Il cuore (lussemburghese) dell’eurozona


Non può prescindersi dal Lussemburgo per capire cosa sia diventata l’Europa. Questo stato minuscolo, incistato fra Germania, Francia e Belgio sussume in sé caratteristiche tali che non è esagerato definirlo il cuore pulsante dell’Unione europea e, in particolare, dell’eurozona.

Il cuore del Lussemburgo, però, non pompa sangue né buoni sentimenti, ma denaro e pratico raziocinio contabile. Drena e fa circolare trilioni di liquidità lungo tutta l’Unione, ottenendo in cambio il privilegio del reddito pro capite più alto dell’Ocse, un sistema pensionistico e di welfare fra i più generosi a fronte di uno dei debiti pubblici più bassi dell’area, un mercato del lavoro salubre, con la disoccupazione poco sopra il 6%, e un tasso di disuguaglianza sotto la media Ue.

Il miracolo del Lussemburgo, però, è strettamente correlato alla sua vocazione finanziaria, frutto di una lunga e studiatissima evoluzione da paese agricolo a paese industriale e, infine, a paradiso fiscale.

Altro che economia reale.

Il caso del Lussemburgo mostra e dimostra che servire l’economia finanziaria, oggi, rimane l’affare più conveniente, per il singolo come per uno stato. E che il cuore dell’eurozona batte per la finanza e serve pressoché esclusivamente alla finanza.

Quale migliore indicatore dei tempi che stiamo vivendo?

Ci sarebbe da chiedersi quale mistero storico abbia spinto il Granducato, con ampia capacità di preveggenza, a diventare uno dei più attivi promotori del processo di unificazione europea. Quale ragione abbia spinto l’eurocrazia a farne uno dei punti di riferimento, anche geografico, della nascente Unione, che trova nel Lussemburgo la sua Corte di giustizia e il Segretariato generale del Parlamento europeo.

Altrettamento bisognerebbe chiedersi come mai il Lussemburgo sia sempre stato in prima fila nei momenti salienti dell’unificazione, prima col Benelux, fra 1944 e il 1948, poi con la Ceca, nel 1953 e da lì in poi. E sarà pure una coincidenza, ma proprio nel Lussemburgo fu firmato, nel 1986, l’Atto unico europeo che, aggiornando il Trattato di Roma, metterà le basi della futura Unione economica e monetaria, statuendo la nascita del mercato unico di persone, beni, servizi e, soprattutto, capitali.

L’atto unico entrerà in vigore nel 1987 e segnerà l’ennesima rivoluzione per il Granducato. Se oggi il Lussemburgo è il secondo gestore al mondo di fondi, dopo gli Usa, si deve proprio a quell’accordo, che come ha scritto la Commissione europea in uno studio recente sul Granducato (“Luxembourg’s financial centre and its deposits”) fece esplodere l’industria dei fondi. “Con l’entrata in vigore di quell’accordo – scrive la Commissione – i fondi lussemburghesi poterono rivolgersi dai 250 mila residenti domestici a 350 milioni di potenziali clienti europei”. Cosa che puntualmente accadde, grazie alle tasse basse applicate a questi strumenti, alla regolazione flessibile e anche all’asset del multilinguismo.

Il Lussemburgo rivela in nuce una delle eccellenze dell’Unione europea: macinare soldi.

Alla fine del 2013, infatti, i 3.841 fondi domiciliati nel Granducato gestivano asset per 2,4 trilioni di euro. Ecco uno stato a cui l’Unione europea ha fatto solo bene. Per dire: l’occupazione nell’industria dei fondi è aumentata, malgrado il calo delle masse amministrate, anche dopo la crisi del 2008.

Come se non bastasse, sempre nel Lussembugo ha sede una delle più grandi Clearing house europee, ossia la Clearstream, che arriva a muovere fino a 13,8 trilioni di euro contemporaneamente, nelle varie transazioni di settlement.

Il cuore è piccolo, ma pompa gagliardo.

Il Granducato conta circa 500 mila abitanti di cui circa il 45% (dato Ocse 2011) è nato all’estero. Il suo Pil (prezzi correnti fine 2012) era stato nel 2011 di poco superiore ai 42 miliardi di euro. Il settore agricolo pesa lo 0,3% dell’economia, a fronte di una media Ocse del 2,6%. L’industria pesa il 13,4%, a fronte del 27,4% Ocse, e il settore dei servizi ben l’86,8%, a fronte di una media Ocse del 69,5%. Chiara dunque la vocazione del piccolo stato. Il suo conto corrente della bilancia dei pagamenti, sempre a fine 2011, esibiva un surplus del 7,1% del Pil. Meglio della Germania.

Vale la pena sottolineare che il Lussemburgo si posiziona al top dei paesi Ocse per spesa pubblica, che ormai sfiora il 60% del Pil, persino più della Danimarca, a fronte di un deficit fiscale contenuto e un debito ben al di sotto del fatidico 60% del Pil. L’ennesimo miracolo lussemburghese.

A fronte di questi numeri abbiamo un settore di fondi, che amministra le masse che ho già detto. Poi un settore assicurativo, che pesa all’incirca quattro volte il Pil, cresciuto del 9,4% nel 2012 grazie alla forte crescita del business delle assicurazioni sulla vita. E, dulcis in fundo, un enorme settore bancario che gestisce asset per circa 18 volte il Pil.

