L’ultima tentazione dell’Ocse: gli investimenti pubblici


Provo umana solidarietà per l’ottima capo economista dell’Ocse, Catherine L. Mann, che pochi giorni fa ha dovuto presentare a un mondo impaurito l’esito deludente della rivisitazione dell’outlook economico globale, esortando chi di dovere a una urgente “risposta di policy”, visto che ormai sembra pacifico che “la politica monetaria da sola non basta a supportare la crescita”.

Sicché, assodato che mamma banca centrale è praticamente ridotta all’impotenza – e vedremo quali conseguenze provocherà nel tempo la sua prodigalità – alla nostra capo economista non rimane che evocare papà stato, addirittura nella forma di una “più forte risposta di politica fiscale combinata con rinnovate riforme strutturali”. Eccola qua l’ultima tentazione dell’Ocse: credere che il pantano in cui siamo incagliati dipenda da un deficit di investimenti pubblici.

Non dubito neanche per un attimo che la nostra economista abbia sofferto chissà quante pene per arrivare a questa conclusione, che deve esserle apparsa la più logica, o almeno così devono avergliela suggerita i suoi potentissimi calcolatori mentre compulsavano i dati declinanti delle contabilità nazionali globali e li mischiavano in algoritmi predittivi dai quali veniva che fuori che non ci sono buone prospettive. C’è la solita Cina che è ormai un riconosciuto pericolo pubblico e con lei i tanto (una volta) celebrati paesi emergenti. C’è il petrolio che, calando, svuota le tasche di mezzo mondo e le riempie all’altro, che però poi si trova con un’inflazione azzerata. E poi c’è l’America che alza i tassi e rallenta, l’Europa con le sue banche, le popolazioni che invecchiano e tutta la solfa che ormai vi ripetono a pranzo e a cena per farsi andare di traverso il panino mentre vedete i vostri risparmi evaporare in borsa, dove erano finiti perché ormai non è più possibile comprare un titolo di stato e guadagnarci pure qualcosa. Anzi, ci si perde pure.

E così la dottoressa Mann – che mi immagino assai istruita, poliglotta, figlia illustrissima e nostra sorella, nostra di noi figli come lei di una cultura economica e politica che grazie a Papà stato e Mamma banca ha covato una nidiata siffatta – la dottoressa Mann dice finalmente l’unica cosa che ci si aspetta da una come lei, che fa l’osservatrice internazionale e quindi incarna la nostra migliore coscienza collettiva. Dice che papà stato deve fare il miracolo, visto che mamma banca ha fatto whatever it takes, ma non è bastato.

Magari avrà pure ragione. O meglio, avranno pure i ragione i modelli matematici che le fanno dire queste cose. Ma tutto ciò non mi rassicura, semmai mi rattrista. Mi avrebbe rassicurato assai di più, la dottoressa Mann, se mi avesse prescritto una cura a base di spirito greco. Non quello contemporaneo, che è ancora più triste, ma quello antico. Quello della polis, dove ognuno cedeva una parte di sé e quindi condivideva. Mi sarebbe piaciuta di più, la dottoressa Mann, se avesse detto: “Carissimi, mamma banca e papà stato non possono fare più niente per noi, perché sono vecchi, stanchi e senza più soldi. Dobbiamo cavarcela da soli, rimboccarci le maniche e aiutarci l’un l’altro”.

Purtroppo questo programma non gira nei calcolatori dell’Ocse.

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