Etichettato: Made in China 2025

La globalizzazione Made in China


Agli inizi di gennaio lo State Council Information Office of the People’s Republic of China ha pubblicato un libro bianco dove viene illustrata la visione che Pechino ha della globalizzazione prossima ventura. Il titolo del documento dice già molto: China’s International Development Cooperation in the New Era.

La Cina si racconta impegnata in uno sviluppo cooperativo dell’internazionalizzazione, parte della sua nuova era iniziata nel 2012, quando il presidente Xi Jinping decise che il paese avrebbe iniziato a pensare ed agire in chiave globale. La scelta è stata ribadita anche di recente, all’ultimo vertice di Davos, dove il leader cinese ha ribadito il sostegno al multilateralismo. La nuova era cinese, quindi, ci riguarda tutti.

Nel domani che Pechino immagina, il made in China sarà molto più di quello che siamo abituati a pensare. Non più solo merci, quindi. Ma penetrazione delle linee portanti della globalizzazione, che sono materiali e immateriali: economiche, politiche e militari. D’altronde l’epoca della Cina produttrice di paccottiglie per l’Occidente, o al più volenterosa officina delle sue multinazionali, è tramontata da tempo. Oggi la Cina concorre a tutto campo nei settori strategici della modernità. 

Ricordiamo solo due progetti. La Belt and Road initiative (Bri) e il Made in China 2025. La Bri si propone di creare nuovi collegamenti ispirandosi ai percorsi delle vecchie vie della seta, suggestione buona ad evocare passati gloriosi e nostalgie nazionalistiche. Il Made in China si propone di trasformare la Cina in una potenza tecnologica entro il 2025. 

La Bri e il Made in China 2025 trovano una sintesi nella Digital Silk Road, che propone un collegamento tramite condivisione di tecnologia fra la Cina e tutti i paesi che vorranno partecipare. Si parla di reti, quindi anche infrastrutture (cavi sottomarini, satelliti, antenne 5g), intelligenza artificiale, big data. E magari di piattaforme digitali, dove raccogliere e profilare dati personali e far viaggiare beni e servizi in cambio di moneta elettronica. La Cina, non a caso, è all’avanguardia proprio nella sperimentazione di una moneta digitale di banca centrale.

Tutto questo presuppone la diffusione globale del capitale cinese e dello yuan, già oggi più usato di quanto non fosse fino a pochi anni fa, grazie anche all’inserimento nel basket che compone gli Sdr, ossia i diritti speciali di prelievo, l’unità di conto del Fondo Monetario Internazionale. La diffusione della moneta cinese è avvenuta principalmente tramite il commercio, ma contribuiscono anche i future cinesi sulle materie prime, che Pechino sta gradualmente aprendo anche ai non residenti. Attività divenuta maggiormente visibile da quando, nel 2018, ne è stato quotato a Shanghai anche uno sul petrolio. 

Questi pochi fatti letti insieme fanno comprendere la portata globale della sfida cinese. Infatti, ridotte al minimo, le coordinate di una globalizzazione si definiscono in rotte commerciali, sulle quali viaggiano beni, servizi e persone, una moneta per gli scambi e una lingua franca per la comunicazione, sotto l’egida di un ordine politico condiviso (o imposto) con l’uso più o meno diplomatico della forza. La nostra globalizzazione, che parla inglese, conta gli scambi in dollari e viaggia in buona parte lungo rotte marittime presidiate dalla marina Usa è di chiara marca statunitense. 

A fronte di ciò la Cina ormai da anni investe massicciamente per creare nuove rotte, diffondere la sua moneta e potenziare le sue forze armate – la spesa militare cinese è la seconda al mondo dopo quella Usa – a cominciare proprio dalla Marina, con l’obiettivo annunciato di avere una forza militare di livello mondiale entro il 2050. Ciò completa il quadro e spiega perché parte dell’establishment Usa veda in Pechino il pericolo pubblico numero uno.

Ma il fatto che la Cina abbia deciso di insidiare alcune linee portanti dell’attuale globalizzazione, significa che possa riuscire? E poi: in questa partita la Cina gioca da sola o in squadra? Infine: l’esito auspicato da Pechino è quello di una nuova egemonia o il riconoscimento della sua importanza relativa in un contesto di potere distribuito policentricamente? In attesa che il tempo risponda, possiamo svolgere alcune congetture basandoci su fatti noti. 

Cominciamo dalla prima domanda: davvero la Cina è in grado di creare una globalizzazione “concorrente”?

Nel 2013, illustrando l’idea della Bri, il presidente Xi Jinping sottolineò che non si trattava di semplice sviluppo delle infrastrutture – fatto comunque determinante – ma fece riferimento a cinque aree di collaborazione con i paesi che avrebbero aderito al progetto: rafforzamento del dialogo politico; della connettività stradale; del commercio senza ostacoli; della circolazione valutaria e dei legami fra le persone. Quindi una internazionalizzazione a 360 gradi. 

Il riferimento anche al dialogo politico suscita un’altra domanda: se la fisionomia di una globalizzazione implica un ordine politico di riferimento, questo significa che Pechino pensa a una globalizzazione che diffonda anche il suo modello di policy?

Quasi otto anni dopo si può iniziare a trarre per grandi linee un primo bilancio sullo stato di attuazione della Bri cinese. Un dato macro ce lo fornisce il China global investment tracker (CGIT), strumento analitico promosso dall’American Enterprise Institute, che quantifica in oltre due trilioni di dollari l’importo complessivo investito dalla Cina all’estero a partire dal 2005 fino al 2020. L’elenco contempla oltre 1.700 progetti distribuiti per tutto il mondo e in tutti i settori.

