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La resistibile ascesa della Costantinopoli cinese


Lembo estremo del nascente impero, Hong Kong è la punta orientale dell’internazionale finanziaria che regola le nostre vite con soddisfazione sua, che ormai gareggia con i grandi per pil pro capite, e nostra, che all’ombra del dispotismo cinese celebriamo i nostri carissimi diritti, incuranti della circostanza d’esser finiti nella morsa di una gigantesca tenaglia globale, all’interno della quale la piccola Europa rischia lo stritolamento.

E ciò malgrado leggiamo ammirati, sfogliando l’ultimo report del Fmi su Hong Kong, che il sistema finanziario di questa sorta di Costantinopoli cinese “è uno dei più grandi e più sviluppati del mondo”, con un sistema bancario “altamente capitalizzato, profittevole e liquido” che gestisce asset per due trilioni di dollari che equivalgono al 705% del suo Pil, di fronte al quale il 500% svizzero sembra moderato.

Stato-città ricca, perciò, come nella storia lo sono sempre stati i regni d’Oriente, e degna antagonista (ma solo in apparenza) della città-stato di New York, da cui la vicenda imperiale s’origina e si dipana, avvolgente e dondolante come una ragnatela, in tutto il mondo.

Giova perciò conoscere meglio Hong Kong, vera Mecca per i cacciatori di rendimenti, con un mercato azionario che ormai capitalizza il 1000% del Pil e un mercato assicurativo che ormai è il secondo dell’Asia, dopo il Giappone.

Come ha fatto una piccola ex colonia britannica a compiere questo miracolo?

Come fanno tutti: affrontando rischi crescenti. Perché la legge fondamentale della finanza, che vuole l’opportunità della ricchezza procedere a braccetto col rischio della miseria, non fa certo eccezione navigando verso Oriente. Anzi, semmai si estremizza.

“Il settore tuttavia – avverte il Fmi – deve affrontare grandi rischi”.

Rischi che ormai conosciamo bene. “L’uscita anticipata dalle politiche non convenzionali negli Stati Uniti può aumentare il rischio di volatilità dei capitali e ridurre la liquidità globale del sistema. Una correzione dei prezzi degli immobili, che si trovano al loro livello storicamente più elevato, pone rischi per i debitori e le banche. E l’integrazione con la Cina, che pure offre diverse opportunità di espansione, genera numerosi rischi di contagio, specialmente se si dovesse sperimentare uno scossone finanziario o un rallentamento economico”.

Hong Kong, insomma, è come un’automobile sportiva: piccola e veloce, ma difficile da guidare, qualora i curvoni dell’economia dovessero diventare troppo parabolici.

Ciò spiega bene perché la piccola ex colonia britannica  sia una sorvegliata speciale. Dal Fmi, ma anche dalle sue stesse autorità. Gli stress test condotti dal regolatore hanno concluso che il sistema bancario potrebbe assorbire gravi perdite, ma al tempo stesso ha evidenziato come poche piccole banche potrebbero scoprirsi vulnerabili in caso di crisi grave. Senza contare la circostanza che a Hong Kong giocano un ruolo molto importante numerose global systemically important institutions (G-SIFIs), ossia le famose entità finanziarie troppo grandi per fallire.

Altresì le autorità sono molto preoccupate per il raddoppio del prezzo degli immobili, tanto è vero che L’Hong Kong monetary authority (HKMA) ha introdotto limiti più stringenti sugli indici del loan-to-value (LTV) e sui debt-servicing ratios (DSR). Come al solito si chiude la stalla quando i buoi sono già andati a pascolare.

Nel dettaglio, può essere utile sapere che a Hong Kong operano 201 istituzioni finanziarie, 156 delle quali sono banche. Di queste 135 sono filiali di banche estere, 14 sono sussidiarie e solo 7 sono banche locali. Sul territorio operano 29 G-SIBs, ossia banche troppo grandi per fallire e gli asset delle quattro banche più grandi pesano circa la metà degli asset globali del sistema bancario.

