L’Europa Ogm (organismo giuridicamente modificato)


Che cos’è l’Europa?

E’ una comunità di stati sovrani, viene da dire.

Facile ed elementare.

Poi però uno si deve sforzare di approfondire, visto che guardando il planisfero l’Europa proprio non si vede. Si vedono i singoli stati, ognuno col suo bel colore per distinguersi dall’altro, ma dell’Europa non c’è traccia nella cartine geografiche, a differenza, ad esempio, dell’America, che appare monocromatica e gigantesca.

Per l’Europa, insomma, vale più o meno quello che disse (ma gli storici sono indecisi) Metternich dell’Italia pre-risorgimentale: è un’espressione geografica.

Un’espressione. Quindi un modo di dire.

Però l’Europa esiste eccome: ne sentiamo parlare tutti i giorni.

Addirittura ha una moneta unica. Non tutta, solo un pezzo. Però, ci dicono, l’Europa è ben più grande dell’eurozona e tende a espandersi.

Manco fosse un’epidemia.

E allora: cos’è l’Europa?

Per provare a rispondere dobbiamo inerpicarci lungo una storia lunga sessant’anni, partendo però dalla fine.

L’occasione ce la fornisce una quaderno giuridico pubblicato pochi giorni fa dalla Banca d’Italia, intitolato “Dalla vigilanza nazionale armonizzata alla Banking Union“.

Un testo molto utile perché ripercorre le tappe salienti del processo di integrazione bancaria, ovvero la punta di diamante del percorso di unificazione europeo che dovrebbe condurre, nell’arco di un decennio, alla completa unificazione politica dell’Ue.

Questo in teoria.

in pratica, scrivono i giuristi di Bankitalia, “la crisi ha fatto emergere tutte le criticità insite nel processo di unificazione europea evidenziando, per quanto attiene in particolare al campo dell’integrazione bancaria e finanziaria, l’odierna inadeguatezza del modello della vigilanza armonizzata, introdotto, insieme al principio dell’home country control, dalle direttive europee, che avevano iniziato a disciplinare il settore bancario a partire dalla fine degli anni ’70”.

Che fosse necessario superare tale impostazione si è capito “mano a mano che la libertà di movimento dei capitali e l’adozione della moneta unica hanno accelerato l’integrazione dei mercati finanziari europei” che ha provocato “la nascita di imprese bancarie sovranazionali le cui dimensioni travalicavano le possibilità di controllo delle singole autorità nazionali. In tale contesto la crisi ha operato da catalizzatore evidenziando la necessità di promuovere un modello europeo di vigilanza pienamente integrata”.

Che peraltro l’integrazione finanziarie europea fosse fragile era chiaro sin dai tempi di Maastricht, visto che il gruppo dei governatori centrali, ai tempi delle riunioni propedeutiche alla stipula del trattato, aveva chiesto che fosse affidata alla Bce il compito di vigilare sulle banche europee. “Ma all’epoca – notano – le resistenze degli stati nazionali non consentirono di superare il modello della vigilanza ripartita su scala nazionale”.

Ancora una volta nella dialettica fra gli stati nazionali e il governo sovranazionale, i primi hanno prevalso sul secondo che, molto pazientemente, ha atteso che arrivasse il momento giusto per affermarsi.

Vent’anni dopo, la vigilanza accentrata, è diventata una legge comunitaria. Grazie alla crisi.

Le crisi, peraltro, si sono dimostrate un ottimo strumento di governo dell’Europa.

Non a caso Yves Mersch, di recente, ha citato una celebre dichiarazione di Jean Monnet, secondo il quale “L’Europa sarà forgiata dalle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per le crisi”.

Il riferimento a Monnet, uno dei padri dell’Europa, ci riporta all’inizio della nostra storia. Quando tutto cominciò.

Facciamo un salto nel passato, dove sono stati piantati i semi del nostro presente.

Arriviamo ai primi anni ’50, quando pochi visionari diedero vita al sogno europeo dopo intensi dibattiti iniziati nel dopoguerra che diedero origine ad alcuni accordi intergovernativi e poi, più tardi, al primo ente sovranazionale europeo: le CECA, antensignana della CEE.

