Il calo della popolazione femminile affonda la natalità italiana


Abituati ormai alle cronache della nostra denatalità, che ormai disegnano un chiaro destino di lento e dolce spopolamento per il nostro paese, i più avranno accolto con rassegnata indifferenza l’ultimo report Istat sulla natalità nel 2018. Oltre a riportare i dati aggiornati del peggioramento demografico italiano, il documento contiene informazioni molto utili, poco conosciute e ancor meno ponderate su una delle cause principali di questa denatalità. Che non è la mancanza di spesa pubblica – eterno rimedio italico ad ogni male – ma assai più prosaicamente il calo costante delle donne in età fertile. Una tendenza che non si frena promettendo asili nido gratis o qualsiasi altra forma di utilizzo di (scarse) risorse fiscali. Anche perché parte da molto lontano, ossia da quando, a partire dalla seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso iniziò il baby-bust durato un ventennio, che ha condotto l’indice di fertilità delle donne in Italia a toccare il suo minimo storico nel 1995, con 1,19 figli per donna, assai lontano da quello del baby boom iniziato durato un trentennio dal dopoguerra in poi.

L’esito del baby-bust è stato quello di assottigliare notevolmente la popolazione femminile in età riproduttiva, che la statistica classifica nella fascia di età fra i 15 e i 49 anni. “Rispetto al 2008 le donne tra i 15 e i 49 anni sono oltre un milione in meno – spiega Istat -. Un minore numero di donne in età feconda, anche in una teorica ipotesi di fecondità costante, comporta, in assenza di variazioni della fecondità, meno nascite”. Poiché nel nostro caso al calo delle donne in età fertile si è associato anche il calo dell’indice di fecondità, l’effetto combinato ha generato la situazione nella quale ci troviamo adesso: quasi 140 mila bambini nati in meno nel 2018 rispetto solo a dieci anni fa, con nascite totali in calo costante da allora: dai 576.659 nati nel 2008 ai 439.747 del 2018.

Ad aggravare la situazione contribuisce la circostanza che le donne nella prima fascia di età riproduttiva, quelle fra i 15 e i 29 anni “al primo gennaio 2019 sono poco più della metà di quelle tra 30 e 49 anni”. Detto con le parole dell’Istat, “le generazioni più giovani sono sempre meno consistenti”. Che significa sempre meno donne in età riproduttiva in futuro.

Chi pensasse che questa tendenza sia poco rilevante, dovrebbe ricordare che “questo fattore (il calo della popolazione femminile in età riproduttiva, ndr) è responsabile per circa il 67% della differenza di nascite osservata tra il 2008 e il 2018. La restante quota dipende invece dalla diminuzione della fecondità da 1,45 figli per donna a 1,29”. La circostanza che il tasso di fecondità del 2018 sia più elevato rispetto al minimo storico del 1995 è la conseguenza dei flussi migratori. “A partire dagli anni duemila l’apporto dell’immigrazione, con l’ingresso di popolazione giovane, ha parzialmente contenuto gli effetti del baby-bust; tuttavia questo effetto sta lentamente perdendo la propria efficacia man mano che invecchia anche il profilo per età della popolazione straniera residente”. Anche qui basta un dato per averne contezza. Il tasso di fecondità delle donne straniere era 2,65 nel 2008 a fronte di 1,34 per le italiane. Oggi le prime hanno un tasso di 1,94, le seconde di 1,21.

Ricapitoliamo. Il calo delle nascite dell’ultimo decennio dipende per oltre due terzi dalla diminuzione delle donne in età riproduttiva (15-49 anni), e poi dal calo della loro fecondità. Ma gran parte del problema è determinato dal primo fattore. Se sulla fecondità si può pensare di intervenire incentivando la propensione alla maternità – i famosi asili nido gratis – invertire il calo della popolazione femminile in età riproduttiva è molto più difficile. Ci sono solo due modi, a ben vedere: favorire l’immigrazione oppure prolungare l’età riproduttiva. In entrambi i casi una rivoluzione sociale. L’alternativa è rassegnarsi.

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