Etichettato: the walkin debt

Cronicario. C’erano una volta Mister T, Mister J e Mister X


Proverbio del 27 marzo Se vuoi imparare ascolta i bambini

Numero del giorno: 85.000 Casi di contagio in Usa

Ve lo ricordate Mister T, quello cattivissimo? Quello che diceva America First e cazziava a ogni pie’ sospinto i cinesi. Quello che faceva la guerra (commerciale) per fare la pace. Il terribile mister T, insomma.

No, non proprio questo. Quello pettinato. Ecco insomma, il nostro Mister T ha tuittato di aver “appena concluso un’ottima conversazione con il presidente della Cina. Discusso in dettaglio di coronavirus che sta devastando gran parte del nostro pianeta” e verso il quale “la Cina ha molta esperienza e ha sviluppato una forte conoscenza del virus. Stiamo lavorando a stretto contatto insieme”. E soprattutto, dice, “massimo rispetto”.

E l’altro, Mister X? Dice che “Cina e Usa dovrebbero unirsi nella lotta” e che le relazioni fra i due paesi “sono arrivate a una congiuntura importante”.

Se dopo queste dichiarazioni dubitaste ancora del potere del coronacoso, allora non so più come spiegarvi che il cosetto lì è venuto al mondo per diffondere l’armonia e la concordia fra i potenti, che usciranno da questa pandemia del tutto irriconoscibili.

Mister J, per dire, ve lo ricordate? Quello che conviene ammalarsi per diventare immuni. Beh, il virus l’ha sentito ed è corso ad abbracciarlo. E noi nell’augurargli una pronta e felice guarigione, auspichiamo che anche lui ne esca trasformato.

Almeno che cambi parrucchiere.

Buon week end.

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La Cina diventa una superpotenza scientifica


Una interessante ricognizione della Fed mostra l’ennesimo fronte lungo il quale si misurano la potenza in carica, ossia gli Usa, e quella emergente quindi la Cina: lo sviluppo della tecnologia generato dall’investimento in innovazione. Quest’ultimo si può per grandi linee misurare tramite due misure: l’investimento in ricerca e sviluppo, che si può misurare in relazione al pil, e il numero dei brevetti (patent application) che in qualche modo dà la misura dello sforzo intellettuale di innovazione. E’ evidente che entrambe questi sforzi interagiscono per il raggiungimento del risultato e ciò ha una evidente ricaduta anche nel sistema dell’istruzione, anche se questo la Fed non lo dice. L’istruzione tecnica può essere favorita rispetto a quella cosiddetta umanistica.

Se andiamo a vedere le metriche collegate a queste due voci, osserviamo alcune caratteristiche che mostrano con quanto serietà la Cina stia percorrendo la sua personalissima strada verso il successo tecnologico. Nel 1996 i cinesi investivano lo 0,56% del pil in ricerca e sviluppo, mentre gli Usa già allora stavano al 2,44%. Nel 2015 la Cina è arrivata al 2,06 mentre gli Usa sono arrivati al 2,79. In sostanza la spesa cinese è cresciuta a un tasso annuale dell’1,5% a fronte dello 0,3% Usa.

Se andiamo a guardare la voce brevetti, il risultato è ancora più stupefacente, tanto da spingere l’economista della Fed a domandarsi se non siano i cinesi i futuri leader dell’innovazione.

Il boom cinese parte da lontano, e va ricordato. Nel 2006 il governo annunciò la National Indigenous Innovation campaign, una iniziativa che prevedeva di trasformare il paese in una potenza tecnologica entro il 2020. Inoltre nel dodicesimo e tredicesimo piano quinquennale (2016-2020) furono fissati obiettivi precisi sia per l’intensità degli investimenti in R&D sia per i brevetti, per raggiungere i quali furono fissati sussidi, in particolare per la registrazione di brevetti. Il miracolo cinese, insomma, si nutre del segreto di pulcinella del successo cinese: una rigida pianificazione centralizzata guidata (anche finanziariamente) dalla mano pubblica. Bisognerebbe valutare nel merito la qualità di questi brevetti per capire se, aldilà delle quantità, ci sia materiale tale da giudicare i cinesi i nuovi campioni dell’innovazione, cosa della quale dubitano alcuni studi, che osservano come prevalgano i brevetti legati all’elettronica, mentre servirebbe anche altro per candidarsi al ruolo di leader. Ma che la corsa sia aperta ormai è chiaro a tutti.