La nascita della CECA, comunità europea del carbone e dell’acciaio, prende spunto proprio dalle intuizioni di Monnet e viene sponsorizzata da un altro francese, l’allora ministero degli esteri Robert Schuman, che il 9 maggio 1950 pronunciò una celebre dichiarazione dove annunciava il progetto di un’Europa a costruzione graduale a pragmatica.

Tale costruzione sarebbe cominciata mettendo in comune risorse economiche, ma con un fine più ambizioso: “Mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità,le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia e la Germania e i paesi che vi aderiranno, si costituirà il primo nucleo concreto di una federazione europea indispensabile al mantenimento della pace”. L’intento è chiaro: creare un’Europa politica, utilizzando lo strumento del cosiddetto “federalismo funzionale”: ciò che faccio definisce ciò che sono. “Conosciamo il nostro più temibile avversario: l’egoismo nazionale che divide i popoli”, disse all’epoca il capo della delegazione tedesca Walter Hallstein.

La CECA fu istituita nell’aprile del ’51 e la sua nascita segnò un’autentica evoluzione nel cammino europeo. Non tanto per le questioni economiche ad essa sottintese. Ma per quelle giuridiche.

Furono i giuristi, e non gli economisti, che oggi come allora erano solo in secondo piano (malgrado le apparenze) a compiere l’impresa.

L’Ue, come la conosciamo oggi è innanzitutto una loro creatura.

Furono i giuristi, ad esempio, a inventare la definizione di “organismo sovranazionale” da applicare alla CECA per caratterizzare il suo essere una sorta di terza via fra il diritto degli stati e quello internazionale.

E furono sempre i giuristi a mettere le fondamenta del diritto comunitario, che a molti di loro parve una felice (e aggiornata) riedizione dello ius commune medievale, ossia di quel corpo di norme e commentari che, per il suo rifarsi ai vecchi codicii romani, si pensava fosse applicabile a tutto il territorio del Sacro Romano Impero e che finì nel dimenticatoio una volta che gli stati nazionali iniziarono a voler fare da soli.

Ieri come oggi è stata la dialettica fra le entità sovranazionali e statuali a fare la storia.

La CECA si componeva di Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Belgio e Paesi Bassi. Il Trattato fissò i suoi organi amministrativi (con la Germania che spingeva per avere un peso specifico più rilevante degli altri) decise la sua sede (il Lussemburgo) e persino gli stipendi e le pensioni del suo personale (anche solo dopo quattro anni di servizio). Si discusse anche a lungo del regime lingustico, che prima fu il francese, poi gradualmente sostituito dall’inglese.

Ma fu chiaro da subito che gli esperti legali avevano in mente sin dall’inizio la costruzione di uno stato europeo federale, tanto è vero che proposero di dare alla CECA un regime speciale che comprendesse anche l’extraterritorialità in modo da farne una sorta di distretto federale.

Per la cronaca, Jean Monnet divenne il primo presidente dell’Alta autorità della CECA, che si insedierà nel Lussemburgo il 10 agosto 1952, ossia dell’organo esecutivo della Comunità. Poi c’era l’Assemblea comune, composta da delegati dei parlamenti nazionali, priva di poteri salvo il diritto idi censura, e infine la Corte di Giustizia, l’antesignana dell’attuale Corte di giustizia europea.

L’Ue, in nuce, era già tutta lì.

Fu in quei primi anni ’50 che il sogno europeo parve diventare una realtà.

E in effetti si arrivò a un passo dal successo.

Sull’onda del successo della CECA furono tratteggiati e messi in cantiere la Comunità europea di difesa (CED) e la Comunità politica europea (CPE). Lo schema era lo stesso: delega allo strumento sovranazionale di poteri settoriali, con progressiva spoliazione degli stati nazionali.

La CED fu addirittura oggetto di un Trattato, firmato dai sei stati della CECA il 27 maggio 1952. Il Trattato prevedeva la messa in comune di risorse militari, una esercito europeo, e giocoforza portava con sé l’elaborazione di strumenti politici che avessero potuto disporre di tali eserciti.

I politici di allora, insomma, puntavano su roba grossa: altro che moneta.

Senonché, furono proprio i francesi, che pure avevano contribuito in maniera determinante a dare origine alla CECA, a far fallire la CED e con essa la CEP, che finora è l’unico compiuto tentativo di costruzione politica dell’Europa e nella quale avrebbero dovuto fondersi la CECA e la CED.

