La lunga marcia dell’Hi tech cinese


Alcuni giorni fa Huawei, racconta il Wall street Journal, ha deciso di rivolgersi a un tribunale texano chiedendogli di valutare con un giudizio sommario la costituzionalità del provvedimento del governo Usa che vieta alle agenzie federali e ai suoi contractor di utilizzare la tecnologia cinese per ragioni di cybersicurezza. Una sostanziale estromissione di Huawei dal mercato Usa, cui è seguita poco dopo la decisione di Google di militare al gigante tecnologico (e telefonico) cinese l’accesso alla sua versione di Android. Aldilà del merito giuridico, il tribunale dovrebbe pronunciarsi dopo l’estate, questa diatriba contiene in nuce tutti gli elementi della singolar tenzone che la Cina e gli Usa stanno combattendo che ha in palio nientemeno che la supremazia nell’Hi tech. O quantomeno una competizione autentica su un settore che finora ha visto le compagnie americane primeggiare senza autentici concorrenti. L’Europa, infatti, brilla per la sua assenza nel settore più strategico della contemporaneità.

Molti, che guardano ai cinesi come sostanziali produttori di paccottiglia, si stupiranno nello scoprire quanto sia cambiata l’economia cinese negli ultimi dieci anni. Basta un semplice grafico per osservarla.

Questo è l’esito dell’ennesima lunga marcia che la Cina ha compiuto per trasformare la sua economia da “fabbrica del mondo”, come la definisce Ispi in un suo recente rapporto dedicato alla sfida tecnologica fra Usa e Cina, a potenza hi tech, in predicato di primeggiare su tecnologia strategiche come il 5G e l’intelligenza artificiale.

Come è stato possibile tutto questo? Vale la pena saperlo perché ci ricorda un principio molto semplice ma spesso trascurato nel nostro dibattito pubblico: si va lontano se si sa dove si vuole arrivare. Al contrario, non va da nessuna parte – e noi italiani lo sappiamo fin troppo bene – chi non ha alcuna visione del proprio futuro.

I cinesi, al contrario, una visione ce l’hanno, e da tempo. Già nel 1978 le autorità discutevano della necessità di realizzare un modello di crescita innovativo e sostenibile. Proprio quell’anno fu convocata la prima National Science Conference dove Deng Xiaoping esortò i cinesi a ricordare che scienza e tecnologia erano forze produttive strategiche e la chiave per la “quarta modernizzazione” della Cina. Fu in quel periodo che si implementò lo sfruttamento delle “terre rare”, oggi divenute altamente strategiche nell’Hi tech, e delle quali la Cina è grande produttrice.

Da allora moltissima acqua (e soprattutto investimenti) è passata sotto i ponti. Dal 2000 la Cina si è segnalata per la notevolissima crescita, non solo economica ma anche degli investimenti in R&D. Aumentano ogni anno il numero di cinesi che concludono PhD in materie scientifiche e con loro crescono le pubblicazioni al ritmo del 20% l’anno. Tutto ciò non poteva che far salire la Cina nelle classifiche dedicate allo sviluppo hi tech. “La Cina – scrive Ispi – oggi è in prima linea in una trasformazione globale della geografia dell’innovazione mondiale e mira a affermarsi come un importante hub sia per la generazione di conoscenza che per la produzione di innovazione”. E tuttavia la Cina non avrebbe ancora sviluppato quella che gli studiosi chiamano una “learning economy”, ossia una economia dell’apprendimento dove tutti gli attori sociali contribuiscono a un progresso che si alimenta con la volontà di imparare. In sostanza, la Cina, secondo questi osservatori, soffre a causa del principio che l’ha resa celebre: la pianificazione centralizzata.

Ma se pure questo può essere uno dei talloni d’achille dell’incredibile sviluppo cinese, rimane il fatto che è la strategia per il futuro prossimo è stata già pianificata nel piano “Made in China 2025“, che di sicuro è parecchio sfidante, non solo per cinesi, ma soprattutto per gli Usa, visto che in quel documento sono indicati una serie di settori nei quali la Cina vuole giocare un ruolo dove finora gli Usa primeggiano. E probabilmente proprio dalla pubblicazione di questo documento, un paio d’anni dopo la Bri, che dobbiamo partire per spiegare l’escalation Usa. Anche perché gli ultimi anni non sono trascorsi invano. La Cina ormai ha praticamente eguagliato l’Ue a 28 per le performance in ricerca e sviluppo e sta sotto gli Usa, ancora primi. La sua spesa annua per R&D, ancora al 2% del pil, è settata al 2,5, quindi più del 2,4% dei paesi Ocse. Soprattutto è in prima linea insieme con Giappone e Corea del Sud nelle diverse tecnologie che incorporano l’Internet delle cose. I tre paesi insieme valgono il 36% delle invenzioni collegate a questo settore di frontiera.

Se guardiamo al capitale umano, anche qui i cinesi hanno fatto progressi notevolissimi. Fra le economie del G20 Shanghai e Hong Kong primeggiano per studenti in matematica e scienze, come mostrano i Pisa test Ocse.

A fronte di questa offerta crescente di studenti in settori strategici, c’è anche un nutrita domanda di queste competenze che favorisce quindi la creazione di un circolo virtuoso. “La Cina – scrive Ispi – ha una visione prevalentemente positiva dell’impatto sociale della scienza e della tecnologia, con oltre l’80% degli intervistati che ha un atteggiamento più positivo vista rispetto alla percentuale in Germania, Francia e Italia”. Ovviamente tutto ciò ha un impatto anche sulle pubblicazioni scientifiche, che in Cina ormai sono fiorenti.

Bastano questi pochi elementi per sostanziare il senso del grande cammino percorso dai cinesi da quel lontano 1978. “Dagli anni ’80 e ’90, – sottolinea Ispi – le importazioni cinesi erano molto più ad alta tecnologia rispetto alle sue esportazioni e in una certa misura questo è ancora vero al giorno d’oggi”. Ma fino a quando? Il caso Huawei mostra che ormai la Cina è un forte esportatore anche di alta tecnologia e rende comprensibile le ragioni del nervosismo Usa. “Gli attuali sviluppi della guerra commerciale – conclude Ispi – mostrano che il vero motivo dietro la guerra commerciale non è solo o principalmente il deficit commerciale bilaterale degli Stati Uniti nei confronti della Cina, ma piuttosto il trasferimento di tecnologia che la Cina ha conquistato attraverso il suo peculiare modello di specializzazione, cioè l’elaborazione di input ad alta tecnologia che sono stati importati e poi esportati”.

Insomma: sono bastati quarant’anni per trasformare un paese agricolo e in via di sviluppo in una potenza emergente dell’hi tech che ha saputo sfruttare le regole della globalizzazione per “rubare” conoscenza ai suoi partner commerciali, Usa in testa, specializzandosi nella produzioni di beni intermedi o nei processi finali di assemblaggio e da lì iniziando una carriera di produttore primario. I concorrenti non piacciono a nessuno. Specie quando minacciano di vincere la sfida.

(2/segue)

Puntata precedente: Quello che c’è da sapere sulla sfida hi tech fra Usa e Cina

 

 

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