Cartolina. Goodbye America

I dati raccolti dalla Bis sull’entità dei crediti in dollari fuori dagli Stati Uniti fin dal 2005, quando il credito totale cresceva al ritmo di oltre il 20 per cento l’anno, disegnano il trend declinante che potete osservare qua sopra che racconta di molte cose e di molte crisi, che mai sono mancate in questo ventennio, ma soprattutto di una crescente disaffezione. Oggi, che la crescita di questo credito in dollari sfiora lo zero, avremmo motivo di interrogarci se tale disaffezione paghi solo il prezzo alla convenienza economica o siano in gioco altri motivi, che magari sfuggono ai banchieri, ma non a chi guarda la filigrana delle cose. Forse l’America è diventata più prudente. Forse lo sono diventati i consumatori di dollari. Rimane il fatto dell’arrivederci. Che magari nasconde un addio.

Cartolina. Giovani turchi

Quando i giovani turchi volevano cambiare il mondo, o almeno il loro paese, la Turchia viveva un periodo di grande difficoltà. Il vecchio mondo ottomano si stava sgretolando e ancora quello nuovo stentava a sorgere. Ci provarono loro, addirittura facendo una rivoluzione ai primi del Novecento, che andò come andò. I giovani turchi di oggi probabilmente sognano come tutti i giovani di cambiare il mondo, o quanto meno il loro paese. Magari non faranno la rivoluzione. Però potrebbero fare di meglio. Potrebbero riuscire a costruire un paese dove i giovani mangiano tutti i giorni. Buona fortuna.

Lo smart working fra scricchiolare il settore degli immobili commerciali

Non è un caso che il Fmi dedichi alcune pagine del suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria ai tormenti del settore degli immobili commerciali, che a differenza di quello degli immobili residenziali, dove i rischi appaiono tutto sommato contenuti, esibisce un livello preoccupante di tensione sposandosi un livello elevato di indebitamento con prezzi non coerenti, specialmente nel settore uffici, uno dei più penalizzati sin dai tempi della pandemia.

Quest’anno sono venuti a maturazione debiti per 1.400 miliardi legati a questo settore, la gran parte dei quali negli Usa, e pure se questa montagna è vista in calo nei prossimi quattro anni, esiste una sostanziale carenza di finanziamenti (funding gap) determinata dalla crescente riluttanza delle banche a legarsi mani e piedi con un settore che mostra molte fragilità. “Sia le banche con concentrazioni sproporzionate
in CRE (commercial real estate) che gli investitori non bancari come i trust di investimento immobiliare
potrebbero subire tensioni”, avverte il Fmi. E certo le ragioni per temere scossoni da questa costola del settore immobiliare sono diverse.

La prima è che i prezzi continuano a calare. A livello globale il Fmi stima che su base annua i prezzi siano diminuiti del 12%, appesantiti sia dal rialzo dei tassi che dalle aspettative poco entusiasmanti degli operatori. Negli Usa questo calo è arrivato addirittura al 23%, mentre in Europa al 16%.

Il volume delle transazioni è rimasto fermo a 130 miliardi nel 2023, il 37% in meno rispetto all’anno precedente.

Il Fmi osserva che questi andamenti risentono ancora del cambio di paradigma nel mercato del lavoro che si è imposto con l’avvento del lavoro da remoto indotto dalla pandemia, che però ha generato effetti molto diversi a seconda delle aree considerate. Le aree metropolitane statunitensi, ad esempio, esibiscono i livelli più elevati di immobili inutilizzati (vacancy rate) rispetto ad altre realtà, mentre gli sviluppi dell’intelligenza artificiale fanno ipotizzare l’aumento della domanda di immobili destinati ad ospitare data center, specie nell’Asia-Pacifico.

Il futuro, insomma, potrebbe consegnarci città dove nei grandi palazzi, una volta affollati da umani, ormai lavoranti da casa (chi avrà un lavoro), “abiteranno” la macchine. A qualcuno sembrerà un’esagerazione. Ma i dati mostrano che questa tendenza è già è in corso. Storicamente gli uffici pesavano il 40 per cento degli investimenti transfrontalieri del settore CRE. Questo almeno è il dato registrato fra il 2010 e il 2023. Con l’emersione del lavoro ibrido, da casa o altrove, questa quota è crollata a poco più del 10% a partire dal 2022.

