Anche la demografia impatta sulla produttività


Poiché la produttività declinante sembra la caratteristica del nostro evo economico, almeno nei paesi avanzati, è assai utile osservare cosa gli economisti tirino fuori dal loro cilindro per spiegare questo andamento che fa temere per la buona salute delle nostre economie. Fra le tante suggestioni diffuse di recente ne ho trovata una che vale la pena riassumere in poche righe perché mette al centro l’andamento demografico – il che di per sé non è una novità – ma in maniera controintuitiva: collega vale a dire la prevalenza di lavoratori in giovane età al declinare della produttività.

La studio è stato proposto dalla Fed di S.Louis che ipotizza una relazione fra il baby boom iniziato nel dopoguerra e durato per gran parte degli anni ’50, quando negli Usa il tasso di nascite crebbe del 20%, e il calo robusto della produttività registrato nella prima metà degli anni ’70, ossia quando la generazione dei baby boomers entrò in attività. “L’ipotesi non è che il baby boom sia interamente responsabile – precisa l’autore – piuttosto che vi abbia contribuito”. D’altronde come sa chi si occupa di queste cosa, la produttività è un concetto complesso. Innanzitutto perché si tratta di un rapporto che coinvolge categorie molto articolate, come quella di capitale e lavoro. Nel caso in esame, si analizza il concetto di prodotto pro capite, che si può definire come il rapporto fra le quantità prodotte e il numero dei lavoratori impiegati. I dati mostrano che questo indicatore oggi è tornato al minimo già visto proprio negli anni ’70. Da qui l’idea che la componente demografica abbia svolto un ruolo.

L’ipotesi alla base di questa teoria è che i lavoratori giovani siano meno produttivi in quanto meno dotati di capitale umano, ossia di ciò che deriva insieme dall’esperienza e dall’istruzione, che secondo le più diffuse teorie cresce da inizio carriera, raggiunge il picco fra i 50 e i 60 anni e poi inizia a declinare. Un lavoratore con maggiore capitale umano è più produttivo di uno che ne abbia meno, e quindi i più giovani sono meno produttivi dei lavoratori più attempati.

Se si ammette come vera questa ipotesi, qualora la quota dei giovani sia relativamente maggiore dei più adulti nel numero degli occupati la produttività pro capite tende a diminuire. Per testare questa ipotesi, l’autore ha confezionato un grafico che mette in relazione la quota di lavoratori più giovani con la produttività.

Come si osserva, al crescere della quota dei 25-33enni la produttività tende a declinare. La relazione è particolarmente visibile a partire dagli anni ’70, quando la generazione dei baby boom entrò nella popolazione attiva crescendo in percentuale parecchio rispetto al totale. Meno visibile, ma comunque presente, tale relazione sembra verificarsi anche negli anni più vicini a noi, quando la quota di giovani sul totale della popolazione attiva è tornata a crescere, anche se il trend declinante della produttività sembra risalire ad almeno un decennio prima. Sarà per questo che il nostro autore non si sbilancia troppo nel trarre conclusioni.

Rimane il fatto che osservare la composizione dell’età della forza lavoro può rivelarsi una buona intuizione, specie in società che invecchiano come le nostre. Perché se è vero che i giovani sono poco produttivi, anche gli anziani lo sono. E questi, a differenza dei giovani, sono destinati ad aumentare in futuro assai più di adesso.

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Un Commento

  1. Gianni Ercolani

    … ho mamma mia ….

    Ma ce ne vuole molta di fantasia per immaginare simili spiegazioni.

    Ora basta pensare che nel 1975, quando io lavoravo in America, essa contava 220 M di abitanti.

    Immigrare era proibito, infatti perché mi accettassero temporaneamente occorsero kilogrammi di carte , permessi e certificazioni.

    Occorreva dimostrare che la cosa serviva ad incrementare le loro esportazioni e che comunque nessun americano sarebbe stato in grado di offrire un contributo pari al mio.

    In seguito le cose sono cambiate.

    Oggi in America vivono circa 330 M di persone: 50% in più in 40 anni.

    Non perché facciano tanti figli, ma perché negli anni ’80 hanno aperto le porte legalmente.

    Negli anni ’90 hanno chiuso un occhio anche per quelli che entravano illegalmente.

    Nel decennio successivo si sono messi a regalare case da mezzo miliardo ciascuna ad immigrati illegali senza lavoro (NINJA).

    Temo che questo influsso di immigrati con scarsa qualificazione 110 Milioni di immigrati , abbia avuto più influenza sull‘ abbassamento della produttività che non l’entrata nel mondo del lavoro dei giovani americani del boom di nascite degli anni ’50.

    Qualche migliaia di ingegneri cinesi o indiani, non può aver cambiato il profilo reddituale medio e la qualificazione media dell’immigrato di questi decenni.

    Calo di produttività dovuto ad una aumento della popolazione nettamente più rapido della crescita economica complessiva.

    In parallelo, molti lavori altamente qualificati, sono migrati nei paesi un tempo in via di sviluppo.

    Non solo gli operai qualificati, ma anche gli ingegneri. A parte il settore militare, tutte le aziende di alta tecnologia hanno portato lo sviluppo e la produzione in Cina ed in India.

    Sicché gli ingegneri americano sono stati licenziati, i loro figli benché laureati, non hanno trovato il lavoro dei padri, ma si sono dovuti accontentare di lavori per cui erano sovra qualificati.

    Quindi i lavori altamente produttivi sono diminuiti o scomparsi, quelli prettamente manuali e quindi a bassa produttività sono aumentati.

    Infine contabilmente i risultati sono anche peggiori della realtà dato che i profitti vengono fatti figurare nei “Paradisi Fiscali” come l’Irlanda.

    In bocca al Lupo !

    Gianni

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