Una crisi nello stretto di Taiwan strozzerebbe soprattutto i Brics

Poiché di questi tempi non ci facciamo mancare le occasioni di preoccupazione, tanto vale aggiungerne un’altra al paniere di quelle che agitano i nostri sonni parlando dello stretto di Taiwan, al centro di una disamina molto interessante elaborata dal CSIS, che rileva le quantità di commercio che passano da lì e il peso specifico che hanno per molti paesi, a cominciare ovviamente dalla Cina.

I dati racconti dal Csis sono molto eloquenti. Ogni anno si stima che le merci su container che solcano i mari quotino circa 11,5 trilioni di dollari in valore. Il flusso che attraversa lo stretto di Taiwan vale circa un quinto – 2,45 trilioni nel 2022 – e già questo basta a comprendere come una crisi in questo stretto avrebbe effetti assai più che regionali. Per dirla con le parole del Csis “impatterebbe su alleati chiave degli Stati Uniti e ampie fasce del sud del mondo”.

La tabella che apre questo post e quella qui sopra ci consentono di avere una visione più dettagliata di questa affermazione. La Cina, le cui importazioni passano per oltre il 30% da questo stretto insieme al 15 per cento del suo export, pagherebbe certo una prezzo elevato a una crisi che impedisse la navigazione di questa porzione di mare. Ma il Giappone avrebbe guai ancora maggiori, visto che oltre a dipendere come la Cina per circa il 35 delle sue importazioni da Taiwan, vede transitare dallo stretto il 25% delle sue esportazioni. Un livello analogo a quello di India ed Emirati Arabi. Paesi che in qualche modo sono nel perimetro degli interessi americani. E questo spiega benissimo certe manovre anche recenti di posizionamento degli Usa nella regione che hanno molto innervosito la Cina.

A ciò si aggiunga che Taiwan produce oltre il 90% dei chip più evoluti per il mercato degli smartphone e degli equipaggiamenti militari. Un problema alle catene di forniture che dipendono da questa piccola isola avrebbe effetti facilmente immaginabili sulle produzioni globali.

Taiwan, inoltre, è un hub portuale di notevole peso. Nel 2022 i suoi porti hanno gestito 586 miliardi di beni. Quindi una crisi nella zona potrebbe costringere molte compagnie a deviare i propri traffici da lì, con notevole aggravio di costi, passando ad esempio dallo stretto di Luzon, seguendo la rotta che da Singapore arriva a Busan, nella Corea del Sud. Ma questo sempre nell’ipotesi che la crisi non coinvolga l’intero mare cinese meridionale, da parecchio tempo al centro di molte fibrillazioni.

Anche l’Australia avrebbe grossi problemi con una crisi a Taiwan. Circa il 27% delle sue esportazioni passano dallo stretto, un valore che nel 2022 ha raggiunto i 109 miliardi, in larga parte (83%) costituito da materie prime e beni energetici. Ma a far le spese maggiori di una crisi nello stretto sarebbe sicuramente il cosiddetto Global South, che include anche i paesi africani.

La Repubblica democratica del Congo, per esempio, spedisce attraverso lo stretto circa 13 miliardi di esportazioni di rame, cobalto e altri metalli, che valgono il 62% delle sue esportazioni, in gran parte con destinazione Cina. L’Eritrea spedisce il 70% del suo zinco e il 100% del suo rame in Cina. Gabon e Angola circa il 40% del loro petrolio, sempre a Pechino e sempre attraverso lo stretto.

Stesso problema per i paesi del Medio Oriente. Oman, Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Qatar e Yemen, spediscono il 30% delle loro esportazioni, per lo più beni energetici, attraverso lo stretto. Complessivamente le nove economie dei Brics dipendono dallo stretto per il 14% delle loro importazioni e il 15% delle loro esportazioni: il doppio del livello di dipendenza dei paesi del G7.

Questo non vuol dire che i paesi del G7 siano indifferenti al problema. Tanto è vero che nell’ultimo comunicato del giugno scorso i leader del G7 hanno voluto riaffermare che “mantenere la pace e la stabilità attraverso lo stretto di Taiwan è indispensabile per la sicurezza internazionale e la prosperità”. Del mondo, ovviamente. A cominciare dal Sud.