Nell’ultimo aggiornamento (gennaio 2021), leggiamo che “l’attività della Belt and Road non sta aumentando, ma sta andando meglio degli investimenti nei paesi ricchi”. La Bri, quindi, pure se rallentata dalla pandemia, sta proseguendo nel suo lento lavoro di “familiarizzazione” con i paesi interessati utilizzando anche strumenti più raffinati, come le tecnologie d’avanguardia e la valuta cinese molto più diffusa nei paesi partner della Cina, malgrado l’uso internazionale dello yuan sia ancora basso. 

Se osserviamo come sia distribuito il capitale cinese nel mondo, possiamo farci un’idea chiara di quali siano le aree a maggiore destinazione e quindi le priorità di Pechino.

Gli Usa sono il primo paese per gli investimenti ricevuti (190 miliardi di dollari), l’Europa la prima regione (428 miliardi). Insieme le due aree totalizzano circa 600 miliardi a fronte dei 2,1 trilioni globali messi in campo dal governo cinese. Vale a dire che la gran parte degli investimenti – con tutto ciò che questi comportano in termini di relazioni e influenze – va alle aree meno avanzate del pianeta.

Nel suo libro bianco Pechino insiste sulla volontà cinese di cooperare armoniosamente col resto del mondo, aiutando i paesi più deboli con spirito di fratellanza. Essere la prima degli ultimi porta con sé delle responsabilità, dice la Cina, e fra queste c’è anche quella di fornire aiuti a chi ne ha bisogno.

Ma aldilà della narrazione, è evidente che la distribuzione del capitale all’estero segue logiche meno edificanti. Gli investimenti nei paesi avanzati sono molto spesso di portafoglio, quindi in larga parte finalizzati alla rendita, mentre quelli nelle zone meno avanzate sono molto spesso investimenti diretti, quindi consentono alla Cina di entrare nel cuore di questi paesi fornendo non solo assistenza finanziaria, ma anche tecnica e organizzativa, in regioni spesso carenti di know-how. 

Si può quindi tentare una risposta alla prima domanda: è molto probabile che l’influenza globale cinese andrà crescendo soprattutto nelle aree meno avanzate dell’economia internazionale, che se pure hanno un peso specifico relativamente basso, misurato in termini di pil, sono le più numerose e offrono importanti vantaggi strategici che nel lungo periodo possono condurre a un sostanziale aumento del soft power di Pechino a livello internazionale.

Questo ci conduce alla seconda domanda. I cinesi, nel loro tentativo di impostare una globalizzazione concorrente, più o meno cooperativa, giocano da soli o in squadra?

Proviamo a rispondere seguendo uno dei dossier più interessanti della Bri: il China-Pakistan economic corridor (CPEC). In Pakistan i cinesi hanno messo sul piatto oltre 60 miliardi, più di quanto investito in Russia. Il progetto è alquanto composito: spazia dalla posa di cavi in fibra ottica, allo sviluppo di zone economiche speciali. E poi c’è il porto di Gwadar, punto di sbocco nel Mare Arabico. 

Il progetto del CPEC è interessante perché a differenza di altri collegamenti della Bri, la Cina può portarlo avanti, pure con tutte le complessità del caso, confrontandosi solo con un paese che ha la fortuna di avere un ottimo posizionamento geografico, rappresentando il ponte ideale col Medio Oriente. Qualche tempo fa, infatti, la Saudi Aramco ha annunciato di voler investire dieci miliardi nel porto per costruire una raffineria

E non solo col Medio Oriente: il Pakistan è anche un’ottima porta d’ingresso per il composito mondo del Centro Asia, cui guarda anche un altro protagonista della nostra globalizzazione emergente: la Turchia. 

Nelle ultime settimane si sono infittiti i contatti fra Pakistan e Turchia, soprattutto dopo la guerra recente in Azerbaijan, che, anche grazie ad Ankara, ha prodotto alcuni importanti vantaggi agli azeri per il controllo del Nagorno-Karabakh, al centro di una diatriba ultradecennale con l’Armenia. Di recente la Turchia ha anche ratificato il trattato di libero scambio siglato con Baku il 25 febbraio 2020.

Pakistan, Turchia e Azerbaijan condividono molte cose e da tempo coltivano buone relazioni diplomatiche. Insieme rappresentano un ottima linea di penetrazione verso l’Europa, che sarebbe ancora più robusta se le network di collegamenti fosse inserito anche l’Iran. Non a caso si riparla di una ferrovia che colleghi Turchia, Iran e Pakistan al centro dei colloqui recenti fra l’ambasciatore iraniano a Baku e il capo delle ferrovie azere, dai quali è emersa la volontà sviluppare la cooperazione fra i due paesi. “I contractor iraniani sono desiderosi di collaborare con l’Azerbaijan”, ha commentato il ministro iraniano dell’economia Farhad Dejpasand. Pochi giorni dopo il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif si è recato a Baku per un incontro ufficiale con le autorità.

Tutto ciò riguarda in qualche modo anche la Cina, grande consumatrice di petrolio iraniano. L’estate scorsa Pechino ha siglato un accordo con l’Iran, che fra le varie cose prevedeva anche un investimento sul porto di Jask, che si affaccia davanti allo Stretto di Hormuz, dove passa molto del traffico petrolifero del Medio Oriente.