Questo piccolo colosso bancario convive con un mercato borsistico che è fra i più grossi del mondo, con i suoi 2,7 trilioni di capitalizzazione (dato di giugno 2013) e le sue 1.567 società quotate, 743 delle quali provengono dalla Mainland cinese, rappresentando circa il 56% della capitalizzazione totale. Altre 722 sono locali e il resto di altri paesi dell’Asia. E poi c’è il mercato assicurativo, che colloca Hong Kong al quarto posto nella classifica mondiale per densità del settore (pesa il 12,9% del Pil) e le sue 155 compagnie in larghissima parte estere.

Hong Kong, insomma, somiglia al nostro piccolo Lussemburgo: uno spicchio di terra dove si sono concentrati i finanzieri di tutto il mondo e che pompa freneticamente denaro.

A fronte di quest’enorme infrastruttura creata e gestita per far girare soldi, c’è un pil reale cresciuto del 2,9% nel 2013, per lo più grazie a consumi e investimenti, con un’inflazione stabile al 4% e un surplus fiscale del 3% del Pil e una disoccupazione intorno al 3%. “Le prospettive di medio termine sono buone – nota il Fmi – date anche le prospettive favorevoli dei principali partner, inclusi la Cina e gli Stai Uniti”. Proprio ad Hong Kong infatti, i due giganti dell’Estremo Occidente e dell’Estremo Oriente, celebrano il loro matrimonio di interesse.

La crescita a dir poco esuberante del credito ne è esempio preclaro. Nel 2013 il credito è cresciuto del 16%, e anche quello in valuta estera è cresciuto a doppia cifra, mentre i crediti denominati nel dollaro di Hong Kong sono cresciuti dell’8%. Molti di questi prestiti vanno all’estero, e segnatamente in Cina, che a Hong Kong ha trovato uno straordinario provider per il suo processo di internazionalizzazione.

Tanto è cresciuto, il credito, che nonostante il notevole incremento dei depositi l’indice del loan-to-deposit (LTD), ossia il rapporto fra prestiti e depositi è arrivato al 72% a giugno 2013. Così come è cresciuto il debito privato delle famiglie, al top della sua storia con il 62% sul reddito. Numeri bassi, per i nostri standard occidentali, ma elevatissimi, per quelli orientali.

La nostra Costantinopoli, insomma, sta imparando tutti i vizi di Roma.

Se guardiamo al settore corporate, vediamo che anche i prestiti alle imprese hanno raggiunto il loro record storico, raggiungendo il 151% del Pil a fine 2013, ben al di sopra di quanto hanno fatto i vicini. Il settore delle costruzioni e del real estate pesa il 25% di questi prestiti e l’indebitamento mediano risulta particolarmente elevato, pure se il credito al mattone ha iniziato a rallentare.

Tutto ciò spiega bene perché il Fmi tema l’irrigidirsi delle condizioni monetarie. Molte banche, infatti, dipendono dai prestiti esteri per il loro funding, e a sua volta l’immobiliare. Quindi “una correzione disordinata può condurre a un distruttivo outflows di capitali e a pressioni sulla liquidità”.

Pesa inoltre la crescente integrazione di Hong Kong con la Mainland cinese, che è insieme finanziaria e commerciale. Quindi i problemi cinesi, siano essi finanziari o di rallentamento economico, ci mettono un istante a trasferirsi ad Hong Kong. Infine, c’è sempre il rischio mattone, che è diventato troppo rilevante per non essere affrontato. L’indice dei valori immobiliari, che valeva 100 nel 1999 ormai ha superato 225.

L’analisi del network relazionale che si dipana da HK, inoltre, mostra che la piccola metropoli, è anch’essa una potenziale fote di contagio internazionale. Al di là delle ragioni che possono determinare lo shock, esso si propagherebbe immediatamente a Macao, Singapore, Giappone, Corea del Sud e ovviamente Regno Unito e Stati Uniti, essendo questi  ultimi due le principali controparti occidentali della Costantinopoli cinese.