La ricchezza diseguale (e inutile) dell’Europa

Adesso che gli economisti del FMI ci fanno notare per l’ennesima volta che la ricchezza netta delle famiglie europee è parecchio concentrata nel 10 per cento della popolazione c’è da aspettarsi le solite intemerate. Come se il problema si esaurisse nella titolarità della ricchezza e non avesse a che fare anche sul suo utilizzo. Una società fortemente diseguale come quella britannica del XIX secolo finanziò lo sviluppo della ferrovie in mezzo mondo avviando una straordinaria crescita internazionale. La domanda è: cosa ci facciamo noi europei con questa ricchezza?

Per il momento sembra che ci piaccia molto contemplarla, e magari prestarla all’estero. Quanto al primo punto, lo studio del Fmi, che si basa sulle rilevazioni del sistema della banche centrali europee, riporta che la ricchezza netta dell’area euro è aumentata del 27% negli ultimi cinque anni. Quest’aumento si è accompagnato a una lieve diminuzione della diseguaglianza, generata in parte dall’aumento del prezzo delle abitazioni, che ha beneficiato anche i piccoli proprietari.

Rimangono, ovviamente, grandi differenze. Il 10 per cento più ricco della popolazione detiene il 56% della ricchezza, nel quarto trimestre del 2023, mentre la metà più povera ne possiede solo il 5%. L’eurozona non è neanche quella messa peggio. Secondo quanto riporta il World Inequality Lab, nel mondo il 10% più ricco della popolazione detiene i tre quarti della ricchezza globale.

Quanto al secondo punto, ossia la vocazione degli europei a prestare all’estero i propri soldi, basta rilevare gli ultimi dati della bilancia dei pagamenti. Gli ultimi dati diffusi dalla Bce, relativi a settembre 2024, mostrano un saldo corrente positivo per 37 miliardi nel mese, che su base annua arriva a a 428 miliardi, pari al 2,8% del pil dell’eurozona, in crescita dai 182 miliardi dell’anno precedente.

Il conto finanziario mostrava che i residenti dell’area hanno effettuato investimenti di portafoglio in asset non euro pari a 551 miliardi, poco meno degli investimenti di portafoglio denominati in euro, considerati sempre su base annua, pari a 686 miliardi.

Dal grafico sopra si osserva peraltro che le acquisizioni di asset finanziari non denominati in euro è cresciuta massicciamente proprio a partire da quest’anno riportandosi a livelli che non si vedevano da tempo.

Di fronte a queste cifre, che raccontano di una grande ricchezza che viene investita altrove, a fronte di una domanda interna incapace di esprimere dinamicità, che certo dipende anche da come questa ricchezza è distribuita, viene fuori l’immagine di un’Europa di redditieri che non ha più neanche la lungimiranza di progettare il proprio futuro, forse perché senescente. E forse il problema è proprio questo: l’Europa vuole invecchiare in pace e tranquillità. L’ideale in un mondo pieno di conflitti.

L’Europa invecchia bene, ma non abbastanza

L’ultimo rapporto Ocse su lo stato di salute dell’Europa contiene moltissime informazioni utili su un tema, quello dell’invecchiamento della popolazione, che ormai si candida a diventare il cuore del problema economico che il vecchio continente, e mai soprannome fu più adatto, dovrà affrontare nei prossimi decenni.

L’invecchiamento della popolazione ha infiniti risvolti che impattano sull’economia di un territorio. Una forza di lavoro più anziana, a cui si associano tassi di natalità in costante calo, implica una costante usura della popolazione attiva, con effetti significativi sulla produttività. A meno di non credere che i robot finiranno davvero per lavorare al nostro posto.

Una popolazione anziana, inoltre, genera una certa domanda di servizi, ad esempio di cure e assistenza, che tendono a diventare prevalenti mano a mano che questa parte di popolazione cresce sul totale. Un trend quest’ultimo che non risparmia nessun paese. In più genera pressione sulle finanze pubbliche, che devono garantire questi servizi, almeno in parte, e quelli previdenziali.

Se a questo scenario aggiungete la circostanza che una demografia del genera non si è mai osservata prima, capiamo subito che ci troviamo di fronte a uno di quei tornanti della storia che meritano attenta osservazione. Non solo per i risvolti economici che incorpora, ma anche per la tipologia di società che si sta tratteggiando davanti ai nostri occhi. Sappiamo che domani avremo molti più anziani di oggi. Ma come vivranno questi anziani? In che condizioni? Una società che funziona dovrebbe considerare i propri anziani come una cartina tornasole del proprio successo. Avere anziani in salute e attivi è la prima cosa che dovremmo desiderare tutti.

