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Cronicario: I cinesi sognano le stelle, noi la pensione


Si comincia d’un lunedì pieno di sole, che perciò sollecita suggestioni pigre, tipo passeggiare e far nulla in pieno spirito latino. Guardo distratto lo smartphone che cinguetta notizie e soprattutto noto l’insistenza con la quale uno dei tanti account della Commissione Ue da stamane promoziona un evento dove si discorre dell’opportunità di realizzare un mercato europeo dei piani pensionistici individuali. Addirittura è stata lanciata una consultazione pubblica sul tema, alla quale si può partecipare seguendo questo link. Ci metto un po’ a entrare in modalità antenne alzate. In fondo fa caldo e farei volentieri di meglio. Ma un qualche cromosoma nordico prende il sopravvento e così inizio a scorrere la lunga cronologia di tweet che sta accompagnando l’evento da stamane.

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Il succo è presto detto: le pensioni di domani saranno appena bastanti per le mezze porzioni, quindi meglio attrezzarsi con piani personali di sostegno, e magari lavorare più a lungo e risparmiare di più per poterle riempire di contributi. E siccome quest’affare riguarda tutta l’Europa, non sarebbe meglio fare l’ennesimo mercato comune? D’altronde qual è lo sviluppo più logico di un’Unione del mercato dei capitali se non l’unione dell’investimento previdenziale? Mi torna in mente una roba che ho scritto qualche anno fa. Le finte pensioni di domani sono un tema sensibile per i cittadini europei, così come le erano il carbone e l’acciaio negli anni ’50. E quindi sono il veicolo ideale perché i soliti marpioni proseguano l’integrazione economica europea. Cambia il vento ma noi no (cit.).

Il problema delle finte pensioni, peraltro, è che fanno capo a chissà quanti finti giovani che iniziano a lavorare già sognando di smettere. Dev’essere il modo europeo di pensare la giovinezza, mi dico, mentre mi cade l’occhio su un grafico di Bloomberg:

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I self employed, gli auto-impiegati, gli autonomi, chiamateli come vi pare, crescono a rotta di collo in Corea del Sud, una delle tante declinazioni del miracolo economico asiatico, peccato che solo il 30% delle piccole imprese locali superino i cinque anni. Così facendo hanno aumentato del 9% la montagna dei debiti che per questa categoria ora ha superato i 225 miliardi. La giovinezza coreana si nutre di debiti, almeno quanto la nostra del sogno della pensione. E in questo i coreani somigliano ai loro mentori: gli Usa. Sempre Bloomberg rilascia un altro grafico assai eloquente:

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In pratica dopo quattro anni dalla laurea, gli studenti Usa hanno sul groppone in media 30-40.000 dollari di debiti, con gli afroamericani a guidare la fila con 50.000. Nei primi anni ’90 non si arrivava a 10 mila. E così viene fuori un’altra caratteristica della gioventù contemporanea: i debiti.

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Ormai il pomeriggio è rovinato, e il tempo si mette pure al brutto. Sicché decido di continuare a leggere e mi cade l’occhio sull’ennesimo studio di una società di consulenza che preconizza 2.500 miliardi di pil in più per l’Europa entro il 2025 se finalmente saremo capaci di fare la rivoluzione digitale. Questa cosa di immaginare la tecnologia come la levatrice dei nostri successi futuri mi fa capire quanto ci sia ancora da lavorare sulla nostra autostima. Anzi: quanto ci sia ancora da lavorare e basta.

A proposito di tecnologia. Fra le pieghe scovo quest’altra notizia estratta dall’ultimo bollettino mensile della Bundesbank. Un altro mito del nostro tempo, strettamente legato a quello della tecnologia che ci salverà, è l’High frequency trading che ci sterminerà. Ne siamo vittime tutti, io per primo. Siamo cresciuti fra minacce di apocalissi nucleari e invasioni aliene, e ancora aspettiamo l’extraterrestre che ci porti via.  Il Terminator borsistico è solo l’ultimo degli uomini neri che abbiamo inventato per farci paura. Ma intanto godiamoci la storia e ripassiamo insieme la fiorente letteratura dei flash crash.

A proposito di uomini neri, i cultori della materia scopriranno con raccapriccio che la Cina ha superato la Russia nella spesa per le missioni spaziali

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Non solo la Cina comprerà tutti i nostri palazzi e le nostre fabbriche – di recente anche la Germania si è preoccupata – adesso minaccia pure di comprarsi le stelle. I cinesi sognano le stelle almeno quanto noi la pensione. Ma quelle, perfide, si allontanano ogni giorno. E le pensioni pure.