Ma questo non vuole dire che l’Europa ne sia immune. Uno shock creditizio a Hong Kong, che devasterebbe Macao, avrebbe conseguenze notevoli anche in Svizzera e, a seguire, negli Usa, e in Belgio i guasti sarebbero peggiori persino di Singapore. E anche Francia e Germania avrebbero poco da sorridere.

La piccola-grande Costantinopoli cinese, d’altronde, è una mirabile creatura europea, malgrado le apparenze. Un meraviglioso Frankestein finanziario.

E tutti conoscon la fine che ha fatto il dottor Frankestein.

Il cuore (lussemburghese) dell’eurozona


Non può prescindersi dal Lussemburgo per capire cosa sia diventata l’Europa. Questo stato minuscolo, incistato fra Germania, Francia e Belgio sussume in sé caratteristiche tali che non è esagerato definirlo il cuore pulsante dell’Unione europea e, in particolare, dell’eurozona.

Il cuore del Lussemburgo, però, non pompa sangue né buoni sentimenti, ma denaro e pratico raziocinio contabile. Drena e fa circolare trilioni di liquidità lungo tutta l’Unione, ottenendo in cambio il privilegio del reddito pro capite più alto dell’Ocse, un sistema pensionistico e di welfare fra i più generosi a fronte di uno dei debiti pubblici più bassi dell’area, un mercato del lavoro salubre, con la disoccupazione poco sopra il 6%, e un tasso di disuguaglianza sotto la media Ue.

Il miracolo del Lussemburgo, però, è strettamente correlato alla sua vocazione finanziaria, frutto di una lunga e studiatissima evoluzione da paese agricolo a paese industriale e, infine, a paradiso fiscale.

Altro che economia reale.

Il caso del Lussemburgo mostra e dimostra che servire l’economia finanziaria, oggi, rimane l’affare più conveniente, per il singolo come per uno stato. E che il cuore dell’eurozona batte per la finanza e serve pressoché esclusivamente alla finanza.

Quale migliore indicatore dei tempi che stiamo vivendo?

Ci sarebbe da chiedersi quale mistero storico abbia spinto il Granducato, con ampia capacità di preveggenza, a diventare uno dei più attivi promotori del processo di unificazione europea. Quale ragione abbia spinto l’eurocrazia a farne uno dei punti di riferimento, anche geografico, della nascente Unione, che trova nel Lussemburgo la sua Corte di giustizia e il Segretariato generale del Parlamento europeo.

Altrettamento bisognerebbe chiedersi come mai il Lussemburgo sia sempre stato in prima fila nei momenti salienti dell’unificazione, prima col Benelux, fra 1944 e il 1948, poi con la Ceca, nel 1953 e da lì in poi. E sarà pure una coincidenza, ma proprio nel Lussemburgo fu firmato, nel 1986, l’Atto unico europeo che, aggiornando il Trattato di Roma, metterà le basi della futura Unione economica e monetaria, statuendo la nascita del mercato unico di persone, beni, servizi e, soprattutto, capitali.

L’atto unico entrerà in vigore nel 1987 e segnerà l’ennesima rivoluzione per il Granducato. Se oggi il Lussemburgo è il secondo gestore al mondo di fondi, dopo gli Usa, si deve proprio a quell’accordo, che come ha scritto la Commissione europea in uno studio recente sul Granducato (“Luxembourg’s financial centre and its deposits”) fece esplodere l’industria dei fondi. “Con l’entrata in vigore di quell’accordo – scrive la Commissione – i fondi lussemburghesi poterono rivolgersi dai 250 mila residenti domestici a 350 milioni di potenziali clienti europei”. Cosa che puntualmente accadde, grazie alle tasse basse applicate a questi strumenti, alla regolazione flessibile e anche all’asset del multilinguismo.

Il Lussemburgo rivela in nuce una delle eccellenze dell’Unione europea: macinare soldi.

Alla fine del 2013, infatti, i 3.841 fondi domiciliati nel Granducato gestivano asset per 2,4 trilioni di euro. Ecco uno stato a cui l’Unione europea ha fatto solo bene. Per dire: l’occupazione nell’industria dei fondi è aumentata, malgrado il calo delle masse amministrate, anche dopo la crisi del 2008.

