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Cartolina. L’autoimmobile

Le infinite giaculatorie sulle sorti magnifiche e progressive del settore automobilistico che ci tocca perfino augurarsi, vista la rilevanza per il nostro sistema produttivo, trascurano di guardare con occhio spassionato i dati che raccontano di una crescita costante del parco auto in Italia, in barba al fatto che siamo sempre meno e sempre più vecchi. Sembra che gli italiani invece di decidere di fare un figlio scelgano di comprarsi un’auto, che sicuramente ha più incentivi. Tanto è vero che il numero di auto ogni 100 abitanti è passato da meno di sessanta a 70 in un quarto di secolo. A cosa ci servono tutte queste auto? Servono di sicuro all’industria pubblicitaria, visto che in media uno spot su tre che vanno in tv racconta di automobili, servono ai politici a corto di visione, che preferiscono prosciugare le risorse del presente per tenere in piedi il passato anziché progettare il futuro, e servono ai produttori, ovviamente, compreso il mitico indotto. Dulcis in fundo, servono al consumatore che dentro la sua bella auto nuova, pagata in media da uno o tre anni di stipendio, può consolarsi della sua vita grama imbottigliato nel traffico. Perché davvero ormai l’automobile non ci porta più in nessun luogo. Ci tiene ancorati al passato. E’ un ‘autoimmobile.

Cartolina. Caro casa

In quarant’anni la costruzione di nuove case, nei paesi avanzati, si è quasi dimezzata. Al contrario, nelle economie emergenti, in un ventennio la produzione di nuove abitazioni è cresciuta di oltre il 25 per cento. Sicché si capisce bene perché mentre nei paesi avanzati il price-to-rent ratio, ossia il rapporto fra quanto costa comprare casa e quanto costa affittarla, è cresciuto del 60 per cento, a segnalare un aumento del costo dell’acquisto di una casa assai più veloce del costo degli affitti, nei paesi emergenti questo indicatore, dopo essere collassato a lungo, a segnalare che acquistare case costava relativamente meno che affittarle, ora è tornato ai livello degli anni ’90. Perché mai dovrebbe interessarci questa cosa? Perché se non costruiamo nuove case, oltre ad aver subito l’aumento dei prezzi presto subiremo anche quello degli affitti. Col risultato che il declino del price-to-rent non vorrà dire nient’altro che le nostre città sono diventate invivibili. Non per l’inquinamento. Ma per il caro casa.

Cartolina. Prima l’Italia

Poiché la primazia da qualche tempo è divenuta un valore, c’è parso opportuno offrire un piccolo contributo all’orgoglio nazionale segnalando alla pubblica attenzione che nel 2023 l’Italia ha primeggiato nel rapporto deficit/pil, superando il 7 per cento, lasciandosi alle spalle i micragnosi cugini francesi, che superano appena il 5 e spezzando le reni alla Germania, che neanche arriva al 3. Possiamo solo immaginare il raccapriccio dei poveri danesi, che hanno avuto un surplus di bilancio del 3 per cento. Saranno alla fame. Quanto al debito, la Grecia ancora primeggia ma per poco. Sentono il nostro fiato sul collo. Dateci un altro superbonus, e solleveremo il mondo. O almeno i Btp.

Cartolina. Come si dice spread in francese?

A dimostrazione del fatto che i mercati ce l’hanno con tutti, perché in pratica non guardano in faccia nessuno, si segnala come pure curiosità di cronaca la circostanza che il terribile spread, che ci ha afflitto per alcuni anni seminando il panico fra politici e commentatori, ha iniziato a segnalarsi come un problema per i nostri cugini francesi, che stanno vivendo, com’è noto, una nuova stagione di tormenti. La differenza – sempre il famoso spread – fra il decennale tedesco e quello d’oltralpe, infatti, ha superato quella della Spagna, e si avvicina pericolosamente al nostro livello, che ormai a noi sembra persino basso. Mi domando se i politici e i commentatori francesi finiranno come noi, un giorno, a parlare tutti i giorni dello spread. E chissà come lo tradurranno. Nel frattempo osservo che gli inglesi, fuori dall’Europa da parecchio tempo, hanno superato i 200 punti base sul Bund. Almeno non hanno il problema della traduzione.

Cartolina. Cara casa

Costa ancora molto caro abitare nei paesi avanzati. Meno di un anno fa, tranne che nel Regno Unito, ma ancora parecchio: in media i prezzi dell’housing, categoria che racchiude genericamente le spese necessarie per avere un tetto sulla testa, sono cresciuti di quasi il 4 per cento quest’anno, poco meno di un anno fa. L’ingresso nel teatro delle economie più ricche, insomma, si paga parecchio e anche un posto nelle poltrone più lontane dal palco impatta notevolmente sui redditi degli spettatori. Questo è sicuramente uno dei problemi più urgenti che le nostre società si troveranno ad affrontare nel futuro più prossimo. La lotta all’inflazione, che ancora striscia fra noi, non è pensabile si possa condure a buon fine quando avere un tetto sulla testa arriva a consumare la metà e più del reddito di una persona. Servono abitazioni a prezzi sostenibili, oppure redditi capienti abbastanza da sostenerli. Ma non si vedono le une né gli altri.