A domani.

L’Europa del futuro raccontata dai francesi


In questo crepuscolo globale mi diverte collezionare le opinioni dei personaggi illustri che stanno scrivendo la commedia della nostra contemporaneità nella quale la vicenda europea, e segnatamente quella dell’eurozona, ha finito con l’assumere il ruolo di attrice coprotagonista.

Abbiamo già visto la versione di Weidmann, il potente governatore della Bundesbank. Diventa perciò interessante raccontarne un’altra, stavolta affidandosi alle riflessioni di François Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia, ossia del paese che in qualche modo ha finito con l’assumere il ruolo di competitore e insieme partner della visione tedesca. Si è a lungo discettato dell’asse franco-tedesco come motore dell’integrazione europea, a volte esagerando o addirittura fraintendendo. Ma rimane il fatto che l’eurozona trova in questa relazione il suo meccanismo di avanzamento e quindi il suo punto di equilibrio fra la visione nordica, chiamiamola così, e quella latina, essendo la Francia nient’altro che il luogo – anche geografico – dell’incontro fra le due anime dell’Europa che oggi si trovano a doversi confrontare. E che sia un confronto complesso e denso di incognite non dovrebbe stupire nessuno. Le differenze fra le popolazioni europee sono e rimangono enormi.

Questo non è necessariamente un problema, secondo il nostro banchiere francese. Semmai i problemi nascono dal fatto che “le nostre differenze di opinione tendono a far passare in secondo piano le aree in cui condividiamo un terreno comune”. Naturale, peraltro, in un momento che vede sedici milioni di persone senza lavoro, solo nell’eurozona. Costoro sono gli interlocutori ideali della vulgata euroscettica, il cui avanzamento nell’opinione pubblica è troppo marcato perché si possa sottovalutare. I tormenti generati dalla Brexit, ma anche l’avanzata dei partiti contrari all’integrazione europea, sono lì a dimostrarlo.

E tuttavia, spiega ancora il governatore, “dovremmo rimanere fieri della nostra identità europea”. Tema antico a ben vedere. Di identità europea si discute da decenni, spesso questionandone il senso e il significato. Nella visione di Villeroy de Galhau quest’ultima è molto più “della nostra grande storia di riconciliazione e assai più della nostra ricca diversità”. Il senso dell’identità europea, sottolinea, è “il nostro unico modello sociale, combinato con alti standard di servizi pubblici e livelli relativamente bassi di diseguaglianza, assai minori che nella società americana”. Il tutto ottenuto all’interno di “un’economia di mercato”. “Infatti – sottolinea – il segno distintivo dell’Europa è un’economia sociale di mercato”. E questo ci riporta alla visione ordoliberale di Weidmann, se osserviamo bene. Per questa ragione il banchiere francese esorta a “non abbandonare il nostro modello comune o abbassare la bandiera europea”.

Se l’Europa, come dice il nostro cugino francese, è un modello di integrazione fondato su un’economia sociale di mercato, è evidente che la soluzione ai nostri dilemmi debba essere ricercata all’interno del modello, facendo leva sui punti di forza che il governatore sottolinea con forza. “Abbiamo costruito il mercato unico – dice – che è un asset notevole che appartiene a tutti noi. Non è una coincidenza che l’accesso al mercato unico sia alla base del dibattito su Brexit”. A tal proposito, osserva, deve risultare chiaro che “l’accesso al mercato unico deve essere soggetto a una stretta accettazione delle regole europee”. Niente comportamenti opportunistici.

Il secondo punto di forza che viene identificato è l’euro “una solida moneta riconosciuta a livello globale” e che, nell’EZ, vede “il 68% dei cittadini affezionati alla loro valuta”. Affezione psicologica, quindi, ma con ricadute anche assai pratiche. “La politica monetaria europea – sottolinea – è una pietra di paragone di stabilità e ha prodotto risultati tangibili: sta spingendo la domanda fra lo 0,3 e lo 05% ogni anno, e anche l’inflazione” che dovrebbe eccedere l’1% l’anno prossimo e arrivare all’1,6% nel 2018.