Come se non bastasse, sempre nel Lussembugo ha sede una delle più grandi Clearing house europee, ossia la Clearstream, che arriva a muovere fino a 13,8 trilioni di euro contemporaneamente, nelle varie transazioni di settlement.

Il cuore è piccolo, ma pompa gagliardo.

Il Granducato conta circa 500 mila abitanti di cui circa il 45% (dato Ocse 2011) è nato all’estero. Il suo Pil (prezzi correnti fine 2012) era stato nel 2011 di poco superiore ai 42 miliardi di euro. Il settore agricolo pesa lo 0,3% dell’economia, a fronte di una media Ocse del 2,6%. L’industria pesa il 13,4%, a fronte del 27,4% Ocse, e il settore dei servizi ben l’86,8%, a fronte di una media Ocse del 69,5%. Chiara dunque la vocazione del piccolo stato. Il suo conto corrente della bilancia dei pagamenti, sempre a fine 2011, esibiva un surplus del 7,1% del Pil. Meglio della Germania.

Vale la pena sottolineare che il Lussemburgo si posiziona al top dei paesi Ocse per spesa pubblica, che ormai sfiora il 60% del Pil, persino più della Danimarca, a fronte di un deficit fiscale contenuto e un debito ben al di sotto del fatidico 60% del Pil. L’ennesimo miracolo lussemburghese.

A fronte di questi numeri abbiamo un settore di fondi, che amministra le masse che ho già detto. Poi un settore assicurativo, che pesa all’incirca quattro volte il Pil, cresciuto del 9,4% nel 2012 grazie alla forte crescita del business delle assicurazioni sulla vita. E, dulcis in fundo, un enorme settore bancario che gestisce asset per circa 18 volte il Pil.

Nel territori del Granducato, a maggio 2013, erano domiciliate 141 banche, di cui 135 in qualità  di filiali di banche estere e appena 5 lussemburghesi, alcune delle quali giudicate sistemiche. La prima è una banca statale, la Banque et caisse d’Epargne de l’Etat; la seconda è l’ex controllata lussemburghese di Dexia, Banque Internazionale à Luxembourg (BIL); la terza è la locale cooperativa della Raiffesein. La quarta banca sistemica è la francese BGL BNP Paribas, creata dal merge di Fortis con Bnp Paribas, e poi l’olandese ING.

La crisi del 2008 spinse il Lussemburgo a partecipare alla ricapitalizzazione di Ing, Fortis e Dexia, insieme con Francia, Belgio e Olanda, confermandosi il vecchio Benelux (e la Francia) importante sodalizio all’interno dell’Ue.

Alla fine del 2012 le 141 banche domiciliate avevano in bilancio asset per 734 miliardi, pari a oltre 18 volte il Pil. Un caso unico in Europa. Per dire: Cipro, Malta e Irlanda stavano a sette volte il Pil, a fine 2011, e la spericolata Islanda, prima del crack del 2008, quotava asset per nove volte il Pil. Caso unico anche perché il Lussemburgo si distingue anche per la quota più bassa di asset che fanno riferimenti alle banche residenti, quindi Lussemburghesi, che pesano appena il 150% del Pil.

Insomma: il Lussemburgo è la cassaforte degli europei ricchi.

Non a caso. Le banche risultano in salute, con coefficienti patrimoniali robusti (core tier 1 al 15,3%) e una quota di sofferenze (NPL) pari e meno dello 0,5% dei prestiti. Sono già pronte per la rivoluzione di Basilea III e solo poche banche usano strumenti ibridi, con un Return on equity (RoE) arrivato al 7,5% nel dicembre 2012. Chiaro che la crisi bancaria che sconvolge l’eurozona qui neanche si avverta.

Come mai? La Commissione Ue spiega che “la maggior parte delle banche straniere hanno legami trascurabili con l’economia residente. Si impegnano solo in amministrazione di fondi, private banking, o agiscono come veicoli per i prestiti all’estero”.