Fra il porto pakistano di Gwadar e quello iraniano di Jask c’è un altro porto, sempre iraniano, non meno importante. Il porto di Chabahar, infatti, è inserito nel progetto, dell’International North–South Transport Corridor, un’altra ambiziosa rete di collegamenti che si propone in pratica si saldare l’India alla Russia passando per l’Iran. Anche di questo collegamento si è discusso a Baku lo nel corso della visita azera del ministro degli esteri iraniano.

L’Azerbaijan, infatti, partecipa anche a questa iniziativa. D’altronde, oltre alla familiarità etnica e linguistica con la Turchia, il paese condivide una lunga storia comune con la Russia: non a caso Putin è intervenuto a mediare nel conflitto con l’Armenia.  

Qualunque sia la sorte di questi grandi progetti – molti sono ancora solo segni su una carta – la loro semplice proposizione dimostra che esiste una notevole comunanza di interesse fra paesi anche molto diversi fra loro nel costruire reti e relazioni profonde e durature. Non a caso Russia, Turchia, Azerbaijan, e in qualche modo anche l’Iran, appaiono fra i protagonisti del grande gioco per la fornitura di gas in Europa.

Possiamo quindi delineare una risposta alla seconda domanda: la Cina ha tutto l’interesse a giocare in squadra con paesi come la Russia e la Turchia, malgrado fra i due paesi esista una rivalità di lunga data e siano tuttora in competizione fra loro in tanti dossier. Le vicende in Siria, Libia e sul Caspio, infatti, hanno mostrato che Russia e Turchia riescono a trovare punti di equilibrio a comune vantaggio.

In questo gioco di squadra per lo sviluppo di una globalizzazione emergente la Cina può essere immaginata come il motore, se non altro per la sua notevole capacità finanziaria. In tal senso si può definirla una globalizzazione made in China. Ma da sola non può fare molto più di questo. Lasciando da parte l’aspetto militare – la capacità cinese è ancora ampiamente inferiore a quella statunitense – le manca la possibilità di sviluppare le altre caratteristiche che informano una internazionalizzazione. Lo yuan è ancora inconvertibile e il mondo difficilmente smetterà di parlare inglese per imparare il mandarino. 

Pechino lo sa bene, per questo parla di contributo cinese alla globalizzazione. E qui arriviamo alla terza domanda: la Cina vuole l’egemonia o compartecipare all’egemonia?

Il risultato migliore al quale la Cina può aspirare nei prossimi anni è ampliare la propria sfera di influenza innanzitutto a livello regionale, usando la Bri come strumento di influenza nei paesi emergenti e a basso reddito, facendo così salire le sue quotazioni internazionali. Che poi è la stessa cosa che vogliono anche altri paesi emergenti, come, appunto, la Russia e la Turchia. La convergenza di questi paesi sull’obiettivo di un’internazionalizzazione “concorrente” può anche essere favorita dal fatto che condividono anche una pratica di governo a forte vocazione di pianificazione e controllo. E questo ci conduce alla domanda finale. La Cina può esportare il suo modello di policy?

In un libro di pochi anni fa (“The Future is Asian. Commerce, Conflict, and Culture in the 21st Century”) lo scrittore indiano Parag Khanna ipotizza che il XXI secolo sarà il secolo dell’Asia, come il XX è stato quello degli Usa e il XIX quello del Regno Unito. Almeno di un’Asia – una porzione di mondo racchiusa fra la parte orientale dell’Africa, lungo un meridiano immaginario che include anche l’Italia, fino al Giappone, con un confine meridionale nel nord dell’Australia – intesa come una società hi tech a forte vocazione burocratica, dove il valore della democrazia è subordinato alla sua capacità di assicurare il benessere dei cittadini. Società quindi disposte a derogare su alcuni principi, in cambio di efficienza nell’azione di governo.

Un esito che molti occidentali giudicheranno esiziale, ma non tutti e forse neanche più la maggioranza. L’idea di scambiare sicurezza per libertà ormai da anni si è insediata nelle nostre società. Abbiamo ceduto libertà civili in nome della lotta al terrorismo, libertà economica in nome della sicurezza del reddito quando sono scoppiate le grandi crisi finanziarie, ed entrambi in nome dell’emergenza sanitaria. Gli stati hanno ampliato notevolmente il perimetro del loro campo di azione, così come la tecnologia la sua capacità di penetrazione nel tessuto sociale. Tutto ciò crea le precondizioni per un esito “asiatico” come quello immaginato da Khanna. 

Chiunque frequenti la storia sa che il sistema liberaldemocratico – l’ordine politico della nostra attuale globalizzazione – ha iniziato a diffondersi a partire dalla seconda metà del secolo XIX, dopo una lunga consuetudine con regimi sostanzialmente autocratici interrotta dalla rivoluzione francese. I moti del 1848 germinarono l’onda lunga delle agitazioni sociali culminate nel suffragio universale e nei partiti politici di massa che diedero il via alla nostra modernità. 

E tuttavia oggi le società davvero liberaldemocratiche sono una minoranza nel mondo e la recente ondata populista che ha investito l’Occidente ha reso chiaro quanto possano risultare fragili. Forse la sottile vernice della democrazia liberale nasconde il ribollire di pulsioni antiche che ai giorni nostri trovano nella richiesta di sicurezza di tanti il carburante ideale per le loro scorrerie. O forse aveva ragione Oswald Spengler, che un secolo fa individuava nel cesarismo, “che spezzerà la dittatura del denaro e della sua arma politica, la democrazia”, l’esito del “Tramonto dell’Occidente”. D’altronde i partiti di massa ottocenteschi hanno finito col diventare i partiti personali del secolo XXI.