Questi due punti di forza sono le leve che dovrebbero servire a rilanciare la crescita dell’area seguendo tre progetti concreti (in neretto nel testo). Primo passo: “L’Europa ha bisogno di quella che io chiamo la Financing and Investment Union (FIU), più che una semplice unione del mercato dei capitali“. Ciò in quanto “ci sono in Europa aziende che vogliono investire e innovare ma non riescono a trovare finanziamenti”, malgrado i soldi ci siano eccome: “Nell’EZ il surplus di conto corrente è più del 3% del Pil. E’ enorme”. Insomma: il banchiere centrale francese si iscrive alla vulgata, in constante crescita, che punta sugli investimenti produttivi quale soluzione per uscire dalle secche della crisi. E’ quella vulgata che ha dato origine al piano Juncker, partendo dalla constatazione che il gap di investimenti, calcolato all’epoca della presentazione del piano, sia ancora nell’ordine del 2% del Pil.

Un visione non tanto alternativa a quella di Weidmann ma semmai complementare. “Per creare la FIU dobbiamo anche completare le iniziative in corso: l’unione dei capitali, ovviamente, ma anche il piano Juncker e l’Unione bancaria”. Come dire: al principio della responsabilità di marca tedesca, si aggiunge quello della facilità di spesa che caratterizza la Francia. Il tutto semplificando il quadro di soggetti e competenze che rende le tre gambe della FIU ancora periclitanti, in modo da realizzare “un grande mercato europeo per il risparmio e l’investimento”.

Questo, sottolinea, “ci consentirebbe di realizzare iniziative più ambiziose”. E come esempio viene citato la necessità di facilitare il finanziamento delle imprese – in Europa l’equity pesa il 51% del Pil a fronte del 121% Usa – e quindi “armonizzare le leggi fallimentari”, e poi migliorare il settore finanziario consentendo “maggiori fusioni transfrontaliere”. Inoltre “per allentare il link eccessivo fra debito sovrano e banche nazionali (tema assai caro a Weidmann, ndr) una soluzione potrebbe essere creare bond sintetici sull’euro zona (European safe bonds)” con sotto pacchetti di bond emessi da diversi stati che lascino a ognuno di loro la responsabilità dell’emissione e del pagamento delle loro obbligazioni. Un’idea che manifesta la grande fatica che si fa ad accettare in Europa il principio della mutualizzazione del debito,e che ricalca di fatto la strada seguita dalla Bce per i suoi acquisti di bond sovrani all’interno del QE.

Come secondo esempio di “obiettivo ambizioso” c’è quello di elaborare una strategia economica collettiva, perché l’agire isolato “genera soluzioni sub-ottimali”. “Noi sappiamo che la crescita e l’occupazione sarebbero maggiori se ci fossero maggiori riforme strutturali dove servono, come ad esempio in Francia, e più supporto fiscale dove c’è spazio di manovra, come ad esempio in Germania”. Per arrivare a questo coordinamento servirebbe un’istituzione che sviluppi la fiducia che potrebbe consistere in un ministro delle finanze con alle spalle un Tesoro europeo. Tutto ciò consentirebbe di realizzare il terzo passo, ossia dotare l’Unione di una sua capacità fiscale che “aumenterebbe il senso di fiducia fra gli stati membri”.

Le riflessioni di Villeroy de Galhau sono quelle di un banchiere centrale, ovviamente, come lui si premura di sottolineare, che mai e poi mai invaderebbe il campo della politica alla quale è demandato di occuparsi di queste decisioni, consapevole che “la politica monetaria non può fare tutto da sola”. Eppure queste riflessioni sono utili a delineare ciò che in comune hanno i banchieri centrali di Francia e Germania, relativamente all’idea di Europa, e quello che li separa. In comune c’è l’idea che l’integrazione debba procedere tramite l’economia, che è un po’ il leit motiv dell’Ue sin dai tempi della Ceca. Dall’altro una diversa percezioni delle priorità e degli strumenti da utilizzare. Ma in fondo è un dettaglio. Oggi l’identità europea è solo una questione di numeri, grafici e tabelle. Questo unisce Francia e Germania.

E il resto di noi.

La versione di Weidmann sul futuro dell’EZ


Poiché è sempre la Germania l’oggetto dell’attenzione di tanti, che ora ammirano il suo innegabile successo economico, ora lo stigmatizzano per gli eccessi dei suoi surplus o per il modo in cui il paese l’ha conquistato, vale la pena leggere le riflessioni di un illustre tedesco che ha la ventura di governare la Bundesbank, ossia l’azionista di maggioranza della Bce che rappresenta al contempo una sorta di ortodossia monetaria che di recente proprio con le pratiche della Bce è andata in urto.

