Esercizi di retorica sul debito pubblico: la Germania insostenibile (al contrario di noi)


Nel meraviglioso mondo delle retorica, che oggi usa l’algoritmo e l’equazione astrusa per darsi importanza, non è la verità che importa, e neanche il buon senso del padre di famiglia, ma la persuasione.

E d’altronde cosa meglio dell’artifizio retorico potrebbe giovare a convincere i creditori a finanziare il debito monstre che ormai si aggira per il globo?

Non è un caso, perciò, ma una precisa strategia di marketing, che le tecniche finanziarie, a cominciare quelle che misurano la sostenibilità dei debiti, siano evolute con il loro aumentare.

Al crescere dei debiti, e quindi dei crediti concessi, l’artifizio deve necessariamente raffinarsi per divenire ogni volta più convincente. E quindi bisogna addestrare, nutrire e soprattutto pagare, una pletora ormai innumerevole di specialisti che devono studiare pratiche, elaborare software, insegnare pure queste materie, in una parola economicizzare sempre di più il mondo per continuare a rendere possibile che la giostra continui a girare.

Che poi  questo immane sforzo di calcolo sovente si riduca al paradosso, se non addirittura all’assurdo, fa parte di quello che Popper chiamava costante processo di falsificazione della teoria scientifica che, in quanto tale, si presume infinitamente perfettibile proprio in virtù della sua approssimazione. Celebrare l’assurdo come prologo della verità, di conseguenza, è solo il capolavoro del moderno argomentare retorico del nostro tempo che chiamiamo discorso scientifico, del quale l’economia è solo un’applicazione.

Ora, nulla più di un esempio serve a comprendere.

Stavolta prendiamo a prestito dall’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato da Bankitalia dove, fra le tante cose che contiene, troviamo alcuni dati su un tema assai delicato che abbiamo iniziato a conoscere: quello della sostenibilità dei debiti pubblici dei principali stati europei.

In particolare, Bankitalia cita due indicatori di sostenibilità: l’indicatore S2, che conosciamo già, e l’indicatore elaborato dal Fmi, che l’organizzazione usa quando redige i suoi fiscal monitor.

Bene, contraddicendo quello che potrebbe pensare il nostro senso comune, secondo l’indicatore S2, il nostro debito pubblico gode di ottima salute. In particolare, l’indice quota -2,3, il che significa che il nostro debito pubblico è sostenibile nel lunghissimo periodo, e, anzi, la nostra contabilità pubblica gode di un grado di libertà pari al 2,3% del Pil che potrebbe essere utilizzato qualora se ne ravvedesse la necessità.

Ricordo che l’indicatore S2 calcola la quota di avanzo primario (nel nostro caso essendo negativo significa che possiamo permetterci una diminuizione dell’avanzo primario) necessario, date le proiezioni demografiche a macroeconomiche, a soddisfare il vincolo del bilancio intertemporale. Tale stima tiene anche conto delle prospettive di crescita dell’economia, dell’andamento dei tassi di interesse e del flusso degli avanzi primari futuri.

Tutto è bene quel che finisce bene, allora?

Non proprio. La Commissione Ue, dalla quale Bankitalia ha estrapolato l’indice S2, sottolinea nel suo Fiscal sustainability report del 2012 che la sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica italiana si basa sull’ipotesi che l’Italia tenga il suo avanzo primario al 5% del Pil dal 2014 in poi. Significa in pratica che dovremmo coprire interamente con l’avanzo primario il deficit, trovandoci in una condizione di pareggio strutturale di bilancio.

Sappamo già che nel suo ultimo Def, tali condizioni non si verificheranno quest’anno, ma, forse dal 2016 in poi.

Ma aldilà del suo numerico argomentare, la realtà politica del discorrere emerge con prepotenza allorquando la Commissione elogia la riforma delle pensioni italiana che, nota, “ha consentito di far cadere il rapporto della spesa pensionistica sul Pil”.

E questo, insieme alla spesa sanitaria, è il punto qualificante.

Detto ciò, vale la pena osservare l’altro indicatore, quello del Fmi. Quest’ultimo, estratto dal Fiscal monitor di aprile 2014, calcola l’aumento dell’avanzo primario sul Pil che dovrebbe essere conseguito entro il 2020, e mantenuto per un altro decennio, per avere un rapporto Debito/Pil al 60%. In pratica replica il comportamento dell’indicatore S1, includendovi la dinamica della spesa pensionistica e sanitaria fra il 2014 e il 2030.

Ebbene, quest’indice, per l’Italia, vale 2,8, ossia il 2,8% del Pil. Quindi significa che, entro quest’anno, dovremmo aumentare del 2,8% del Pil l’avanzo primario del 2013 (che era il 2,2%) e quindi arrivare al 5% fino al 2030 per avere un debito/Pil al 60% entro il 2030.