Ecco qui il segreto: fanno girare i soldi degli altri.

Ma ce n’è anche un altro. “I privati – spiega la Commissione – preferiscono tenere i loro beni dichiarati nel Granducato, attratti da un quadro giuridico che permette la creazione di veicoli su misura per la gestione patrimoniale”. Quanto alle banche, nel tempo hanno trovato una sempre maggiore convenienza ad allocare le proprie attività interbancarie nel Lussemburgo grazie alla disciplina fiscale del Granducato e alla gentile “distrazione” dei supervisori, assai meno occhiuti di quelli dei paesi vicini.

Le prime a scoprire la bellezza del Granducato furono le banche tedesche, che sbarcarono in forze nel Granducato nel 1960, quando la Bundesbank impose requisiti di riserva per i prestiti denominati in valuta estera, cosa che al supervisore lussemburghese non passava neanche per la testa. Poi arrivarono le banche scandinave, nel 1970, quando arrivò in quei paesi il divieto di fare prestiti al mercato interno in valuta straniera. Piano piano si sparse la voce e arrivarono anche le altre banche. E poiché le consuetudini di ospitalità persistono, il Lussemburgo è riuscito a superare anche l’ostacolo della creazione dell’euro. Anzi: se n’è avvantaggiato.

Oggidì le banche del Granducato ospitano depositi per 260 miliardi di euro, a fronte di una garanzia statale assai minore, pari a circa due terzi del Pil. Il sistema di protezione dei depositi Lussemburghese, peraltro, è abbastanza stitico. Vuoi perché la gran parte dei conti correnti superano la soglia dei 100 mila euro, vuoi perché non garantisce tutte le filiali (solo le sussidiarie), vuoi perché copre solo fino a 20 mila euro di transazioni su investimenti e perché non copre i crediti derivanti da assicurazioni (ben 116 miliardi investiti solo sul ramo vita). Insomma, chi mette i propri patrimoni in Lussemburgo, deve mettere in conto anche il rischio di non vederli più, qualora succedesse un patatrac. Ma tale possibilità sembra remota.

Anche se poi una volta le autorità dovettero attivare il sistema di garanzia. Ossia quando fallirono tre banche islandesi con sussidiarie in Lussemburgo. Furono rimborsati 25.000 mila clienti per un totale di 310 milioni di euro. Per trovare i soldi, il ricco Lussemburgo si fece prestare 160 milioni dal vicino Belgio. Il governo girò i soldi alle banche accettando come garanzia le obbligazione di un veicolo speciale costruito all’uopo. Il solito gioco delle tre carte.

Passata la paura, il Lussemburgo è tornate a fare quello che sa fare meglio: fa girare i soldi.

Il piccolo cuore dell’Europa è tornato a pompare denaro, anche se la circolazione non va più bene come una volta. La commissione calcola che recentemente i depositi presso la Bce delle banche lussemburghesi hanno superato i prestiti dalla Bce di sette volte. Segno che la lezione del 2008 non è passata invano e la fiducia ancora scarseggia.

D’altronde lo insegna anche la fisiologia. Quando prevale lo stress il cuore, pure a rischio di un ictus, spinge sempre più sangue verso il cervello.

La Bce, appunto.

L’Europa Ogm (organismo giuridicamente modificato)


Che cos’è l’Europa?

E’ una comunità di stati sovrani, viene da dire.

Facile ed elementare.

Poi però uno si deve sforzare di approfondire, visto che guardando il planisfero l’Europa proprio non si vede. Si vedono i singoli stati, ognuno col suo bel colore per distinguersi dall’altro, ma dell’Europa non c’è traccia nella cartine geografiche, a differenza, ad esempio, dell’America, che appare monocromatica e gigantesca.

Per l’Europa, insomma, vale più o meno quello che disse (ma gli storici sono indecisi) Metternich dell’Italia pre-risorgimentale: è un’espressione geografica.

Un’espressione. Quindi un modo di dire.