La versione di Weidmann, in tal senso, diventa vieppiù interessante da conoscere quando si riferisca, come è stato di recente, al futuro dell’Unione monetaria europea che i tanti tormenti seguiti alla crisi fa apparire a dir poco complicato, sempre sul crinale di un’improvvisa evoluzione, che può significare – letteralmente – vita o morte per l’imponente costruzione istituzionale edificata negli ultimi sessant’anni.

Mi sorbisco perciò curioso le riflessioni di Weidmann, contenute in uno speech (Aspiration and reality – the situation in the European monetary union) che il presidente della Buba ha tenuto il 15 settembre scorso a Karlsruhe e come sempre mi stupisco del tono, a metà fra l’accademico e il bibliofilo. E poi della scelta delle citazioni: prima Aristotele e poi Mark Twain, quando disse, commentando un necrologio celebrante il suo decesso, che la notizie circa la sua morte erano esagerate. Ovviamente l’annuncio del decesso è riferito all’eurozona, che molti danno (o si augurano) in fase terminale.

Ma anche qui, serve ricordare un po’ di storia. Citando Jean Monnet, Weidmann distingue due visioni che hanno finora guidato il processo dell’unificazione europea. Quella, di cui Monnet fu un grande sostenitore, e che passava dall’economia per arrivare alla politica – si cominciò dalla CECA e si finì con l’euro – e per la quale le crisi sono un fattore di accelerazione, che viene chiamata “La teoria della locomotiva”, e quella che vede nella Buba una decisa sostenitrice, cosiddetta “Teoria dell’incoronazione” (coronation theory), secondo la quale sarebbe stato opportuno che l’unificazione monetaria arrivasse alla fine del processo di integrazione europea. Il timore era che senza la seconda, la prima sarebbe stata condannata a vivere sempre sul crinale della crisi, e non si può dire che le cronache degli ultimi anni non confermino tale timore.

Ciò che in comune hanno  i sostenitori di queste due diverse strategie è che l’Europa disunita non può farcela in un mondo dove, negli anni ’50 come oggi, agiscono grossi player internazionali. E su questo consenso che potremmo chiamare geopolitico, se ne aggiunge un altro, ossia che l’Europa debba essere un luogo di prosperità, convergenza e integrazione. “Numerosi studi – osserva – sono giunti alla conclusione che il mercato unico ha condotto a una maggiore prosperità in Europa”, con ciò volendo dire che l’Unione funziona, ma che adesso è il momento di ripensare il metodo.

Insomma: sui fini sono tutti d’accordo – e stendiamo per adesso un velo su quanto non lo sono – la divergenza è sulle modalità. Il metodo Monnet, chiamiamolo così, viene oggi seriamente questionato e ciò offre a Weidmann la possibilità di esplorare i principi sulla base dei quali l’Unione dovrebbe proseguire il suo cammino, specie adesso che l’addio dell’UK al progetto Ue mette a dura prova la determinazione dei partner a proseguire. E per questo occorre discutere dei principi che dovrebbero animare l’azione comune.

Il primo di questi principi, assai caro a Weidmann e alla tradizione ordoliberale che il governatore della Buba cita espressamente, è il principio della responsabilità. In sostanza il rifiuto di “socializzare le perdite e privatizzare i guadagni“, che negli anni ha condotto a costosissimi bail out di banche in odore di fallimento a spese dei contribuenti. “Chi beneficia del mercato deve anche farsi carico delle perdite”, dice citando Walter Eucken. Ben sapendo che non basta fare le regole – e le cronache sull’applicazione del bail in nel nostro paese sono lì a mostrarlo – ma bisogna pure applicarle. “Se gli attori economici non tengono in conto di doversi far carico delle perdite assumeranno più rischi, che è ciò che ha portato alle ultime crisi finanziarie”, dice il governatore tedesco.

Sulla base di questo principio, vagamente inattuale, si può iniziare a ragionare sul modo per migliorare l’Unione monetaria cominciando dalla constatazione che la costruzione dell’EZ “è unica nel mondo”. Nel bene e nel male. E questa è la ragione della sua vulnerabilità. La sua unicità, ad esempio, si estrinseca nel regime fiscale che rimane di gestione nazionale mentre il coordinamento europeo si riduce a tutta la burocrazia dei vari fiscal compact che produce solo moniti e sfiancanti dibattiti fra i governi e Bruxelles che noi italiani conosciamo bene. “Perché – si chiede Weidmann – non abbiamo scelto il cammino intrapreso da altre aree valutarie come gli Usa o il Canada trasferendo il livello economico e fiscale a livello europeo?”.

