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Cartolina. Il commercio resistente

Si commercia, nonostante tutto. Malgrado la pervicacia con la quale si cerca di impedire gli scambi; la pessima reputazione della globalizzazione; il gioco facile dei governi a incolpare le esportazioni altrui per le proprie importazioni; la voglia crescente di alzare barriere a cose e persone; il sogno premoderno di un’economia tutta fatta in casa. Malgrado tutto, si commercia. Le restrizioni fiorite nell’ultimo decennio somigliano a una diga che provi a imprigionare il mare. La Grande Muraglia dell’inimicizia apre ancora volentieri diverse brecce alla convenienza. Forse perché, piaccia o no, abbiamo capito una volta per tutte che il mondo è grande e pieno di opportunità. Oppure perché, più semplicemente, ci sono sempre più cose e servizi e nessuno può far tutto da solo. Sia come sia, il commercio resiste. E quindi anche noi.
Cartolina. Ridenominazione

Sfogliando l’ultimo bollettino di Bankitalia si osserva con un certo stupore che il rendimento del nostro Btp, che oscilla fra il 3 e il 4 per cento, paga anche un “premio per il rischio di ridenominazione” che in anni recente ossia nel 2022, quando il rendimento fiorava il 5 per cento, è arrivato a 100 punti base. Non proprio bruscolini. Adesso siamo sotto i 50 punti, che sembra poco ma rimane comunque difficile da comprendere. Ci dice, in sostanza, che il mercato prezza il rischio che il nostro debito cambi valuta sottostante. E, di conseguenza, che il mercato crede a questo rischio. E l’andamento del premio misura in soldoni quanto ci creda veramente. Sembrava che il rischio di uscire dall’euro e roba simile la potessimo ormai iscrivere nell’albo della storia. Ma a quanto pare i cattivi pensieri mettono radici profonde che svolgono effetti duraturi. Anche se vengono ridenominati.
Cartolina. Facciamoci una Domanda

I dati, nudi e crudi, ci raccontano un’evidenza che tutti noi ci sforziamo di ignorare: un paese grande come l’Italia non può vivere solo delle proprie esportazioni. Con l’export magari ci si regge in piedi, e per fortuna che c’è: si mette fieno in cascina. Ma questo non basta a far camminare un’economia. Dal 2007 a oggi l’indice dell’export è cresciuto del 20 per cento, ma quello del pil è rimasto piatto, con un andamento che somiglia moltissimo a quello dei consumi delle famiglie, che infatti sono piatti come il pil. L’export non basta quindi. Ci aiuta a stare in piedi, ma non ci fa muovere. Rimane da capire perché un grande paese come il nostro, che pure esprime una notevole ricchezza privata, abbia una domanda di consumi da parte delle famiglie così miserevole. Forse è davvero il caso di farsela, questa Domanda.
Cartolina. Saldi pensione

Dalla volonterosa raccolta di dati pubblicata da Itinerari Previdenziali osserviamo senza troppo stupore un’evidenza che i tanti spacciatori di sostanze pensionistiche trascurano sempre di ricordare, quando promettono nuovi rimedi miracolosi per consentire ai giovani anziani di appendere la carriera al chiodo e dedicarsi finalmente ai loro progetti di vita. Il fatto, puro è semplice, è che il saldo fra contributi e spesa pensionistica è strutturalmente in deficit almeno dal 1989, e tende a peggiorare quando ci sono momenti di crisi. Il che è del tutto ovvio. Meno il fatto che a partire dal secondo decennio del nuovo secolo questo saldo sia parecchio peggiorato e dopo il Covid ancora di più. Un andamento che dipende certo dalla nostra demografia avversa, visto che invecchiamo assai più di quanto generiamo, ma anche da certe ricette scellerate decise nel frattempo. Lo spaccio di pensioni è sempre aperto e molto frequentato. E promette nuovi saldi.
Cartolina. A tutto gas

Si dirà che è colpa della guerra se il gas europeo costa quattro volte quello Usa. Ma è una mezzo verità. La guerra ha solo aggravato una delle tante divergenze che caratterizzano le due regioni cugine. Il gas Usa costava sempre la metà di quello europeo, ancora quando Putin andava a pranzo coi leader europei. E possiamo solo consolarci osservando che abbiamo da un pezzo superato il picco della crisi, quando il gas europeo è arrivato a costare dieci volte tanto quello Usa. Ma c’è poco da festeggiare. L’Europa dovrà dovrà sempre barcamenarsi per far camminare la propria economia, visto che dipende ancora fortemente dalle fonti fossili e fatica a esprimere una competitività paragonabile a quella cinese nelle rinnovabili. E questo non dipende certo dal fatto che ha poche risorse energetiche. Per andare a tutto gas non bastano i giacimenti. Servono anche visione e capacità di pianificazione. E queste cose non si trovano sul mercato.
Cartolina. L’autoimmobile