Negli Usa, dove il settore uffici pesava il 26% del totale dei prestiti originati dal settore CRE, ormai questa quota arriva a stento al 4%. Le banche, insomma, hanno fiutato l’aria pericolosa. E questo spiega perché il trilione di dollari di debiti collegati a questo settore che maturerà fra quest’anno e il prossimo, esibisce un preoccupante funding gap da 300 miliardi.

Le previsioni sono ancora più preoccupanti. Gli analisti vedono i prezzi ancora al ribasso, e stimano che ci sia il 5% di probabilità che nei prossimi tre anni i prezzi calino del 20% negli Usa e del 19% in Europa.

La pandemia insomma, favorendo la remotizzazione del lavoro, che oggi inizia ad essere fieramente contrastata proprio da quei poteri forti che sulla congestione (anche degli uffici) hanno sempre lucrato, ha fatto emergere un inconsueto trade off fra la salubrità del settore CRE e quella dei lavoratori che preferiscono lavorare fra le mura domestiche, con le città, che si candidano ad essere abitate solo dalle macchine, visto il costo proibitivo delle abitazioni nelle zone centrali, e frequentate solo da turisti. Cordiali saluti dal XXI secolo.

La produttività Ue ha un problema. Anzi due

E’ cosa nota che la produttività del lavoro nell’Eurozona non regge il passo di quella di altri paesi, meglio attrezzati a partecipare alla competizione internazionale, e ciò per una serie di questioni che abbiamo sommariamente esaminato altrove.

Questo problema si somma a un altro, che nasce da un’osservazione condotta qualche tempo fa dalla Bce e che adesso ha spinto l’ESM a parlarne in un lungo articolo: le imprese europee si sono riempite di manodopera, potendo anche contare su margini di profitto superiori alle medie storiche negli anni successivi alla pandemia, contribuendo così a delineare la fisionomia di mercati del lavoro in forma. Ma questo ha contribuito al calo della produttività visto che questi lavoratori non hanno aggiunto molto valore ulteriore alle produzioni.

Questo fenomeno è chiaramente visibile nel grafico sopra, che stima l’accumulo di manodopera nelle imprese europee e in quello sotto, che fa la stessa cosa a livello settoriale.

Secondo le stime dell’ESM, questo “hoarding” di manodopera consente di avere livelli occupazionali più elevati del 2,1% rispetto a quanto sarebbe necessario se si usasse il livello implicito della crescita economica osservata nell’area. Parliamo di 3,6 milioni di lavoratori in eccesso. Per converso, ciò significa che rischiamo di avere una disoccupazione più elevata di due punti se i livelli di manodopera si normalizzassero. La qualcosa è nell’aria. Vuoi perché l’economia stagnante scoraggia le aspettative, vuoi perché i margini di profitto si sono sgonfiati.

Le stime ESM ci comunicano ancora un paio di informazioni utili da tenere a mente. L’accumulo dei manodopera è assai più elevato nella manifattura (+9,3%) rispetto ai servizi (+2,3%). E che i paesi che guidano questo fenomeno sono due: Francia e Germania, dove i livelli di occupazione sono rispettivamente il 7 e il 5% più alti di quanto sarebbe se non ci fosse accumulo di manodopera.

Insomma, il problema della bassa produttività ne nasconde anche un altro: il divisore gonfiato rappresentato da più lavoratori di quanti servirebbero. Materiale incendiario, a ben vedere, che rischia di generare un ulteriore indebolimento della domanda aggregata qualora le aziende decidessero di farne a meno, con tutto ciò che ne consegue a livello sistemico.

L’Europa, insomma, sta collezionando sfide. E quella della produttività ne nasconde molte. Alcune insospettabili.

Un’alta spesa sanitaria non implica avere anziani in buona salute

Di fronte a una società che invecchia inesorabilmente diventa – o dovrebbe diventare – tema politico di primaria importanza che l’aumento della longevità, che viene considerato un successo delle nostre società, non diventi un fardello per queste società e per chi invecchia. Vivere purchessia non è certo un obiettivo desiderabile, mentre può esserlo invecchiare in buona salute, pure se nei limiti che il passare del tempo impone ad ognuno di noi.