Bisognerebbe scomodare la storia per rispondere a questa domanda. Oppure scegliere la risposta più facile, che ha il pregio di aderire ai fatti: gli stati europei semplicemente non vogliono. “Ultimamente Berlino, Parigi e Roma hanno deciso di decidere autonomamente le loro scelte economiche e fiscali invece di prendere queste decisioni insieme a Bruxelles”, dice il banchiere. Ciò in quanto “una politica comune è differente da un mercato comune”. Ed ecco la critica più velenosa alla visione della “Locomotiva”. Aggregare partendo dall’acciaio e dal carbone per finire con l’euro e l’unione bancaria, e adesso pure con l’integrazione del sistema dei pagamenti non basta a dedurne che gli stati, quando poi si tratta di decidere delle tasse e di come spenderle, si facciano “consigliare” da Bruxelles.

Sicché ci troviamo nella situazione, assai difficile da mutare, in cui una politica monetaria comune, e persino un mercato comune, sono associati a una politica fiscale nazionale, appena temperata da norme di coordinamento di cui si infischiano tutti. Mutuando Woody Allen, anche lui citato nello speech, è come se con il matrimonio dell’unione monetaria gli stati europei abbiano tentato di trovare soluzione a problemi che erano incapaci di risolvere da soli.

Questa sorta di rompicapo merita di essere risolto. Weidmann, come tanti, è convinto che l’UE abbia meritato il premio Nobel per la pace nel 2012. Ma è sul come continuare a meritarselo che si consumano le differenze. I teorici della “Locomotiva” suggeriscono che si debba procedere integrando economia e fisco come si è fatto con la moneta. “Ma ci troviamo di fronte allo stesso stop affrontato dagli architetti dell’unione monetaria quando fu fondata: gli stati membri non vogliono rinunciare alla loro sovranità”.

L’alternativa, non essendoci il clima giusto per firmare nuovi trattati, è di applicare quelli che già esistono. Quello che Weidmann chiama “l’approccio decentralizzato”. Che significa? In pratica impedire che i guai di uno stato si riverberino sull’intera unione. Il che somiglia poco alla buona e cattiva sorte che dovrebbe essere alla base dei matrimoni, ma tant’è: noi europei per i matrimoni, evidentemente, non siamo portati. Fuor di metafora, “deve essere possibile in futuro che uno stato pesantemente indebitato possa fallire come soluzione di ultima istanza senza che ciò metta in ginocchio il sistema finanziario e costringere la comunità a un salvataggio”.

“Questa opzione – prosegue – è auspicabile significhi che i mercati dei capitali esercitino la loro disciplina nei confronti della politica fiscale, in modo che per un governo non sia mai necessario fare default”. E questo implica, ad esempio, tagliare il nodo fra debito sovrano e banche residenti, che in fondo è una forma surrentizia di bail out strisciante dello stato da parte del sistema bancario, e che ci riporta al principio fondamentale: quello della responsabilità.

La logica che vale per la politica fiscale, ovviamente, vale anche per la politica monetaria. Anche su questo versante le riflessioni di Weidmann sono coerenti con la sua weltanschauung. La stabilità monetaria consente a un investitore di calcolare correttamente i suoi ritorni sugli investimenti e per questo deve essere perseguita ad ogni costo: dà ordine alle aspettative e quindi agli investimenti. La Bce ha il problema che in questi ultimi anni, e malgrado i cospicui sforzi, non sta centrando il suo impegno di tenere l’inflazione vicina al 2%. “L’inflazione core, quindi al netto della componente petrolio, è ancora intorno all’1%”, dice Weidmann. Ed è solo questo che legittima agli occhi del governatore della Buba il perseguire le attuali politiche monetarie. “Ma non è un segreto che le misure di policy possano produrre più degli effetti desiderati: comportano anche rischi e effetti non previsti”.

Fra questi, oltre alle banche – Weidmann è tutt’altro che tenero con le banche tedesche – c’è anche quello che gli stati si abituino a una banca centrale che copra i loro debiti. Insomma, si indebolisce l’incentivo alla responsabilità individuale che l’attuale framework dei trattati assegna ai singoli stati. “Dobbiamo evitare – sottolinea – di gettare l’Eurosistema nell’acqua”.