Però l’Europa esiste eccome: ne sentiamo parlare tutti i giorni.

Addirittura ha una moneta unica. Non tutta, solo un pezzo. Però, ci dicono, l’Europa è ben più grande dell’eurozona e tende a espandersi.

Manco fosse un’epidemia.

E allora: cos’è l’Europa?

Per provare a rispondere dobbiamo inerpicarci lungo una storia lunga sessant’anni, partendo però dalla fine.

L’occasione ce la fornisce una quaderno giuridico pubblicato pochi giorni fa dalla Banca d’Italia, intitolato “Dalla vigilanza nazionale armonizzata alla Banking Union“.

Un testo molto utile perché ripercorre le tappe salienti del processo di integrazione bancaria, ovvero la punta di diamante del percorso di unificazione europeo che dovrebbe condurre, nell’arco di un decennio, alla completa unificazione politica dell’Ue.

Questo in teoria.

in pratica, scrivono i giuristi di Bankitalia, “la crisi ha fatto emergere tutte le criticità insite nel processo di unificazione europea evidenziando, per quanto attiene in particolare al campo dell’integrazione bancaria e finanziaria, l’odierna inadeguatezza del modello della vigilanza armonizzata, introdotto, insieme al principio dell’home country control, dalle direttive europee, che avevano iniziato a disciplinare il settore bancario a partire dalla fine degli anni ’70”.

Che fosse necessario superare tale impostazione si è capito “mano a mano che la libertà di movimento dei capitali e l’adozione della moneta unica hanno accelerato l’integrazione dei mercati finanziari europei” che ha provocato “la nascita di imprese bancarie sovranazionali le cui dimensioni travalicavano le possibilità di controllo delle singole autorità nazionali. In tale contesto la crisi ha operato da catalizzatore evidenziando la necessità di promuovere un modello europeo di vigilanza pienamente integrata”.

Che peraltro l’integrazione finanziarie europea fosse fragile era chiaro sin dai tempi di Maastricht, visto che il gruppo dei governatori centrali, ai tempi delle riunioni propedeutiche alla stipula del trattato, aveva chiesto che fosse affidata alla Bce il compito di vigilare sulle banche europee. “Ma all’epoca – notano – le resistenze degli stati nazionali non consentirono di superare il modello della vigilanza ripartita su scala nazionale”.

Ancora una volta nella dialettica fra gli stati nazionali e il governo sovranazionale, i primi hanno prevalso sul secondo che, molto pazientemente, ha atteso che arrivasse il momento giusto per affermarsi.

Vent’anni dopo, la vigilanza accentrata, è diventata una legge comunitaria. Grazie alla crisi.

Le crisi, peraltro, si sono dimostrate un ottimo strumento di governo dell’Europa.

Non a caso Yves Mersch, di recente, ha citato una celebre dichiarazione di Jean Monnet, secondo il quale “L’Europa sarà forgiata dalle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per le crisi”.

Il riferimento a Monnet, uno dei padri dell’Europa, ci riporta all’inizio della nostra storia. Quando tutto cominciò.

Facciamo un salto nel passato, dove sono stati piantati i semi del nostro presente.

Arriviamo ai primi anni ’50, quando pochi visionari diedero vita al sogno europeo dopo intensi dibattiti iniziati nel dopoguerra che diedero origine ad alcuni accordi intergovernativi e poi, più tardi, al primo ente sovranazionale europeo: le CECA, antensignana della CEE.

La nascita della CECA, comunità europea del carbone e dell’acciaio, prende spunto proprio dalle intuizioni di Monnet e viene sponsorizzata da un altro francese, l’allora ministero degli esteri Robert Schuman, che il 9 maggio 1950 pronunciò una celebre dichiarazione dove annunciava il progetto di un’Europa a costruzione graduale a pragmatica.