Come che sia, se l’Occidente cederà a queste pulsioni, avrà fornito alla globalizzazione made in China il migliore degli assist possibili. Lo spirito asiatico avrà pervaso l’Occidente. Senza neanche bisogno della Bri.

Quest’articolo è stato pubblicato nel numero 92 della rivista Aspenia dal titolo “La Pace fredda”.

La sfida fra Usa e Cina passa anche dall’industria dei farmaci


Poiché, piaccia o meno, la disputa fra Usa e Cina fa parte dell’imponderabile – per quanto molto ponderato – che decide della nostra quotidianità, è buona prassi provare a farsi un’idea quanto più possibile compiuta della vastità del legame che avvinghia le due potenze, nel quale – paradossalmente – risiede una delle ragioni del conflitto.

Per iniziare questa opera di apprendimento, vale la pena dedicare un po’ di tempo al lungo rapporto che la US-China Economic and security Review commission – e già che ci sia un organo del genere è indicativo – ha indirizzato al Congresso Usa l’anno scorso. L’ultimo di una lunga serie iniziata nel 2002, ossia un anno dopo l’ingresso della Cina nel WTO, che ci comunica alcune informazioni importanti. A cominciare proprio dal fatto che alla commissione servono ben 593 pagine per esaurire – e solo per il 2019 -il quaderno delle doglianza contro la Cina. Alcune delle quali persino sorprendenti.

Se infatti ormai non è più una novità che fra le tante ragioni dei dissidi vi siano questioni legate alla tecnologia di domani, espressioni di tensioni geopolitiche più profonde, per molti sarà stupefacente scoprire che una delle fonti delle tensioni fra i due paesi, addirittura indicata come scaturigine di rischi per la sicurezza nazionale Usa, è l’industria farmaceutica. O, per meglio dire, la profonda dipendenza degli Usa dalle produzioni cinesi.

Il rapporto, frutto di lunghe audizioni della commissione, disponibili on line per chi volesse inerpicarvicisi, parte da una constatazione molto semplice che non ha bisogno di molti commenti: “La Cina è il maggiore produttore mondiale di active pharmaceutical
ingredients (API). Gli Stati Uniti sono fortemente dipendenti dai farmaci che provengono dalla Cina o includono API proveniente dalla Cina”. In sostanza, la Cina produce massicciamente farmaci e i principi attivi che vengono utilizzati dall’industria Usa per produrre farmaci. Questa dipendenza “è specialmente vera per i farmaci generici”.

La preoccupazione della Commissione deriva anche dalla circostanza che la normativa Usa non prevede che le compagnie farmaceutiche abbiano l’obbligo di dettagliare la zona di provenienza delle API che utilizzano. Quindi, “i consumatori americani possono inconsapevolmente accettare i rischi associati a farmaci che derivano dalla Cina”. Uno potrebbe dire che basterebbe obbligare le compagnie produttrici a indicare la provenienza delle API. Ma se fosse così semplice, il mondo, non servirebbero rapporti di 593 pagine.

La questione si arricchisce di contenuti se si ricorda che “il governo cinese ha designato le biotecnologie come un’industria prioritaria nel suo 13° piano quinquennale e nell’iniziativa Made in China 2025“, con l’aggravante che “lo sviluppo dell’industria farmaceutica cinese segue un pattern già visto in alcune delle sue industrie, come quella chimica e delle telecomunicazioni, dove il supporto dello stato promuove le compagnie domestiche a spese dei competitori esteri”.

C’è quindi una questione di metodo. Ma anche di merito. “L’industria farmaceutica cinese non è regolata dal governo cinese”. Nel senso che il governo “non ha risorse adeguate per sovrintendere migliaia di produttori, anche se Pechino ha fatto di questa supervisione una sua priorità”. Ciò spiega perché la Food and Drug Administration (FDA) Usa, anche lei a corto di personale, fatichi così tanto a garantire la sicurezza dei principi e dei farmaci (drug) importati dalla Cina. Con l’aggravante che “data la dipendenza degli Usa dalla Cina per moti farmaci critici, fermare certe importazioni per frenare il rischio di contaminazioni, può provocare una carenza di farmaci negli Usa”.

Conclusione, doverosamente apocalittica: “l cittadini americani, comprese le forze armate, sono a rischio di esposizione a medicinali contaminati e pericolosi. Se Pechino scegliesse di usare la dipendenza degli Stati Uniti come arma economica e tagliasse l’offerta di scorte di droghe essenziali, avrebbe un effetto serio sulla salute dei consumatori statunitensi”. America, oggi.

 

 

La lunga marcia dell’Hi tech cinese


Alcuni giorni fa Huawei, racconta il Wall street Journal, ha deciso di rivolgersi a un tribunale texano chiedendogli di valutare con un giudizio sommario la costituzionalità del provvedimento del governo Usa che vieta alle agenzie federali e ai suoi contractor di utilizzare la tecnologia cinese per ragioni di cybersicurezza. Una sostanziale estromissione di Huawei dal mercato Usa, cui è seguita poco dopo la decisione di Google di militare al gigante tecnologico (e telefonico) cinese l’accesso alla sua versione di Android. Aldilà del merito giuridico, il tribunale dovrebbe pronunciarsi dopo l’estate, questa diatriba contiene in nuce tutti gli elementi della singolar tenzone che la Cina e gli Usa stanno combattendo che ha in palio nientemeno che la supremazia nell’Hi tech. O quantomeno una competizione autentica su un settore che finora ha visto le compagnie americane primeggiare senza autentici concorrenti. L’Europa, infatti, brilla per la sua assenza nel settore più strategico della contemporaneità.