Aldilà dei tecnicismi, che Weidmann non lesina, il succo del suo pensiero è molto semplice. Non potendo , al momento, l’eurozona contrattare un nuovo stare insieme, deve usare al meglio ciò che c’è, fino alle sue conseguenze estreme. Ciò allo scopo di ricordare ai politici la promessa che fu fatta al momento dell’introduzione dell’euro, ossia “che sarebbe stato stabile come il marco e che l’unione monetaria sarebbe stata stabile”. “Ricordare le promesse ed essere affidabili e credibili è una precondizione centrale per riguadagnare la fiducia politica nell’Europa”. Insomma, i nostri coniugi devono imparare a camminare con le proprie gambe se vogliono che il matrimonio funzioni. Non sarà poetica, questa visione, ma non è richiesto a un banchiere di essere lirico. Diverso è dire che piaccia.

L’Europa Ogm (organismo giuridicamente modificato)


Che cos’è l’Europa?

E’ una comunità di stati sovrani, viene da dire.

Facile ed elementare.

Poi però uno si deve sforzare di approfondire, visto che guardando il planisfero l’Europa proprio non si vede. Si vedono i singoli stati, ognuno col suo bel colore per distinguersi dall’altro, ma dell’Europa non c’è traccia nella cartine geografiche, a differenza, ad esempio, dell’America, che appare monocromatica e gigantesca.

Per l’Europa, insomma, vale più o meno quello che disse (ma gli storici sono indecisi) Metternich dell’Italia pre-risorgimentale: è un’espressione geografica.

Un’espressione. Quindi un modo di dire.

Però l’Europa esiste eccome: ne sentiamo parlare tutti i giorni.

Addirittura ha una moneta unica. Non tutta, solo un pezzo. Però, ci dicono, l’Europa è ben più grande dell’eurozona e tende a espandersi.

Manco fosse un’epidemia.

E allora: cos’è l’Europa?

Per provare a rispondere dobbiamo inerpicarci lungo una storia lunga sessant’anni, partendo però dalla fine.

L’occasione ce la fornisce una quaderno giuridico pubblicato pochi giorni fa dalla Banca d’Italia, intitolato “Dalla vigilanza nazionale armonizzata alla Banking Union“.

Un testo molto utile perché ripercorre le tappe salienti del processo di integrazione bancaria, ovvero la punta di diamante del percorso di unificazione europeo che dovrebbe condurre, nell’arco di un decennio, alla completa unificazione politica dell’Ue.

Questo in teoria.

in pratica, scrivono i giuristi di Bankitalia, “la crisi ha fatto emergere tutte le criticità insite nel processo di unificazione europea evidenziando, per quanto attiene in particolare al campo dell’integrazione bancaria e finanziaria, l’odierna inadeguatezza del modello della vigilanza armonizzata, introdotto, insieme al principio dell’home country control, dalle direttive europee, che avevano iniziato a disciplinare il settore bancario a partire dalla fine degli anni ’70”.

Che fosse necessario superare tale impostazione si è capito “mano a mano che la libertà di movimento dei capitali e l’adozione della moneta unica hanno accelerato l’integrazione dei mercati finanziari europei” che ha provocato “la nascita di imprese bancarie sovranazionali le cui dimensioni travalicavano le possibilità di controllo delle singole autorità nazionali. In tale contesto la crisi ha operato da catalizzatore evidenziando la necessità di promuovere un modello europeo di vigilanza pienamente integrata”.

Che peraltro l’integrazione finanziarie europea fosse fragile era chiaro sin dai tempi di Maastricht, visto che il gruppo dei governatori centrali, ai tempi delle riunioni propedeutiche alla stipula del trattato, aveva chiesto che fosse affidata alla Bce il compito di vigilare sulle banche europee. “Ma all’epoca – notano – le resistenze degli stati nazionali non consentirono di superare il modello della vigilanza ripartita su scala nazionale”.

Ancora una volta nella dialettica fra gli stati nazionali e il governo sovranazionale, i primi hanno prevalso sul secondo che, molto pazientemente, ha atteso che arrivasse il momento giusto per affermarsi.

Vent’anni dopo, la vigilanza accentrata, è diventata una legge comunitaria. Grazie alla crisi.

Le crisi, peraltro, si sono dimostrate un ottimo strumento di governo dell’Europa.

Non a caso Yves Mersch, di recente, ha citato una celebre dichiarazione di Jean Monnet, secondo il quale “L’Europa sarà forgiata dalle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per le crisi”.

Il riferimento a Monnet, uno dei padri dell’Europa, ci riporta all’inizio della nostra storia. Quando tutto cominciò.

Facciamo un salto nel passato, dove sono stati piantati i semi del nostro presente.