Da questo punto di vista la situazione nel nostro continente è buona, ma non abbastanza. I dati Ocse rivelano che, in media, i due terzi di guadagno di speranza di vita osservato fra il 2005 e il 2022 gli over 65 europei hanno la probabilità di viverli in buone condizioni di salute. E per gli over 60 questa evidenza è simile.

Questo ci dimostra che l’ipotesi che correla il successo di una società alle condizioni dei propri anziani ha un qualche fondamento. E notiamo che questo non ha esclusivamente a che vedere con i fattori economici. Se guardiamo all’interno dei diversi paesi, notiamo infatti alcune curiosità.

La Germania, malgrado sia uno dei paesi europei con la maggiore spesa pro capite per la sanità, ha un numero di anni in salute e una speranza di vita più bassa rispetto a paesi assai meno dotati, come il nostro.

L’economia invece conta, ma insieme alle altre componenti che definiscono i quintili più alti del reddito, se guardiamo alle condizioni di salute all’interno della popolazione anziana.

Le persone più istruite, che di solito sono anche quelle più benestanti, invecchiano meglio di quelle meno istruite. Dipende dal reddito, sicuramente. Ma anche da altre cose: una maggiore capacità di avere e usare informazioni, ad esempio, che, al netto della buona sorte, che aiuta sempre, consentono di mitigare gli effetti più avversi che l’invecchiamento provoca.

E questi fattori, in buona parte, sono sotto il controllo delle persone. Parliamo di attività fisica, qualità dell’alimentazione, consumo di alcol, tabacco o sostanze stupefacenti. Sono questi agenti che in larga parte influenzano la qualità dell’invecchiamento, come mostra la statistica delle morbilità più diffuse.

L’Europa invecchia bene, perciò, ma non abbastanza. Di fronte a una previsione di società che per un terzo saranno composte da anziani bisognerebbe lavorare per sviluppare la consapevolezza di queste persone. Capire che i fattori di rischio, quelli che poi provocano le cattive abitudini, forse non sono neanche censiti, o addirittura conosciuti. Servirebbe, insomma, una maggiore accortezza nell’analisi e nella sperimentazione di politiche pubbliche di prevenzione e preparazione alla vecchiaia.

Ciò soprattutto perché, e lo si capisce dal grafico che apre questo post, i governi non spenderanno molto più di quello che spendono già per la salute pubblica. In sostanza, dovremo imparare a cavarcela sempre più con le nostre forze. E’ sicuramente un rischio. Ma anche un’opportunità.

Cartolina. Le guerre dell’oppio

A chi ricorda la triste storia delle guerre dell’oppio del XIX secolo fra l’impero britannico e quello cinese, motivata dalla volontà dei britannici di vendere l’oppio prodotto in India in Cina, i dati rilevati da Ocse sul consumo di oppiodi nel mondo, e i decessi ad esso correlati, suoneranno come un tardivo contrappasso, che sarebbe divertente, se non fosse tragico. Gli Stati Uniti, che dell’impero britannico sono indiscussi eredi, sono i campioni nel consumo di queste sostanze, alle quali pagano un prezzo altissimo in vite umane, persino raddoppiato nell’ultimo decennio. E l’India, in particolare i maschi indiani, si segnala per il suo livello di consumatori. Chi di oppio ferisce di oppio perisce, si potrebbe dire. Oppure che le colpe dei padri ricadono sui figli, pure se in questo caso sarebbero i tris-nipoti. Fuori dalle battute rimane il fatto: le guerre dell’oppio, che approfittano della fragilità per far soldi, non sono ancora finite. E fanno ancora molte vittime.

Cartolina. Il costo dell’impazienza

Alcuni studiosi osservano con vago stupore la crescita incrementale di una nuova modalità che ormai va per la maggiore nei pagamenti on line: quella del “buy now, pay later”, che potremmo tradurre con qualche libertà “compra senza pensarci troppo”, che poi è il sottotitolo di quel “pay later”: il vero basso continuo della nostra vita, e non solo. Comprare oggi e pagare dopo è il modo economico che abbiamo inventato per darci l’illusione che il redde rationem si possa sempre spostare avanti nel tempo. Perché in fondo ciò che conta è soddisfare il desiderio e chi vivrà vedrà. O, come in questo caso, pagherà. Senza scivolare nel moralismo, scorciatoia alquanto futile, dovremmo interrogarci sul significato di questo scivolamento via via irresponsabile verso la soddisfazione compulsiva dei nostri desideri. Disimparare ad attendere è il prezzo che paghiamo quando decidiamo di pagare dopo. L’impazienza diventa normalità, e questo genera diverse esternalità alquanto costose. Il tempo non si può ingannarlo a lungo. Pagare dopo significa pagare di più. Qualunque sia la moneta.