Di recente il tema è stato trattato anche dal pensatoio europeo Bruegel, che utilizzando metriche diverse è arrivato comunque a un risultato simile, misurando la spesa in miliardi di dollari corrente in termini di potere d’acquisto.

La Cina ha già raggiunto l’Ue e punta al cuore del successo del modello americano, ossia la sua capacità di stupire (e dominare) il mondo con la sua innovazione. Come si può osservare, i cinesi spendevano nel 2013 più o meno quanto spendevano gli Usa dieci anni prima. Da allora sono passati altri cinque anni e la Cina ha costantemente aumentato la sua spesa in R&D. E come se non bastasse, c’è anche il capitolo istruzione.

Il 2020 non è poi così lontano.

 

 

Le ragioni dietro il miglioramento dell’export italiano


Gli ultimi dati di Bankitalia sull’andamento dei nostri conti con l’estero confermano il buon andamento del nostro saldo corrente, che ormai trova alimento anche nei redditi primari, ma soprattutto confermano il ruolo rilevante che il commercio internazionale ha avuto nella ripresa dell’economia italiana. Le merci, che erano diventate fonte di deficit, sono diventate di fatto il nostro salvagente dalla metà del 2012 e gradualmente si sono trasformate in un agile vascello che ci ha condotto fuori dai marosi della crisi. Certo grazie anche a una congiuntura particolarmente favorevole – si pensi ai costi declinanti dell’energia – ma una buona parte del merito ce l’ha anche il nostro settore esportatore, che evidentemente ha saputo affrontare un cambiamento a dir poco epocale.

Trovo conferma di questa ipotesi in un paper diffuso di recente sempre dalla Banca d’Italia (Back on track? A macro-micro narrative of Italian exports) dedicato proprio all’analisi, sia a livello micro che macro, delle esportazioni italiane negli ultimi vent’anni. In estrema sintesi, emerge che la crisi vissuta dall’export italiano già nel periodo precedente la crisi del 2008-9, quando la performance è ulteriormente peggiorata a causa del collasso internazionale degli scambi, è il frutto dell’interazione di tre fattori: l’apprezzamento del cambio reale effettivo, la notevole specializzazione settoriale in ambiti molto più esposti alla concorrenza dei paesi emergenti e l’elevata incidenza di esportatori di piccole dimensioni. Lo studio osserva che a partire dal 2010, probabilmente anche a causa del miglioramento del ciclo economico, inizia un miglioramento strutturale dell’export italiano, che inizia a focalizzarsi su produzioni meno esposte alla concorrenza estera e a maggiore valore aggiunto, e lascia ipotizzare che il processo di selezione innescato dalla crisi abbia “rafforzato in modo strutturale la popolazione degli esportatori italiani, rendendola maggiormente in grado di fronteggiare shock negativi e di tenere il passo con la domanda estera”.

Per arrivare a queste conclusioni sono necessarie lunghe premesse – l’analisi è basata sulle merci e non sui servizi, dove l’Italia è molto cresciuta meno che altri paesi – e una gran mole di dati, l’ultimo dei quali è il più eloquente. Dal 2010 l’export italiano è cresciuto in media di mezzo punto percentuale più velocemente della domanda estera e la quota sul commercio mondiale è rimasta sostanzialmente stabile, dopo un lungo declino. Inoltre “si è ridotto il gap nei confronti della Germania”, ossia del campione di questi venti anni di commercio internazionale. E’ terminato un ciclo negativo che si trascinava da un decennio abbondante e che aveva visto peggiorare drasticamente le nostre esportazioni.

Bankitalia isola tre periodi di osservazione. Il primo fra il 1999 e il 2007, quindi appena prima dell’ingresso dell’euro e alla vigilia della grande crisi. Poi fra il 2007 e il 2010, ossia al culmine della crisi. E infine dal 2010 al 2016, quando inizia la ripresa. In sostanza, quindi si osserva un arco di tempo lungo quasi vent’anni. Questi andamenti sono visualizzabili da questi grafici e da questa tabella.