Detto diversamente, dovremmo imparare a misurare il successo delle nostre società non semplicemente contando l’aumento della speranza di vita, ma quello dell’aumento della speranza di vita in buona salute. E su questo abbiamo ancora molto lavoro da fare, almeno a leggere l’ultimo rapporto Ocse sullo stato globale della salute nei paesi dell’area (Health at glance, 2023).

Il grafico che apre questo post serve a dare un’idea della quantità di risorse che i paesi elencati dedicano alla sanità. Nel 2022 gli Usa primeggiano, con oltre 12 mila dollari pro capite, che corrispondono al una spesa complessiva pari al 16,6% del pil, di fronte ai quali i nostri poco più che 4 mila dollari pro capite, il 9% del pil, impallidiscono, pure se sono vicino alla media di quasi 5 mila dollari e al 9,2% del pil dell’area.

Questa tabella però dice solo una parte della storia, che come tutte le rappresentazioni statistiche ha bisogno di essere osservata nelle sfumature. Per capire quanto sia efficace questa spesa sanitaria si potrebbero scegliere diversi indicatori. Ma visto che qui stiamo ragionando della correlazione fra spesa e longevità in buona salute, contentiamoci di guardare soltanto altri due indicatori: la speranza di vita alla nascita, da un parte, e la speranza di vita in buona salute dopo i 65 anni, dall’altra.

Il grafico sopra mostra che la speranza di vita alla nascita, ossia gli anni che si può stimare viva una persona che nasca nel 2021/2022 (anno di riferimento dei dati), è di 76,4 anni negli Usa e di 82,3 in Italia. Il grafico che segue mostra invece come è cambiata la speranza di vita alla nascita negli stessi paesi negli ultimi anni.

Il drastico peggioramento della speranza di vita negli anni 2019-21 ha a che fare con le conseguenze della pandemia, ma tale peggioramento non è stato uguale per tutti. Sempre gli Usa, che usiamo per il nostro confronto, hanno avuto un dato assai peggiore (-2,4 anni) del nostro (-09). E questo malgrado l’elevata spesa sanitaria pro capite.

Il discorso diventa ancora più informativo se guardiamo la speranza di vita in buona salute dopo i 65 anni, ossia quella soglia di età verso la quale si va indirizzando la maggioranza relativa della nostra popolazione.

Purtroppo questo dato non è disponibile per gli Stati Uniti nelle rilevazioni Ocse. Ma come secondo elemento di confronto possiamo prendere la Germania, che esibisce comunque una spesa sanitaria pari al 12,7% del pil, seconda solo a quella statunitense. In questo paese una donna 65enne nel 2021 ha una speranza di vita di 21,1 anni, il 46% dei quali, quindi una decina, si prevedono in cattive condizioni di salute. Per un uomo i numeri sono 17,8 anni di speranza di vita, il 43% dei quali in cattiva salute.

Se guardiamo il dato italiano, osserviamo che la speranza di vita di una donna è di 22,1 anni, quindi uno in più rispetto ai tedeschi, il 52% dei quali, quindi quasi dodici, in cattiva salute. Per l’uomo la speranza di vita è 18,9, sempre circa uno in più rispetto ai tedeschi, il 43% dei quali, circa 8, in cattiva salute.

Ricapitoliamo: in Italia si vive di più delle Germania, le donne italiane invecchiano leggermente peggio di quelle tedesche gli uomini allo stesso modo. Questo a fronte di una spesa sanitaria italiana inferiore di oltre tre punti di pil al quella tedesca. Il fatto rilevante è che all’incirca la metà della speranza di vita uomini e donne la passano in condizioni di salute poco soddisfacenti.

Ovviamente sarebbe avventato trarre qualsiasi conclusioni da così pochi dati. Però ce n’è abbastanza per riflettere e porsi alcune domande. La prima è che se è sicuramente una buona notizia che la popolazione anziana passi mediamente la metà della proprio speranza di vita in buona salute, lo è meno osservare che ancora l’altra metà della speranza di vita questo non succede. Non sono pochi dieci anni con problemi di salute, specie in società che vedranno crescere notevolmente il numero degli over80.