Tale costruzione sarebbe cominciata mettendo in comune risorse economiche, ma con un fine più ambizioso: “Mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità,le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia e la Germania e i paesi che vi aderiranno, si costituirà il primo nucleo concreto di una federazione europea indispensabile al mantenimento della pace”. L’intento è chiaro: creare un’Europa politica, utilizzando lo strumento del cosiddetto “federalismo funzionale”: ciò che faccio definisce ciò che sono. “Conosciamo il nostro più temibile avversario: l’egoismo nazionale che divide i popoli”, disse all’epoca il capo della delegazione tedesca Walter Hallstein.

La CECA fu istituita nell’aprile del ’51 e la sua nascita segnò un’autentica evoluzione nel cammino europeo. Non tanto per le questioni economiche ad essa sottintese. Ma per quelle giuridiche.

Furono i giuristi, e non gli economisti, che oggi come allora erano solo in secondo piano (malgrado le apparenze) a compiere l’impresa.

L’Ue, come la conosciamo oggi è innanzitutto una loro creatura.

Furono i giuristi, ad esempio, a inventare la definizione di “organismo sovranazionale” da applicare alla CECA per caratterizzare il suo essere una sorta di terza via fra il diritto degli stati e quello internazionale.

E furono sempre i giuristi a mettere le fondamenta del diritto comunitario, che a molti di loro parve una felice (e aggiornata) riedizione dello ius commune medievale, ossia di quel corpo di norme e commentari che, per il suo rifarsi ai vecchi codicii romani, si pensava fosse applicabile a tutto il territorio del Sacro Romano Impero e che finì nel dimenticatoio una volta che gli stati nazionali iniziarono a voler fare da soli.

Ieri come oggi è stata la dialettica fra le entità sovranazionali e statuali a fare la storia.

La CECA si componeva di Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Belgio e Paesi Bassi. Il Trattato fissò i suoi organi amministrativi (con la Germania che spingeva per avere un peso specifico più rilevante degli altri) decise la sua sede (il Lussemburgo) e persino gli stipendi e le pensioni del suo personale (anche solo dopo quattro anni di servizio). Si discusse anche a lungo del regime lingustico, che prima fu il francese, poi gradualmente sostituito dall’inglese.

Ma fu chiaro da subito che gli esperti legali avevano in mente sin dall’inizio la costruzione di uno stato europeo federale, tanto è vero che proposero di dare alla CECA un regime speciale che comprendesse anche l’extraterritorialità in modo da farne una sorta di distretto federale.

Per la cronaca, Jean Monnet divenne il primo presidente dell’Alta autorità della CECA, che si insedierà nel Lussemburgo il 10 agosto 1952, ossia dell’organo esecutivo della Comunità. Poi c’era l’Assemblea comune, composta da delegati dei parlamenti nazionali, priva di poteri salvo il diritto idi censura, e infine la Corte di Giustizia, l’antesignana dell’attuale Corte di giustizia europea.

L’Ue, in nuce, era già tutta lì.

Fu in quei primi anni ’50 che il sogno europeo parve diventare una realtà.

E in effetti si arrivò a un passo dal successo.

Sull’onda del successo della CECA furono tratteggiati e messi in cantiere la Comunità europea di difesa (CED) e la Comunità politica europea (CPE). Lo schema era lo stesso: delega allo strumento sovranazionale di poteri settoriali, con progressiva spoliazione degli stati nazionali.

La CED fu addirittura oggetto di un Trattato, firmato dai sei stati della CECA il 27 maggio 1952. Il Trattato prevedeva la messa in comune di risorse militari, una esercito europeo, e giocoforza portava con sé l’elaborazione di strumenti politici che avessero potuto disporre di tali eserciti.

I politici di allora, insomma, puntavano su roba grossa: altro che moneta.

Senonché, furono proprio i francesi, che pure avevano contribuito in maniera determinante a dare origine alla CECA, a far fallire la CED e con essa la CEP, che finora è l’unico compiuto tentativo di costruzione politica dell’Europa e nella quale avrebbero dovuto fondersi la CECA e la CED.

 L’Assemblea nazionale francese, il 30 agosto 1954, bocciò il trattao che istituiva la CED. Pochi giorni prima era morto il nostro Alcide De Gasperi, uno dei grandi fautori dell’unificazione europea nel campo della difesa. Un anno dopo, nel 1955, Jean Monnet si dimise da presidente dell’Alta autorità della CECA.

