia Direct Investment Fund, per sviluppare piattaforme internet in Russia. Pechino è in prima fila anche nella ricerca sul protocollo 5G, e non trascura le tecnologie altrettanto strategiche come il cloud computing e la rete satellitare. Nel 2017 i cinesi hanno annunciato partnership con giganti It del calibro di Cisco, Ibm, Ericsson e Diebold Nixdorf per realizzare data center e servizi fintech nei paesi attraversati dalla Bri. Al tempo stesso Pechino ha promosso il network satellitare Beidou che è un potenziale concorrente del GPS (Global positioning system), sempre nei territori Bri. Raccontano che il Pakistan abbia già iniziato già ad usarlo e che siano in orbita quasi una ventina di satelliti.

Tutto ciò ha evidente ricadute economiche e politiche. Sponsorizzare reti, significa favorire il commercio, a cominciare da quello elettronico, e quindi “vendere” sistemi di pagamento, solitamente agganciati all’e-commerce, e indirettamente finanziamenti, come sta facendo ad esempio Alibaba in molti paesi asiatici (Filippine, Indonesia). E non solo in Asia. In Africa, nel febbraio scorso è stato annunciato che le Chinese Union pay card sarebbero state accettate nel mercato entro la fine di quest’anno. Alibaba e Huawei hanno pure fatto sapere di voler sviluppare smart cities in Kenya e Malesia. La guerra commerciale contro i cinesi assume un senso più comprensibile, se letta attraverso la lente di queste cronache. Vale la pena fare far frenare gli scambi internazionali per frenare l’ascesa tecnologica della Cina? Von Clausewitz avrebbe pochi dubbi.

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