La seconda è che non emerge una chiara correlazione fra spesa sanitaria e qualità dell’invecchiamento. Ciò lascia immaginare che siano altrove le voci di bilancio che dovremmo osservare, alcune delle quali assai sfuggenti. Difficile, ad esempio, misurare con la contabilità pubblica la qualità dell’alimentazione di una persona.

Infine, sorge il sospetto che la longevità vada più veloce della vecchiaia in salute. Se cambiamo database e ci rivolgiamo a quello dell’organizzazione mondiale della sanità, possiamo ritrovare i dati relativi agli Stati Uniti, anche sulla qualità dell’invecchiamento in questo paese a partire dal 2000.

Qui possiamo osservare non solo che la speranza di vita alla nascita è diminuita fra il 2015 e il 2019, essendo cresciuta di 1,8 anni fra il 2000 e il 2019. Ma anche che nel 2000 un uomo americano aveva la speranza, alla nascita di trascorrere in salute 64,6 anni (quindi 13,1 in cattiva, stante la speranza di vita) e una donna 67. Dopo 19 anni questi numeri sono cresciuti fino a 65,2 per l’uomo e rimasti uguali per donna, nonostante l’aumento di 1,8 anni della speranza di vita. Nonostante la spesa sanitaria, insomma, gli americani invecchiano meno bene di quanto siano longevi. Non sarà sicuramente una prova che qualcosa non funziona bene. Però è un indizio.

Cartoline. Le opportunità dei rischi

In poco più di un anno e mezzo l’indice medio globale delle borse azionarie è cresciuto del 40 per cento. Alcuni mercati, come quello Usa, addirittura del 50 per cento. Questo dovremmo ricordarci quando leggiamo vagamente atterriti del previsioni economiche e le analisi degli specialisti. Viviamo in tempi molto rischiosi, e questo è chiaro a tutti, perciò si guadagna parecchio. Non tutti ovviamente. Solo chi rischia e può permettersi di rischiare. E’ il trionfo del capitale, insomma, e la costante erosione della considerazione che, aldilà delle dichiarazioni di circostanza, si ha del lavoro è il corollario di questa situazione. Che potrà piacere oppure no, ma comunque vive insieme a noi. Che dovremmo fare allora? Punire il capitale, con la scusa di diminuire i rischi, o alzare gli stipendi per decreto? Il buon senso suggerisce di prendersi il buono che c’è intanto. Ma prima bisogna conoscere le opportunità contenute nei rischi. E questo è il problema.

Gli europei sfiduciati deprimono i consumi

Osservare l’andamento declinante dell’economia europea, dopo la parvenza di ripresa post Covid non stupirà chi segue da tempo le vicissitudini dell’area. Sappiamo bene che il modello di sviluppo europeo non è mai riuscito a generare una domanda privata robusta abbastanza, come succede negli Usa, da sostenere la crescita di una regione dove vivono alcune centinaia di milioni di persone. E adesso che la miscela magica che alimentava l’export sembra aver perduto il suo slancio, lo stesso accade anche alla crescita, con conseguenze immaginabili sulla fiducia dei consumatori, peraltro scossa dalla forte ondata inflazionistica che ha eroso il potere d’acquisto.

Tutto si tiene, come ben sa la Bce che ha dedicato al declino della fiducia dei consumatori un approfondimento nel suo ultimo bollettino economico osservando l’andamento della fiducia scomposta nelle sue diverse componenti.

Notate, a tal proposito, la linea verde che misura la fiducia nell’andamento dell’economia nei prossimi mesi e osservate lo spread con la linea gialla, che misura l’andamento della situazione finanziaria. Il relativo miglioramento di quest’ultima non basta ad alimentare le aspettative dell’economia. Evidentemente le famiglie privilegiano il motivo precauzionale, che le spinge ad aumentare i tassi di risparmio a fronte di un miglioramento reddituale, piuttosto che il consumo. E questo ha effetti sugli andamenti generali dell’economia che le famiglie comprendono benissimo. E infatti la fiducia cala.

La Bce ipotizza che l’inflazione abbia giocato un ruolo determinante nel far deprimere la fiducia, persino più di quanto abbia fatto l’invasione russa dell’Ucraina. E che sempre l’inflazione, una volta affrontata, abbia contribuito a migliorare lo stato d’umore dei consumatori. Ma evidentemente non abbastanza.