Cartolina. Rischio sovrano

E davvero istruttivo osservare come il passare del tempo allenti la nostra sensibilità al rischio, di fatto amplificandone la tolleranza. Poco più di dieci anni fa i paesi il cui debito sovrano era considerato a rischio contenuto erano un terzo del campione selezionato, pescato fra paesi a basso reddito. Oggi si sono ridotti a poco più del 10 per cento del campione. Quindi quelli che una volta erano considerati sicuri oggi lo sono meno. E questo spiega perché sia arrivato a superare il 15 per cento la quota di paesi il cui debito è ad alto rischio. In questo costante addestramento al pericolo sfugge sempre l’evidenza del fatto che quando si sceglie di affrontare il rischio, perché magari non si ha scelta, è inevitabile che il rischio diventi sovrano. Quindi dello stato. Ossia di tutti.

Cartolina. Un’altra sindrome giapponese

Poiché siamo convinti che il Giappone abbia molto da insegnarci, dotato com’è di una notevole capacità di anticipare alcuni trend dell’economia, ci preme segnalare un’altra interessante sindrome giapponese, che si aggiunge a quella dei tassi rasoterra, inaugurata ancor prima che la Fed lanciasse il suo QE, e della crescita stagnante, che noi europei osserviamo da almeno due decadi e il Giappone almeno da tre: il crollo dei tassi di risparmio. Celebri per la loro capacità di risparmio, i giapponesi si sono scoperti prodighi come cicale. Risparmiano sempre meno, mentre cresce sempre più il loro debito pubblico, sindrome quest’ultima ormai ampiamente diffusa. Se vi fischiano le orecchie è solo un segno dei tempi.

Cartolina. Case turche

Mi domando sinceramente curioso come sia vivere, o meglio abitare, in un paese dove i prezzi delle abitazioni arrivano a crescere a ritmi annuale che sfiorano il 60 per cento, per poi collassare fino a sfiorare il -20 per cento nello spazio di pochi mesi. Mi chiedo come sia fare un mutuo per comprare una casa che costava, mettiamo, 100, e trovarsi, dopo un anno con una casa che vale meno della metà, sapendo persino di doverla ripagare. Mi interrogo come farà il sistema finanziario di questo paese, che come ogni sistema finanziario avrà pesanti esposizioni sul mattone, a digerire uno scossone del genere senza lasciare qualche banca per strada, e come farà l’economia cosiddetta reale, sulla quale il peso del mattone non è meno rilevante. Mi rispondo che è molto facile saperlo: basta osservare l’economia turca.

Cartolina. Caro debito

La Bce ci dice che il costo degli interessi sul debito del nostro paese, già stratosferico, praticamente raddoppierà da qui a un decennio, arrivando a sfiorare il 6 per cento del pil. In pratica pagheremo le tasse soprattutto per pagare i nostri debiti, visto che non possiamo sperare in alcuna rimessione da parte dei nostri creditori (in buona parte noi stessi). Ciò significa che, salvo crescite miracolose che persino gli ottimisti giudicano possibili ma improbabili, vivremo con un governo fiscalmente alla canna del gas, che deve persino occuparsi di una popolazione sempre più anziana che esprime una crescente domanda di servizi sociali, a cominciare da pensioni e sanità. E’ chiaro che pagheremo caro e pagheremo tutto, anche se magari non pagheremo tutti. Ma bisogna saperlo che la pacchia è finita e ci attendono vacche magre. Quelli che nel passato, anche recentissimo, ci hanno almanaccato sulle virtù taumaturgiche del debito che si ripagava da solo dovrebbero perlomeno scusarsi. Ma non lo faranno. Saranno ancora fra noi, e ci riproveranno.

Cartolina. La paura dei dazi

Molto prima che Trump vincesse le elezioni, gli osservatori internazionali, in questo caso Goldman Sachs, si sono affrettati a fare i conti per vedere quanto costerebbe all’Europa in termini di pil un aumento dei dazi e quanto agli Usa, nell’ipotesi (probabile) che l’Europa li aumenti a sua volta. Si inaugura, insomma, un filone che si preannuncia prodigo di lavoro per analisti e commentatori, con i dazi stavolta come punto d’osservazione. La musica sembra diversa, ma il ritornello non cambia. Abbiamo un costante bisogno di sapere cosa succederebbe se accadesse questa o quell’altra cosa. Con l’aggravante che quanto più la risposta ci spaventa, tanto più ci convince. In questo caso è venuto fuori che l’Europa perderebbe fino a un punto del suo già barcollante Pil. E quindi? Quindi nulla, Possiamo iniziare a spaventarci.