Nel territori del Granducato, a maggio 2013, erano domiciliate 141 banche, di cui 135 in qualità  di filiali di banche estere e appena 5 lussemburghesi, alcune delle quali giudicate sistemiche. La prima è una banca statale, la Banque et caisse d’Epargne de l’Etat; la seconda è l’ex controllata lussemburghese di Dexia, Banque Internazionale à Luxembourg (BIL); la terza è la locale cooperativa della Raiffesein. La quarta banca sistemica è la francese BGL BNP Paribas, creata dal merge di Fortis con Bnp Paribas, e poi l’olandese ING.

La crisi del 2008 spinse il Lussemburgo a partecipare alla ricapitalizzazione di Ing, Fortis e Dexia, insieme con Francia, Belgio e Olanda, confermandosi il vecchio Benelux (e la Francia) importante sodalizio all’interno dell’Ue.

Alla fine del 2012 le 141 banche domiciliate avevano in bilancio asset per 734 miliardi, pari a oltre 18 volte il Pil. Un caso unico in Europa. Per dire: Cipro, Malta e Irlanda stavano a sette volte il Pil, a fine 2011, e la spericolata Islanda, prima del crack del 2008, quotava asset per nove volte il Pil. Caso unico anche perché il Lussemburgo si distingue anche per la quota più bassa di asset che fanno riferimenti alle banche residenti, quindi Lussemburghesi, che pesano appena il 150% del Pil.

Insomma: il Lussemburgo è la cassaforte degli europei ricchi.

Non a caso. Le banche risultano in salute, con coefficienti patrimoniali robusti (core tier 1 al 15,3%) e una quota di sofferenze (NPL) pari e meno dello 0,5% dei prestiti. Sono già pronte per la rivoluzione di Basilea III e solo poche banche usano strumenti ibridi, con un Return on equity (RoE) arrivato al 7,5% nel dicembre 2012. Chiaro che la crisi bancaria che sconvolge l’eurozona qui neanche si avverta.

Come mai? La Commissione Ue spiega che “la maggior parte delle banche straniere hanno legami trascurabili con l’economia residente. Si impegnano solo in amministrazione di fondi, private banking, o agiscono come veicoli per i prestiti all’estero”.

Ecco qui il segreto: fanno girare i soldi degli altri.

Ma ce n’è anche un altro. “I privati – spiega la Commissione – preferiscono tenere i loro beni dichiarati nel Granducato, attratti da un quadro giuridico che permette la creazione di veicoli su misura per la gestione patrimoniale”. Quanto alle banche, nel tempo hanno trovato una sempre maggiore convenienza ad allocare le proprie attività interbancarie nel Lussemburgo grazie alla disciplina fiscale del Granducato e alla gentile “distrazione” dei supervisori, assai meno occhiuti di quelli dei paesi vicini.

Le prime a scoprire la bellezza del Granducato furono le banche tedesche, che sbarcarono in forze nel Granducato nel 1960, quando la Bundesbank impose requisiti di riserva per i prestiti denominati in valuta estera, cosa che al supervisore lussemburghese non passava neanche per la testa. Poi arrivarono le banche scandinave, nel 1970, quando arrivò in quei paesi il divieto di fare prestiti al mercato interno in valuta straniera. Piano piano si sparse la voce e arrivarono anche le altre banche. E poiché le consuetudini di ospitalità persistono, il Lussemburgo è riuscito a superare anche l’ostacolo della creazione dell’euro. Anzi: se n’è avvantaggiato.

Oggidì le banche del Granducato ospitano depositi per 260 miliardi di euro, a fronte di una garanzia statale assai minore, pari a circa due terzi del Pil. Il sistema di protezione dei depositi Lussemburghese, peraltro, è abbastanza stitico. Vuoi perché la gran parte dei conti correnti superano la soglia dei 100 mila euro, vuoi perché non garantisce tutte le filiali (solo le sussidiarie), vuoi perché copre solo fino a 20 mila euro di transazioni su investimenti e perché non copre i crediti derivanti da assicurazioni (ben 116 miliardi investiti solo sul ramo vita). Insomma, chi mette i propri patrimoni in Lussemburgo, deve mettere in conto anche il rischio di non vederli più, qualora succedesse un patatrac. Ma tale possibilità sembra remota.

Anche se poi una volta le autorità dovettero attivare il sistema di garanzia. Ossia quando fallirono tre banche islandesi con sussidiarie in Lussemburgo. Furono rimborsati 25.000 mila clienti per un totale di 310 milioni di euro. Per trovare i soldi, il ricco Lussemburgo si fece prestare 160 milioni dal vicino Belgio. Il governo girò i soldi alle banche accettando come garanzia le obbligazione di un veicolo speciale costruito all’uopo. Il solito gioco delle tre carte.

Passata la paura, il Lussemburgo è tornate a fare quello che sa fare meglio: fa girare i soldi.

Il piccolo cuore dell’Europa è tornato a pompare denaro, anche se la circolazione non va più bene come una volta. La commissione calcola che recentemente i depositi presso la Bce delle banche lussemburghesi hanno superato i prestiti dalla Bce di sette volte. Segno che la lezione del 2008 non è passata invano e la fiducia ancora scarseggia.

D’altronde lo insegna anche la fisiologia. Quando prevale lo stress il cuore, pure a rischio di un ictus, spinge sempre più sangue verso il cervello.

La Bce, appunto.

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