Molti, che guardano ai cinesi come sostanziali produttori di paccottiglia, si stupiranno nello scoprire quanto sia cambiata l’economia cinese negli ultimi dieci anni. Basta un semplice grafico per osservarla.

Questo è l’esito dell’ennesima lunga marcia che la Cina ha compiuto per trasformare la sua economia da “fabbrica del mondo”, come la definisce Ispi in un suo recente rapporto dedicato alla sfida tecnologica fra Usa e Cina, a potenza hi tech, in predicato di primeggiare su tecnologia strategiche come il 5G e l’intelligenza artificiale.

Come è stato possibile tutto questo? Vale la pena saperlo perché ci ricorda un principio molto semplice ma spesso trascurato nel nostro dibattito pubblico: si va lontano se si sa dove si vuole arrivare. Al contrario, non va da nessuna parte – e noi italiani lo sappiamo fin troppo bene – chi non ha alcuna visione del proprio futuro.

I cinesi, al contrario, una visione ce l’hanno, e da tempo. Già nel 1978 le autorità discutevano della necessità di realizzare un modello di crescita innovativo e sostenibile. Proprio quell’anno fu convocata la prima National Science Conference dove Deng Xiaoping esortò i cinesi a ricordare che scienza e tecnologia erano forze produttive strategiche e la chiave per la “quarta modernizzazione” della Cina. Fu in quel periodo che si implementò lo sfruttamento delle “terre rare”, oggi divenute altamente strategiche nell’Hi tech, e delle quali la Cina è grande produttrice.

Da allora moltissima acqua (e soprattutto investimenti) è passata sotto i ponti. Dal 2000 la Cina si è segnalata per la notevolissima crescita, non solo economica ma anche degli investimenti in R&D. Aumentano ogni anno il numero di cinesi che concludono PhD in materie scientifiche e con loro crescono le pubblicazioni al ritmo del 20% l’anno. Tutto ciò non poteva che far salire la Cina nelle classifiche dedicate allo sviluppo hi tech. “La Cina – scrive Ispi – oggi è in prima linea in una trasformazione globale della geografia dell’innovazione mondiale e mira a affermarsi come un importante hub sia per la generazione di conoscenza che per la produzione di innovazione”. E tuttavia la Cina non avrebbe ancora sviluppato quella che gli studiosi chiamano una “learning economy”, ossia una economia dell’apprendimento dove tutti gli attori sociali contribuiscono a un progresso che si alimenta con la volontà di imparare. In sostanza, la Cina, secondo questi osservatori, soffre a causa del principio che l’ha resa celebre: la pianificazione centralizzata.

Ma se pure questo può essere uno dei talloni d’achille dell’incredibile sviluppo cinese, rimane il fatto che è la strategia per il futuro prossimo è stata già pianificata nel piano “Made in China 2025“, che di sicuro è parecchio sfidante, non solo per cinesi, ma soprattutto per gli Usa, visto che in quel documento sono indicati una serie di settori nei quali la Cina vuole giocare un ruolo dove finora gli Usa primeggiano. E probabilmente proprio dalla pubblicazione di questo documento, un paio d’anni dopo la Bri, che dobbiamo partire per spiegare l’escalation Usa. Anche perché gli ultimi anni non sono trascorsi invano. La Cina ormai ha praticamente eguagliato l’Ue a 28 per le performance in ricerca e sviluppo e sta sotto gli Usa, ancora primi. La sua spesa annua per R&D, ancora al 2% del pil, è settata al 2,5, quindi più del 2,4% dei paesi Ocse. Soprattutto è in prima linea insieme con Giappone e Corea del Sud nelle diverse tecnologie che incorporano l’Internet delle cose. I tre paesi insieme valgono il 36% delle invenzioni collegate a questo settore di frontiera.

Se guardiamo al capitale umano, anche qui i cinesi hanno fatto progressi notevolissimi. Fra le economie del G20 Shanghai e Hong Kong primeggiano per studenti in matematica e scienze, come mostrano i Pisa test Ocse.

A fronte di questa offerta crescente di studenti in settori strategici, c’è anche un nutrita domanda di queste competenze che favorisce quindi la creazione di un circolo virtuoso. “La Cina – scrive Ispi – ha una visione prevalentemente positiva dell’impatto sociale della scienza e della tecnologia, con oltre l’80% degli intervistati che ha un atteggiamento più positivo vista rispetto alla percentuale in Germania, Francia e Italia”. Ovviamente tutto ciò ha un impatto anche sulle pubblicazioni scientifiche, che in Cina ormai sono fiorenti.

Bastano questi pochi elementi per sostanziare il senso del grande cammino percorso dai cinesi da quel lontano 1978. “Dagli anni ’80 e ’90, – sottolinea Ispi – le importazioni cinesi erano molto più ad alta tecnologia rispetto alle sue esportazioni e in una certa misura questo è ancora vero al giorno d’oggi”. Ma fino a quando? Il caso Huawei mostra che ormai la Cina è un forte esportatore anche di alta tecnologia e rende comprensibile le ragioni del nervosismo Usa. “Gli attuali sviluppi della guerra commerciale – conclude Ispi – mostrano che il vero motivo dietro la guerra commerciale non è solo o principalmente il deficit commerciale bilaterale degli Stati Uniti nei confronti della Cina, ma piuttosto il trasferimento di tecnologia che la Cina ha conquistato attraverso il suo peculiare modello di specializzazione, cioè l’elaborazione di input ad alta tecnologia che sono stati importati e poi esportati”.