 L’Assemblea nazionale francese, il 30 agosto 1954, bocciò il trattao che istituiva la CED. Pochi giorni prima era morto il nostro Alcide De Gasperi, uno dei grandi fautori dell’unificazione europea nel campo della difesa. Un anno dopo, nel 1955, Jean Monnet si dimise da presidente dell’Alta autorità della CECA.

Il sogno europeo si scontrò con la realtà.

Fu allora che si comprese che la via dell’Europa unita non poteva passare dalle assemblee nazionali. Nessuno Stato si sarebbe mai privato delle sue competenze se non “costretto”.

Servono le crisi, appunto, come diceva Monnet.

La palla, di conseguenza, passò dai politici che si occupavano di grandi ideali impraticabili ai tecnici amanti dei cavilli, giuristi in testa, usando il cavallo di Troia dell’economia, che si rivelò essere, come già il caso della CECA aveva dimostrato, il miglior collante per obbligare gli stati a fondersi insieme. Cosa meglio della pagnotta mette d’accordo tutti?

 Sicché si arrivò alla Risoluzione di Messina, nel 1955, che mise le basi per la costruzione della CEE. L’Europa riusciva ad edificarsi solo partendo dall’economia. Che vuol dire che, non potendo parlar d’altro, di parla di ciò di cui non parla nessuno (a parte gli addetti ai lavori). L’economia, appunto.

E infatti, senza troppi problemi nel 1956 viene firmato il Trattato di Roma che data la nascita della CEE. Un mercato comune europeo pieno di merci e uomini in omvimento transfrontaliero.

Ma il fine ultimo era, come al solito, più ambizioso. Si trattava nientemeno che della “completa integrazione degli Stati europei”, come ebbe a dire nel 1960 Karl Roemer, avvocato generale tedesco della Corte di Giustizia. “I Trattati – spiegò – non sono che la parziale realizzazione di questo grande programma generale”.

Due anni dopo, nel 1962, un altro fervente europeista tedesco, Walter Hellstein, che presiedette in quegli anni la commissione CEE (antesignana di quella Ue), disse che “l’integrazione economica europea è, nella sua essenza, un fenomeno politico. La CEE costituisce un’unione politica nel campo economico e sociale”.

Col passare del tempo le comunità europee, a partire dalla CECA fino alla CEE e poi all’UE, grazie all’intensa opera delle Corte di Giustizia europea, che si occupò di commentare, e rileggere le norme nazionali alla luce dei Trattati, divennero così comunità di diritto capaci, proprio perché sovranazionali di imporsi sugli Stati. Una sorta di riedizione del Sacro romano impero, senza sacro né romano, ma profano e sovranazionale. 

La nascita del diritto comunitario fu lo strumento principe, e lo è tuttora, della lenta conquista dell’Unione politica europea che procede, oggi come ieri, tramite argomenti noiosi come l’Unione Bancaria. avendo come fine, ormai dichiarato, l’Unione politica.

Ce ne sarebbe tanto ancora da raccontare (lo faremo, prima o poi) ma per il momento è più utile tornare alla mia domanda iniziale.

Cos’è l’Europa?

Se leggiamo lo studio di Bankitalia di cui ho parlato, viene fuori che l’Europa, almeno relativamente alle questioni finanziarie (ma in fondo vale per tutto il resto), è un corpo di norme giuridiche che nel tempo sono diventate sempre più appannaggio di sconosciuti legulei le cui coordinate vengono fissate in vertici intergovernativi e scritti a Bruxelles e a Strasburgo.

L’Europa, quindi, è un organismo giuridico disincarnato.

Un OGM.

Organismo giuridicamente modificato.

 

Ps

Con questo post ho provato ad allargare il campo dell’analisi dai temi prettamente economici a quelli storico-giuridici, che come spero di aver reso chiaro, ad essi sono sottintesi. Non essendo giurista, come d’altronde non sono economista, mi perdonerete semplificazioni ed errori. Lo scopo, come sempre, non è dare lezioni o rivelare segreti. Lo scopo è ragionare insieme sul nostro presente, per provare a capire il futuro che ci aspetta. Da questo punto di vista sarebbe miserevole ridurre tutto all’economia.

Buona lettura e grazie per l’attenzione. 

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