Bankitalia, la Bce e la freccia di Apollo

Bentrovati. Riprendo il blog dopo le vacanze natalizie e mi accorgo che l’ultimo atto della tragedia ridicola recitata per l’aumento di capitale di Bankitalia, dopo l’approvazione in Senato del decreto Imu-Bankitalia, si consumerà la settimana prossima, quando il decreto arriverà alla Camera per l’approvazione finale, che si presume scontata.

Prima di entrare nel dettaglio, estremamente istruttivo, vale la pena spendere una considerazione. L’operazione Bankitalia è nata, cresciuta, architettata e decisa nello spazio sì e no di un paio di mesi. La prima volta che ne ho avuto sentore era sul finire di ottobre, quando maturava in un assordante silenzio mediatico. Poco più di un mese dopo si arrivava al decreto, plaudito dalla grande stampa e sostanzialmente ignorato dall’opinione pubblica.

Governo e Parlamento hanno fatto prestissimo, caso più unico che raro, malgrado un parere della Bce, emanato lo scorso 27 dicembre, che la stampa nazionale distratta dal panettone, ha oscurato, che conteneva dure critiche all’esecutivo e sostanziali paletti all’operazione. Una sincronia di intenti e di volontà che raramente ho osservato in Italia. Prova evidente che quando una cosa interessa a quelli che contano persino lo Stato italiano riscopre di essere sovrano e se ne infischia dell’Europa.

Dobbiamo ricordarcelo, quando sentiamo dire che l’Italia è a sovranità limitata.

In attesa di leggere la versione finale del decreto, possiamo innanzitutto osservare alcuni punti che sembrano ormai acquisiti. 

Le attuali banche azioniste della banca centrale pagheranno solo il 12% sul capital gain ottenuto grazie alla rivalutazione del capitale, peraltro pagata con le riserve della stessa Bankitalia. Il 12% è quasi la metà del 20% previsto dalla legge sui capital gain e meno persino del 16% di cui si era parlato in sede di Legge di Stabilità.

In pratica, su un capitale di 7,5 miliardi significa un incasso fiscale di 900 milioni di euro per lo Stato, una tantum, a fronte di dividendi annui per gli azionisti fino a 450 milioni l’anno, il 6% di 7,5 miliardi. Dividendi che, ovviamente, andranno in sottrazione alla quota di utile che Bankitalia gira allo stato.

Quindi basteranno due anni agli azionisti per recuperare quanto versato allo Stato. E guarda il caso, il decreto prevede che i diritti degli azionisti sui dividendi eccedenti il 3% non possano essere riscossi per un periodo superiore a due anni. Dopodiché tali dividendi eccedenti il 3% verranno incamerati da Bankitalia. Quindi è facile prevedere che gli attuali azionisti impiegheranno i prossimi due anni a studiare come disfarsi delle quote eccedenti il 3% incassando nel frattempo dividendi sufficienti a recuperare quanto versato allo Stato in sede di rivalutazione e incamerando poi, una volta cedute le quote, il loro valore rivalutato.

E poi dicono che i banchieri italiani sono fessi. Certo aiuta, avere uno Stato così generoso.

Vale la pena ricordare che prima i dividendi concessi agli azionisti arrivavano al massimo a 15.600 euro, ossia il 10% del capitale di 156.000.

Divertente, su questo tema, leggere cosa ha detto il governatore Visco in audizione al Senato il 12 dicembre scorso. “Rispetto alla situazione attuale, si passa da un dividendo ridotto, ma crescente indefinitamente negli anni futuri, a uno oggi più elevato ma soggetto a un tetto fisso nel tempo, mantenendo l’equivalenza tra il valore attuale dei due flussi di pagamenti”. Il “crescente indefinitamente” si riferisce al fatto che il vecchio statuto (art. 39) concedeva al Consiglio superiore di staccare un dividendo per gli azionisti “per un importo fino al 6% del capitale”. In aggiunta a questa cifra “può essere distribuito ai partecipanti, ad integrazione del dividendo, un ulteriore importo non eccedente il 4% del capitale”. Quindi si poteva arrivare al 10%. Ma su 156.000 euro, non su 7,5 miliardi.

Chissà se Visco ha studiato dai gesuiti.

Peraltro il decreto, fissando un limite del 3% al possesso delle quote e congelando i diritti di voto sull’eccedenza (ma non il diritto al dividendo per due anni) dà a Bankitalia la possibilità di riacquistare temporaneamente le quote post-rivalutazione. In quel caso i dividendi li incasserà la Banca centrale, ma solo dopo aver pagato alcuni miliardi agli attuali azionisti.