Gli anni neri dell’export italiano, come abbiamo visto, sono stati determinati da almeno tre fattori che hanno a che vedere con la competitività di prezzo – peggioramento del REER – e di prodotto, con i nostri esportatori molto esposti alla concorrenza dei paesi emergenti, Cina in particolare, che dal 2001 in poi, data di ingresso nel WTO, iniziava a inondare il mercato con le sue merci. Questo grafico ci consente di apprezzare quanto fossimo esposti (e non preparati quindi) a questa concorrenza. Per dirla con le parole degli economisti autori dello studio, “il segmento caratterizzato da un’alta esposizione alla pressioni che arrivavano dalla Cina ha pesato per più della metà nel calo complessivo della quota dell’Italia nel mercato estero fra il 1999 e il 2015” circa “un decimo del peggioramento della performance italiana rispetto a Germania e Spagna”. Il cambiamento valutario e l’apertura dei mercati ai cinesi, insomma, non sono stati un buon viatico per la salute del nostro settore esportatore, popolato fra l’altro da piccole imprese che non avevano la forza per affrontare fenomeni globali di questa portata, dovendo pure fare i conti con la concorrenza “interna” all’eurozona di paesi come la Germania e la Spagna, nei confronti dei quali l’Italia perdeva quote di mercato.

Questo trend, aggravato dal collasso globale post 2008, ha iniziato ad invertirsi a partire dal 2010, anche se i suoi effetti sul Pil sono stati affievoliti dal calo della domanda interna registrato fra il 2012 e il 2013. E ciò malgrado “l’export italiano ha significativamente supportato la crescita del Pil”. Le nostre imprese esportatrici “si sono dimostrate capaci di aggiustamento in accordo con le condizioni esterne più efficacemente di prima e di affrontare la fase recessiva”. Da qui la domanda se tale aggiustamento sia strutturale o semplicemente frutto delle circostanze mutate. La risposta è si e no. “I fattori ciclici e temporanei possono aver giocato un ruolo: a competitività di prezzo è stata favorita dal deprezzamento dell’euro così come anche alcuni aggiustamenti di prezzi relativi nei confronti della Germania e alcuni sviluppi di breve termine della domanda globale in alcuni settori che hanno dato un contributo favorevole alla specializzazione italiana. Ma questi effetti positivi sono stati controbilanciati dalla debolezza della domanda domestica”. Aldilà dei fattori temporanei, è interessante osservare che “la specializzazione del settore esportatore si è spostata verso settori (veicoli e farmaceutica) meno esposti alla pressioni dei competitori cinesi e verso produzioni che sono particolarmente efficaci nell’attivare valore aggiunto domestico (cibo e bevande). Inoltre, il processo di selezione scatenato dalle eccezionali difficoltà incontrate da micro e piccole imprese, sia prima che durante la crisi finanziaria globale, potrebbe avere rafforzato strutturalmente la popolazione degli esportatori italiani, rendendola più resistente a shock negativi e più capace di sfruttare nuove opportunità”. Le crisi, insomma, al netto dei disastri che provocano nascondono anche opportunità, almeno per chi riesce a coglierle.

E tuttavia, alla fine dei conti, considerando l’intero periodo (1999-2016), e avendo come punto di riferimento il commercio di beni valutato a prezzi correnti (alcune questioni metodologiche legate al deflatore degli scambi suggeriscono di preferirli ai prezzi costanti), emerge che il commercio italiano è stato significativamente sotto-performante sia nei confronti della Spagna che della Germania, mentre è andato meglio nel confronto con la Francia, malgrado un peggioramento della competitività di prezzo, migliorata solo verso la Spagna.

Rimane da capire se stiamo ben attrezzati ad affrontare il commercio del futuro, che si annuncia sempre più sbilanciato verso i servizi nei confronti dei quali siamo ancora deboli, a differenza di quanto si è registrato nel settore delle merci. In tal senso, lo studi suggerisce di spostare l’attenzione sul miglioramento della produttività, piuttosto che sul cambio nominale e la competitività di prezzo. Poi c’è la questione della geografia delle nostre esportazioni, che potrebbe continuare ad avere un impatto negativo, anche se diminuito rispetto al passato. Abbiamo la fortuna, poi di non aver profondi rapporti commerciali con l’UK – a differenza ad esempio della Germania – e quindi la vicenda Brexit almeno su questo versante non dovrebbe riservarci brutte sorprese. Mentre sul versante dei prodotti, risultiamo ancora abbastanza esposti alle pressioni competitive che arrivano dalla Cina e gli altri paesi che usano pagare poco i lavoratori. Non dovrebbe esserci un altro “shock cinese”, ma comunque sia i produttori italiani “molto probabilmente continueranno a soffrire più di quelli di altri paesi europei”. Fanno eccezione quelli specializzati in settori ad alta tecnologia. Complessivamente, insomma, non c’è da trastullarsi troppo.