Etichettato: baby boom

Servono lavoratori (più che consumatori) per far crescere il Pil


In tempi di pensiero magico, nei quali la (pseudo)conoscenza procede a colpi di battute sui social, vale la pena spendere del tempo per ricordare alcune elementari nozioni sull’andamento della realtà, giovandosi di quest’ultima in qualità di maestra, ruolo nel quale eccelle, malgrado uno stuolo crescente di denigratori. Il pretesto ce lo offre una interessante ricognizione pubblicata dalla Fed di S.Louis dove si analizza l’andamento del pil reale pro capite nel paese dopo il crash del 2008, notando come malgrado i notevoli sforzi compiuti dai governanti, sia del Tesoro che della banca centrale, il trend di crescita del prodotto sia rimasto alquanto sottotono.

Come si può osservare la crescita del pil pro capite, pure nelle oscillazioni del ciclo economico è stata alquanto stabile negli Usa fin dagli anni ’50. La Fed stima un tasso medio di crescita, fra il 1955 e il 2007, del 2,2% annuo, a fronte dell’1,6% circa registrato dal 2010 in poi. La forte contrazione del prodotto post crisi, in sostanza, ha impresso alla crescita un ritmo lontano dalla sua media storica, con la conseguenza che “al secondo quarto 2018 il pil pro capite era ancora circa il 16% inferiore rispetto al trend pre recessione”. Come se dopo il forte trauma del 2008 l’economia Usa, malgrado i notevoli sforzi profusi dal governo, non sia più riuscita a trovare la giusta intonazione.

Fin qui nulla di nuovo. Che la crescita Usa sia stentata è notorio. La novità è nel diverso punto di osservazione proposto dalla banca. Ossia osservare l’andamento della crescita pro capite in relazione a quello della popolazione che partecipa al lavoro. Quest’ultima, com’è noto, dipende da diversi fattori, a cominciare dall’andamento della demografia. Gli Usa, come altri paesi, stanno iniziando a fare i conti con il pensionamento della generazione del baby boom che, diminuendo il numero delle persone in età lavorativa, può incidere sulla forza lavoro. E in effetti gli Usa stanno sperimentando un certo calo nella partecipazione, cui corrisponde l’aumento degli inattivi. Le ragioni del calo della partecipazione possono essere anche altre, ovviamente. Possono dipendere dalla confermazione del mercato del lavoro Usa o dall’alto debito cumulato dal settore pubblico e privato. Ma il punto saliente che qui interessa rilevare è mettere in confronto l’andamento del pil pro capite non rapportandolo più al totale della popolazione, ma soltanto alla forza lavoro, ossia la somma di lavoratori occupati e lavoratori in cerca di occupazione (e quindi disoccupati). In sostanza coloro che partecipano attivamente al mercato del lavoro. Tale quota della popolazione è una parte, al netto degli inattivi, di quella in età lavorativa, che è a sua volta un sottoinsieme della popolazione totale.

Comparando i due grafici si osserva che la curva del trend e quella del pil reale pro capite “aggiustato” per la partecipazione viaggiano più vicine. Per dirla con le parole della Fed “l’output appare meno volatile nel periodo dopo la Grande recessione”. E in effetti “malgrado la produzione sia rimasta leggermente (meno del 2%) al di sotto della tendenza precedente alla recessione a partire dal secondo trimestre del 2018, i tassi di crescita medi per i due periodi sono gli stessi: 1,7 percento all’anno”.

Che significa tutto questo? Che “aggiustando” il pil pro capite per tenere conto degli effetti demografici (nell’ipotesi che solo questi contribuiscano all’andamento della forza lavoro, e se ne potrebbe discutere) “l’economia Usa ha mostrato una performance soddisfacente e un outlook positivo sin dalla fine della recessione”. In sostanza, considerando solo la quota della popolazione impegnata nel mercato nel lavoro, la crescita Usa è più che soddisfacente. Chi non lavora non mangia, dicevano gli antichi. Se non si lavora, non si produce crescita stabile, potremmo dire noi oggi. E non è detto che basti un reddito di cittadinanza a fare la differenza.

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Anche la demografia impatta sulla produttività


Poiché la produttività declinante sembra la caratteristica del nostro evo economico, almeno nei paesi avanzati, è assai utile osservare cosa gli economisti tirino fuori dal loro cilindro per spiegare questo andamento che fa temere per la buona salute delle nostre economie. Fra le tante suggestioni diffuse di recente ne ho trovata una che vale la pena riassumere in poche righe perché mette al centro l’andamento demografico – il che di per sé non è una novità – ma in maniera controintuitiva: collega vale a dire la prevalenza di lavoratori in giovane età al declinare della produttività.