Insomma: sono bastati quarant’anni per trasformare un paese agricolo e in via di sviluppo in una potenza emergente dell’hi tech che ha saputo sfruttare le regole della globalizzazione per “rubare” conoscenza ai suoi partner commerciali, Usa in testa, specializzandosi nella produzioni di beni intermedi o nei processi finali di assemblaggio e da lì iniziando una carriera di produttore primario. I concorrenti non piacciono a nessuno. Specie quando minacciano di vincere la sfida.

(2/segue)

Puntata precedente: Quello che c’è da sapere sulla sfida hi tech fra Usa e Cina

 

 

L’ascesa silenziosa della via della seta digitale cinese


Come nei film dove la fine s’intuisce dall’inizio, questa storia si rivela già nell’esordio del luglio 2015, quando la Cina propose la sua “digital silk road” durante un summit con l’Ue a Bruxelles dedicato proprio alla collaborazione digitale fra le due regioni, ossia la testa e la coda dell’Eurasia. Non è ancora chiaro chi sia la testa e la coda, fra Cina ed Europa. Ma se guardiamo soltanto allo sviluppo dell’economia digitale, il sospetto più che fondato è che sarà Pechino a guidare questo processo, visto che, com’è noto, l’Europa è alquanto debole in questo settore.

Questa classifica è stata pubblicata da Mediobanca alcuni mesi fa in uno studio dedicato alle websoft e non c’è ragione di credere che ci siano stati grossi cambiamenti da allora. Non ci sono grandi aziende europee nell’hi tech, a differenza di Usa e Cina, e soprattutto non sembra che l’Europa abbia molto chiaro dove vuole andare. La Cina, al contrario, ha le idee chiarissime. Sin dal 2015, ancora una volta. Quell’anno infatti fu lanciata un’altra “campagna” cinese, il Made in China 2025, con la quale Pechino ha lanciato la sua sfida all’Occidente promettendo di diventare leader (o quantomeno un player riconoscibile) nell’arco di dieci anni in dieci settori strategici della contemporaneità, il primo dei quali – e non a caso – è quello dell’ICT, che vuol dire non  solo sviluppare l’industria dei semiconduttori, ma anche le tecnologie hi tech sottintese allo sviluppo delle reti digitali, dal 5G fino all’infrastruttura dei cavi sottomarini. Tutti fronti di potenziale tensione con la potenza egemone in carica che spiegano assai meglio del deficit commerciale la ragione della guerra dei dazi scoppiata da Usa e Cina.

Il MIC 2025, come lo chiamano gli esperti, e la digital silk road, a ben vedere sono facce dello stesso poliedro che ormai rappresenta la politica cinese, il cui dichiarato obiettivo è trasformare il paese in una potenza di rango globale – economica, scientifica e militare – per la metà del XXI secolo. Sembra un tempo infinito, ma solo se si trascura di osservare le molte cose che sono successe dal 2015 fino a oggi. L’attivismo cinese è tanto intenso quanto silenzioso. E già questo dovrebbe consigliarci di prenderlo molto sul serio.

Le cronache di tale attivismo sono numerosissime. L’Action Plan redatto nel 2015 dal governo cinese per la digital silk road prevedeva la costruzione di cavi ottici transfrontalieri e network per la telefonia mobile nonché lo sviluppo dell’ e-commerce fra la Cina e i paesi partner della Belt and Road initiative. Parliamo di paesi come lo Sri Lanka, la Cambogia, l’Afghanistan, il Bangladesh, il Laos e lo Yemen, dove secondo alcune metriche meno del 20% delle famiglie usa Internet. Nell’economia del XXI secolo d’altronde, non ha molto senso investire su porti e ferrovie se poi non posso far girare software in maniera efficiente su una rete veloce e non si può contare su milioni di persone connesse alla rete per poter godere dei beni e dei servizi che si produce o si trasporta. In tal senso, lo sviluppo delle telecomunicazioni può essere la chiave di volta per spalancare gli enormi mercati del Sud-est asiatico, popolati da giovani e “affamati” users. Questo spiega le numerose incursioni delle compagnie cinesi nel business dei cavi sottomarini. La Huawei, ad esempio, prima che il governo australiano la fermasse per timori connessi alla presenza cinese in una infrastruttura strategica, aveva proposto di costruire un cavo sottomarino per collegare le Solomon Island alla rete globale. Ed è sempre la Huawei che ha dato il via a un progetto per un cavo sottomarino in Baja California, proprio sotto il naso degli Usa. L’America Latina, d’altronde sembra essere divenuta un altro punto di interesse dei cinesi. Qualora servisse un esempio, si può ricordare che di recente è stato completato, sempre a cura di Huawey, il cavo sottomarino che collega l’Africa, e in particolare il Camerun, con il Brasile. Seimila chilometri di fibra ottica destinati a far salire notevolmente le comunicazioni fra queste due parti del mondo.

Questi due esempi sono solo la punta dell’iceberg. Nel 2017 la Huawei ha firmato un accordo per costruire la Pakistan East Africa Cable Express, che oltre ad essere un acronimo assai ammiccante (PEACE) si propone di stendere un cavo dal Pakistan al Kenya passando per Djibuti, nota alle cronache per aver accettato qualche tempo fa un’installazione portuale cinese e di recente per aver firmato un accordo per infittire la collaborazione con la Cina nell’ambito dell’ultimo Forum per la cooperazione sino-africana (FOCAC) che si è svolto fra il 3 e il 4 settembre a Pechino. Oltre a ciò la Cina sta investendo parecchio per fare arrivare una connessione di qualità anche nelle zone più remote dell’Asia centrale partecipando anche al consorzio che ha la responsabilità con il cavo terrestre più lungo del mondo, il Trans-Europe Asia (TEA), oltre a partecipare, sempre con la Huawei, al progetto Diverse Route for European and Asian Markets, che ha un altro acronimo suggestivo (DREAM) ed è stato lanciato nel 2013 dalla russa MegaFon.