Rimane il fatto che, come nota la Banca, “la fiducia dei consumatori tende a essere fortemente correlata con la crescita dei consumi privati”. Siamo, insomma, intrappolati nel circolo vizioso di una sfiducia che deprime i consumi che deprimono la fiducia. E questo andamento viene replicato dall’indice del prodotto interno, che perde gradualmente colpi.

Come interrompere questo circolo? Le risposte sono innumerevoli e di crescente complessità. Sono in gioco fattori congiunturali, quindi l’andamento del ciclo e delle diverse variabili macro, ma soprattutto strutturali, che hanno a che fare con la composizione della popolazione, la struttura istituzionale della regione, e le abitudini consolidate. Ad esempio quella di elevati tassi di risparmio. Uscirne non è per nulla facile. Infatti siamo sfiduciati.

L’automotive è un grosso problema economico e non solo

Un paio di pagine contenute nell’ultimo World Outlook del Fmi ci consentono agevolmente di comprendere perché ormai l’automotive non sia più solo un problema economico (ammesso che sia stato solo questo in precedenza) ma una questione complessa che ha profonde ricadute che il grafico che apre questo post ci consente di intuire molto rapidamente.

La prima, evidente, è il declino di mercato dei produttori tradizionali. L’avvento dell’elettrico, cresciuti notevolmente, ha consentito alla Cina di aumentare le sue quote di valore di mercato, sia di produzione che esportazione, potendo Pechino sfruttare l’articolato (e sovvenzionato) sistema che di fatto ha trasformato la Cina nell’egemone nel settore dei veicoli elettrici.

Questa evidenza disegna una nuova geografia delle produzione che va a discapito delle zone dove tradizionalmente l’automotive è nato e si è sviluppato e si associa alle caratteristiche di questo settore che ancora oggi esibisce non solo una notevole capacità di generare valore aggiunto, in ragione della sua alta produttività, ma è profondamente diffuso a livello internazionale tramite complesse catene di valore, che possiamo intuire osservano le quote di valore aggiunto che arrivano dai diversi paesi esteri.

Il problema è questo: abbiamo un settore ancora appetitoso dal un punto di vista economico, che si sta allontanando dai luoghi tradizionali dove è stato concepito, minacciando di provocare diverse rovine, che le cronache ci ricordano ogni giorno. Per queste regioni è un problema soprattutto politico, come ci ricordano le cronache recenti arrivate dalla Germania, dove produttori storici lasciano trapelare di voler chiudere stabilimenti nel paese, cosa mai successa prima. La soluzione dei dazi, che Usa e Ue hanno dato alla produzione cinese è insieme un rimedio ineludibile e un veleno, visto l’alto livello di dipendenza che lega Usa e Ue alla Cina.

Questo problema ne porta con sé un altro: la questione climatica, che con una certa superficialità si pensa di poter risolvere comprando tutti auto elettriche e bannando il motore termico, ossia il cuore dell’industria automobilista tradizionale. Nessuno purtroppo calcola il costo ambientale dell’elettrico, ed è un peccato perché magari aiuterebbe a inquadrare meglio il problema.

La vulgata dell’elettrico, invece, finisce col favorire la Cina. I dazi, dulcis in fundo, scaricano questa contraddizione sul consumatore che, molto semplicemente, smette di comprare auto. E infatti le vendite stanno collassando un po’ ovunque. Finisce che si chiedono a gran voce incentivi, ma ormai gli spazi fiscali per queste richieste sono sempre più esigui.

Che fare quindi? Una scelta razionale sarebbe prendere atto che l’automotive è un settore che nei nostri paesi ha un futuro sempre più incerto, anche per gli andamenti demografici. L’Ue dovrebbe promuovere attivamente il trasporto pubblico di massa e accettare un graduale disimpegno dall’automotive di massa. Produrre treni e autobus piuttosto che automobili. E quindi proporre politiche che favoriscano sempre più la mobilità collettiva sfavorendo l’uso dell’automobile.

Questo sarebbe un rimedio efficace contro l’inquinamento, altro che auto elettrica. Il costo della congestione, che l’auto privata fa salire drasticamente, dovrebbe anche questo far parte dei conti di Bruxelles. Che invece si preoccupa dei dazi sulle auto cinesi. Necessari magari, ma non certo sufficienti.