Le nove tigri economiche dell’Africa sub sahariana

La difficoltà più grande che si incontra, quando si parla di Africa, è che nella sua enorme massa il continente racchiude tante anime. E persino nei suo ritagli, come ad esempio la porzione sub-sahariana, diverse ancora.

Farsi un’idea chiara dell’Africa, perciò, è semplicemente impossibile. A meno che non ci si accontenti delle rappresentazioni facili. Dici Africa e subito si pensa a malnutrizione, guerre, sistemi caotici. Ma come ogni rappresentazione semplificata, anche questa è ingannevole.

Un recente rapporto del Fmi dedicato proprio all’Africa sub-sahariana ci consente di capire quanto sia difficile parlare di Africa, mostrandoci proprio come pure all’interno di questa Africa “parziale” esistano grandi differenze che si traducono in modelli di crescita molto divergenti.

Pochi sanno ad esempio, e il Fmi fa bene a ricordarcelo, che questa porzione di Africa ospita nove delle venti economie più in rapida crescita al mondo nel 2024. Solo che questa informazione non emerge nel dibattito pubblico sull’Africa perché le statistiche aggregano le performance di questi paesi a livello regionale, col risultato che le media annacquano le performance dei più bravi.

Un’altra cosa che stupirà molti, è che questa divergenza gioca a favore dei paesi che non hanno una vocazione all’export energetico. Il grafico che apre questo post lo mostra con chiarezza. Le economie che hanno fatto fortuna esportando energia fossile, come Angola, Ciad e Nigeria, hanno subito un forte rallentamento, al contrario di quanto accaduto ai paesi che hanno altre risorse a base della loro economia. Un campanello d’allarme che dovrebbe suonare molto forte nella testa dei policy maker dei paesi che contano su petrolio e gas per far girare le loro società.

Peraltro è un fatto relativamente recente. Fino al 2014 i redditi dei paesi esportatori di energia (RIC) crescevano rapidamente. Dopo questa sorte è toccata ai non-RIC, mentre quelli degli altri hanno intrapreso una stagione di stagnazione.

Ciò è stato determinato dall’andamento dei prezzi delle materie prime, che hanno iniziato un percorso di graduale declino, che si è innestato all’interno di una quadro economico e istituzionale fragile, caratterizzato da imprenditorialità poco efficace, capitale umano carente e governance globale debole. Caratteristica comune a molte economie emergenti, e non solo. In ogni caso nulla che faccia bene alla crescita economica.

A ciò si aggiunga che i soldi facili arrivati dalle risorse energetiche non hanno favorito lo sviluppo di un uso intelligente delle risorse fiscali – spesso questi paesi concedono notevoli sussidi energetici ai propri cittadini – e soprattutto di una disciplina fiscale capace di affrontare i momenti di carenza di risorse. Secondo il Fmi, in media questi paesi “petrolieri” ha finito con lo spendere tutti i suoi ricavi derivanti dalle esportazioni energetiche nello stesso anno in cui venivano realizzati. Questo ha avuto una chiara conseguenza sui tassi di crescita di questi paesi.

Questa divergenza di crescita è molto problematica nella regione sub-sahariana, visto che i paesi RIC costituiscono circa i due terzi del pil e della popolazione dell’area. Ciò ha conseguenze sulla capacità di sviluppo dell’intera zona, con l’aggravante che oggi un bambino che nasce in un RIC ha una speranza di vita inferiore di 4 anni rispetto alla media di un paese non RIC e il 25% di probabilità in più di vivere in povertà.

Si tratta, in sostanza, di aiutare questi paesi a sviluppare una governance più efficace e a diversificare l’economia, “viziata” dalla rendita petrolifera. Problema molto complesso. E non solo per i paesi africani.

Il puzzle del declino della produttività europea

Se ne parla da sempre ma non abbastanza, a quanto pare, se anche il Fmi ha ritenuto dedicare uno dei suoi approfondimenti alle ragioni per le quali l’Europa non riesce ad esprimere una produttività almeno pari a quella statunitense.