Basta questo per capire quale sia la logica sottesa all’operazione.

Ma purtroppo non finisce qui. Il silenzio tombale post natalizio calato sul parere della Bce cela inusitati scenari che si collegano alla questione bancaria nazionale, che verrà “stressata” dall’applicazione dell’asset quality review della Banca centrale europea. Le parole scritte in quel parere somigliano alla classica freccia di Apollo, il dio arciere, sapiente ma terribile, portatrice di devastazioni e pestilenze, che colpisce molto dopo esser stata scoccata.

Perciò vale la pena leggerlo per bene.

Dopo aver elencato le fonti giuridiche (Trattato UE e regolamento interno Bce) e analizzato per sommicapi il contenuto del decreto, la Bce ricorda di aver ricevuto la proposta di decreto legge il 22 novembre, proprio nei giorni che il governo lo approvava. Ciò basta a Francoforte per dedurne che, di fatto, il governo italiano ha violato i trattati, che obbligano a trasmettere per tempo le proposte di legge alla Banca centrale europea e, in virtù di un regolamento, di sospendere le decisioni fino a quando la Bce non si sia pronunciata. “Poiché la Bce ha ricevuto la richiesta di consultazione il 22 novembre e il decreto legge è stato approvato il 27 novembre, ciò equivale a un caso di non consultazione” per la quale la Banca “desidera richiamare l’attenzione del ministero”.

La “disattenzione”, che è insieme diplomatica e sostanziale, provenendo per di più da un ex banchiere centrale come Saccomanni, state pur certi che non verrà dimenticata dagli apollinei banchieri di Francoforte.

Ma il peggio viene dopo.

Oltre a sindacare sulla qualità della valutazione del capitale, ritenendo che “una valutazione così a lungo termine, in cui sono formulate supposizioni in merito ai futuri dividendi implica l’utilizzo di dati congetturali” è sui profili di vigilanza bancaria, che da fine ottobre 2014 sarà centralizzata dalla stessa Bce, che si innesta il cuore della questione.

Una delle ragioni che più di tutto ha motivato la fretta delle lobby politico-bancarie nostrane nell’adempiere al provvedimento, aveva a che fare col desiderio di rafforzare i patrimoni delle nostre banche sistemiche, quindi Intesa e Unicredit, casualmente primo e secondo azionista di Bankitalia rispettivamente col 42,4 e il 22.1% del capitale, in vista dell’avvio dell’asset quality review e degli stress test. Entrambe, come un po’ tutte le banche italiane, sono molto esposte sul debito sovrano italiano, e il timore è che questi bond finiscano nel mirino dei “vigilanti” europei, come vorrebbero i falchi tedeschi della Bundesbank.

A proposito: giovedì scorso il presidente della Bce Draghi ha affermato che “i bond sovrani saranno trattati come previsto dal Comitato di Basilea, che li stabilisce privi di rischi”, aggiungendo però che “i bond sovrani come tutti gli asset detenuti dalle banche saranno soggetti a stress test”. Che è un po’ come dire una cosa e il suo contrario.

Sappiamo già, infatti, che il Comitato di Basilea giudica privi di rischio solo i bond con rating da AAA a AA-, quindi non i nostri, e che è stata una decisione delle autorità politiche europee quelle di considerare privi di rischio tutti i bond denominati in moneta sovrana, quindi nel caso nostro in euro, anche se italiani. La decisione di sottoporli a stress test, perciò, è politica, nel senso dei governatori dell’eurozona, non dei politici dell’eurozona.

Un altro capolavoro di gesuitismo. Ma dell’ottimo Draghi sappiamo già che ha studiato dai gesuiti.

Torniamo a Bankitalia. Il decreto legge del governo fra le tante cose prevedeva che le quote azionarie transitassero agli attivi di bilancio detenuti per la negoziazione (classicate come HtF nei principi contabili internazionali). Uno di quei codicilli che non dicono nulla ai non addetti ai lavori, ma denso di conseguenze. I beni informati, infatti dicono che le banche azioniste hanno inquadrato in grande parte le quote di Bankitalia negli attivi del bilancio detenuti per la vendita (comparto AfS). Quindi tecnicamente il decreto prevedeva una riclassificazione di questi attivi.