Il sogno europeo si scontrò con la realtà.

Fu allora che si comprese che la via dell’Europa unita non poteva passare dalle assemblee nazionali. Nessuno Stato si sarebbe mai privato delle sue competenze se non “costretto”.

Servono le crisi, appunto, come diceva Monnet.

La palla, di conseguenza, passò dai politici che si occupavano di grandi ideali impraticabili ai tecnici amanti dei cavilli, giuristi in testa, usando il cavallo di Troia dell’economia, che si rivelò essere, come già il caso della CECA aveva dimostrato, il miglior collante per obbligare gli stati a fondersi insieme. Cosa meglio della pagnotta mette d’accordo tutti?

 Sicché si arrivò alla Risoluzione di Messina, nel 1955, che mise le basi per la costruzione della CEE. L’Europa riusciva ad edificarsi solo partendo dall’economia. Che vuol dire che, non potendo parlar d’altro, di parla di ciò di cui non parla nessuno (a parte gli addetti ai lavori). L’economia, appunto.

E infatti, senza troppi problemi nel 1956 viene firmato il Trattato di Roma che data la nascita della CEE. Un mercato comune europeo pieno di merci e uomini in omvimento transfrontaliero.

Ma il fine ultimo era, come al solito, più ambizioso. Si trattava nientemeno che della “completa integrazione degli Stati europei”, come ebbe a dire nel 1960 Karl Roemer, avvocato generale tedesco della Corte di Giustizia. “I Trattati – spiegò – non sono che la parziale realizzazione di questo grande programma generale”.

Due anni dopo, nel 1962, un altro fervente europeista tedesco, Walter Hellstein, che presiedette in quegli anni la commissione CEE (antesignana di quella Ue), disse che “l’integrazione economica europea è, nella sua essenza, un fenomeno politico. La CEE costituisce un’unione politica nel campo economico e sociale”.

Col passare del tempo le comunità europee, a partire dalla CECA fino alla CEE e poi all’UE, grazie all’intensa opera delle Corte di Giustizia europea, che si occupò di commentare, e rileggere le norme nazionali alla luce dei Trattati, divennero così comunità di diritto capaci, proprio perché sovranazionali di imporsi sugli Stati. Una sorta di riedizione del Sacro romano impero, senza sacro né romano, ma profano e sovranazionale. 

La nascita del diritto comunitario fu lo strumento principe, e lo è tuttora, della lenta conquista dell’Unione politica europea che procede, oggi come ieri, tramite argomenti noiosi come l’Unione Bancaria. avendo come fine, ormai dichiarato, l’Unione politica.

Ce ne sarebbe tanto ancora da raccontare (lo faremo, prima o poi) ma per il momento è più utile tornare alla mia domanda iniziale.

Cos’è l’Europa?

Se leggiamo lo studio di Bankitalia di cui ho parlato, viene fuori che l’Europa, almeno relativamente alle questioni finanziarie (ma in fondo vale per tutto il resto), è un corpo di norme giuridiche che nel tempo sono diventate sempre più appannaggio di sconosciuti legulei le cui coordinate vengono fissate in vertici intergovernativi e scritti a Bruxelles e a Strasburgo.

L’Europa, quindi, è un organismo giuridico disincarnato.

Un OGM.

Organismo giuridicamente modificato.

 

Ps

Con questo post ho provato ad allargare il campo dell’analisi dai temi prettamente economici a quelli storico-giuridici, che come spero di aver reso chiaro, ad essi sono sottintesi. Non essendo giurista, come d’altronde non sono economista, mi perdonerete semplificazioni ed errori. Lo scopo, come sempre, non è dare lezioni o rivelare segreti. Lo scopo è ragionare insieme sul nostro presente, per provare a capire il futuro che ci aspetta. Da questo punto di vista sarebbe miserevole ridurre tutto all’economia.

Buona lettura e grazie per l’attenzione.