Come vedete, i due indicatori sono evidentemente interrelati e il succo politico è molto semplice: già da quest’anno, a bocce (della crescita) ferme, dovremmo fare un avanzo primario monstre per avere garanzia della sostenibilità del nostro debito. Questo quando sappiamo che la sorte del nostro avanzo primario ipotizzata dal governo è assai diversa.

Potremmo finirla qua, per sprofondare nella solita eurodepressione che avvolge ognuno di noi quando parliamo o sentiamo parlare di finanza pubblica.

Peer consolarci, invece, andiamo a prendere lezioni dalla Germania, che, in teoria, dovrebbe essere un esempio di finanza pubblica per tutti noi.

Pensate, ad esempio, che la Germania ha un disavanzo pubblico pari a zero, e solo in leggera crescita (allo 0,1% del Pil) nel 2015. Ciò significa in pratica che il debito pubblico tedesco scende ogni anno. E infatti i dati di Bankitalia lo vedono al 78,4% del Pil nel 2013, al 74,6 quest’anno e al 70,8% l’anno prossimo. Il costo al quale la Germania s’indebita, poi, dovrebbe convincere qualunque creditore della bontà del debito pubblico tedesco.

Eppure, i nostri indicatori la vedono diversamente.

L’indicatore S2 quota nell’ordine dell’1,4% del Pil l’aggiustamento dell’avanzo primario che la Germania dovrebbe conseguire per rispettare il vincolo del bilancio intertemporale. L’indicatore FMi, invece, stima sia necessario un aggiustamento in aumento dello 0,9% del Pil, entro il 2014, per arrivare al 60% del debito Pil entro il 2030. Considerate che il Germania l’avanzo primario del 2013 è stato del 2,2% del Pil come in Italia, ma si prevede in calo fino all’1,4% del Pil nel 2015.

Conclusione: il debito tedesco, visto nella sua prospettiva di lungo termine, è, secondo i nostri leggendari indicatori, non sostenile.

Quello italiano, al contrario, no.

Sentitevi liberi di ridere.

(3/fine)

Leggi la prima puntata   Leggi la seconda puntata

 

 

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  1. Jean-Charles

    Adesso che sono stati chiesti i sacrifici agli Italiani con aumento delle tasse, diminuzione delle spese per la sanità e le pensioni, è venuto il momento di essere rassicurati con la sostenibilità del debito pubblico in considerazione a vari orizzonti temporali.

    È stata applicata una politica detta d’austerità che purtroppo diminuisce più il PIL che la spesa. Vari studi stimano che per 1 % di spesa pubblica in meno ne deriva circa 1.5% di PIL in meno.

    Il rapporto debito pubblico al numeratore su PIL al denominatore non diminuisce.

    Il saldo primario ( variazione del debito pubblico senza gli interessi di circa 80 miliardi all’anno per almeno i prossimi 5 anni) necessario a stabilizzare il debito pubblico è uguale al debito pubblico dell’anno precedente moltiplicato per la differenza entro il tasso d’interesse medio attualmente di un po più del 4% meno il tasso di crescita del PIL in volume meno il tasso d’inflazione.

    Ecco che adesso che si sono ottenuti i sacrifici, si allenteranno con misure espansive che tendono a far crescere il PIL gonfiandolo con l’inclusione di valori immateriali prodotti ( brevetti ottenuti con ricerca, valori culturali, ..), già in atto negli USA da metà 2013 ed in UE da adesso, diminuire i tassi d’interesse sul debito e aumentare l’inflazione.

    Non è il caso d’incoraggiare tutti gli Stati ad esportare di più dagli altri.

    Adesso che si è messo ordine nel debito pubblico si aumenterà il credito privato per rilanciare la crescita.

    Gli interessi cavati sul debito pubblico diminuiranno quelli sul debito pubblico aumenteranno.

    La bestia cambia il pelo ma non il vizio.

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    • Maurizio Sgroi

      bentornato,
      la bestia immagino sia la crescita alimentata a debito, ossia a credito. è il solito dilemma fra squilibrio e depressione. e poi dice che uno vuole uscire dall’economia…
      grazie per il commento

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  2. Jean-Charles

    Per mè la bestia sono gli enti finanziari privati e non più le banche nazionali che si nutrono di interessi. Ricordo che l’art. 123 del trattato di Lisbona impedisce alla nostra BCE di comperare direttamente debito pubblico come la FED o la BOJ in particolare.

    Oramai l’uomo ( e le donne) sono al servizio della finanza e non il contrario.

    La ringrazio per il suo ” bentornato”. Le sue riflessioni sono di qualità e con ottima scrittura e stile. Spero non lo disturbi con la mia insistenza.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      la ringrazio per gli apprezzamenti. almeno questa fatica ha un senso.
      nessun disturbo, poi. anzi: un blog è anche un luogo di discussione, e ogni contributo è sempre benvenuto.
      quindi grazie

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