I tormenti degli anziani tedeschi (e i nostri)


Fra le tante specificità dell’economia tedesca una in particolare merita di essere raccontata per la semplice circostanza che una volta tanto si tratta di una eccezionalità che non fa certo onore a una delle più ricche economie del pianeta: la condizione dei suoi anziani. Sappiamo già che la Germania è una terra ineguale, dove l’aumento della ricchezza ha fatto il paio col divaricarsi delle diseguaglianze di reddito. Meno noto è che gli anziani tedeschi si connotano per il livello di benessere mediamente più basso degli altri paesi dell’Ocse.

L’istituto parigino si è fatto scrupolo di notarlo nella sua ultima Survey dedicata alla Germania. Evidentemente la questione demografica tedesca, che preoccupa gli osservatori, rischia di generare una inedita bomba generazionale. Masse crescenti di anziani, in condizioni di benessere calante, potrebbero diventare il cavallo di Troia del benessere sociale tedesco. E questa evoluzione non è lontana nel tempo. Anzi, è già cominciata. “Il benessere in Germania – nota Ocse – è superiore alla media Ocse, ed è particolarmente pronunciato per i redditi, il lavoro, l’equilibrio lavoro-vita e l’educazione. Tuttavia è inferiore per gli individui più anziani ed evolve meno favorevolmente con l’età più di quanto accada in altri paesi dell’area”. Come esempio viene riportata l’evidenza che in Germania la ricchezza diminuisce con l’età e al contempo si nota un aumento della diseguaglianza che procede con l’invecchiamento. Il che provoca un sostanziale peggioramento del benessere associato all’età avanzata che di fatto rischia di mettere in crisi l’intero sistema sociale.

Questa evidenza va letta in chiave prospettica per apprezzarne la pericolosità. Le previsioni Ocse stimano che in Germania la popolazione totale diminuirà di 14,9 milioni persone, pari al 18% da qui al 2060 se persisterà il trend finora visibile. Al contempo la popolazione in età lavorativa, che viene dimensionata nella classe d’età fra i 16 e i 75 anni, si stima in contrazione del 28% rispetto ad oggi, con un rapido sviluppo del dependency ratio (vedi grafico), ossia del rapporto fra la popolazione che dipende dal lavoro degli altri, segnatamente bambini e anziani, e il totale della popolazione. Va sottolineato che queste previsioni incorporano afflussi netti di immigrati per 500 mila ingressi nel 2015, quando invece se ne sono contati circa un milione, con uno scenario base che dovrebbe assestarsi intorno a 200 mila unità l’anno entro il 2021.

Peraltro anche la Germania, come il resto del mondo, dovrà vedersela con la graduale fuoriuscita della generazione del baby boom dal mercato del lavoro, che si consumerà fra il 2020 e il 2035, per di più in un contesto di allungamento dell’età media di sei-sette anni da qui al 2060, che metterà a carico della società e del bilancio dello stato una quota significativa di anziani.

Insomma, la Germania dovrà affrontare prima e più urgentemente di altri l’autentica sfida del nostro secolo: l’invecchiamento della popolazione e l’inedito effetto che ciò provocherà non solo sulla contabilità pubblica, ma sull’intero sistema economico.

Diventa perciò interessante osservare la ricetta che Ocse prescrive perché, aldilà del fatto che la Germania decida o meno di seguirla, disegna il futuro possibile se non probabile delle politiche economiche che dovranno mettere in campo paesi e che riguardano anche il nostro, atteso che il dependecy ratio previsto per l’Italia è al livello di quello tedesco, poco distante da quello giapponese, che supererà il 45%.

Il primo punto analizzato è, come ci si può aspettare, l’immigrazione. L’Ocse sottolinea che flussi migratori più robusti potrebbero alleviare le tensioni demografiche, pure se certo bisognerà investire su politiche di integrazione. Nello scenario elaborato, se la Germania facesse entrare centomila immigrati in più ogni ano, nel 2060 la popolazione sarebbe aumentata di cinque milioni di persone. Ciò a fronte di un’obiettiva difficoltà a gestire e programmare tali afflussi. Negli ultimi vent’anni, per dire, l’immigrazione netta è stata in media di 175 mila persone, già al di sotto quindi delle 200 mila previste dallo scenario base. Il picco si è avuto nel 2014 con l’esplodere della crisi dei rifugiati che ha portato gli afflussi netti dai 128 mila del 2010 a circa 600 mila che potrebbero superare il milione nel 2015.

Tale flussi si innestano in un contesto sociale che esibisce il tasso di fertilità più basso dell’Ocse, pari a 1,4 figli per donna. Da ciò si può dedurne che da qui al 2060 la Germania ha due possibilità, rimanendo questi i trend: o diventare la prima realtà multiculturale dell’eurozona, e quindi veder crescere la sua popolazione, o accettare di spopolarsi. Quest’ultima evenienza avrà conseguenze sul benessere generale. Mano a mano che diminuisce la popolazione attiva – si prevede un calo dell’occupazione del 23% entro il 2060-  si erode anche il pil pro capite, anche se in parte tale calo dovrebbe essere compensato da un aumento della produttività.

In ogni caso il governo e la società dovranno farsi carico di una quota crescente di anziani, che già ora vivono una certa difficoltà. Si calcola che la spesa per pensioni crescerà del 2% l’anno che, sommate al resto delle componenti (sanità ed effetti demografici) porta l’aumento della spesa pubblica al 2060 ad oltre l’8%.

Ciò pone evidenti problemi di sostenibilità al bilancio dello stato e richiede decisioni di ampia portata sociale per essere scongiurati. La Germania ha già deciso di innalzare l’età pensionabile da 65 a 67 anni entro il 2029 e al momento non prevede ulteriori aggiustamenti. E tuttavia “senza ulteriori innalzamenti dell’età pensionabile – scrive Ocse – dopo il 2029 aumenteranno il deficit pensionistico e il carico fiscale sul lavoro, associandosi a un più basso livello di pensioni rispetto alla media dei redditi, che tenderà ad aggravare il rischio di povertà nella vecchiaia. La Germania dovrebbe collegare l’indice dell’età pensionabile alle aspettative di vita”.

Sono sicuro che avrete sentito questo ritornello tante volte, e quindi è inutile che continuiamo a suonarlo insieme. Serve solo, questo promemoria, a ricordare una cosa che, stando ai numeri di oggi, è auto-evidente: le pensioni, come siamo abituati a considerarle, non ci saranno più. L’anziano dovrà continuare a lavorare e gli stati dovranno inventarsi forme di flessibilità per tenere in piedi i sistemi previdenziali, contando sull’immigrazione per tenere in piedi il mercato del lavoro da cui estrarre i contributi necessari.

Insomma: gli anziani tedeschi rischiano di essere i capofila delle innovazioni sociali a cui i paesi avanzati saranno costretti dal procedere della demografia. Il fatto che saranno i primi, anche perché sono già avanti, nello sperimentare i tormenti del futuro non dovrebbe lasciarci indifferenti. Noi saremo i prossimi.

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