Con la transizione energetica il rame è diventato il nuovo petrolio

L’età elettronica che McLuhan raccontò nel lontano 1967 doveva per forza di cose diventare la nostra età elettrica non appena la tecnologia fosse stata in grado di stoccare l’energia senza bisogno di bruciare nulla. L’età elettronica non poteva che essere pulita. L’elettricità, chissà perché, la si immagina luminosa, veloce e inodore. E l’energia, quella perfetta, non può che condividere queste caratteristiche. L’età del carbone e del petrolio, fumosa e puzzolente, appartiene chiaramente al passato.

Così almeno sembra raccontarla la nouvelle vague ambientalista, che ha dichiarato guerra all’oro nero, finendo col decretare la vittoria dell’oro rosso, ossia il rame, che infatti ormai da un trentennio, quello della rivoluzione digitale popolata di device e batterie, sta surclassando il petrolio quanto a consumi. E se la transizione green proseguirà secondo queste coordinate, lo spread fra consumo di petrolio e di rame è destinato ad allargarsi ancora di più.

La questione è finita all’attenzione del Fmi, che ha dedicato un approfondimento nel suo ultimo outlook globale al crescente contributo dei metalli all’andamento dell’inflazione. Le quotazioni dei metalli, infatti, sono quelle che primeggiano fra le varie commodity osservate.

Il petrolio ormai somiglia a un vecchio regnante che abbia perduto lo scettro. Ancora molto richiesto, ma con sempre minore desiderio, e per giunta alle prese con un mercato dove i produttori sembrano complottare per deprimere le quotazioni. L’ultimo taglio di produzione deciso dall’Opec+, il cartello che unisce la vecchia Opec alla Russia, è stato praticamente vanificato dagli aumenti di produzione degli altri paesi che non ne fanno parte, col risultato che i prezzi rimangono bassi e sono previsti ancora più in calo nei prossimi anni.

La vulgata verde tende a disinteressarsi del costo ambientale dell’oro rosso, che ha pure ampie ricadute geoeconomiche, e tuttavia qualunque ragionamento bene informato non dovrebbe prescinderne. Anche per questo il Fmi ne parla, ovviamente.

I metalli critici, e il rame in un mondo elettrico è sicuramente il primo della lista, hanno una crescente rilevanza economica nel mondo di oggi. Possiamo farcene un’idea osservando quando pesino il petrolio e poi i metalli in alcune produzioni di base negli Stati Uniti, secondo quanto riporta il Fmi.

Questo spiega benissimo la notevole influenza che i metalli hanno sui prezzi finali. Il Fmi ha stimato che un aumento del 10% del costo del rame fra crescere dello 0,2% l’inflazione, sia core che generale. Ovviamente l’esposizione a questo shock cresce in ragione della dipendenza delle produzioni del paese dal rame.

Il migliore dei mondi possibili, insomma, non sarà automaticamente verde perché si smetterà di usare il nero del carbone e del petrolio. Ci sarà tanto rosso in questo verde. In molti sensi.

Cartolina. Extra size

Qualcuno si sorprenderà leggendo nell’ultimo rapporto Ocse dedicato allo stato di salute nei vari paesi del mondo che dai primi anni Duemila i tassi di sovrappeso e obesità sono aumentati praticamente ovunque, persino in paesi miracolosi come il Giappone, dove l’obesità è un fenomeno minimale. Sembra davvero che le nostre numerose e conclamate crisi economiche, che dal Duemila non hanno praticamente mai smesso di farci compagnia, si accompagnino a una crisi alimentare strisciante che, nei paesi ricchi o semi-ricchi, coincide paradossalmente con l’aumento di peso della popolazione. Sembra insomma che mangiamo di più quando l’economia barcolla. O forse mangiamo peggio. Più probabilmente, entrambe la cose. In ogni caso una deriva che ridiventa fatto economico quando i servizi sanitari nazionali devono farsi carico dell’esito di questa malnutrizione. Quindi altra spesa pubblica che fa aumentare di taglia il bilancio dello stato già a livelli extra size. Lo stato, infatti, siamo noi.