Etichettato: aumento stock globale di debiti nel mondo
I paesi Ocse hanno sempre più fame di debito. I governi a quota 61 trilioni

Per non farci mancare nulla, in questo tempo di guerra, sfogliamo con una certa soggezione l’ultimo Global Debt Report di Ocse che almeno ci fa dimenticare per un attimo i discorsi che tutti stanno facendo – la guerra che aumenta i prezzi, signora mia – e che in fondo sono gli stessi da quando sono cominciati questi disgraziatissimi anni Venti, che promettono anni Trenta in linea con quelli di un secolo fa.
Senonché, sfogliando queste 160 pagine di numeri e tabelle, mi accorgo che anche qui si fanno sempre gli stessi discorsi che questo blog – notate la scelta del nome – fa dal 2012. I debiti aumentano sempre, signora mia. E questo da prima che aumentassero i prezzi per colpa della guerra.
Non perché le due cose siano collegate. Fra le guerra economica che sempre più furiosa avvince i creditori e i debitori, e quella militare, che ormai minaccia di non risparmiare più nessuno, non c’è causazione né correlazione. C’è solo il fatto che procedono insieme, come amici di vecchia data, sulla strada della rovina.
Fuor di metafora: siamo rovinati economicamente, anche se le borse festeggia(va)no, e siamo rovinati militarmente. Quindi si preparano tempi assai più interessanti di quelli che abbiamo vissuto finora, quando la massima preoccupazione dei popoli ricchi d’Occidente è stata contare il numero dei follower.
Prima che la sociologia prenda il sopravvento, torniamo coi piedi per terra e gustiamoci quei quattro-cinque numeri fondamentali che danno corpo a quelle che sembrano enunciazioni di principio.
Nel 2025 i paesi Ocse hanno chiesto prestiti – quindi si sono indebitati – complessivamente per 17 trilioni di dollari, che sarebbe 17.000 miliardi. Un trilione in più di quanto avevano chiesto nel 2024, ma uno in meno di quanto si prevede avranno bisogno quest’anno.
I rifinanziamenti, ossia i debiti che ne sostituiscono altri, pesano l’80% di questi prestiti, (13,5 trilioni), con un’esigenza di finanziamenti netti che quest’anno arriverà al record di 4 trilioni.
Se dai flussi passiamo agli stock, il quadro è ancora più eloquente. I paesi Ocse hanno cumulato 61 trilioni di debiti nel 2025, in crescita rispetto ai 55 trilioni del 2024 “il più grande incremento dai tempi della pandemia”, nota Ocse, spiegando che questo aumento in valore si deve in parte al deprezzamento del dollaro, che denomina questi debiti. In rapporto al Pil, infatti, il debito complessivo è stabile all’83%, ma si prevede arrivi all’85% quest’anno. Previsioni che, ovviamente, non tengono conto del costo della guerra in corso con l’Iran perché quando le hanno fatte non c’era ancora.
Se dai paesi Ocse andiamo a quelli che non fanno parte dell’organizzazione il copione cambia poco. Il loro livello di debito complessivo ha toccato il record di 12,1 trilioni nel 2025, che equivale al 30% del loro pil, il livello più alto dal 2007. E già il fatto che sembri poco, ci fa capire quanto siamo avanti nella tolleranza di questo fenomeno.
Ne consegue, ovviamente, che aumenta il peso degli interessi su questo debito, ormai a quota 3,3% del pil nell’area Ocse in aggregato. Ocse prevede che l’aumento del costo relativo del debito supererà l’impatto erosivo dell’inflazione. Ciò significa che il debito reale è previsto in crescita.
Non è un caso, perciò, che i rendimenti aumentino. I mercati vogliono ricavare sempre più dai soldi che danno a prestito, per la semplice ragione che, aumentando il debito, diventa sempre più rischioso prestare.
Questa diffidenza, chiamiamola così, si osserva chiaramente vedendo la differenza fra i rendimenti di breve e lungo termine. Quelli a lungo crescono stabilmente, quelli a breve-medio sono stabili. Tradotto: il mercato si fida meno di quello che potrebbe accadere fra dieci anni piuttosto che fra cinque.
I debitori, perciò, si adeguano. Diminuiscono le emissioni di bond a lungo termine – le emissioni di trentennali sono state le più basse dal 2008, nel 2025, in rapporto a quelle 1-5 anni. E questo avvicinare le scadenze dei debiti non aiuta certo a mantenere un clima finanziario disteso. Un debito che si concentra sulle scadenze breve equivale di fatto a una miccia troppo corta.
Questa tendenze è ancora più evidente negli Usa, che incidentalmente emettono il titolo di stato più scambiato al mondo, che oltre ad essere quasi moneta è espresso nella valuta che denomina gli scambi internazionali. “I Treasury bills (titoli a un anno, ndr) sono diventati una fonte di finanziamento sempre più importante, superando le obbligazioni a tasso fisso in termini di volume di emissione e rappresentando ora il 15% dello stock di debito (Usa, ndr)”.
Per fortuna la liquidità rimane abbondante e la volatilità rimane contenuta, al netto degli scossoni come quello di questi giorni. Queste due caratteristiche “ammortizzano” le tensioni consentendo ai mercati di saziare senza troppe difficoltà la propria fame di debito. Ma è una fame crescente, lo abbiamo visto. E questo non è certo un sintomo di salute.
