Gli Usa preparano il Fmi alla crisi degli emergenti


Poiché a pensar male si fa peccato, ho deciso di pensare il meglio possibile della decisione del Congresso americano di approvare la riforma delle quote del Fmi che dal 2010 attendeva il via libera del suo principale azionista, ossia sempre gli Usa.

Sicché decido persino di credere alla dichiarazione ufficiale della Managing Director del Fmi, Christine Lagarde, che ha parlato di “passo cruciale per il rafforzamento del Fondo nel suo ruolo di supporto della stabilità finanziaria”. E ci credo talmente fino a convincermi che le due decisioni principali che sottostanno a tale riforma, il raddoppio della dotazione del Fmi e la redistribuzione delle quote a favore degli emergenti, somiglino a un disegno di razionalità economica. Che il Fondo, voglio dire, aumenti le sue munizioni a favore dei paesi emergenti – ricordo che i prestiti che il Fmi può erogare a un paese sono in proporzione della sua quota – per saggia precauzione, ora che questi paesi sono diventati una delle principali preoccupazioni dell’economia internazionale.

Così finisce che scopro che pure a pensar bene si fa peccato. Quantomeno di pessimismo.

D’altronde molti osservatori, che evidentemente come me sono amanti delle coincidenze, hanno notato che il via libera americano arriva a poche settimane dalla decisione del Fmi, che diventerà operativa ad ottobre, di includere nel basket dei Diritti speciali di prelievo (SDR), la moneta internazionale emessa dal Fmi, anche la valuta cinese, in una mossa che ha molto di politico e assai meno di economico, visto che gli esperti del Fmi, nel rapporto preparatorio avevano asserito che per quanto lo Yuan soddisfacesse parte dei requisiti richiesti a una valuta di riserva, era ancora mancante di alcune qualità. Il che non ha impedito ai direttori del Fondo di procedere. E sempre perché a pensar male si fa peccato, eviterò di sospettare che gli Usa, in questa decisione, ci abbiano messo lo zampino.

In ogni caso, il 2016 sembra sia l’anno del Dragone, almeno per il Fmi. Se guardiamo nel dettaglio i punti salienti della riforma sono essenzialmente due. Da una parte c’è una sostanziale crescita della dotazione del Fmi, che passa da 238,5 miliardi di SDR a 477 miliardi, circa 670 miliardi di dollari. Dall’altra c’è una sostanziale redistribuzione delle quote, che vede la Cina passare dal 3,996% delle quote al 6,394%. La Cina è il paese che più di tutti ha visto crescere la sua quota e si spiega perché la banca centrale cinese abbia salutato l’evento con soddisfazione. Con la riforma la Cina è diventata infatti la terza azionista del Fmi, dopo gli Usa e il Giappone.

A farne le spese sono stati i paesi europei e soprattutto l’Arabia Saudita (vedi grafico), mentre gli Usa hanno ceduto un miserrimo 0,2% (dal 16,7 al 16,5%) che lascia intatto il loro potere di veto, visto che ogni riforma strutturale del Fmi richiede una maggioranza di voto dell’85%.

La sostanza tecnica, quindi, è che il Fmi potrà erogare maggiori prestiti qualora se ne ravveda la necessità, e poiché i primi a poterne godere saranno i Brics, che hanno visto crescere le proprie quote, la riforma senza dubbio susciterà più d’un sospiro di sollievo. La sostanza politica è che gli Usa hanno aperto le porte del Grande Gioco finanziario ai paesi emergenti, ma sempre conservando per sé le chiavi. Il tutto potendo anche dire, come d’altronde può fare anche la Cina, che comunque la nuova distribuzione delle quote non corrisponde al peso reale della propria economia su quella mondiale, risultando la quota sotto pesata (vedi grafico).

In pratica con la riforma il Fmi sembra si proceda lungo la costruzione di Chimerica, ossia una grande alleanza fra Usa e Cina a spese dell’Europa. Ma, come sempre, spesso le apparenze possono ingannare. Gli osservatori più smaliziati hanno notato che la riforma del Fmi è arrivata poco dopo l’istituzione della Asian Infrastructure Investment Bank, l’entità nata su iniziativa della Cina, che si propone di creare uno strumento finanziario che serva ai fabbisogni dei paesi asiatici, che si aggiunge alla New Development Bank, costruita insieme a Russia, India, Brasile e Sud Africa, proprio per replicare in versione BRICS il Fmi. Questi paesi insomma, se da una parte ambiscono ad essere inclusi nel Grande Gioco, dall’altra devono fare tutto quanto è loro possibile per non finirne stritolati.

Specie adesso che sono nell’occhio del ciclone.

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