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Cartolina. Giovani turchi

Quando i giovani turchi volevano cambiare il mondo, o almeno il loro paese, la Turchia viveva un periodo di grande difficoltà. Il vecchio mondo ottomano si stava sgretolando e ancora quello nuovo stentava a sorgere. Ci provarono loro, addirittura facendo una rivoluzione ai primi del Novecento, che andò come andò. I giovani turchi di oggi probabilmente sognano come tutti i giovani di cambiare il mondo, o quanto meno il loro paese. Magari non faranno la rivoluzione. Però potrebbero fare di meglio. Potrebbero riuscire a costruire un paese dove i giovani mangiano tutti i giorni. Buona fortuna.
Cartoline. Le opportunità dei rischi

In poco più di un anno e mezzo l’indice medio globale delle borse azionarie è cresciuto del 40 per cento. Alcuni mercati, come quello Usa, addirittura del 50 per cento. Questo dovremmo ricordarci quando leggiamo vagamente atterriti del previsioni economiche e le analisi degli specialisti. Viviamo in tempi molto rischiosi, e questo è chiaro a tutti, perciò si guadagna parecchio. Non tutti ovviamente. Solo chi rischia e può permettersi di rischiare. E’ il trionfo del capitale, insomma, e la costante erosione della considerazione che, aldilà delle dichiarazioni di circostanza, si ha del lavoro è il corollario di questa situazione. Che potrà piacere oppure no, ma comunque vive insieme a noi. Che dovremmo fare allora? Punire il capitale, con la scusa di diminuire i rischi, o alzare gli stipendi per decreto? Il buon senso suggerisce di prendersi il buono che c’è intanto. Ma prima bisogna conoscere le opportunità contenute nei rischi. E questo è il problema.
Cartolina. Extra size

Qualcuno si sorprenderà leggendo nell’ultimo rapporto Ocse dedicato allo stato di salute nei vari paesi del mondo che dai primi anni Duemila i tassi di sovrappeso e obesità sono aumentati praticamente ovunque, persino in paesi miracolosi come il Giappone, dove l’obesità è un fenomeno minimale. Sembra davvero che le nostre numerose e conclamate crisi economiche, che dal Duemila non hanno praticamente mai smesso di farci compagnia, si accompagnino a una crisi alimentare strisciante che, nei paesi ricchi o semi-ricchi, coincide paradossalmente con l’aumento di peso della popolazione. Sembra insomma che mangiamo di più quando l’economia barcolla. O forse mangiamo peggio. Più probabilmente, entrambe la cose. In ogni caso una deriva che ridiventa fatto economico quando i servizi sanitari nazionali devono farsi carico dell’esito di questa malnutrizione. Quindi altra spesa pubblica che fa aumentare di taglia il bilancio dello stato già a livelli extra size. Lo stato, infatti, siamo noi.
Cartolina. Incertezza

Il Fondo monetario ci parla dell’incertezza come di un fattore di sostanziale squilibrio, nei mercati. Scrive, nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria globale, che una incertezza elevata può erodere profondamente la stabilità finanziaria, incoraggiando le pulsioni ribassiste, ritardando i consumi e le decisioni di investimenti, nonché riducendo l’offerta di credito. Quello che non dice, il Fmi, ma che però sarebbe utile ricordare, è che una certezza elevata può altrettanto erodere profondamente la stabilità finanziaria per le ragioni uguali e contrarie. Chi inventerebbe un investimento se già ne conoscesse con certezza il ritorno? Un sistema economico senza incertezza ci condurrebbe verso lo stato stazionario, ossia la morte termica dell’economia. E se è sicuramente vero che l’incertezza genera rischi, è vero altrettanto che un sistema rischioso genera anche maggiori opportunità. Forse insieme al rapporto sulla stabilità finanziaria. che monitora i rischi, ne servirebbe un altro sulla instabilità finanziaria, che ci dica qualcosa delle opportunità. Aiuterebbe a diminuire l’incertezza.
Cartolina. 100%

Ogni secolo ha i ruggenti anni Venti che si merita, evidentemente. Nel Novecento ruggirono i motori dell’industria automobilistica, che doveva inaugurare il consumo di massa, a preparare le rivoluzione economica dell’intrattenimento, che prenderà piede però solo nel secondo dopoguerra. Nel frattempo l’eccesso di debiti condusse allegramente alla crisi degli anni Trenta, che preparò la tragedia della seconda guerra globale. Nel secolo XXI il ruggimento, che rima con struggimento, arriva dal debito pubblico, che secondo il Fmi alla fine del decennio arriverà al 100 per cento del pil globale. Quindi un euro di debito per ogni euro di produzione. Una circostanza che dovrebbe ispirare i filosofi dell’economia. Per adesso gli unici ispirati sono i governi.
Cartolina. Nearshocking