Arriviamo ai primi anni ’50, quando pochi visionari diedero vita al sogno europeo dopo intensi dibattiti iniziati nel dopoguerra che diedero origine ad alcuni accordi intergovernativi e poi, più tardi, al primo ente sovranazionale europeo: le CECA, antensignana della CEE.

La nascita della CECA, comunità europea del carbone e dell’acciaio, prende spunto proprio dalle intuizioni di Monnet e viene sponsorizzata da un altro francese, l’allora ministero degli esteri Robert Schuman, che il 9 maggio 1950 pronunciò una celebre dichiarazione dove annunciava il progetto di un’Europa a costruzione graduale a pragmatica.

Tale costruzione sarebbe cominciata mettendo in comune risorse economiche, ma con un fine più ambizioso: “Mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità,le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia e la Germania e i paesi che vi aderiranno, si costituirà il primo nucleo concreto di una federazione europea indispensabile al mantenimento della pace”. L’intento è chiaro: creare un’Europa politica, utilizzando lo strumento del cosiddetto “federalismo funzionale”: ciò che faccio definisce ciò che sono. “Conosciamo il nostro più temibile avversario: l’egoismo nazionale che divide i popoli”, disse all’epoca il capo della delegazione tedesca Walter Hallstein.

La CECA fu istituita nell’aprile del ’51 e la sua nascita segnò un’autentica evoluzione nel cammino europeo. Non tanto per le questioni economiche ad essa sottintese. Ma per quelle giuridiche.

Furono i giuristi, e non gli economisti, che oggi come allora erano solo in secondo piano (malgrado le apparenze) a compiere l’impresa.

L’Ue, come la conosciamo oggi è innanzitutto una loro creatura.

Furono i giuristi, ad esempio, a inventare la definizione di “organismo sovranazionale” da applicare alla CECA per caratterizzare il suo essere una sorta di terza via fra il diritto degli stati e quello internazionale.

E furono sempre i giuristi a mettere le fondamenta del diritto comunitario, che a molti di loro parve una felice (e aggiornata) riedizione dello ius commune medievale, ossia di quel corpo di norme e commentari che, per il suo rifarsi ai vecchi codicii romani, si pensava fosse applicabile a tutto il territorio del Sacro Romano Impero e che finì nel dimenticatoio una volta che gli stati nazionali iniziarono a voler fare da soli.

Ieri come oggi è stata la dialettica fra le entità sovranazionali e statuali a fare la storia.

La CECA si componeva di Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Belgio e Paesi Bassi. Il Trattato fissò i suoi organi amministrativi (con la Germania che spingeva per avere un peso specifico più rilevante degli altri) decise la sua sede (il Lussemburgo) e persino gli stipendi e le pensioni del suo personale (anche solo dopo quattro anni di servizio). Si discusse anche a lungo del regime lingustico, che prima fu il francese, poi gradualmente sostituito dall’inglese.

Ma fu chiaro da subito che gli esperti legali avevano in mente sin dall’inizio la costruzione di uno stato europeo federale, tanto è vero che proposero di dare alla CECA un regime speciale che comprendesse anche l’extraterritorialità in modo da farne una sorta di distretto federale.

Per la cronaca, Jean Monnet divenne il primo presidente dell’Alta autorità della CECA, che si insedierà nel Lussemburgo il 10 agosto 1952, ossia dell’organo esecutivo della Comunità. Poi c’era l’Assemblea comune, composta da delegati dei parlamenti nazionali, priva di poteri salvo il diritto idi censura, e infine la Corte di Giustizia, l’antesignana dell’attuale Corte di giustizia europea.

L’Ue, in nuce, era già tutta lì.

Fu in quei primi anni ’50 che il sogno europeo parve diventare una realtà.

E in effetti si arrivò a un passo dal successo.

Sull’onda del successo della CECA furono tratteggiati e messi in cantiere la Comunità europea di difesa (CED) e la Comunità politica europea (CPE). Lo schema era lo stesso: delega allo strumento sovranazionale di poteri settoriali, con progressiva spoliazione degli stati nazionali.

La CED fu addirittura oggetto di un Trattato, firmato dai sei stati della CECA il 27 maggio 1952. Il Trattato prevedeva la messa in comune di risorse militari, una esercito europeo, e giocoforza portava con sé l’elaborazione di strumenti politici che avessero potuto disporre di tali eserciti.

I politici di allora, insomma, puntavano su roba grossa: altro che moneta.