Le ragioni sono ovvie per chi si occupa di cose economiche. La produttività è una categoria che ne racchiude molte cose al suo interno, come una matrioska. Dentro ci stanno le condizioni demografiche, la qualità dei servizi pubblici, l’efficacia del sistema giudiziario e, dulcis in fundo, tutto quel mondo composito di asset che definiscono ciò che con qualche semplificazione di troppo chiamiamo capitale umano.

La produttività, insomma, è un po’ il cuore del discorso economico, O almeno di un discorso economico che mette al centro della sua attenzione la sua capacità di generare merci e ricavarne profitto.

La premessa speriamo gioverà ai tanti che non si appassionano tanto al suono delle parole ma al loro significato. Ma anche a leggere un po’ più fra le righe le varie considerazioni contenute nell’analisi del Fmi, fra le quali ne mettiamo in evidenza solo alcune per non rubare troppo tempo e pazienza ai lettori.

La prima osservazione riguarda il confronto fra i campioni d’impresa europei e quelli statunitensi, che viene rappresentato dal grafico che apre questo post. Le imprese quotate europee non tech, nell’ultimo ventennio, hanno avuto un tasso di crescita annualizzato della produttività pari allo 0,9%, a fronte del 2,6 delle imprese statunitensi.

Il confronto si fa ancora più stridente se restringiamo l’osservazione alle imprese tech. In questo settore le europee hanno avuto una decrescita annuale della produttività dello 0,3% a fronte della crescita dell’1,5% di quelle statunitensi. Nell’intero periodo le imprese Usa hanno visto la produttività crescere del 40%, mentre quelle europee rimanevano stagnanti. Non stupisce perciò che le americane esibiscano tassi di investimenti su ricerca e sviluppo doppio o addirittura tripli rispetto a quelle europee (grafico in alto a destra).

Se dai campioni volgiamo l’attenzione ai debuttanti, le giovani imprese che si affacciano sul mercato e sono capaci di generare alti tassi di crescita, che il Fmi chiama “Gazzelle”, lo scenario non cambia.

Il ritmo di nascita di queste imprese, dei futuri campioni potremmo dire, non ha più ritrovato il passo che aveva prima della grande crisi finanziaria. L’Europa invecchia male, insomma, è non è un semplice modo di dire. Le questioni demografiche, su questo versante, fanno sentire il loro peso.

Il risultato è che il numero di “Gazzelle” nel settore tech, dove di più si apprezza il contributo dei giovani, cresce molto più lentamente di quanto sarebbe desiderabile: dal 10% del totale nel 2008, il 18% dieci anni dopo. Un risultato discreto, ma non certo ottimale.

Questi due elementi del quadro che stiamo faticosamente componendo per illustrare il puzzle della produttività hanno in comune diverse cose. La demografia, per cominciare, e la qualità del capitale umano. Ma anche le modalità – e le difficoltà – di finanziamento che si trova in Europa.

Mentre i campioni fanno ancora troppo poco ricorso al mercato, a differenza dei loro omologhi negli Usa, le “Gazzelle” faticano a trovare finanziamenti per le stesse ragioni. Ciò per dire che quando parliamo della necessità di sviluppare l’Unione del mercato dei capitali parliamo anche di questi problemi, non di semplice filosofia istituzionale. La scarsità di venture capital in Europa è sotto gli occhi di tutti. In Europa nell’ultimo decennio questa tipologia di investimenti è stata inferiore allo 0,2% del pil, a fronte dello 0,7% statunitense.

Si potrebbe aggiungere altro, ma lo scenario dovrebbe risultare chiaro. L’Europa ha bisogno di notevoli cambiamenti istituzionali, che poi incidono sulle strutture dell’economia, per contrastare alcuni sviluppi avversi della sua macroeconomica: a cominciare dall’invecchiamento della popolazione, fino all’incapacità a sviluppare una domanda privata robusta. Gli europei forse sono pronti per questi cambiamenti. Ma l’Europa a quanto pare non ancora.

Fra i due litiganti il Vietnam gode

Ora che l’esito delle elezioni negli Stati Uniti lascia supporre il ritorno in grande stile delle polemiche fra cinesi e americani per le più svariate ragioni, vale la pena osservare cosa sia successo nel frattempo che Trump è tornato alla Casa Bianca.

