La Cina diventa una superpotenza scientifica


Una interessante ricognizione della Fed mostra l’ennesimo fronte lungo il quale si misurano la potenza in carica, ossia gli Usa, e quella emergente quindi la Cina: lo sviluppo della tecnologia generato dall’investimento in innovazione. Quest’ultimo si può per grandi linee misurare tramite due misure: l’investimento in ricerca e sviluppo, che si può misurare in relazione al pil, e il numero dei brevetti (patent application) che in qualche modo dà la misura dello sforzo intellettuale di innovazione. E’ evidente che entrambe questi sforzi interagiscono per il raggiungimento del risultato e ciò ha una evidente ricaduta anche nel sistema dell’istruzione, anche se questo la Fed non lo dice. L’istruzione tecnica può essere favorita rispetto a quella cosiddetta umanistica.

Se andiamo a vedere le metriche collegate a queste due voci, osserviamo alcune caratteristiche che mostrano con quanto serietà la Cina stia percorrendo la sua personalissima strada verso il successo tecnologico. Nel 1996 i cinesi investivano lo 0,56% del pil in ricerca e sviluppo, mentre gli Usa già allora stavano al 2,44%. Nel 2015 la Cina è arrivata al 2,06 mentre gli Usa sono arrivati al 2,79. In sostanza la spesa cinese è cresciuta a un tasso annuale dell’1,5% a fronte dello 0,3% Usa.

Se andiamo a guardare la voce brevetti, il risultato è ancora più stupefacente, tanto da spingere l’economista della Fed a domandarsi se non siano i cinesi i futuri leader dell’innovazione.

Il boom cinese parte da lontano, e va ricordato. Nel 2006 il governo annunciò la National Indigenous Innovation campaign, una iniziativa che prevedeva di trasformare il paese in una potenza tecnologica entro il 2020. Inoltre nel dodicesimo e tredicesimo piano quinquennale (2016-2020) furono fissati obiettivi precisi sia per l’intensità degli investimenti in R&D sia per i brevetti, per raggiungere i quali furono fissati sussidi, in particolare per la registrazione di brevetti. Il miracolo cinese, insomma, si nutre del segreto di pulcinella del successo cinese: una rigida pianificazione centralizzata guidata (anche finanziariamente) dalla mano pubblica. Bisognerebbe valutare nel merito la qualità di questi brevetti per capire se, aldilà delle quantità, ci sia materiale tale da giudicare i cinesi i nuovi campioni dell’innovazione, cosa della quale dubitano alcuni studi, che osservano come prevalgano i brevetti legati all’elettronica, mentre servirebbe anche altro per candidarsi al ruolo di leader. Ma che la corsa sia aperta ormai è chiaro a tutti.

Di recente il tema è stato trattato anche dal pensatoio europeo Bruegel, che utilizzando metriche diverse è arrivato comunque a un risultato simile, misurando la spesa in miliardi di dollari corrente in termini di potere d’acquisto.

La Cina ha già raggiunto l’Ue e punta al cuore del successo del modello americano, ossia la sua capacità di stupire (e dominare) il mondo con la sua innovazione. Come si può osservare, i cinesi spendevano nel 2013 più o meno quanto spendevano gli Usa dieci anni prima. Da allora sono passati altri cinque anni e la Cina ha costantemente aumentato la sua spesa in R&D. E come se non bastasse, c’è anche il capitolo istruzione.

Il 2020 non è poi così lontano.

 

 

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