La collaborazione con la Russia va ben oltre, ovviamente. Di recente le cronache hanno riportato dell’imminente accordo fra i gigante cinese Alibaba con alcuni partner russi, Mail.ru, che controlla i social network più popolari del paese, e il fondo sovrano Russia Direct Investment Fund, per sviluppare piattaforme internet in Russia nell’ambito della visione cinese della digital silk road. Ma soprattutto è già in stadio avanzato la presenza cinese nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale dove Huawey e ZTE sono ormai ben radicate. Parliamo di paesi come Kyrgyzstan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan e Kazakistan, che con la Cina hanno anche profondi legami commerciali e progetti di sviluppo infrastrutturali assai significativi. L’avvento imminente del protocollo 5G, che vede la Cina in prima fila in questa nuova corsa all’oro, ha portato anche all’accordo che nel 2015 Pechino ha siglato con l’Ue per coordinare la ricerca sulle reti del futuro, senza trascurare le tecnologie annesse o concorrenti, come il cloud computing e la rete satellitare. Nekl 2017 Pechino ha annunciato partnership con giganti It del calibro di Cisco, Ibm, Ericsson e Diebold Nixdorf per realizzare data center e servizi fintech nei paesi attraversati dalla Bri. Al tempo stesso ha promosso il network satellitare Beidou che è un potenziale concorrente del GPS (Global positioning system) nei territorio della Bri. Il Pakistan ha iniziato già ad usarlo e sono in orbita quasi una ventina di satelliti.

Tutto ciò ha un’evidente ricaduta commerciale e un portato politico meno evidente ma sostanziale. Sponsorizzare reti, significa favorire il commercio, a cominciare da quello elettronico, che a sua volta vuol dire instaurare relazioni bilaterali come la Cina ha già fatto con Australia, Estonia, Ungheria, Cambogia e Brasile proprio per regolamentare l’e-commerce. A sua volta sviluppare commercio elettronico significa “vendere” sistemi di pagamento e indirettamente finanziamenti, come sta facendo ad esempio Alibaba in molti paesi asiatici (Filippine, Indonesia, eccetera), mentre in Africa, nel febbraio scorso è stato annunciato che le Chinese Union pay card sarebbero state accettate nel mercato africano entro la fine di quest’anno. Dulcis in fundo, Alibaba e Huawei hanno siglato accordi per sviluppare smart cities in Kenya, Malesia e persino in Germania.

E infatti sarà l’Ue la vera cartina tornasole per capire fino a che punto la via digitale cinese della seta diverrà la promessa del 2015. Molti osservatori puntano il dito sui molti rischi che porta con sé l’exploit tecnologico cinese, trattandosi di infrastrutture strategiche e per di più portatrici di informazioni, ossia il petrolio del nostro tempo. Ma al tempo altri sottolineano le enormi opportunità che le reti digitali rappresentano per molti paesi. Come sempre la verità sta nel mezzo. E si capisce molto bene se si guarda a un altro esempio che rappresenta la perfetta sintesi di quanto abbiamo detto finora: lo sviluppo delle comunicazioni digitali nell’Artico, l’ultima frontiera economica e politica del nostro tempo.

Ultima puntata: Sfida digitale fra potenze attorno al Polo Nord

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La sfida cinese sulla cantieristica navale


Avere una marina, mercantile e militare, capace di fare la differenza, potendo peraltro contare su una ragnatela di nodi portuali in espansione, significa innanzitutto avere la capacità di costruire imbarcazioni capaci di competere con le eccellenze europee, giapponesi, coreane e soprattutto statunitensi. Le ambizioni cinesi di diventare una paese che punta sull’innovazione, annunciate sin dal 2016 con l’Innovation Driven Development Strategy decisa dal Comitato centrale cinese e dallo State Council, ha implicazioni dirette ed evidente per il settore navale, la cui ingegneria, oltre che allo sviluppo di sistemi hi tech nella navigazione, è diventata una delle dieci priorità del piano industriale di innovazione denominato dalle autorità “Made in China 2025”. Lo sviluppo tecnologico è la chiave per avere imbarcazioni sempre più moderne, con sistemi di propulsione che usino sempre meno il carbone e questo è possibile sono investendo massicciamente sulla ricerca e sviluppo, come la Cina peraltro fa da anni, col risultato di aver insidiato un altro dei primati degli Stati Uniti.

I frutti delle fatiche marinare cinesi sono già visibili. Nel 2017 il paese è diventato il primo in tre categorie, ossia completamento delle navi, nuovi ordini e volumi di ordini, mentre sta ancora dietro i principali costruttori tradizionali nel settore delle navi ad alta tecnologia, come ad esempio i vascelli che trasportano LNG, ossia gas e metano liquefatti, i vascelli scientifici e quelli militari. Anche nella marina, la Cina si segnala per un’industria a basso valore aggiunto e produzione di medio livello, segnalandosi per lo più per la costruzioni di petroliere, cargo e navi da container. Nel 2013 le produzioni più avanzate pesavano solo il 7% dei profitti della cantieristica navale cinese. Con la conseguenza che la nostra Fincantieri, la tedesca Meyer Werft e la francese STX erano ancora in vantaggio nel settore delle costruzioni navali ad alto valore aggiunto e nelle nicchie come le navi da crociera.