La studio è stato proposto dalla Fed di S.Louis che ipotizza una relazione fra il baby boom iniziato nel dopoguerra e durato per gran parte degli anni ’50, quando negli Usa il tasso di nascite crebbe del 20%, e il calo robusto della produttività registrato nella prima metà degli anni ’70, ossia quando la generazione dei baby boomers entrò in attività. “L’ipotesi non è che il baby boom sia interamente responsabile – precisa l’autore – piuttosto che vi abbia contribuito”. D’altronde come sa chi si occupa di queste cosa, la produttività è un concetto complesso. Innanzitutto perché si tratta di un rapporto che coinvolge categorie molto articolate, come quella di capitale e lavoro. Nel caso in esame, si analizza il concetto di prodotto pro capite, che si può definire come il rapporto fra le quantità prodotte e il numero dei lavoratori impiegati. I dati mostrano che questo indicatore oggi è tornato al minimo già visto proprio negli anni ’70. Da qui l’idea che la componente demografica abbia svolto un ruolo.

L’ipotesi alla base di questa teoria è che i lavoratori giovani siano meno produttivi in quanto meno dotati di capitale umano, ossia di ciò che deriva insieme dall’esperienza e dall’istruzione, che secondo le più diffuse teorie cresce da inizio carriera, raggiunge il picco fra i 50 e i 60 anni e poi inizia a declinare. Un lavoratore con maggiore capitale umano è più produttivo di uno che ne abbia meno, e quindi i più giovani sono meno produttivi dei lavoratori più attempati.

Se si ammette come vera questa ipotesi, qualora la quota dei giovani sia relativamente maggiore dei più adulti nel numero degli occupati la produttività pro capite tende a diminuire. Per testare questa ipotesi, l’autore ha confezionato un grafico che mette in relazione la quota di lavoratori più giovani con la produttività.

Come si osserva, al crescere della quota dei 25-33enni la produttività tende a declinare. La relazione è particolarmente visibile a partire dagli anni ’70, quando la generazione dei baby boom entrò nella popolazione attiva crescendo in percentuale parecchio rispetto al totale. Meno visibile, ma comunque presente, tale relazione sembra verificarsi anche negli anni più vicini a noi, quando la quota di giovani sul totale della popolazione attiva è tornata a crescere, anche se il trend declinante della produttività sembra risalire ad almeno un decennio prima. Sarà per questo che il nostro autore non si sbilancia troppo nel trarre conclusioni.

Rimane il fatto che osservare la composizione dell’età della forza lavoro può rivelarsi una buona intuizione, specie in società che invecchiano come le nostre. Perché se è vero che i giovani sono poco produttivi, anche gli anziani lo sono. E questi, a differenza dei giovani, sono destinati ad aumentare in futuro assai più di adesso.

I tormenti degli anziani tedeschi (e i nostri)


Fra le tante specificità dell’economia tedesca una in particolare merita di essere raccontata per la semplice circostanza che una volta tanto si tratta di una eccezionalità che non fa certo onore a una delle più ricche economie del pianeta: la condizione dei suoi anziani. Sappiamo già che la Germania è una terra ineguale, dove l’aumento della ricchezza ha fatto il paio col divaricarsi delle diseguaglianze di reddito. Meno noto è che gli anziani tedeschi si connotano per il livello di benessere mediamente più basso degli altri paesi dell’Ocse.

L’istituto parigino si è fatto scrupolo di notarlo nella sua ultima Survey dedicata alla Germania. Evidentemente la questione demografica tedesca, che preoccupa gli osservatori, rischia di generare una inedita bomba generazionale. Masse crescenti di anziani, in condizioni di benessere calante, potrebbero diventare il cavallo di Troia del benessere sociale tedesco. E questa evoluzione non è lontana nel tempo. Anzi, è già cominciata. “Il benessere in Germania – nota Ocse – è superiore alla media Ocse, ed è particolarmente pronunciato per i redditi, il lavoro, l’equilibrio lavoro-vita e l’educazione. Tuttavia è inferiore per gli individui più anziani ed evolve meno favorevolmente con l’età più di quanto accada in altri paesi dell’area”. Come esempio viene riportata l’evidenza che in Germania la ricchezza diminuisce con l’età e al contempo si nota un aumento della diseguaglianza che procede con l’invecchiamento. Il che provoca un sostanziale peggioramento del benessere associato all’età avanzata che di fatto rischia di mettere in crisi l’intero sistema sociale.

Questa evidenza va letta in chiave prospettica per apprezzarne la pericolosità. Le previsioni Ocse stimano che in Germania la popolazione totale diminuirà di 14,9 milioni persone, pari al 18% da qui al 2060 se persisterà il trend finora visibile. Al contempo la popolazione in età lavorativa, che viene dimensionata nella classe d’età fra i 16 e i 75 anni, si stima in contrazione del 28% rispetto ad oggi, con un rapido sviluppo del dependency ratio (vedi grafico), ossia del rapporto fra la popolazione che dipende dal lavoro degli altri, segnatamente bambini e anziani, e il totale della popolazione. Va sottolineato che queste previsioni incorporano afflussi netti di immigrati per 500 mila ingressi nel 2015, quando invece se ne sono contati circa un milione, con uno scenario base che dovrebbe assestarsi intorno a 200 mila unità l’anno entro il 2021.