Poiché va di moda il nearshoring, modo forbito di dire che si tenta di spostare le catene di fornitura verso i paesi vicini, non tanto geograficamente quanto politicamente, si tende meno a osservare che tutto questo attivismo rischia di provocare seri shock al mercato internazionale, già alle prese con un paio di guerre e ancora reduce dal disastro della pandemia. Sempre perché i guai non vengono mai da soli, in mancanza delle mitiche cavallette, piovono sul commercio restrizioni di ogni tipo, che incoraggiano le peggiori pulsioni muscolari – del tipo: ci produciamo tutto da soli – che non fanno altro che scaricare costi sui consumatori finali, già provati da un triennio di inflazione gagliarda. Terremotare la globalizzazione farà sicuramente la fortuna degli spin doctor dei politici. Quanto agli economisti, hanno già pronta una nuova parola per definire lo stato del commercio globale: nearshocking.
Cartolina. Improduttività

In attesa che gli economisti ci spieghino i perché e i percome del nuovo miracolo americano della produttività, lodevole eccezione in un contesto internazionale deprimente, vale la pena osservare che il resto del mondo sta sperimentando, dopo il fuoco di paglia delle pandemia, lo sboom fisiologico che tocca ad ogni entusiasmo nutrito da facili illusioni o da eventi eccezionali. E questa sorte non si osserva solo nei paesi avanzati, alle prese con notori problemi di età che avanza e voglia di lavorare che indietreggia, mescolata col dimagrimento forzato imposto alla forza lavoro da una demografia avversa. Ma anche in quei paesi emergenti che a inizio secolo promettevano mari e monti, e oggi si ritrovano con noi in pianura, a scrutare tristemente una produttività piatta. Gli esperti ammoniscono che non si può pensare di alimentare la produttività con politiche controcicliche, che tradotto vuol dire mollare i cordoni della borsa, ma che servono politiche strutturali. Vaste programme. Se non fosse che il resto del mondo forse vuole altro. Non la produttività, ormai fuori moda. Ma il contrario.
Cartolina. Caro commercio

Il confronto, molto eloquente, fra l’andamento dei volumi del commercio internazionale negli ultimi trimestri ci comunica una informazione che non dovremmo sottovalutare. Nel secondo quarto di quest’anno, mentre infuriavano guerre e se ne minacciavano altre, c’è stato un piccolo boom negli scambi internazionali, che forse dovrebbe suggerirci di riscrivere la narrativa sulla deglobalizzazione che ci tiene compagnia ormai da un lustro. Forse si è trattato di un evento stagionale, magari determinato da un flusso di ordinativi che si è impennato per motivi imponderabili, oppure forse il commercio, a patto di non strozzarlo esplicitamente – vedi Covid – trova sempre la sua strada, in un mondo costantemente affamato di tutto. Rimane il fatto e non è poco, specie considerando che nel frattempo i costi del trasporto via container rimangono superiori del 160 per cento rispetto a un anno fa, con aumenti ancora maggiori nelle rotte fra Asia ed Europa. Caro commercio, in tutti i sensi.
Cartolina. Consummatum est

L’Eurozona è tornata al suo solito tran tran. O almeno così sembra a guardare le componenti del pil fotografate dalla Bce. Il picco di consumi privati post pandemia si è gradualmente spento, fino a diventare negativo nel secondo trimestre di quest’anno. Quel poco di crescita che è arrivata è dipesa dall’export netto e dalla domanda pubblica, del tutto insufficienti a tenere in piedi un’economia gigantesca come quella europea dove il tutto rimane ancora inferiore alla somma delle parti, e sarebbe strano il contrario, visto che il tutto è ancora immerso in un divenire disseminato di punti interrogativi. In più in un contesto dove i settori tradizionalmente trainanti dell’export, ad esempio l’automobilistico, sono alle prese con una transizione di difficile comprensione e per giunta assediati dai prodotti delle economie emergenti. Risultato: gli europei consumano sempre meno, a differenza degli Usa, dove i consumi delle famiglie mantengono l’economia brillante, e il ritmo della crescita si consuma. Anzi: consummatum est.
Cartolina. Un buon servizio

Gli ultimi dati diffusi dall’Osservatorio del terziario di Manageritalia, relativi al secondo trimestre 2024, confermano che i servizi, cresciuti su base congiunturale dello 0,3 per cento, stanno compensando il repentino dimagrimento di attività nel settore manifatturiero, in calo dello 0,8 per cento. In sostanza, quel poco di crescita che è arrivata della nostra economia è dipesa da questo settore, mentre la manifattura, che è un po’ il nostro orgoglio di esportatori, ha segnato il passo per ragioni ampiamente discusse che non serve qui ricordare. Meglio concentrarsi sul punto: abbiamo bisogno di investire sui servizi per tenere in piedi la nostra economia e perciò dovremmo capire come migliorare la nostra produzione in questo settore, ricordando che raggruppa attività molto diverse, che vanno dal bed&breakfast all’information technology. E ricordando anche che il peso dell’export di servizi sul pil, pure cresciuto quest’anno, rimane al 5,5 per cento del pil, che si confronta con l’11,5 per cento francese e il 9 per cento tedesco. Sarebbe una buona cosa se solo ci chiedessimo cosa provoca questa notevole differenza. Anzi, un buon servizio.