Ma questo vantaggio rischia seriamente di erodersi nello spazio di pochi anni. Il governo cinese infatti di recente ha emesso diverse direttive per riorganizzare drasticamente il settore, che appariva afflitto da sovracapacità produttiva, col risultato che delle numerose aziende che operavano solo 51 sono state ritenute meritevoli di credito bancario e supporto governativo. Tutte quelle, insomma, capaci di garantire la graduale trasformazione della cantieristica cinese in un settore all’avanguardia. Da ciò ne discende che il primato europeo rischia di essere pesantemente insidiato. A giugno scorso erano in costruzione 74 navi di lusso in 19 cantieri navali. Ventisette di questi erano stati ordinati a Fincantieri, in sei cantieri, 19 ai tedeschi e sette ai francesi. Ma i cinesi stanno sullo sfondo e stanno iniziando a penetrare il mercato.

Una mossa molto interessante è quella che ha condotto, nel maggio scorso, Fincantieri a prestare assistenza alla China State Shipbuilding corportaion (CSSC), il più grande conglomerato della cantieristica cinese per realizzare nel distretto Baoshan di Shangai, un parco industriale dedicato alla cantieristica navale. Un accordo che fa seguito a quello che Fincantieri aveva firmato per la costruzione presso il cantiere di Shangai Waigaoqiao Shipbuilding (SWS) di due navi da crociera, e ulteriori quattro in opzione: le prime unità di questo genere mai realizzate in loco per il mercato cinese. Una grande occasione di profitto a breve termine per l’azienda italiana, ma che suscita qualche perplessità agli osservatori per le conseguenze che potrà avere nel medio termine. “Questa mossa – sottolineano gli analisi dell’European council on foreign relations – finirà per aiutare a creare un concorrente cinese e darà il colpo di grazia all’industria europea delle navi da crociera, la cui migliore prospettiva di crescita è proprio nel mercato interno cinese”. I cinesi “comprano” alleati, ne assimilano le conoscenze e quindi diventano competitivi: è una strategia che è stata sempre utilizzata dai paesi emergenti in tutti i tempi.

Quella su Fincantieri è stata una operazione importante, ma non è stata l’unica. Nel 2016 la Genting Hong Kong ha completato l’acquisizione di tre cantieri navali della tedesca Nordic Yards Wismar, che consentirà ai cinesi di aumentare la propria expertise nella costruzione di navi da crociera. Al tempo stesso la compagnia svizzero-svedese ABB sta aiutando la Cina a entrare nel mercato europeo delle navi traghetto. Si prevede che nel 2020 sarà consegnata un traghetto con una capacità di 2.800 passeggeri che collegherà il porto finlandese di Turku con Stoccolma. Anche la compagnia Meyer ha espresso la propria preoccupazione per il costante trasferimento di tecnologia cantieristica ai cinesi. Paura (o pretesto) che è ricorsa anche fra gli argomenti addotti dal governo francese quando decise di nazionalizzare la STX, spiegando che temeva il trasferimento di tecnologie ai cinesi per il tramite di Fincantieri. Alla fine il governo francese e quello italiano si sono accordati mettendo sul tavolo un accordo fra Fincantieri e la francese Naval Group per consolidare la cantieristica europea nel settore militare.

E il settore militare apre un altro capitolo della nostra storia. “La Cina ha fatto notevoli progressi, grazie a un produzione navale senza precedenti, per qualità e quantità, che le consente di competere in alcune settori della cantieristica navale militare dove prima dominavano gli europei”, osserva ancora l’Ecfr. La conseguenza è stata che la Cina ha iniziato a esportare corvette e fregate alla Thailandia, il Pakistan e la Malesia, che di solito comprava vascelli di seconda mano dall’Occidente, e anche all’Algeria, che di solito si approvvigionava da costruttori italiani, britannici, tedeschi o russi. Di recente la Cina è riuscita a piazzare due navi da pattugliamento offshore alla Nigeria, un mercato tradizionalmente in mano a britannici, inglesi e tedeschi. Inoltre la Cina trasferisce navi di seconda mano (compresi i sottomarini) in Myanmar e
Bangladesh, e ha venduto sottomarini anche in Pakistan e in Thailandia, a spese di francesi e tedeschi. Costi più bassi e influenza politica hanno certo favorito i cinesi. Ma anche la loro tradizionale pazienza e perseveranza. Adesso i cinesi hanno dimostrato che sanno realizzare pure le portaerei, e la Francia inizia a vederli come competitori nel progetto che prevede la vendita di una portaerei al Brasile.

Questa capacità di penetrazione del mercato della marina cinese è visibile anche nella circostanza che la Cina è diventata una grande venditrice di armi, oltre che una straordinaria acquirente. Mercantili, navi da crociera, fregate e portaerei: la Cina di oggi, e soprattutto di domani, minaccia di estinzione l’industria cantieristica europea e non solo. La Cina marinara è forse la più profonda minaccia alla pace mondiale se lancerà la sfida alla potenza marinara in carica: quella statunitense. Questo copione è stato già recitato agli inizi del XX secolo, quando la potenza emergente era la Germania e quella in carica il Regno Unito e molte delle tensioni fra i due paesi furono alimentate dalla decisione tedesca di investire massicciamente sulla marina militare. La storia non si ripete, certo. Ma si somiglia. E questo confronto potrebbe avere un scenario inedito: i fondali sottomarini dove si nascondono enormi risorse energetiche e minerarie in attesa di essere trovate e sfruttate. E l’attesa sta finendo.

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