Uno dei tanti spunti di osservazione interessanti ce lo propone il NBER che ha pubblicato un paper che racconta come la (prima) guerra commerciale fra Usa e Cina abbia finito con l’accelerare la crescita economica in alcune città del nord del Vietnam, oltre a determinare un certo progresso nella dotazione energetica del paese asiatico, che si può osservare nel grafico che apre questo post. Insomma, vale quello che dicono i proverbi. Fra i due litiganti, un qualche terzo gode sempre. E in questo caso è toccato (intanto) al Vietnam.

Si tratta, com’è ovvio, di benefici assolutamente non intenzionali. Semplicemente, le tariffe Usa hanno reso conveniente produrre le merci cinesi in Vietnam. Un bel “Made in Vietnam” sui prodotti è il metodo più semplice e sperimentato – si è visto anche con lo spostamento di molte produzioni cinesi in Messico – per eludere le barriere tariffarie. E questo spiega perché il Vietnam abbia visto aumentare gli investimenti esteri diretti sul suo territorio, con l’aggiunta che questo stimolo economico ha incoraggiato i decisori a promuovere politiche energetiche basate su fonte rinnovabili.

“Il Vietnam, un paese a reddito medio-basso – scrivono gli autori dello studio – ha guadagnato più di altre nazioni dalla guerra commerciale”. Ciò è dipeso innanzitutto dal fatto che la prossimità geografica con la Cina ha ridotto i costi di trasporto. La provincia cinese del Guangdong, che genera il 26% dell’export cinese complessivo, dista solo sei ore in auto dal Vietnam, che costano ai produttori cinese assai meno del 25% di tariffe che gli americani hanno messo sui loro prodotti. E poi i produttori possono anche contare sul costo del lavoro vietnamita, più basso di quello cinese.

In più il paese può attivare una ampia disponibilità di fonti rinnovabili che ha consentito di coniugare lo sviluppo economico con un moderato impatto ambientale, evitando le esperienze poco piacevoli di inquinamento massiccio che si sono viste altrove.

Il risultato più evidente è che dopo la guerra commerciale molte città del nord, vicine alla Cina, hanno conosciuto un notevole sviluppo, contribuendo a cambiare le abitudini economiche del paese, che vedeva nella parte meridionale quella economicamente più dinamica. Non solo fra i due litiganti il terzo gode, ma neanche tutto il male viene per nuocere. La saggezza dell’economia non è così diversa da quella dei proverbi.

Cartolina. Scuola senz’obbligo

Non è tanto la scontata (e scontenta) primazia delle citta meridionali nelle carenze dell’istruzione nazionale a rattristare. Oltre un secolo di questione meridionale non passa senza conseguenze. Piuttosto il fallimento conclamato dell’istruzione pubblica che si legge fra le righe guardando i dati di queste città (ma non solo di queste). A Bari – pesco a caso – il 62 per cento dei 25-64enni sono almeno diplomati, ma poi leggo che il 46,7 per cento, sempre a Bari, degli studenti delle terze classi della scuola secondario di primo grado hanno competenze numeriche non adeguate e un altro 39,4 per cento competenze alfabetiche non adeguate. Dati che a livello nazionale arrivano, rispettivamente, al 44,2 e 38,5 per cento. Ciò vuol che al termine delle scuole dell’obbligo più di un ragazzo su tre ha difficoltà a far di conto o a leggere e scrivere, ossia ciò che dovrebbe fornire la scuola. Ma forse non è più un obbligo.

Cartolina. Invecchiati, non adulti

Voler ridurre a fatto puramente economico la tendenza crescente dei giovani dell’area Ocse a invecchiare in casa insieme coi propri genitori rischia di ridurre un fenomeno complesso a una barzelletta da cabarettisti. I famosi bamboccioni, insomma. Magari fosse così semplice. Magari si trattasse solo di affitti alle stelle e lavoro malpagato, che sicuramente contribuiscono parecchio al rifiuto di separarsi dal nido familiare. Forse c’è molto di più, oltre a questo. E senza bisogno di scomodare la sociologia, che molto spesso prende la scorciatoia dell’economia, ci si può anche accontentare dell’aneddotica che lascia sorgere il sospetto che questa convivenza prolungata, in fondo, piaccia a tutti, genitori e figli. Invecchiare insieme è un buon modo per evitare molte seccature, per i figli come per i padri. Per dirla col poeta, ci vuole un gran talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti. E nei paesi Ocse, com’è noto, il talento abbonda.