Ciò in quanto gli attivi del comparto AfS, per precisa decisione della Banca d’Italia, sono esclusi per fini prudenziale dal capitale di vigilanza, che poi sarà quello sul quale verrà esercitata l’asset quality review della Bce. Perciò, per rendere più robuste le banche italiane era necessario che tali attivi (le quote rivalutate) passassero fra gli attivi del comparto HtF che invece contribuisce a comporre tale capitale. Questa la vera ratio della norma, spacciata sui giornali come l’intenzione di creare una public company, quindi titoli negoziabili, quando in realtà si voleva sono renderli negoziabili per questioni di vigilanza.

Lo so che tutta questa roba è noiosa e vagamente incomprensibile. Però la tecnica è il miglior mascheramento dell’espediente, quindi scusatemi se continuo, ma credo sia utile avere consapevolezza di queste cose.

Sempre nell’audizione del 12 dicembre scorso Visco spiegava così la questione: “Se la partecipazione (in Bankitalia, ndr) sarà classificata, come un nuovo strumento finanziario, tra le attività valutate al fair value con impatto in conto economico (ad esempio, attività detenute con finalità di negoziazione), le plusvalenze conseguite e non realizzate potranno essere incluse al 100% nel common equity tier 1 (c.d. CET1 sul quale si esercita la vigilanza, ndr). Qualora invece la partecipazione fosse classificata nel portafoglio “attività finanziarie disponibili per la vendita”, tale inclusione sarebbe soggetta alle disposizioni del regime transitorio (che termina alla fine del 2017). In particolare, per l’esercizio 2014 le plusvalenze conseguite e non realizzate sarebbero interamente escluse dal CET1″.

Quindi, poiché le banche italiane hanno iscritto in massima parte le quote di Bankitalia fra gli attivi non negoziabili (AfS), rischia di venir meno una delle ragioni che le avevano indotte a far pressione per arrivare alla rivalutazione: rafforzare il proprio capitale di vigilanza. Perciò il decreto del governo prevedeva il passaggio di tale attivi fra quelli negoziabili.

Ma la cosa non deve essere piaciuta granché alla Bce. “A tal riguardo – scrive Francoforte – è importante che la ricapitalizzazione risulti sempre pienamente conforme al quadro prudenziale e al sistema contabile dell’Unione e, in particolare, che le regole sulla riclassificazione degli strumenti finanziari di cui agli IAS e IFRS non siano violate. Inoltre dovrebbe essere assicurata una coerente applicazione dei principi guida dettati dagli IFRS in materia di valore equo (cd fair value)”.

Cosa significa quest’astruseria? La Bce si limita a scrivere una piccola nota a margine (“Vedi in particolare lo Ias 39, paragrafo 50). E siccome il diavolo si annida nei dettagli, ho fatto un corso accelerato di Ias per capirci qualcosa.

Ne ho dedotto che gli attivi possono transitare dal comparto AsF al comparto HfT, ma in questo caso si applica una regola di penalizzazione (cd Tainting rule) che obbliga a mantenere l’iscrizione dell’attivo per altri due anni fra gli attivi AfS e impone la valutazione a fair value dell’intero attivo.

In sostanza, per altri due anni le banche dovranno tenersi in pancia questi titoli in un comparto che non fa patrimonio di vigilanza, valutandolo al fair value, che è sempre più basso del costo storico, almeno per tutto il 2014. Con l’aggravante che comunque i bilanci sui quali si eserciterà l’asset quality review saranno quelli chiusi nel 2013.

Tanto rumore per nulla, insomma. E’ questo il senso di una tragedia ridicola.

Ecco la freccia di Apollo scoccata dalla Bce.

C’è però la possibilità che “le autorità”, per dirla con le parole di Visco, dall’esercizio 2015 in poi diano la “possibilità di includere le plusvalenze conseguite e non realizzate nel CET1”. Il che sarebbe un toccasana per le banche italiane, specie qualora dovesse risultare qualche manchevolezza patrimoniale dagli stress test, per “coprirsi” almeno dal 2015 in poi.

Ma ciò comporterebbe, a norma di legge, l’obbligo di includere,”a partire da quella data anche il 100% delle minusvalenze conseguite e non realizzate”. Insomma, ciò che si vuol fare entrare dalla finestra (un po’ di denaro contabile fresco), rischia di uscire dalla porta.

Peraltro nel 2015 la supervisione delle Bce sarà operativa e chissà quanto impegnata.

Per allora la freccia di Apollo avrà diffuso la sua pestilenza.

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