Le infinite giaculatorie sulle sorti magnifiche e progressive del settore automobilistico che ci tocca perfino augurarsi, vista la rilevanza per il nostro sistema produttivo, trascurano di guardare con occhio spassionato i dati che raccontano di una crescita costante del parco auto in Italia, in barba al fatto che siamo sempre meno e sempre più vecchi. Sembra che gli italiani invece di decidere di fare un figlio scelgano di comprarsi un’auto, che sicuramente ha più incentivi. Tanto è vero che il numero di auto ogni 100 abitanti è passato da meno di sessanta a 70 in un quarto di secolo. A cosa ci servono tutte queste auto? Servono di sicuro all’industria pubblicitaria, visto che in media uno spot su tre che vanno in tv racconta di automobili, servono ai politici a corto di visione, che preferiscono prosciugare le risorse del presente per tenere in piedi il passato anziché progettare il futuro, e servono ai produttori, ovviamente, compreso il mitico indotto. Dulcis in fundo, servono al consumatore che dentro la sua bella auto nuova, pagata in media da uno o tre anni di stipendio, può consolarsi della sua vita grama imbottigliato nel traffico. Perché davvero ormai l’automobile non ci porta più in nessun luogo. Ci tiene ancorati al passato. E’ un ‘autoimmobile.
Cartolina. Caro casa

In quarant’anni la costruzione di nuove case, nei paesi avanzati, si è quasi dimezzata. Al contrario, nelle economie emergenti, in un ventennio la produzione di nuove abitazioni è cresciuta di oltre il 25 per cento. Sicché si capisce bene perché mentre nei paesi avanzati il price-to-rent ratio, ossia il rapporto fra quanto costa comprare casa e quanto costa affittarla, è cresciuto del 60 per cento, a segnalare un aumento del costo dell’acquisto di una casa assai più veloce del costo degli affitti, nei paesi emergenti questo indicatore, dopo essere collassato a lungo, a segnalare che acquistare case costava relativamente meno che affittarle, ora è tornato ai livello degli anni ’90. Perché mai dovrebbe interessarci questa cosa? Perché se non costruiamo nuove case, oltre ad aver subito l’aumento dei prezzi presto subiremo anche quello degli affitti. Col risultato che il declino del price-to-rent non vorrà dire nient’altro che le nostre città sono diventate invivibili. Non per l’inquinamento. Ma per il caro casa.
Cartolina. Prima l’Italia

Poiché la primazia da qualche tempo è divenuta un valore, c’è parso opportuno offrire un piccolo contributo all’orgoglio nazionale segnalando alla pubblica attenzione che nel 2023 l’Italia ha primeggiato nel rapporto deficit/pil, superando il 7 per cento, lasciandosi alle spalle i micragnosi cugini francesi, che superano appena il 5 e spezzando le reni alla Germania, che neanche arriva al 3. Possiamo solo immaginare il raccapriccio dei poveri danesi, che hanno avuto un surplus di bilancio del 3 per cento. Saranno alla fame. Quanto al debito, la Grecia ancora primeggia ma per poco. Sentono il nostro fiato sul collo. Dateci un altro superbonus, e solleveremo il mondo. O almeno i Btp.
Cartolina. Come si dice spread in francese?

A dimostrazione del fatto che i mercati ce l’hanno con tutti, perché in pratica non guardano in faccia nessuno, si segnala come pure curiosità di cronaca la circostanza che il terribile spread, che ci ha afflitto per alcuni anni seminando il panico fra politici e commentatori, ha iniziato a segnalarsi come un problema per i nostri cugini francesi, che stanno vivendo, com’è noto, una nuova stagione di tormenti. La differenza – sempre il famoso spread – fra il decennale tedesco e quello d’oltralpe, infatti, ha superato quella della Spagna, e si avvicina pericolosamente al nostro livello, che ormai a noi sembra persino basso. Mi domando se i politici e i commentatori francesi finiranno come noi, un giorno, a parlare tutti i giorni dello spread. E chissà come lo tradurranno. Nel frattempo osservo che gli inglesi, fuori dall’Europa da parecchio tempo, hanno superato i 200 punti base sul Bund. Almeno non hanno il problema della traduzione.
Cartolina. Cara casa

Costa ancora molto caro abitare nei paesi avanzati. Meno di un anno fa, tranne che nel Regno Unito, ma ancora parecchio: in media i prezzi dell’housing, categoria che racchiude genericamente le spese necessarie per avere un tetto sulla testa, sono cresciuti di quasi il 4 per cento quest’anno, poco meno di un anno fa. L’ingresso nel teatro delle economie più ricche, insomma, si paga parecchio e anche un posto nelle poltrone più lontane dal palco impatta notevolmente sui redditi degli spettatori. Questo è sicuramente uno dei problemi più urgenti che le nostre società si troveranno ad affrontare nel futuro più prossimo. La lotta all’inflazione, che ancora striscia fra noi, non è pensabile si possa condure a buon fine quando avere un tetto sulla testa arriva a consumare la metà e più del reddito di una persona. Servono abitazioni a prezzi sostenibili, oppure redditi capienti abbastanza da sostenerli. Ma non si vedono le une né gli altri.