Senonché, furono proprio i francesi, che pure avevano contribuito in maniera determinante a dare origine alla CECA, a far fallire la CED e con essa la CEP, che finora è l’unico compiuto tentativo di costruzione politica dell’Europa e nella quale avrebbero dovuto fondersi la CECA e la CED.

 L’Assemblea nazionale francese, il 30 agosto 1954, bocciò il trattao che istituiva la CED. Pochi giorni prima era morto il nostro Alcide De Gasperi, uno dei grandi fautori dell’unificazione europea nel campo della difesa. Un anno dopo, nel 1955, Jean Monnet si dimise da presidente dell’Alta autorità della CECA.

Il sogno europeo si scontrò con la realtà.

Fu allora che si comprese che la via dell’Europa unita non poteva passare dalle assemblee nazionali. Nessuno Stato si sarebbe mai privato delle sue competenze se non “costretto”.

Servono le crisi, appunto, come diceva Monnet.

La palla, di conseguenza, passò dai politici che si occupavano di grandi ideali impraticabili ai tecnici amanti dei cavilli, giuristi in testa, usando il cavallo di Troia dell’economia, che si rivelò essere, come già il caso della CECA aveva dimostrato, il miglior collante per obbligare gli stati a fondersi insieme. Cosa meglio della pagnotta mette d’accordo tutti?

 Sicché si arrivò alla Risoluzione di Messina, nel 1955, che mise le basi per la costruzione della CEE. L’Europa riusciva ad edificarsi solo partendo dall’economia. Che vuol dire che, non potendo parlar d’altro, di parla di ciò di cui non parla nessuno (a parte gli addetti ai lavori). L’economia, appunto.

E infatti, senza troppi problemi nel 1956 viene firmato il Trattato di Roma che data la nascita della CEE. Un mercato comune europeo pieno di merci e uomini in omvimento transfrontaliero.

Ma il fine ultimo era, come al solito, più ambizioso. Si trattava nientemeno che della “completa integrazione degli Stati europei”, come ebbe a dire nel 1960 Karl Roemer, avvocato generale tedesco della Corte di Giustizia. “I Trattati – spiegò – non sono che la parziale realizzazione di questo grande programma generale”.

Due anni dopo, nel 1962, un altro fervente europeista tedesco, Walter Hellstein, che presiedette in quegli anni la commissione CEE (antesignana di quella Ue), disse che “l’integrazione economica europea è, nella sua essenza, un fenomeno politico. La CEE costituisce un’unione politica nel campo economico e sociale”.

Col passare del tempo le comunità europee, a partire dalla CECA fino alla CEE e poi all’UE, grazie all’intensa opera delle Corte di Giustizia europea, che si occupò di commentare, e rileggere le norme nazionali alla luce dei Trattati, divennero così comunità di diritto capaci, proprio perché sovranazionali di imporsi sugli Stati. Una sorta di riedizione del Sacro romano impero, senza sacro né romano, ma profano e sovranazionale. 

La nascita del diritto comunitario fu lo strumento principe, e lo è tuttora, della lenta conquista dell’Unione politica europea che procede, oggi come ieri, tramite argomenti noiosi come l’Unione Bancaria. avendo come fine, ormai dichiarato, l’Unione politica.

Ce ne sarebbe tanto ancora da raccontare (lo faremo, prima o poi) ma per il momento è più utile tornare alla mia domanda iniziale.

Cos’è l’Europa?

Se leggiamo lo studio di Bankitalia di cui ho parlato, viene fuori che l’Europa, almeno relativamente alle questioni finanziarie (ma in fondo vale per tutto il resto), è un corpo di norme giuridiche che nel tempo sono diventate sempre più appannaggio di sconosciuti legulei le cui coordinate vengono fissate in vertici intergovernativi e scritti a Bruxelles e a Strasburgo.

L’Europa, quindi, è un organismo giuridico disincarnato.

Un OGM.

Organismo giuridicamente modificato.

 

Ps

Con questo post ho provato ad allargare il campo dell’analisi dai temi prettamente economici a quelli storico-giuridici, che come spero di aver reso chiaro, ad essi sono sottintesi. Non essendo giurista, come d’altronde non sono economista, mi perdonerete semplificazioni ed errori. Lo scopo, come sempre, non è dare lezioni o rivelare segreti. Lo scopo è ragionare insieme sul nostro presente, per provare a capire il futuro che ci aspetta. Da questo punto di vista sarebbe miserevole ridurre tutto all’economia.

Buona lettura e grazie per l’attenzione.