Peraltro anche la Germania, come il resto del mondo, dovrà vedersela con la graduale fuoriuscita della generazione del baby boom dal mercato del lavoro, che si consumerà fra il 2020 e il 2035, per di più in un contesto di allungamento dell’età media di sei-sette anni da qui al 2060, che metterà a carico della società e del bilancio dello stato una quota significativa di anziani.

Insomma, la Germania dovrà affrontare prima e più urgentemente di altri l’autentica sfida del nostro secolo: l’invecchiamento della popolazione e l’inedito effetto che ciò provocherà non solo sulla contabilità pubblica, ma sull’intero sistema economico.

Diventa perciò interessante osservare la ricetta che Ocse prescrive perché, aldilà del fatto che la Germania decida o meno di seguirla, disegna il futuro possibile se non probabile delle politiche economiche che dovranno mettere in campo paesi e che riguardano anche il nostro, atteso che il dependecy ratio previsto per l’Italia è al livello di quello tedesco, poco distante da quello giapponese, che supererà il 45%.

Il primo punto analizzato è, come ci si può aspettare, l’immigrazione. L’Ocse sottolinea che flussi migratori più robusti potrebbero alleviare le tensioni demografiche, pure se certo bisognerà investire su politiche di integrazione. Nello scenario elaborato, se la Germania facesse entrare centomila immigrati in più ogni ano, nel 2060 la popolazione sarebbe aumentata di cinque milioni di persone. Ciò a fronte di un’obiettiva difficoltà a gestire e programmare tali afflussi. Negli ultimi vent’anni, per dire, l’immigrazione netta è stata in media di 175 mila persone, già al di sotto quindi delle 200 mila previste dallo scenario base. Il picco si è avuto nel 2014 con l’esplodere della crisi dei rifugiati che ha portato gli afflussi netti dai 128 mila del 2010 a circa 600 mila che potrebbero superare il milione nel 2015.

Tale flussi si innestano in un contesto sociale che esibisce il tasso di fertilità più basso dell’Ocse, pari a 1,4 figli per donna. Da ciò si può dedurne che da qui al 2060 la Germania ha due possibilità, rimanendo questi i trend: o diventare la prima realtà multiculturale dell’eurozona, e quindi veder crescere la sua popolazione, o accettare di spopolarsi. Quest’ultima evenienza avrà conseguenze sul benessere generale. Mano a mano che diminuisce la popolazione attiva – si prevede un calo dell’occupazione del 23% entro il 2060-  si erode anche il pil pro capite, anche se in parte tale calo dovrebbe essere compensato da un aumento della produttività.

In ogni caso il governo e la società dovranno farsi carico di una quota crescente di anziani, che già ora vivono una certa difficoltà. Si calcola che la spesa per pensioni crescerà del 2% l’anno che, sommate al resto delle componenti (sanità ed effetti demografici) porta l’aumento della spesa pubblica al 2060 ad oltre l’8%.

Ciò pone evidenti problemi di sostenibilità al bilancio dello stato e richiede decisioni di ampia portata sociale per essere scongiurati. La Germania ha già deciso di innalzare l’età pensionabile da 65 a 67 anni entro il 2029 e al momento non prevede ulteriori aggiustamenti. E tuttavia “senza ulteriori innalzamenti dell’età pensionabile – scrive Ocse – dopo il 2029 aumenteranno il deficit pensionistico e il carico fiscale sul lavoro, associandosi a un più basso livello di pensioni rispetto alla media dei redditi, che tenderà ad aggravare il rischio di povertà nella vecchiaia. La Germania dovrebbe collegare l’indice dell’età pensionabile alle aspettative di vita”.

Sono sicuro che avrete sentito questo ritornello tante volte, e quindi è inutile che continuiamo a suonarlo insieme. Serve solo, questo promemoria, a ricordare una cosa che, stando ai numeri di oggi, è auto-evidente: le pensioni, come siamo abituati a considerarle, non ci saranno più. L’anziano dovrà continuare a lavorare e gli stati dovranno inventarsi forme di flessibilità per tenere in piedi i sistemi previdenziali, contando sull’immigrazione per tenere in piedi il mercato del lavoro da cui estrarre i contributi necessari.

Insomma: gli anziani tedeschi rischiano di essere i capofila delle innovazioni sociali a cui i paesi avanzati saranno costretti dal procedere della demografia. Il fatto che saranno i primi, anche perché sono già avanti, nello sperimentare i tormenti del futuro non dovrebbe lasciarci indifferenti. Noi saremo i prossimi.